Le bufale e la democrazia

agosto 10, 2013

I simboli degli zingari sui citofoni: una bufala vecchia
ma che gode di ottima salute
L'ultima, in ordine di tempo, è la storia della bambina di undici anni morta perché un americano si è rifiutato di donarle il midollo osseo in quanto italiana. Una storia che indigna: ma che è falsa. Non è mai esistito un donatore americano. C'era un donatore tedesco tedesco che però, come ha spiegato il direttore del Centro Nazionale Trapianti, non ha potuto donare perché nel frattempo le condizioni della bambina si erano aggravate.
Una bufala, dunque. Una notizia falsa che però viene diffusa come se fosse vera. Una delle tante. Sui social network proliferano. Ogni giorno ne compare una nuova, ma tornano anche spesso quelle vecchie. Le smentite non servono a nulla, le bufale si diffondono come virus resistenti a qualsiasi antidoto. Ed è così che, per fare solo qualche esempio, c'è gente che si indigna ancora per il disegno di legge del senatore Cirenga, che istituisce un fondo per tutti i parlamentari che non trovano lavoro entro un anno dalla fine del mandato - che non esista né sia mai esistito alcun senatore Cirenga è un dettaglio trascurabile - , mentre altri si temono di essere abbordati da romeni che regalano portachiavi con microchip interni che serviranno poi a segnalare i loro movimenti ed a favorire i furti. L'elenco potrebbe continuare per un bel po'.

La diffusione delle bufale in rete è preoccupante e pericolosa, per almeno due ragioni. La prima è che molte bufale sono a sfondo razzistico, in particolare nei confronti dei Rom e dei romeni. Esse contribuiscono a diffondere odio etnico, come se nella nostra società non ve ne fosse abbastanza. La seconda ragione è che le bufale intaccano la fiducia sistemica, che è una delle cose fondamentali per il funzionamento di una società. Fiducia sistemica vuol dire credere che il sistema funzioni, che le cose vadano come devono andare. Ora, se mi si dice che un bambino può morire perché un donatore si è rifiutato di salvarlo per motivi razzistici, è evidente che il sistema in questo campo non funziona. Moltiplichiamo questo senso di insicurezza per tutte le bufale diffuse: ne viene fuori una percezione angosciante della realtà sociale.
Sia chiaro: nella società in cui siamo, ci sono ottime ragioni per provare sfiducia sistemica. Le notizie vere che riguardano malfunzionamenti del sistema non mancano, e non sono poche. Ma proprio per questo è importante distinguere il vero dal falso.
Una democrazia funziona se c'è dibattito pubblico. La qualità della democrazia è legata alla qualità di questo dibattito: una democrazia autentica è quella nella quale i cittadini discutono in modo serio, documentato, sostenuti da giornali liberi ed indipendenti e da una scuola che formi alla considerazione razionale e scientifica dei fatti. Una democrazia decadente ed in crisi si riconosce per la qualità scadente del dibattito pubblico. Per la chiacchiera che predomina sul dialogo, per gli scontri ideologici che prendono il posto del confronto democratico.
In una democrazia che funziona, il dibattito pubblico permette di identificare in modo esatto i problemi e di cercare insieme le soluzioni. In una democrazia in crisi, il dibattito pubblico è inquinato costantemente da informazioni false, che da un lato aumentano, come detto, il senso di incertezza, dall'altro impediscono di affrontarlo. Se si vuole una società meno insicura è fondamentale individuare i problemi reali. Se non si è in grado di distinguere la realtà dalla fantasia, il vero dal falso, non si può intervenire in modo intelligente sulla realtà. Se, ad esempio, non si sa quasi sono esattamente gli abusi di quella che non senza ragione si chiama "casta" politica, non si è nemmeno in grado di decidere quali provvedimenti sono necessari per sostituirla con una classe politica che faccia davvero gli interessi collettivi. Se non si è in grado di agire intelligentemente, ci si abbandonerà alla stupidità. Il che vuol dire due cose: o macerarsi nella propria impotenza, poiché il mondo là fuori è brutto e cattivo, e nessuno può farci nulla (e l'unico sfogo sarà pubblicare post indignati su Facebook), oppure gettarsi in un'azione scomposta, combattere una battaglia contro nemici per metà reali e per metà immaginari, affidandosi al primo capo carismatico che offra una semplificazione della realtà, dando l'illusione di dominare cognitivamente e politicamente quel mondo che fino a poco prima sembrava così insidioso ed oscuro.

Editoriale per Stato Quotidiano.

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4 commenti

  1. Secodo me però il senatore Cirenga è noto più che altro dalle parti di Foggia :-D

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  2. IoNonSoScrivere13 agosto 2013 06:55

    Sergio si riprese in fretta, almeno fisicamente e quando riuscì di nuovo a parlare, raccontò la sua storia a Rashid. Impressionato dal suo coraggio, egli fu tuttavia attirato dal punto in cui Sergio parlava del suo ingresso nell'oasi, quando trovò una borraccia. Ricordò, infatti, di aver notato una cosa penzolare dall'albero soprastante. Egli tuttavia non ricordava di cosa si trattasse.
    Un piccolo lume brillò negli occhi di Rashid al sentire la parola "penzolare", così partì subito alla ricerca di quell'albero. Là appesa, trovò la corda smarrita e, dirigendosi verso il Capo - carovaniere, si chiese come fosse finita lì sopra.

    L'alba successiva, una jeep di vigilanza, passò per quell'oasi.
    Si doveva prelevare un cadavere che un'altra carovana aveva trovato mesi prima. Esso era stato ritrovato impiccato e, liberato dalla stretta, era stato sepolto, in attesa di avvisare le autorità. Avevano lasciato la corda intatta e in vista, perché sapevano che fosse stata smarrita da qualche altro viaggiatore.
    Sergio li informò dell'esistenza di un terzo cadavere, da qualche parte dietro le dune.

    Terminate le ricerche della vigilanza, Sergio salutò Rashid e partì a bordo della jeep verso casa, assieme ai corpi ritrovati.

    Durante il ritorno Sergio pensò, a quanto aveva sofferto e capì che per sopravvivere aveva dovuto imparare a perdonarsi.

    Capì di essersi accorto per la prima volta della sua esistenza lì proprio nel deserto, dove più niente era scontato, tutto era scomodo, persino il sole uccideva anziché scaldare e ogni goccia d'acqua era un oceano e un giorno in più di vita.
    Ringraziò la sofferenza e il deserto, che gli avevano fatto desiderare le cose che prima viveva con assuefazione, di cui non sentiva, vedeva e viveva più la fonte di gioia che da esse sgorgava, abituato al benessere che per lui era divenuto scontato.

    Pensò infine ai due uomini, identificati come compatrioti, i quali benché non fossero sopravvissuti al deserto, ora tornavano a casa loro assieme a lui, sullo stesso aereo.


    I limiti, sono il ciglio della strada, la quale procede in lunghezza.

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  3. IoNonSoScrivere13 agosto 2013 06:58

    Sarebbe molto bello se vivessimo in un mondo senza bufale, ma non esiste al momento presente. Quindi, che facciamo? Escludiamo le bufale dall'insieme, per poter parlare di un mondo desiderato dove tutto funziona meglio, tuttavia inesistente. Oppure comprendiamo anch'esse all'interno del nostro processo di realizzazione e accettiamo il fatto che esse esistono e dobbiamo farci i conti. Magari invece di usare metà delle energie per ipotizzare un mondo migliore e il restante per maledire i difetti di quello in cui viviamo, potremo riservarne un po' di più per comprendere cosa ci è possibile fare con i limiti imposti dall'ambiente in cui ci troviamo.



    Marco si trovò solo nel deserto con un bicchiere giallo in mano pieno d'acqua. Passò tutto il tempo a maledire che faceva caldo e s'immaginava a casa sua col climatizzatore. Nel frattempo, l'acqua dentro il bicchiere evaporò e lui morì di sete, rimpiangendo che per lo meno avrebbe potuto bersi un ultimo bicchiere d'acqua.



    Carlo si trovò solo nel deserto. Notò che faceva un caldo infernale. Triste della sua fine, si disse: «Beh a fare caldo fa caldo, non ho niente da bere…Piuttosto che maledire il sole, che altrove mi avrebbe reso felice, provo almeno a camminare verso una direzione a caso, magari avrò fortuna».
    Fu così che trovò un essere umano morto di disidratazione. Due cose attirarono la sua attenzione: un bicchiere giallo in mano al cadavere e una borraccia che cingeva il suo collo, la quale era incredibilmente piena d'acqua.
    Così, Carlo ringraziò il sole e l'uomo, chiedendosi come mai fosse morto nonostante avesse da bere. Proseguì con un po' d'acqua con sé e poco lontano trovò un'oasi. Là aveva da mangiare e da bere per un po' di tempo, ma iniziò a soffrire la solitudine e a maledirla.
    Così trovò una corda per bestiame e si tolse la vita.



    Sergio, si trovò nel deserto, vagando inciampò sui i resti di un cadavere con affianco un bicchiere giallo in mano. Pregò per lui e proseguì. Poco dopo trovò un'oasi e una borraccia affianco a un albero, sul cui ramo principale pendeva qualcosa di cui non notò bene le sembianze.
    Ringraziò il sole e l'oasi e stette all'ombra.
    Aveva da mangiare e da bere per un po' di tempo, ma iniziò a soffrire la solitudine.

    Pensò tuttavia che per l'universo egli valeva quanto uno dei granelli di quel deserto. Perciò non poteva pretendere che il mondo fosse fatto solo a sua misura. Il mondo doveva trascurare un po' tutti, per accontentare un po' tutti.
    Non poteva pretendere di essere in compagnia, perché non era semplicemente possibile, vista la sua storia e il presente in cui si era ritrovato.
    Così si diede da fare per rendere la sua solitudine qualcosa per cui vivere. Si mise a scrivere, si pentì dei suoi errori, pianse, maledì, impazzì, dormì come un sasso e conobbe i suoi limiti, grazie ai limiti che lo assediavano.

    Qualche tempo dopo, una carovana passò per quell'oasi. Rashid, uno dei carovanieri, era stato ammonito dal capo-viaggio per aver perso una corda con cui erano soliti legare i loro animali. Inviato col preciso compito di ritrovarla, pena l'allontanamento dal gruppo, trovò Sergio esausto e decise di prendersene cura, portandolo nella sua tenda.

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  4. Sergio si riprese in fretta, almeno fisicamente e quando riuscì di nuovo a parlare, raccontò la sua storia a Rashid. Impressionato dal suo coraggio, egli fu tuttavia attirato dal punto in cui Sergio parlava del suo ingresso nell'oasi, quando trovò una borraccia. Ricordò, infatti, di aver notato una cosa penzolare dall'albero soprastante. Egli tuttavia non ricordava di cosa si trattasse.
    Un piccolo lume brillò negli occhi di Rashid al sentire la parola "penzolare", così partì subito alla ricerca di quell'albero. Là appesa, trovò la corda smarrita e, dirigendosi verso il Capo - carovaniere, si chiese come fosse finita lì sopra.

    L'alba successiva, una jeep di vigilanza, passò per quell'oasi.
    Si doveva prelevare un cadavere che un'altra carovana aveva trovato mesi prima. Esso era stato ritrovato impiccato e, liberato dalla stretta, era stato sepolto, in attesa di avvisare le autorità. Avevano lasciato la corda intatta e in vista, perché sapevano che fosse stata smarrita da qualche altro viaggiatore.
    Sergio li informò dell'esistenza di un terzo cadavere, da qualche parte dietro le dune.

    Terminate le ricerche della vigilanza, Sergio salutò Rashid e partì a bordo della jeep verso casa, assieme ai corpi ritrovati.

    Durante il ritorno Sergio pensò, a quanto aveva sofferto e capì che per sopravvivere aveva dovuto imparare a perdonarsi.

    Capì di essersi accorto per la prima volta della sua esistenza lì proprio nel deserto, dove più niente era scontato, tutto era scomodo, persino il sole uccideva anziché scaldare e ogni goccia d'acqua era un oceano e un giorno in più di vita.
    Ringraziò la sofferenza e il deserto, che gli avevano fatto desiderare le cose che prima viveva con assuefazione, di cui non sentiva, vedeva e viveva più la fonte di gioia che da esse sgorgava, abituato al benessere che per lui era divenuto scontato.

    Pensò infine ai due uomini, identificati come compatrioti, i quali benché non fossero sopravvissuti al deserto, ora tornavano a casa loro assieme a lui, sullo stesso aereo.


    I limiti, sono il ciglio della strada, la quale procede in lunghezza.

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