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blog di antonio vigilante

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Il Regno di Dio è in voi

Per me, come per molti (Gandhi tra questi), Il Regno di Dio è in voi di Tolstoj è uno dei libri da portare con sé nelle diverse stagioni della vita, uno di quei libri che invecchiano con noi e che portano i segni di molteplici, spesso sofferte letture.

Invecchiata con me è la vecchia edizione Manca (1991), dalla copertina rossa e un Tolstoj accigliato in copertina, con all’interno il biglietto da visita di Ornella Pompeo Faracovi, che non è più tra noi (che è nella compresenza, direbbe Capitini). Mi pareva che non vi fossero a disposizione altre edizioni e per questo ho pensato di ordinare i miei appunti di (ri)lettura e farne una nuova edizione con mia introduzione. Mi sembrava urgente rimettere in circolazione in un periodo di grave crisi della nonviolenza un libro che è oggi più attuale che mai, per l’analisi implacabile, impietosa del sistema di dominio politico-religioso della Russia zarista, che non è troppo diverso dal sistema fascista della Russia di Putin.

Il libro è ora disponibile in cartaceo e digitale nell’ambito del mio progetto libertario endehors. Ho detto che credevo che l’ultima edizione fosse quella di Manca del ’91. Vedo che è uscita intanto anche una edizione, sia cartacea che elettronica, presso l’editore goWare, con introduzione di Stefano Garzonio e uno scritto di Giuliano Procacci. Scegliete l’edizione che preferite: ma leggetelo.

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Peppe Sini, la nonviolenza e l'anello debole

Peppe Sini replica al mio La nonviolenza si è fermata, su “MicroMega”, protestando. Nel mio articolo ho scritto che lui, Sini, nell’intervento che ho preso in esame e da cui sono partito per ragionare della nonviolenza italiana, “evita accuratamente di parlare di Putin”. No, protesta Sini, questo non è vero. Perché già nella terza riga ha scritto che occorre “continuare a denunciare la criminale follia di chi la guerra ha scatenato”. Il problema è, appunto, che parla di chi la guerra ha scatenato, ma non fa il nome di Putin. Come se solo nominarlo fosse difficile. Mentre poco dopo dice:

Con l’azione diretta nonviolenta fino allo sciopero generale imporre ai governi europei di mettere il veto ad ogni iniziativa della Nato, l’organizzazione terrorista e stragista di cui i nostri paesi tragicamente fanno parte: paralizzare immediatamente i criminali della Nato occorre, e successivamente procedere allo scioglimento della scellerata organizzazione.

La Nato dunque è scellerata, terrorista e stragista. Perché mai un lettore non dovrebbe pensare che è questa organizzazione criminale, nell’analisi di Sini, ad aver scatenato la guerra?

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Un anno di guerra

Un anno di guerra contro l’Ucraina. Trecentosessantacinque giorni di stragi, distruzioni, sequestri di bambini ed altre atrocità. Un anno insanguinato per l’Europa e il mondo. Più di un secolo indietro per la Russia. Perché il danno che criminali come Putin e Kirill stanno facendo alla Russia è di gran lunga maggiore del danno che stanno facendo all’Ucraina.

Più di cento anni indietro. L’impressione è che la Russia, non riuscendo a fare i conti con il suo passato comunista, abbia deciso semplicemente di rimuoverlo. E di tornare, dunque, a quello che c’era prima. Seguendo il dibattito attuale in Russia – che ha, soprattutto nelle televisioni, tratti di vera e propria follia di massa – l’impressione è di ritrovarsi catapultati nella Russia di Dostoevskij. E di sentir parlare il suo idiota, quel principe Myskin che affermava: ’Bisogna che il nostro Cristo risplenda a difesa contro l’Occidente, un Cristo che noi abbiamo conservato e che loro non conoscono!” Il Cristianesimo ortodosso, la santità e la purezza della Russia contrapposti spiritualmente alla corruzione che viene dall’Occidente. Una spiritualità che naturalmente è destinata a degenerare nella più atroce violenza.

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Non c’è pace senza giustizia. Lettera aperta al Movimento Nonviolento

Carissimi,

come per molti della mia generazione, il 1989 fu per me un anno di profonda sofferenza: quella sofferenza che prelude al cambiamento. Le mie inquietudini adolescenziali avevano trovato un punto di equilibrio nel comunismo. Come era giusto che fosse: ero un ragazzino proletario, osservavo la società dal basso (letteralmente: vivevo in un basso), e avevo un bel po’ di rabbia. Ora scoprivo che l’alternativa comunista era fragile, anzi peggio: violenta. Avrei potuto, dovuto capirlo prima, ma ero un ragazzino di provincia, che appena allora si affacciava al mondo; ed altri, del resto, quella consapevolezza non l’hanno ancora raggiunta, a distanza di decenni.

Cosa c’è dopo il comunismo? Quale strada prendere? È stata la mia domanda pressante degli anni dell’Università. Cui ho dato due risposte. La prima era, ed è, l’anarchismo. Che non vuol dire buttare giù lo Stato o crogiolarsi in un ribellismo adolescenziale, ma essere consapevoli che nessun cambiamento sociale reale può giungere dai partiti e che bisogna lavorare nella società stessa, a livello di microfisica del potere, per dirla con Foucault: agire sulle relazioni di classe, ma anche su quelle interpersonali, di genere, generazionali. Cercare ovunque di passare dall’asimmetria del dominio alla pratica dell’uguaglianza. L’altra risposta era la nonviolenza. Che per me all’anarchismo era ed è intimamente legata. Se la società che abbiamo è violenta, contestarla, contrastarla, cercare una alternativa vuol dire rifiutare la violenza, cosa che implica anche il rigetto del mito di una soluzione violenta delle contraddizioni sociali.

Con queste idee è maturata la mia scelta dell’obiezione di coscienza. Ho letto Capitini, Gandhi, Lanza del Vasto, Danilo Dolci. Poi sono passato dalla semplice lettura allo studio sistematico. Ho pubblicato qualche libro: e sono cresciute in me le domande. Studiando Gandhi, ho cercato di mostrare il fondo magico del suo pensiero, il modo irrazionale in cui affronta il nodo centrale della nonviolenza, quello dell’efficacia. E come alternativa ho proposto – per lo più a me stesso – una nonviolenza disincantata, senza miti, individualistica e laica.

Tra le cose che ho imparato, in questi anni, è che non è bene affezionarsi troppo ai sistemi di idee. Cominciamo a riflettere perché abbiamo domande e problemi da risolvere. Nell’ansia di rispondere aderiamo a un sistema: diventiamo comunisti, anarchici, nonviolenti, o altro. Costruiamo la nostra identità all’interno di questi sistemi di idee. E alla fine la sola idea di abbandonarli ci provoca angoscia. Quei sistemi di idee, che erano un mezzo per rispondere ad alcune domande, diventano un fine. Vanno difesi di per sé, ad ogni costo. Difendendoli, difendiamo noi stessi, il nostro bisogno di essere qualcosa o qualcuno.

Ecco, in questo 2022 credo che dovrò liberarmi dell’abito della nonviolenza, come nel 1989 mi liberai di quello del comunismo. Continuerò a leggere e ad amare Gandhi, Danilo Dolci, e soprattutto Capitini, senza considerarmi nonviolento o amico della nonviolenza, esattamente come leggo ed amo Gramsci senza considerarmi comunista.

Ho letto, in questi giorni così difficili, molti slogan. Nel testo della vostra campagna Obiezione di coscienza alla guerra, ad esempio, leggo: “Per fermare la guerra bisogna non farla. Per cessare il fuoco bisogna non sparare”. È una uscita che offende l’intelligenza, come tante altre che è toccato leggere; e il fatto che a scrivere simili idiozie siano spesso persone di cui apprezzo da sempre l’intelligenza e la cultura è per me un segno chiaro del fatto che ci si aggrappa disperatamente a un sistema di idee, anche a costo di sacrificare la propria intelligenza e il senso critico.

C’è uno slogan che invece mi pare di non aver letto, in questi giorni. È qualcosa di più di uno slogan, a dire il vero. Mi pare l’essenza stessa della nonviolenza. Dice che “la pace è frutto della giustizia”. Opus iustitiae pax. L’origine è Isaia, 32, 17 (וְהָיָה מַעֲשֵׂה הַצְּדָקָה, שָׁלוֹם), dove però il verbo è al futuro: sarà la giustizia a fare la pace.

Io non so davvero quale idea di giustizia abbiate voi. A me pare evidente che il primo di tutti i diritti sia, per dirla con Victor Jara, quello di vivere in pace. Ed derecho de vivir en paz. Jara è stato vittima, insieme a Salvador Allende e a innumerevoli altri cileni, dell’imperialismo americano. Schifoso, schifosissimo. Come schifoso, schifosissimo è oggi l’imperialismo di Putin. La base della nonviolenza italiana è l’antifascismo. Come è possibile non accorgersi, oggi, che Putin è fascista? Come è possibile essere così distratti, da non vedere quello che è scritto nero su bianco, ad esempio nei libri di Dugin? Nel putinismo tornano a galla tutti gli elementi del nazifascismo che credevamo di aver espulso dalla storia: il rigetto del mondo moderno di Julius Evola, il tradizionalismo religioso e l’esaltazione del Medioevo, il principio di gerarchia e il culto della violenza; e ai deliri esoterici del nazismo corrispondono i deliri della nuova cronologia di Fomenko.

Sarei felice se gli ucraini scegliessero la via della nonviolenza. Non posso avere però la certezza che questa scelta consentirebbe al Paese di mantenere la propria libertà ed indipendenza. Non credo in Dio, non ho la fede nella Provvidenza; anche se fossi credente, del resto, rifletterei sul silenzio di Dio ad Auschwitz. Né credo che esistano leggi della storia. Nella storia può succedere di tutto, compreso il ritorno del nazismo. Soprattutto, non ho alcun diritto di criticare la resistenza armata degli ucraini. Perché non ci sono io, sotto le bombe, né la mia famiglia, né mio figlio; e so con assoluta certezza che per difendere la vita di mio figlio potrei uccidere. Il diritto di difendersi quando si è aggrediti è un diritto naturale che nemmeno Gandhi si è mai sognato di negare. Proponeva l’alternativa nonviolenta, ma preferiva di gran lunga un popolo che resiste in armi a un popolo che accetta l’oppressione senza reagire.

La questione centrale, oggi come ieri, è quella dell’efficacia. Che è anche la questione che separa e distingue il pacifismo dalla nonviolenza. Il pacifismo afferma il valore della pace e condanna la guerra. La nonviolenza va oltre: cerca mezzi efficaci per perseguire obiettivi politici. Ora, è evidente che non esistono, al momento, alternative efficaci alla resistenza armata in Ucraina. Mi spiace dirvelo, ma il vostro comunicato con il quale annunciate “due iniziative concrete” quali la citata campagna di obiezione alla guerra e “la presenza domenicale all’Angelus in Piazza San Pietro a Roma”, concludendo poi, soddisfatti, con un becero “fatti, non parole”, mi ha strappato un sorriso amaro. Mi è tornata in mente una citazione di Günther Anders che trovai in un libro di Christoph Türcke letto negli anni Novanta. Türcke contestava la convinzione che marciare per la pace significhi davvero fare qualcosa per la pace: “atteggiamento che ha dato occasione a Günther Anders di rilevare come, per quel che lo riguarda, stare in silenzio o mangiare ininterrottamente panini al prosciutto sia in sostanza la stessa cosa” (Violenza e tabù, Garzanti, Milano 1991, pp. 28-9). Non ero d’accordo, allora, né lo sono ora, ma davvero iniziative concrete come assistere all’Angelus non mi sembrano troppo diverse dal mangiare panini. (Peraltro, e per inciso, la scelta di far portare la croce ad una donna ucraina e ad una donna russa durante la Via Crucis rivela una strana concezione della riconciliazione. Che è cosa complessa e difficile, e richiede, intanto, che il conflitto sia terminato e che l’aggressore abbia ammesso le sue colpe e chieda perdono all’aggredito. Riconciliare simbolicamente aggressore ed aggredito mentre l’aggressione è ancora in corso è un insulto alla vittima.)

Non sono d’accordo con Türcke perché mi pare che trascuri una cosa che era invece chiara già a Tolstoj: il potere dell’opinione pubblica. Che è un potere esposto ad ogni manipolazione, e tuttavia resta un potere reale. Non è un caso che Putin investa molto, e da tanti anni, nella disinformazione e nella diffusione di fake news, così come non è un caso che la Cina operi nella direzione del soft power. So che un vasto movimento di opinione può non fermare la guerra, ma di certo ostacola i piani dell’aggressore.

Sono consapevole che non si può chiedere al piccolo Movimento Nonviolento italiano di risolvere la crisi ucraina. Ma questo potrebbe farlo: andare in piazza a dire che ci sono un aggressore e un aggredito e che l’aggressore deve cessare la sua violenza. Senza nessuna ambiguità. Basterebbe questo, davvero. Che è quello che i nonviolenti hanno fatto ieri, quando l’aggressore erano gli USA. Oggi che ad aggredire è la Russia, si invoca una complessità che è in realtà la desolante semplificazione di chi legge la storia del secondo decennio del terzo millennio con le categorie geopolitiche degli anni Novanta del secolo scorso. Basterebbe esprimere la propria condanna morale dell’aggressore, invece di una generica condanna della guerra, che mette vergognosamente sullo stesso piano l’occupazione, il massacro di civili, gli stupri e la disperata difesa degli ucraini.

Non invidio le granitiche certezze ostentate in questi giorni dagli amici nonviolenti (o dagli amici della nonviolenza). Satyagraha, lo sappiamo, è forza della Verità. Ma il termine agraha (आग्रह) in sanscrito ha diverse sfumature: indica una forte adesione a qualcosa, la fermezza, la determinazione, ma anche l’ostinazione ottusa. La nonviolenza è esposta a questo rischio: essere la fanatica adesione a una costellazione di valori e di idee che si considerano come Verità, con la maiuscola, e che in quanto tali sono sottratti a qualsiasi discussione critica. Con il risultato che quella complessità che si invoca nella considerazione di un fatto storico viene poi rigettata con sdegno quando riguarda la nonviolenza stessa e la sua storia (non è complessa anche la storia della liberazione dell’India dal dominio inglese?). Un movimento che si ritiene detentore della Verità e che è incapace di qualsiasi autocritica, un movimento che non può essere messo in crisi da nulla, non è un movimento politico: è religione. E non sono sicuro che ci sia bisogno di aggiungere alle tante religioni prodotte dalla bizzarra fantasia umana anche la religione della nonviolenza.



La prassi che manca

La nonviolenza è prassi. Non è una teoria o un insieme di considerazioni edificanti sulla bellezza della pace, dell’amore, dell’armonia. È una via alternativa alla guerra per combattere l’ingiustizia e la sopraffazione. Questo vuol dire che, come la guerra, la sua validità va considerata concretamente: o è efficace, almeno in qualche misura, o non è. Una semplice rivendicazione dei valori della pace, senza alcuna indicazione concreta dei modi per ottenerla, è pacifismo, non nonviolenza.

Ho letto in questi giorni tutto, credo, ciò che hanno scritto sulla guerra in Ucraina i protagonisti della nonviolenza italiana. Alcuni di loro li considero compagni di strada, persone dalle quali ho imparato e imparo molto ogni giorno. In questo caso, ho però l’impressione di una crisi profonda, che non si ha il coraggio di confessare nemmeno a sé stessi. Perché leggo e rileggo, ma non trovo la cosa fondamentale: la prassi. O meglio: una prassi credibile. Trovo invece pratiche ipotetiche per soggetti evanescenti.

Ieri è comparso sul Fatto Quotidiano un articolo di Pasquale Pugliese, del Movimento Nonviolento, e Giorgio Beretta, della Rete Italiana Pace Disarmo, il cui titolo lascia ben sperare: Ucraina, etica della responsabilità e nonviolenza: ecco cosa fare di fronte alla crisi. E invece è emblematico della crisi di cui dicevo. Dopo aver stigmatizzato il pacifismo, che protesta contro la guerre “senza la costruzione per tempo di alternative credibili e praticabili”, gli autori spiegano che la nonviolenza è, appunto, la ricerca di queste alternative. E tuttavia, incredibilmente, alla questione concreta di cosa fare in Ucraina dedicano una decina di righe in conclusione. Nulla più. Una decina di righe nelle quali avanzano due proposte. La prima è: “sostenere attivamente tutti coloro che – all’interno dei due fronti contrapposti – si muovono con l’etica della responsabilità e la forza della nonviolenza: gli obiettori di coscienza, i disertori, i resistenti alla guerra e i dissidenti alla logica bellica i quali stanno pagando in prima persona e a caro prezzo le loro azioni”. La seconda è “imparare da questi errori e intraprendere già da oggi la strada del disarmo e della nonviolenza anziché una nuova folle corsa agli armamenti”. Partiamo da questo secondo punto. Non si tratta, è chiaro, di una proposta per aiutare l’Ucraina. Ma soprattutto, chi considerasse quello che sta accadendo ne trarrebbe le conclusioni esattamente opposte. L’Ucraina ha consegnato nel ‘94 tutto il suo arsenale di armi atomiche alla Russia, ottenendone in cambio l’impegno di non aggressione. Non aiutare oggi l’Ucraina significa una cosa precisa: che ogni Paese, se non vuole condividerne la sorte, farà bene a dotarsi si armi nucleari, in modo da dissuadere eventuali aggressioni; e che il disarmo nucleare è una ingenuità che viene pagata cara.

Quanto alla prima proposta, è da discutere in primo luogo l’equiparazione dei disertori dei due schieramenti. Siamo cresciuti con la retorica del disertore, che aveva qualche senso perché nel nostro immaginario il disertore era chi rifiuta una guerra di aggressore. Abbiamo cantato tutti Le déserteur di Boris Vian, nella versione di Ivano Fossati. “E a tutti griderò / di non partire più / e di non obbedire / per andare a morire / per non importa chi.” Al tempo stesso, cantavamo Bella ciao ed esaltavamo la lotta partigiana. A molti non piace che si paragoni la resistenza ucraina a quella italiana. A me sfugge la ragione, ma non è questo il punto. Di fatto, mettendo insieme i disertori ucraini e quelli russi Pugliese e Beretta stanno dicendo che le due cose, l’aggressione e la resistenza, sono la stessa cosa. E questo è falso, e direi anche eticamente inaccettabile. No, non sono la stessa cosa.

Ma consideriamo i soli obiettori di coscienza e disertori ucraini. Pugliese e Beretta sanno bene, immagino, quale sia la situazione dell’obiezione di coscienza in Russia. Il rapporto 2021 dell’European Bureau for Conscientious Objection, uscito proprio in questi giorni, denuncia la repressione di organizzazioni come Citizen Army Law, accusata di essere agente straniero, e Soldiers’ Mothers, soppressa 1; è appena il caso di ricordare la chiusura da parte di Putin di Memorial, la più importante organizzazione russa per i diritti umani. Sarebbe molto bello se vi fosse in Russia un rifiuto di massa del servizio militare, anche considerate le terribili condizioni dei militari sovietici, documentate da Anna Politkovskaja in La Russia di Putin (Adelphi); ma questo movimento non c’è. Allo stato attuale, non c’è nessuna speranza che il movimento degli obiettori russi, gravemente perseguitato, possa essere efficace per far cessare la guerra o anche solo per ostacolarla.

Che fare, dunque? Rispondere onestamente a questa domanda non vuol dire immaginare una prassi ipotetica. Se Zelensky ordinasse di arrendersi e avviasse una campagna di resistenza nonviolenta e di disobbedienza civile, forse nel lungo periodo la Russia sarebbe costretta a riconoscere nuovamente la libertà e l’autonomia dell’Ucraina. Forse. Ma può anche essere che questa stessa resistenza sia repressa nel sangue, o che si logori con il tempo. La storia è il campo della complessità, e usare il paradigma della resistenza gandhiana agli inglesi, considerandolo valido per ogni contesto e per ogni epoca, è una semplificazione. Soprattutto, quel se è null’altro che fantasticheria. Chiedersi cosa fare in Ucraina significa indicare soggetti e prassi concrete. A me pare che manchino sia i primi che le seconde. Sarei molto felice se qualcuno mi dimostrasse che non così.

[1]  European Bureau for Conscientious Objection, Annual Report Conscientious Objection to Military Service in Europe 2021, Brussels, 21 march 2022, pp. 52-54.



Quale alternativa nonviolenta?

Luigi Manconi, che solo qualche settimana fa era a sinistra l’alternativa etica alla oscena candidatura di Silvio Berlusconi alla presidenza della Repubblica, è ora al centro delle polemiche per aver sostenuto su Repubblica (Perché la resistenza armata è etica, 8 marzo 2021) il diritto di resistenza del popolo ucraino, per giunta evocando la resistenza italiana. A stretto giro di posta è arrivata la reazione di Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, e di Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi.

Valpiana comincia il suo intervento citando Gandhi: “la causa della libertà diventa una beffa se il prezzo che si deve pagare per la sua vittoria è la completa distruzione di coloro che devono godere della libertà”. Da studioso di Gandhi, non cito mai un testo senza la precisa indicazione della fonte. Questo perché quella gandhiana è una riflessione in situazione, che si sviluppa in costante rapporto con gli eventi storici, dai quali non può essere astratta. Ma si tratta anche di una riflessione che prende le mosse da alcuni principi di base, ben chiari e piuttosto stabili nel tempo. Uno dei quali è che occorre lottare contro l’oppressione. Senza questo principio la nonviolenza gandhiana semplicemente non sarebbe nata. Gandhi avrebbe accettato in Sudafrica la condizione cui erano ridotti gli indiani e in India la sottomissione agli inglesi. Il passo citato da Valpiana sembra dire il contrario. Sembra dire che è meglio sottomettersi, arrendersi, accettare l’oppressione, pur di salvare vite umane. Non è questo il pensiero gandhiano. È chiaro che possono esserci situazioni nelle quali il prezzo da pagare per la libertà è troppo alto. Ma è una cosa che occorre valutare caso per caso; e per questo sono fondamentali il contesto storico e il preciso riferimento di quella affermazione.

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Cosa non è la nonviolenza

Simone Weil

Marco Gallarino ha scritto su Gli Stati Generali un articolo in risposta al mio Predicare la nonviolenza a chi sta sotto le bombe. Un articolo che solleva tre questioni sulle quali è utile tornare, anche se temo di non riuscire a farlo senza essere lungo e probabilmente noioso.

1. Scrive Gallarino: “in base a quali criteri definiamo quali sono le azioni e le inazioni necessarie e quelle supererogatorie?”

Come è noto, i criteri morali variano notevolmente nelle diverse società e nelle epoche storiche, ed è questione controversa se esistano norme e principi morali universali. Nella società indiana tradizionale era doveroso, per una donna di casta brahmanica, lasciarsi bruciare sulla pira funeraria del marito; è la detestabile pratica del sati, che tanto scandalizzò gli inglesi, ma anche pensatori indiani influenzati dal pensiero occidentale come Ram Mohan Roy. Per mia nonna contadina era doveroso invitare (o meglio: costringere) a pranzare con la famiglia chiunque, italiano o straniero, si fosse trovato a bussare all’ora di pranzo, mentre oggi una richiesta simile sarebbe considerata bizzarra. E così via.

La distinzione tra ciò che è doveroso e necessario e ciò che è supererogatorio è dunque per così dire mobile e contestuale. Nella nostra società la distinzione tiene conto delle diverse correnti di pensiero e spirituali che l’anno formata nei secoli. Tra queste la tradizione cristiana. Leggendo il Vangelo, è evidente che per il cristiano porgere l’altra guancia è doveroso e necessario. L’etica evangelica mira alla perfezione della vita morale. Ma abbastanza presto nella tradizione cristiana si è creata la distinzione tra la via dei santi e quella delle persone normali. L’etica evangelica è stata riservata, nella sua integrità, ai primi, mentre i secondi si sono accontentati della pratica più o meno imperfetta dei dieci comandamenti, accompagnata dalla periodica confessione dei peccati. Il principio della non resistenza al male è stato ristretto al campo delle relazioni sociali, riconoscendo agli stati il diritto all’uso delle armi; e presto è scomparso anche dal piano delle relazioni sociali, diventando nulla più che un ideale da evocare. Un’altra tradizione importante è quella del pensiero politico moderno, che comincia con pensatori Machiavelli, Hobbes, Spinoza, Locke. Questi autori si sono interrogati sul senso stesso della società e del potere. Come è noto, centrale è nella nascita del pensiero politico moderno la concezione del contratto sociale. L’idea, cioè, che la società nasca idealmente da un contratto con il quale i soggetti decidono di abbandonare il diritto di tutti su tutto e stabiliscono delle regole di convivenza. Per Hobbes perché il contratto funzioni occorre che vi sia qualcuno che abbia un potere assoluto su tutti, che sia al di sopra della legge e al tempo stesso fonte del diritto. C’è un solo limite al suo potere: la vita del suddito. O meglio: ha il diritto di condannare a morte, ma il suddito ha a sua volta il diritto di cercare di sfuggire. È una posizione singolare, che però si spiega facilmente. Il patto nasce in primo luogo per assicurare la vita ai contraenti, perché nello stato di natura, in cui tutti erano contro tutti, ognuno poteva essere ucciso. Questo vuol dire che la rinuncia alla propria vita è ciò che nessun potere può chiedere. E questo è un primo confine tra necessario e supererogatorio. Il potere può togliere la vita, ma nessuno può chiedere a nessuno di rinunciare volontariamente alla propria vita.

Con il tempo, il principio fondamentale del pensiero politico moderno, secondo il quale siamo in società per salvaguardare la nostra sicurezza, ha preso la forma della cultura dei diritti umani. Oggi si può individuare nei diritti umani fondamentali il confine tra necessario e supererogatorio. Nessuna società democratica può legittimamente chiedere al soggetto di rinunciare volontariamente al diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza e così via. Sono consapevole che i diritti umani possono essere messi in discussione (e di fatto lo sono). Ma tutto può essere messo in discussione. E l’urgenza del momento storico non può attendere che si esauriscano le discussioni filosofiche.

2. Nonviolenza e attraversamento

Scrive Gallarino:

La nonviolenza è estranea al diritto e alla legge di questo mondo, perché segue una legge che trascende il mio “io” per aprirmi ad una accettazione totale della trascendenza dell’altro e del suo agire sulla mia vita.

Non c’è nessun filosofo che in Europa abbia affermato il principio del trascendimento dell’ego – quello che io chiamo attraversamento – più di Simone Weil. Nessuno con maggiore rigore morale ha rifiutato la violenza quale aspetto della pesanteur, la gravità quale legge di questo mondo e cercato la via della grazia, che è una via appunto transpersonale. Ma Simone Weil non ha predicato la nonviolenza ai popoli oppressi. È invece partita volontaria per combattere il fascismo in Spagna, unendosi alla colonna dell’anarchico Durruti, e negli ultimi tempi ha cercato di tornare in Francia per combattere i nazisti, dopo essersi unita alla resistenza in esilio a Londra.

Ne L’enracinement vedeva nella nonviolenza gandhiana un metodo che, se applicato in Francia, avrebbe causato “un’imitazione della passione di Cristo su scala nazionale“. E aggiungeva, senza alcuna ironia, che se una nazione volesse scomparire in quel modo sarebbe certo una cosa di gran valore. Ma non può essere così, concludeva. “Solo nell’anima, nel segreto più intimo della sua solitudine, è dato di orientarsi verso una simile perfezione” (La prima radice, traduzione di Franco Fortini, Leonardo, Milano 1996, p.142). E questo ci conduce alla terza questione, quella del rapporto tra politica come pratica efficace e spiritualità.

3. “Non so se Gandhi, cui Antonio Vigilante fa riferimento, abbia elaborato un concetto realmente coerente di nonviolenza”, scrive Gallarino.

Non sono gandhiano, ho scritto due libri in cui analizzo criticamente il suo pensiero mettendone in evidenza il fondamento sostanzialmente irrazionale, e tuttavia non mi pare che si possa ragionare di nonviolenza prescindendo da lui. In un articolo del 1920 Gandhi scriveva:

Credo che nel caso in cui l’unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. Ad esempio quando mio figlio maggiore mi chiese quello che avrebbe dovuto fare se fosse stato presente quando nel 1908 fui aggredito e quasi ucciso, se avrebbe dovuto fuggire e vedermi uccidere oppure avrebbe dovuto usare la sua forza fisica, come avrebbe potuto e voluto, e difendermi, io gli risposi che sarebbe stato suo diritto difendermi anche facendo ricorso alla violenza. In base a questo stesso principio ho partecipato alla guerra contro i boeri, alla cosiddetta ribellione degli zulù e all’ultima guerra. (Teoria e pratica della nonviolenza, a cura di Giuliano Pontara, Einaudi, Torino 1996, pp. 18-19)

Si può discutere la sua partecipazione alla ribellione degli zulu, che è cosa controversa, ma poco discutibile appare la legittimità della violenza difensiva. A meno che non ci si collochi, come fa Gallarino, sul piano della santità, o della aspirazione ad essa.

Gandhi è una figura complessa, costantemente in bilico tra aspirazione all’ascesi e all’annullamento dell’ego e pragmatismo. Poco più avanti nell’articolo citato afferma: “Non sono un visionario. Sostengo di essere un idealista pratico” (ivi, p. 20). Idealista pratico può sembrare un ossimoro, ma è in questo ossimoro che sta la nonviolenza. Che è una prassi politica, e quindi ha a che fare con quella dimensione che Weber considerava senz’altro diabolica: la dimensione della forza, del potere, dell’astuzia, della difesa esclusiva dei propri interessi, anche quelli più volgari. La nonviolenza intende aprire questa dimensione all’etica, alla spiritualità e, per alcuni, anche alla religione. Ma non può fare a meno, se vuole restare una prassi politica, di considerare la questione dell’efficacia.

È qui la differenza tra nonviolenza e pacifismo. Il pacifismo è la condanna morale della guerra, e basta. Accada quel che può e deve. La nonviolenza è l’equivalente morale della guerra. Essa non vuole essere una posizione morale, ma una pratica efficace. Questo vuol dire, in concreto, che predicare pace non è nonviolenza. Nonviolenza è indicare vie efficaci per raggiungere obiettivi politici concreti senza far ricorso alla violenza. Il che vuol dire, nel caso specifico, che se ci sono vie efficaci per difendere la libertà dell’Ucraina senza ricorrere alla violenza, può essere moralmente doveroso preferire queste vie. Ma se queste vie non ci sono, predicare nonviolenza a gente che sta per essere massacrata in nome dell’annullamento dell’ego non è troppo diverso dal chiedere a qualcuno di lasciarsi uccidere da noi, accusandolo, se rifiuta, di tenere al proprio ego e di essere dunque spiritualmente immaturo.



Predicare la nonviolenza a chi sta sotto le bombe

“Non è assolutamente accettabile la guerra per conquistare né la libertà né la pace”, ha affermato ieri a Piazzapulita la filosofa Donatella Di Cesare. Lo ha detto a una ragazza Ucraina. Che le ha replicato che “è facile parlare della pace quando è a casa sua”, e che la lezione sulla pace bisognerebbe farla a Putin. E lei, serafica: “La pace vuol dire anche interrogarsi sulle ragioni dell’altro e pensare di poter avere torto”.

Poiché Di Cesare è una filosofa, è bene ricordarle la distinzione, fondamentale in filosofia morale, tra azioni e inazioni necessarie e azioni e inazioni supererogatorie. Le prime sono le cose che è doveroso per tutti fare o non fare. Soccorrere qualcuno che sia in pericolo o abbia avuto un malore è una azione necessaria e doverosa, così come ci si aspetta da tutti che – almeno in condizioni normali – seguano i precetti di non rubate o non uccidere. Le azioni o inazioni supererogatorie sono moralmente appezzabili, ma non doverose. Se è doveroso soccorrere chi sta male, non lo è salvare qualcuno al prezzo della nostra stessa vita. Se qualcuno lo fa, lo apprezziamo, lo consideriamo in qualche modo un eroe morale, proprio perché ha fatto più di quello che è ragionevole chiedere a qualcuno. L’etica evangelica della nonviolenza – il porgere l’altra guancia, la non resistenza al male – è interamente supererogatoria. Ci si può chiedere se diventi obbligatoria per chi si dichiara cristiano, o se ci si possa legittimamente dichiarare cristiani senza posizionarsi a quel livello morale, ma è indubbio che non si può chiedere a chiunque di porgere l’altra guancia.

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L'inciampo ecopacifista

Alcune persone hanno scritto una lettera aperta intitolata Per un cammino ecopacifista, sul tema dei vaccini e del green pass. Poiché tra i firmatari ci sono diversi amici, poiché penso di potermi considerare anch’io ecopacifista, o qualcosa del genere, e poiché tra i primi firmatari c’è anche Nicholas Bawtree, direttore di Terra Nuova, rivista ed editore con cui ho pubblicato un libro, sento di dover spendere due parole.

Farò, anzi, un commento puntuale del comunicato, che nella sua interezza incommentata si può leggere qui.

Come pacifist* ed ecologist*, vorremmo contribuire al dibattito che attualmente infiamma e spacca la società.
Siamo profondamente preoccupat* per la pericolosa polarizzazione e radicalizzazione del conflitto: da una parte i gruppi più violenti ed eversivi che cavalcano il malessere sociale, dall’altra il blocco di potere politico-industriale-mediatico che governa il paese e che impone il suo programma liberista.

Che esista un blocco di potere politico-industriale-mediatico è tutto da dimostrare. Naturalmente siamo in un Paese capitalista, nel quale la ricchezza è distribuita in modo fortemente diseguale, ed esistono potenti gruppi industriali e portatori di interessi privati, alcuni dei quali controllano anche i media. Quello che è contestabile è il concetto di blocco. Non esiste alcun blocco: c’è una società nella quale forze e interessi diversi si scontrano. Non è un dettaglio: dal blocco al Nuovo Ordine Mondiale il passo è breve. Ed è il passo dall’analisi della realtà alla paranoia.

Condanniamo nel modo più fermo i neofascisti ed ogni violenza, e tutti coloro che spalleggiano questi gruppi, chiedendoci perché siano stati lasciati agire impunemente dalle autorità, negli eventi del 9 ottobre a Roma. Queste violenze non fanno altro che delegittimare ogni forma di protesta e sono l’occasione per stringere e limitare il diritto a manifestare (cosa che puntualmente sta accadendo).

Io mi chiederei invece due cose. La prima è come mai chi protesta contro il green pass si trova in piazza insieme ai fascisti. Se nella mia causa convergono i fascisti di Forza Nuova, qualche domanda sulla mia causa me la faccio. La seconda è perché coloro che erano in piazza a manifestare pacificamente, se davvero non avevano nulla in comune con loro, sono rimasti a guardare mentre i fascisti devastavano la sede della Cgil.
Ritenere che le violenze fasciste abbiano fatto comodo per limitare il diritto di manifestare è ancora una volta una interpretazione paranoica. Nessuno sta limitando alcun diritto di manifestare. Oggi stesso nella città in cui vivo si è tenuta una manifestazione contro il green pass, assolutamente incontrastata.

La nostra è una società malata, e non solo a causa della pandemia Covid-19. Una società che ha ereditato, ancor prima del Covid-19, modelli socio-economici e stili di vita insostenibili che incidono fortemente sulla salute delle persone, delle comunità, dei territori e dell’intero Pianeta. Una società centrata su un modello di sviluppo che ha distrutto l’equilibrio tra le persone e l’ambiente, e che alimenta enormi ingiustizie nord-sud del mondo.
Oggi più che mai, è importante coltivare un pensiero critico che metta la salute (nel suo aspetto globale), il rispetto e la nonviolenza al centro del dibattito. Contestiamo quindi la narrazione “bellica” che tende a mettere in un angolo anche il semplice diritto al dubbio.
Abbiamo vissuto con sgomento e preoccupazione le “guerre all’untore” che in Italia si sono scatenate contro coloro che per dubbio, convinzioni o scelte di vita decidono di non affidarsi al vaccino. Come ecopacifist* rigettiamo l’”hate speech”, da ogni parte esso provenga, il linguaggio violento, umiliante, disumanizzante verso chi non la pensa allo stesso modo. Vogliamo favorire l’empatia, il dialogo, l’ascolto.

Dev’essere sfuggito a chi ha scritto questo appello che i manifestanti contro il green pass hanno devastato il pronto soccorso di Roma, ferendo due sanitari e due agenti di polizia.
E sì, il linguaggio violento va sempre evitato. Ma nonviolenza è anche forza della verità. Veniamo da una vera e propria strage. Sono morte più di centotrentamila persone solo in Italia. È come se fosse scomparsa una intera città di media grandezza. Ora, in questo momento una cattiva informazione può uccidere, letteralmente. Mio padre è sopravvissuto al coronavirus grazie alla doppia dose di vaccino Pfizer. Senza vaccino, con la sua età e le sue gravissime patologie, difficilmente avrebbe avuto scampo. Quante persone evitano di vaccinarsi a causa di informazioni distorte, palesemente false, diffuse da persone ideologicamente prevenute verso la scienza? E quante di queste persone moriranno? Dire il falso è linguaggio violento. Perché uccide.
Quanto alle scelte di vita, sarebbero tutte rispettabilissime, se vivessimo su un’isola. Viviamo, invece, in società, siamo in relazione, che ci piaccia o meno. Quello che facciamo o non facciamo ha ricadute sugli altri. Rivendicare le proprie scelte di vita in un periodo così grave, e in base a queste scelte rifiutare quel gesto minimo di responsabilità sociale che è vaccinarsi durante una pandemia, significa aver scelto, di fatto, quella visione iper-individualistica che si attribuisce all’aborrito liberismo. Anche questo ha poco — anzi: nulla — a che fare con la nonviolenza.

Crediamo nel sistema sanitario, una conquista da difendere, e rifiutiamo ogni malaugurata idea di un sistema sanitario dove chi ha “colpe” deve pagarsi le cure.

Nessuno ha seriamente proposto nulla del genere. Basterebbe che i no-vax non aggredissero medici e infermieri.

Purtroppo molti media hanno abdicato al proprio dovere di esercitare un controllo sull’operato del governo e di garantire un dibattito effettivamente pluralista, aperto e trasparente: ragionevoli e accorati appelli contro il greenpass (di docent, student, scrittor* e filosof*), non hanno trovato adeguato spazio nei media “mainstream”.

I media hanno dato tutto lo spazio possibile a scempiaggini come quelle di Agamben e Cacciari.

Anche a nostro parere lo strumento del greenpass (così come è declinato in Italia), è pieno di contraddizioni e fallacie sul piano sanitario, finalizzato a un rigido e burocratico controllo sociale, umiliante e divisivo, oltre a contraddire i principi contenuti nella Risoluzione 2361 (2021) dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa e nel Regolamento Ue n. 953/2021.
Sul greenpass e sulle scelte politiche di gestione della pandemia, la differenza tra i singoli Stati, anche all’interno della Unione Europea, è molto forte. Perché quindi non si può discutere e criticare apertamente questa misura, che non è, come spesso si dice “scientifica” ma meramente “politica”?

A proposito di cattiva informazione. La Risoluzione 2361 del Consiglio d’Europa raccomanda di “ensure that citizens are informed that the vaccination is not mandatory and that no one is under political, social or other pressure to be vaccinated if they do not wish to do so” (qui). Ma il Consiglio d’Europa non è l’Unione Europea. È una organizzazione internazionale che si occupa di diritti umani, i cui documenti non hanno alcun valore vincolante. Quanto al Regolamento 953 dell’UE, si fa riferimento all’art. 36. Che però non è un articolo, ma un “considerando”, privo di qualsiasi valore normativo; e peraltro non si riferisce ai green pass nazionali, ma all’EU Digital COVID Certificate.

L’11 ottobre il Collettivo Lavoratori Portuali di Trieste e Genova (gli stessi che negli ultimi anni hanno incrociato le braccia al traffico di armi diretto in Arabia Saudita), ed i sindacati di base hanno indetto uno sciopero generale, anche (ma non solo) contro il greenpass. Tra le altre richieste avanzate, che noi condividiamo, il reddito universale, la riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, il rilancio dello Stato sociale, investimenti nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, potenziamento del trasporto pubblico, sicurezza vera sul lavoro.

A proposito di fallacie. Il fatto che i lavoratori portuali abbiano incrociato le braccia quando si trattava di traffico d’armi dovrebbe garantire che ora hanno ragione? Si può avere ragione in un caso e torto nell’altro. In ogni caso, i portuali di Livorno — e nessuno apprezza la libertà più di un livornese — si sono opposti alla protesta contro il green pass.

Rivendichiamo un pensiero critico sulla pervasività degli interessi economici e politici nella medicina e nella sanità, sull’invadenza del digitale e delle tecnologie del controllo, sul mito della crescita economica infinita, sulla deriva scientista che si accanisce contro visioni del mondo e approcci di cura considerati non conformi.

Ma non ci si rende conto degli abusi che la difesa di approcci di cura considerati non conformi può consentire? Non ci si rende davvero conto di quante persone, con questo mito delle cure alternative, possono finire nelle mani di cialtroni di ogni genere e rimetterci la vita?
Può essere che ci sia una deriva scientista. Ma c’è anche, ed è vistosa e ben più pericolosa, una deriva antiscientifica. Che peraltro alimenta anch’essa un mercato fiorentissimo.

Se davvero la salute non è solo assenza di malattia ma presenza di uno stato di benessere psico-fisico che va dalle persone alla comunità, allora la via d’uscita è nella rivisitazione globale dei nostri stili di vita (e quindi politiche che sappiano indirizzare e favorire queste scelte, modificando l’attuale sistema economico senza lasciare impuniti i crimini ambientali che minacciano la salute pubblica).

Ah, certo, ci mancherebbe. Ma intanto c’è una pandemia. E una pandemia la fermi solo con i vaccini, in attesa che sette miliardi di persone cambino i loro stili di vita.

Si è più in salute mangiando cibo sano, locale, modificando radicalmente il nostro modo di muoverci e rapportarci alla terra, riducendo la nostra impronta ecologica, i nostri frenetici e consumisti stili di vita, praticando la sobrietà e la lentezza, organizzando vere e proprie comunità educanti, rafforzando la medicina di base.
La capacità di accettare i limiti che ci impone la natura ci condurrà ad un nuovo equilibrio sociale ed esistenziale, con l’ambiente e con gli altri popoli del mondo.

Ho come l’impressione che questo quadretto idilliaco comprenda la morte di qualche milione di persone, messe sotto la voce accettazione dei limiti. Sarebbe bello, davvero, se la natura benevola offrisse a tutti i suoi doni eccetera. Non è così. Viviamo in un ambiente che può essere molto ostile. Abbiamo, per difenderci e sopravvivere, gli strumenti dell’intelligenza: la tecnica — dalle pietre scheggiate alla farmacologia — e la scienza. E abbiamo un altro strumento, che ci accomuna al mondo animale: l’unità. Quando sono aggrediti da qualsiasi realtà esterna, gli esseri di qualsiasi specie reagiscono compatti, facendosi forza con la resistenza comune. È quello che sta facendo la specie homo sapiens di fronte al coronavirus. Tranne alcuni che si riempiono la bocca con parole come comunità, ma in realtà sono disperatamente individualisti.

Siamo più in salute se ci prendiamo cura del territorio in cui viviamo, se anche la scuola diventa più democratica, esperenziale e all’aperto, (da qui l’importanza di spazi verdi, cortili, parchi e giardini anche in città), un luogo dove educare al pensiero critico, alla cittadinanza attiva, a sani stili di vita.

Fuori tema, si direbbe.

Purtroppo la gestione securitaria e fobica della pandemia rischia di schiacciare questo cammino, costringendoci ancora più di prima dentro vite segnate dal predominio della tecnocrazia, della farmacologia e della medicalizzazione spinta.

La gente acquista quotidianamente una quantità di prodotti farmacologici — per lo più integratori: compresi quelli naturali — di cui non ha alcun bisogno. Lo fa per propria scelta. E vogliamo parlare di medicalizzazione spinta quando di fronte a una pandemia si chiede alla gente il gesto minimo di vaccinarsi?

Il continuo martellamento di messaggi ansiogeni, repressivi e colpevolizzanti ha contribuito ad aumentare sindromi depressive, consumo di alcool e psicofamaci.

Dunque se vedo che ti sta cadendo in testa una tegola devo evitare di dirtelo, perché altrimenti ti metto ansia. Le persone cadono in depressione e cominciano a bere perché qualcuno dice loro che sarebbe cosa buona e giusta se si vaccinassero? E su cosa si basa quest’affermazione? Cos’è, se non una colpevolizzazione di chi invece sostiene che vaccinarsi è doveroso?

La scuola è sempre più “ingessata” e chiusa in sé, con progetti e realtà educative innovative (ricordiamo ad es. Bimbisvegli), bloccate da regole senza senso.

Fuori tema.

Oltretutto queste imposizioni controproducenti ed ingiuste, esasperano gli animi e rendono le persone insofferenti anche ai “limiti ambientali” che multinazionali e mafie calpestano quotidianamente in totale impunità. Limiti all’inquinamento e al consumo che saranno sempre più necessari per fronteggiare l’emergenza climatica ed ambientale.

Oh, vediamo. Dunque i poveri no-vax, esasperati da “imposizioni controproducenti e ingiuste”, non solo diventano depressi e cominciano a bere e prendere psicofarmaci, ma si fanno per giunta insofferenti anche a qualcosa che non ho capito bene, se proprio devo essere sincero. Quello che è chiaro è che questa persone stanno male. Mi spiace per loro. Dev’essere per questo che devastano un pronto soccorso. Direi che occorre fornire loro assistenza psicologica, ma mi si accuserebbe di medicalizzare.

Abbiamo bisogno di ripartire dalla salute globale di ogni essere vivente, dobbiamo creare le condizioni per iniziare un nuovo cammino, contrastando il dominio di un capitalismo che non potrà mai avere un volto umano.
Non vogliamo arrenderci a una deriva che schiaccia i mondi diversi possibili o già praticati, vogliamo disegnare un nuovo umanesimo ecologista, pacifista e antifascista.

Torna il quadretto idilliaco, che spiega alla perfezione perché c’è bisogno di una seria revisione critica della nonviolenza. Una visione ipersemplificata del reale, di una ingenuità disarmante: da una parte tutto il bene — la natura, la comunità, la lentezza — dall’altra tutto il male: il capitalismo, il liberismo, la tecnica. Non è proprio così semplice. Una casa farmaceutica persegue interessi commerciali, dunque i farmaci sono un male, dunque il vaccino va evitato. Ma una casa farmaceutica è anche il lavoro, la ricerca, la passione di centinaia di persone. La salute globale di ogni essere vivente? Credo fermamente nel valore di ogni essere vivente, ma sono consapevole che non posso vivere senza distruggere quotidianamente una certa quantità di vite. Vite vegetali, che evidentemente nella percezione comune non sono vere vite; e invece lo sono. Non siamo in un mondo ideale. Non esiste nessuna natura benigna. Lo sapeva bene Aldo Capitini, che parlava della necessità di andare oltre la natura-vitalità. Così come sapeva che essere nonviolenti significa stare nella lotta, non tirarsene fuori usando la semplice evocazione di un mondo un sacco bello, nel quale tutto va magicamente a posto.

Proviamo a camminare insieme.

L’importante è non inciampare.



La verità è forte? A proposito di Gandhi

Ho registrato un podcast sul tema "La verità è forte? A proposito di Gandhi" per il corso di Storia delle religioni di Elisabetta Colagrossi (Università di Genova) - il mio Il Dio di Gandhi. Religione, etica e politica è tra i testi d'esame. Lo metto qui a disposizione di chiunque sia interessato.



L'incarnazione del divino in Giuliano Ferrara

“Di persona che, per aver compiuto azioni particolarmente turpi e spregevoli, si è resa indegna della pubblica stima”, dice il vocabolario Treccani alla voce infame. E aggiunge: “Nell’uso corrente, con senso più generico, di chiunque si sia macchiato di gravi colpe contro la legge, la morale, la religione”. Adopera esattamente questo aggettivo, infame, Giuliano Ferrara, per parlare di nonviolenza sul Foglio di oggi. Storia della nonviolenza infame, titola.
Proviamo a seguire il suo ragionamento. Partendo però dalla fine.

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L'incarnazione del divino in Giuliano Ferrara

"Di persona che, per aver compiuto azioni particolarmente turpi e spregevoli, si è resa indegna della pubblica stima", dice il vocabolario Treccani alla voce infame. E aggiunge: "Nell’uso corrente, con senso più generico, di chiunque si sia macchiato di gravi colpe contro la legge, la morale, la religione". Adopera esattamente questo aggettivo, infame, Giuliano Ferrara, per parlare di nonviolenza sul Foglio di oggi. Storia della nonviolenza infame, titola.
Proviamo a seguire il suo ragionamento. Partendo però dalla fine.
Dice, Ferrara, che esiste "un modo di vita sempre meno popolare, sempre più un discussione, ma privo di serie alternative per generazioni a venire". Sta parlando, evidentemente, di quel modo di vita che consente a lui di scrivere un articolo e a me di scrivere una replica usando il pc e la connessione ad Internet, in una stanza riscaldata che ci tiene a riparo dai rigori dell'inverno, dopo aver mangiato in modo più che soddisfacente. E' in effetti un modo di vita meraviglioso. Il problema non è, come dice Ferrara, che il nostro modo di vita è sempre meno popolare. Il problema è che è sempre più popolare. Il problema è che sempre più persone si chiedono per quale ragione non possono vivere come viviamo io, Giuliano Ferrara e qualche altro milione di persone. Ora, il nostro modo di vivere ha un limite imbarazzante: è esclusivo ed escludente. Noi possiamo vivere in questo modo, ma non tutti possono vivere in questo modo. Non possono vivere in questo modo sei miliardi di esseri umani, e ciò per due ragioni: la prima è che non ci sono risorse energetiche, alimentari, materiali per assicurare questo stile di vita a tutta l'umanità, la seconda è che il pianeta stesso non reggerebbe l'impatto di sei miliardi di persone che consumano ed inquinano al ritmo dei paesi più evoluti.
Per assicurarci questo modo di vivere non abbiamo che una possibilità: assicurarci le materie prime e l'energia, anche umana, di cui abbiamo bisogno a basso costo. Non c'è alternativa. Ma questo ha significato, e significa, portare la guerra ovunque nel mondo per difendere i nostri interessi economici. Ognuno di noi ha un innato senso di giustizia, che si fonda sulla percezione dell'uguaglianza di ogni essere umano. Io vivo la mia vita comoda, sento che tutti hanno lo stesso diritto, ma al tempo stesso so che questo è impossibile, che io posso vivere così solo se loro non vivono così. Non mi restano che due possibilità. Posso rinunciare al mio modo di vivere, rendendomi conto che è bellissimo, ma fondato sull'ingiustizia e la violenza, oppure posso spingere fuori dal campo dell'umano chi contesta il mio modo di vivere. In questo secondo caso posso sentirmi giusto, perché essere giusti è riconoscere gli eguali diritti di chi è umano, non di chi umano non è. E veniamo al secondo passaggio del ragionamento di Ferrara. C'è il nostro meraviglioso modo di vivere, che rappresenta la civiltà, la libertà, il libero pensiero, che però è assediato dalle "avanguardie assassine" del mondo musulmano. Non ci sono esseri umani di qui ed esseri umani di là. Ci sono di qui i liberi pensatori e di là i fanatici assassini; di qui gli umani e di là i non umani. Gli stati sono tentati dall'universalismo, ma essi, dice Ferrara rispolverando Schmitt, "sono entità particolari, elementi in campo nel conflitto tra amici e nemico, titolari del diritto e del dovere di imporre la pace laica che non c'è". Ferrara compie un'operazione senza la quale la civiltà occidentale non esisterebbe: la costruzione del nemico con la conseguente disumanizzazione. L'Europa è da sempre il continente assediato dalla barbarie, e la barbarie è il mondo dei subumani, degli incivili, dei nemici contro i quali tutto è lecito.
Ed ecco il terzo passaggio. Contro questi barbari non è possibile usare il"diritto ordinario", ma occorre "esercitare, prima che il vuoto sia interamente colmato da egemonismi cinici di potenze disinteressate alla libertà, il diritto di iniziativa armata e senza limiti". Avete letto bene: ha scritto proprio "iniziativa armata senza limiti". Che vuol dire: ammazzare alla grande, senza alcun limite non solo morale, ma anche giuridico. Sterminare il nemico. E no, non è un discorso cinico, questo; altri sono gli egemonismi cinici. Ferrara sta nel mondo del libero pensiero, e nel mondo del libero pensiero non esiste il cinismo. Esiste la giusta durezza, l'indignazione dell'onesto, lo sterminio come diritto, anzi come dovere.
L'ultimo punto - il primo per chi legge l'articolo dall'inizio - riguarda il papa e il suo elogio della nonviolenza. Fino a quando, si chiede il nostro nuovo Cicerone, "potrà abusare della nostra pazienza negando contro ogni evidenza la realtà e privandoci del sostegno della pax Christi, fatta altrettanto della passione della croce e dell'incarnazione del divino nella storia degli uomini?". Non mi pare che la pazienza sia tra le virtù di Ferrara; in ogni caso dev'essersi già esaurita, in effetti, se concludendo l'articolo parla delle "scorrerie fantastiche di un pazzo intonacato".
Con ogni evidenza un articolo del genere non merita il tempo che sto impiegando per commentarlo. Ferrara dice della bestialità prive di qualsiasi logica, e chiunque abbia un po' di cervello e una contezza meno che vaga di cos'è una democrazia lo vede bene da sé. Ma va commentato per il suo valore esemplare; perché rappresenta, nella sua bestialità, un tipo di discorso pubblico che nel nostro paese, che tra i paesi democratici si distingue per la pessima qualità dell'informazione e del dibattito pubblico, ha un suo seguito. Si tratta, in sostanza, di adoperare il trentasettesimo degli stratagemmi illustrati da Schopenhauer ne L'arte di ottenere ragione: "Sconcertare, sbigottire l'avversario con sproloqui privi di senso", dal momento che, come diceva Goethe, "L'uomo crede abitualmente, anche se solo parole sente, che vi si debba poter trovare pur qualcosa da pensare". La cosa funziona se la spari grossa; e più grossa la spari, meglio funziona. Parla di "pace laica", ma lamenta la mancata benedizione del papa, ossia del leader di una confessione religiosa. Ma non bisogna fare troppa attenzione ai dettagli ed agli aggettivi, quando si leggono articoli del genere. Va bene anche "nonviolenza infame": funziona, e nessuno ci chiederà perché e percome. Dovrebbe provare a parlare di cose come il valore della vita umana, ma noi gli sbraiteremo contro la storia dell'anima bella: e amen.
Ferrara scrive sotto la spinta dell'indignazione, con l'ira del giusto. Fosse stato un intervento dal vivo, avremmo visto la saliva uscire dalla bocca urlante. Sente sulle sue spalle - ben robuste, sì, ma pur sempre di un essere umano si tratta: cioè di una creatura fragile - il peso del destino della civiltà occidentale; tocca a lui, in questi tempi tristi, in cui anche i papi abdicano al loro ruolo di guida della cristianità, farsi antipapa e indicare la via del bene. E' compito storico e finanche religioso, ché si tratta della "incarnazione del divino nella storia degli uomini". E il divino, si sa, quando agisce non va troppo per il sottile. Che è, poi, esattamente la cosa che pensano quegli infelici che ammazzano e si fanno saltare in aria gridando Allahu akbar.


La pace di Piero

Guardate questa foto. Seduti sull’erba ci sono, tra gli altri, tre pregiudicati. Il primo è l’uomo al centro, seduto in una posa giovanile che gli suscita un visibile imbarazzo. Si chiama Aldo Capitini. Durante il fascismo è finito in galera per antifascismo. Con Guido Calogero è stato il teorico del movimento liberalsocialista, ma è noto soprattutto come colui che ha introdotto in Italia la nonviolenza. Per la polizia politica, che lo ha sorvegliato per tutta la vita, è un misantropo. La sua filosofia sostiene che per portare nella nostra vita l’infinito – quell’infinito che la religione chiama Dio – non abbiamo che un modo: amare infinitamente. Amare infinitamente l’altro essere umano, il tu, ma anche l’animale, anche la pianta. In politica, sostiene che il potere non dovrebbe essere di alcuni, ma di tutti. La democrazia dei partiti non è sufficiente. Occorre una democrazia reale, effettiva, piena, che dia ad ognuno il potere di decidere, di scegliere, di partecipare in modo consapevole e concreto alla gestione della cosa pubblica. La chiama omnicrazia.

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La pace di Piero


Guardate questa foto. Seduti sull’erba ci sono, tra gli altri, tre pregiudicati. Il primo è l’uomo al centro, seduto in una posa giovanile che gli suscita un visibile imbarazzo. Si chiama Aldo Capitini. Durante il fascismo è finito in galera per antifascismo. Con Guido Calogero è stato il teorico del movimento liberalsocialista, ma è noto soprattutto come colui che ha introdotto in Italia la nonviolenza. Per la polizia politica, che lo ha sorvegliato per tutta la vita, è un misantropo. La sua filosofia sostiene che per portare nella nostra vita l’infinito – quell’infinito che la religione chiama Dio – non abbiamo che un modo: amare infinitamente. Amare infinitamente l’altro essere umano, il tu, ma anche l’animale, anche la pianta. In politica, sostiene che il potere non dovrebbe essere di alcuni, ma di tutti. La democrazia dei partiti non è sufficiente. Occorre una democrazia reale, effettiva, piena, che dia ad ognuno il potere di decidere, di scegliere, di partecipare in modo consapevole e concreto alla gestione della cosa pubblica. La chiama omnicrazia. 
L’uomo con gli occhiali alla sua sinistra è Danilo Dolci. Per i magistrati italiani, un “individuo con spiccata attitudine a delinquere”. Aldo e Danilo si sono conosciuti nel 1952. Danilo viveva allora in un piccolo e poverissimo paese della Sicilia, Trappeto. Aveva ventisette anni, e si era trasferito lì per aiutare la gente a migliorare. Un giorno lo chiamano perché un neonato sta male. La madre non mangia da giorni, non può allattarlo. Corre a comprare del latte in polvere, ma quando torna il bambino è morto. Di fame. Decide, allora, di fare un gesto clamoroso. Digiuna. Si rifiuta di mangiare per protesta. Non mangerà fino a quando la Regione Sicilia non farà qualcosa per aiutare quei disperati. Lo prendono per matto, pensano che sia una sceneggiata che finirà dopo due giorni, ma lui va avanti. Giorno dopo giorno. Diventa evidente che si sta lasciando morire. E la Regione cede: fa quello che avrebbe dovuto fare molto prima; lo fa perché costretta da quella che un po’ retoricamente potremmo chiamare la forza della nonviolenza. In galera Danilo ci finisce nel ’56, per aver organizzato lo sciopero alla rovescia di Partinico. Per chiedere lavoro, aveva portato i disoccupati del paese a lavorare, in segno di protesta, in una trazzera, una strada di campagna abbandonata. Era prontamente intervenuta la polizia. Danilo e gli altri naturalmente non avevano opposto alcuna resistenza, ma l’affronto era sufficiente per portarlo all’Ucciardone con le manette ai polsi.
Alla destra di Aldo c’è un giovane con la camicia scura. E’ Pietro (o meglio: Piero) Pinna. Anche lui ha visto la galera. Quando gli è giunta la chiamata per il servizio militare, si è rifiutato. Era il 1948, l’Italia era appena uscita dalla guerra. Piero sa che per uscire davvero dalla guerra bisogna non prepararsi alla prossima guerra. Disobbedisce, e viene punito. La condanna è a diciotto mesi di carcere complessivi. 
Piero, che è morto ieri l’altro, 13 aprile, è stato il principale collaboratore di Capitini, una presenza fondamentale per la creazione della Marcia Perugia-Assisi, per il Movimento Nonviolento, da Capitini fondato nel 1961, e per la rivista Azione Nonviolenta, di cui è stato il direttore responsabile fino alla sua morte. Nel ’60 Piero raggiunge Danilo per aiutarlo nella sua opera in Sicilia; e così Danilo ne parla in una lettera ad Aldo: “gli vogliamo già un grandissimo bene: è proprio limpido, di cristallo, di grande valore, come me lo avevi descritto”. Ed è questo, in effetti, l’aggettivo che ti veniva in mente, quando lo ascoltavi parlare: limpido. Ed un altro: umile. Non era un intellettuale, non seguiva teorie, non era uso a raffinare le sue armi dialettiche. Seguiva una intuizione morale semplice, ma potente. Era guidato dall’idea di ciò che è giusto, e vi restava fedele con una coerenza incrollabile. Ma senza fanatismo, seguendo quella che Aldo chiamava “logica dell’aggiunta”: io faccio così perché lo ritengo giusto; se qualcuno è persuaso come me, mi segua pure, ma non cerco di imporre a nessuno questa mia persuasione. 
Aldo aveva una sua idea, tanto bella quanto difficile. Diceva che esiste una cosa che si chiama compresenza. O meglio: la pensava, ma la sua esistenza – il modo della sua esistenza – andava pensata in un certo modo, che costituiva l’aspetto più difficile e più affascinante del suo pensiero. Per spiegarla, è bene lasciare la parola a lui. “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire – scrive in un suo testo autobiografico – che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità aperta per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro ‘puro dopo’ la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata compresenza”. Compresenza che vuol dire, anche e soprattutto, che i morti non sono andati, non sono esseri ormai ridotti e nulla, e non sono nemmeno anime salve in un paradiso come altra dimensione, ma sono presenze ancora operanti in noi, accanto a noi. Presenze che possiamo avvertire quando siamo in un valore: la bellezza, la verità, la giustizia. 
Quando lo conobbi, Piero mi fece uno scherzo bonario. Mi lesse un passo di un libro di Capitini. Mi chiese se ero d’accordo con quello che scriveva l’autore. Io ci pensai un po’, poi risposi che ero d’accordo solo in parte. Lui scoppiò a ridere. Quel passo l’avevo scritto io. Era un passo che riguardava la compresenza. Confesso che l’idea, che è anche e soprattutto una pratica, non cessa di inquietarmi. Non so cedere, non so abbandonarla. Ma so una cosa. Se penso ora a Piero, se penso ad Aldo, se penso a Danilo; e ancora: se penso a Fulvio Cesare Manara e Nanni Salio, che sono scomparsi di recente, o ancora a Lanfranco Mencaroni ed Alex Langer, ed a tanti altri; se penso a loro, mi capita realmente di sentire la loro presenza, qui ed accanto, operante. Mi succede di avvertirli come una forza che continua ad agire nella coscienza, ed attraverso la coscienza si fa storia. Li avverto come nessi ancora vivi, radici che danno linfa vitale. Voci che parlano ancora, e che mi aiutano a sentirmi meno solo. A fare della mia esistenza una cosa corale, per usare un aggettivo che Aldo amava molto. 
Nella serie di fumetti Las puertitas del Sr. López, degli argentini Carlos Trillo e Horacio Altuna, López è un impiegato non troppo diverso dal nostro Fantozzi, vessato dai superiori ed incapace di ribellarsi; buono, ma di una bontà debole, rinunciataria. Ma c’è una cosa che lo salva. Quando non ne può più, il signor López apre una porta – spesso quella del bagno – e si ritrova in un altro mondo. Un mondo meraviglioso, perfetto, in cui tutto è bello, vero, autentico. Il mondo in cui vorremmo, dovremmo vivere. Alla fine di ogni striscia ritorna alla realtà, ma con dentro un po’ della luce di quel mondo altro. Mi capita di pensare la presenza (e ora dovrei dire: compresenza) di Piero, Aldo, Danilo, Fulvio, Nanni e molti altri come una simile uscita di sicurezza. Una porta che si apre su un’altra Italia. Un’Italia che abbiamo perso, che abbiamo lasciato scivolare ai margini, dando il potere a mafiosi, corruttori, violenti, ma che tuttavia non ci lascia, continua a starci accanto, come una possibilità di liberazione, una via d’uscita possibile, praticabile. Basta che quella porta sia anche solo leggermente socchiusa, per sperare. Per sapere che c’è un’alternativa. L’importante è non lasciare che si chiuda. Lavorare affinché resti almeno un po’ aperta: che vuol dire, fuori di metafora, mantenere la memoria, e continuare in ciò che è giusto, per usare le ultime parole di Alex Langer.

Pubblicato su Gli Stati Generali.



Sinistra e nonviolenza

Dopo Arturo Paoli ci ha lasciati, anch’egli centenario, Pietro Ingrao. Lo incontrai nell’ormai lontano 2001, in una tavola rotonda in Campidoglio sul tema “Sinistra e nonviolenza” cui partecipò anche il compianto Tom Benetollo. Ricordo che Ingrao parlò a lungo di Capitini, e delle riserve che suscitava il suo vegetarianesimo. “Con Paolo Solari andammo ad Assisi. C’era anche Capitini. Io e Solari, a tavola, ci demmo  i gomiti perché Capitini era vegetariano. Non capivamo come anche quello fosse un suo modo di praticare la nonviolenza”. Ed ammetteva: “Rispetto al messaggio di Capitini, noi abbiamo camminato su una strada diametralmente opposta che ci ha condotto alla rivalutazione della grande guerra di massa. Una guerra non più difensiva, come vorrebbe l’articolo 11 della nostra costituzione, né di necessità ma ‘bene in sé’”.
Io mi portai una decina di pagine di appunti, ma il mio intervento durò non più di un quarto d’ora, e dissi un terzo delle cose che avrei voluto dire. Mentre parlavo un ragazzo sudamericano in prima fila – la sala del Carroccio in Campidoglio era gremita di giovani: molti ragazzi erano seduti a terra – aveva gli occhi chiusi. Pensai che dormisse o fosse annoiato. Alla fine dell’incontro, invece, venne a parlarmi del Sudamerica, e delle dinamiche di potere e di dominio: e del bisogno di cambiarle.
Quelli che seguono sono gli appunti di allora.

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Sinistra e nonviolenza


Dopo Arturo Paoli ci ha lasciati, anch'egli centenario, Pietro Ingrao. Lo incontrai nell'ormai lontano 2001, in una tavola rotonda in Campidoglio sul tema "Sinistra e nonviolenza" cui partecipò anche il compianto Tom Benetollo. Ricordo che Ingrao parlò a lungo di Capitini, e delle riserve che suscitava il suo vegetarianesimo. "Con Paolo Solari andammo ad Assisi. C’era anche Capitini. Io e Solari, a tavola, ci demmo  i gomiti perché Capitini era vegetariano. Non capivamo come anche quello fosse un suo modo di praticare la nonviolenza". Ed ammetteva: "Rispetto al messaggio di Capitini, noi abbiamo camminato su una strada diametralmente opposta che ci ha condotto alla rivalutazione della grande guerra di massa. Una guerra non più difensiva, come vorrebbe l’articolo 11 della nostra costituzione, né di necessità ma ‘bene in sé’".
Io mi portai una decina di pagine di appunti, ma il mio intervento durò non più di un quarto d'ora, e dissi un terzo delle cose che avrei voluto dire. Mentre parlavo un ragazzo sudamericano in prima fila - la sala del Carroccio in Campidoglio era gremita di giovani: molti ragazzi erano seduti a terra - aveva gli occhi chiusi. Pensai che dormisse o fosse annoiato. Alla fine dell'incontro, invece, venne a parlarmi del Sudamerica, e delle dinamiche di potere e di dominio: e del bisogno di cambiarle.
Quelli che seguono sono gli appunti di allora.

Sinistra e nonviolenza

Il problema dell'élite 

In un recente articolo apparso in Mondoperaio Giancarlo Bosetti, parlando di quelli che chiama i nuovi vizi della sinistra italiana, scrive che la «democrazia è competizione tra élite, non è sostituzione di masse al posto di élite - salvo che nelle utopie rivoluzionarie...» [1] Proprio questo considerare la democrazia affare esclusivo della élite dei politici è, dal punto di vista della nonviolenza, un vizio antico della sinistra, un vizio più grave dei nuovi vizi dell'inerzia e del cinismo, della mancanza di principi, della rigidità e pigrizia mentale denunciati da Bosetti. Non solo: non è difficile accorgersi che questi nuovi vizi scaturiscono da quel vecchio vizio di considerare la politica affare dei politici. Ha ragione Bosetti quando nota ancora che lo stile del politico di sinistra deve essere sobrio ed irreprensibile. Certo, c'è l'esempio di Berlusconi, leader politico che poco coltiva la sobrietà come stile di vita. Ma non vale evocare questo modello negativo: «Le regole per la sinistra - osserva Bosetti - sono più dure perché comunque alla politica la sinistra chiede di più» [2]. È vero: la sinistra chiede di più alla politica. Ma anche questo di più appare insufficiente dal punto di vista della nonviolenza. Alla politica la sinistra chiede una élite di uomini seri, onesti, rigorosi: o almeno di uomini che appaiano tali. A quanto pare non è fondamentale, per Bosetti, che queste qualità siano realmente possedute dai politici di sinistra. Occorre, dice, che egli «si presenti» come un uomo affidabile e aggiunge: «naturalmente se poi lo è davvero meglio ancora...» [3]. Ecco, insomma, il ragionamento: al politico occorre consenso; per ottenere consenso il politico deve mostrare qualità che lo rendano simpatico alla gente; queste qualità devono essere mostrate, ma non necessariamente possedute. Il politico non deve dimostrarsi cinico, perché alla gente il cinismo non piace. Poco importa che proprio in questo non mostrarsi cinico ci sia molto cinismo. 
Tutto ciò c'entra poco con la nonviolenza. C'entra poco il discorso sulle élite. Che la politica sia di fatto affare di élite è cosa non nuova: lo sapeva già il lettore degli Elementi di scienza politica di Gaetano Mosca. Ma questo è un giudizio di fatto, non un giudizio di valore. Che anche negli stati democratici il potere sia nelle mani di un ristretto numero di persone non è, dal punto di vista della nonviolenza, un fatto che si possa accettare pacificamente. Le teorie che rifiutano il principio delle élite sono, per Bosetti, utopie rivoluzionarie. La nonviolenza critica e combatte la realtà della élite: essa è, in effetti, una teoria politica a carattere rivoluzionario, come meglio vedremo in seguito. Non credo che si possa accettare per la nonviolenza anche la definizione di utopia. Utopia non è una brutta parola, ma temo che per molti questo equivalga a spingere la nonviolenza nel mondo dei sogni, dove si realizzano mondi perfetti che purtroppo nulla hanno a che fare con la realtà. Quanto s'è detto ci aiuta a comprendere per quale motivo la nonviolenza non può essere politica di partito. Un partito è in competizione con altri partiti. Deve ottenere consenso, pena la propria scomparsa. Un partito difende se stesso, la propria identità, la propria causa, i propri uomini. Un partito esprime una classe politica, una classe di persone che prendono su di sé la responsabilità di gestire la cosa pubblica nell'interesse di tutti. Ma inevitabilmente in questa lotta molti scrupoli vanno perduti, molti principi si smarriscono nel gioco della alleanze, posizioni giuste ma impopolari vengono abbandonate. La politica oscilla tra due poli: da una parte quella di chi cerca consenso facendo leva sugli interessi e gli egoismi delle classi sociali giunte al benessere, manovrando abilmente le paure legate alla criminalità, alla immigrazione, ai cambiamenti sociali; dall'altra, quella di chi si mostra tollerante, aperto, progressista, presentando idee e programmi gradevoli, fin troppo facilmente condivisibili. Nel secondo caso il candidato deve impegnarsi di più, perché la sinistra, come dice Bosetti, chiede di più alla politica. Ma è una fatica per ottenere successo elettorale per la propria persona e per il proprio schieramento politico; un metodo come un altro per ottenere lo scopo. In entrambi i casi, ciò che si prospetta ai cittadini è un quadro fatto di benessere, sicurezza, sviluppo. Questo chiede oggi la gente alla politica, e questo la politica promette. La nonviolenza è, confrontata con essa, una non-politica, una pre-politica, una post-politica. 
Scriveva Aldo Capitini nel 1949: «La migliore politica oggi è fare qualche cosa di meglio della politica» [4] La sinistra, osservava, segue due metodi. Nelle situazioni di forte autoritarismo cerca di stabilire un potere pieno: è il caso della rivoluzione russa. Nei paesi democratici invece i partiti di sinistra cercano di raggiungere un benessere sempre più vasto. La prima via porta alla dittatura, la seconda al «borghesismo» [5] di chi pensa ad accaparrarsi la fetta più grande possibile di beni, più che a trasformare realmente la realtà economica e sociale. La nonviolenza rigetta la dittatura, ma non accetta nemmeno una semplice politica del benessere. Il suo fine è diverso. Potenza e benessere per Capitini non sono che mezzi: cercati e posti per se stessi danno vita a modelli di società insufficienti. I veri fini dell'attività politica sono altri. La libertà, anzitutto; e poi la solidarietà o socialità. Il potere deve servire come mezzo per la libertà, il benessere deve favorire la solidarietà. Questa è la terza via della nonviolenza: il suo fine è quello di instaurare una società di uomini liberi e solidali, che Capitini chiama realtà di tutti o società aperta. Una società nonviolenta si distingue per il suo carattere inclusivo: è un cerchio che di continuo si espande ed accoglie coloro che sono costretti da qualche insufficienza a separarsi dal corpo sociale. Una tale società non è una società del benessere. Nella corsa al benessere chi resta indietro viene dimenticato, escluso o, nella migliore delle ipotesi, assistito. Diversamente, nella società cercata e concepita sul modello nonviolento chi scivola ai margini è costantemente richiamato al centro come elemento essenziale, come pietra angolare dell'edificio sociale. 

Centro e periferia 

L'Italia nonviolenta pensata ed auspicata da Capitini era un'Italia di periferie che diventano centri. È interessante notare che il tragitto della prima Marcia della pace, organizzata da Capitini nel 1961, attraversava zone periferiche, proprio con l'intento di raggiungere persone tagliate fuori dal potere. L'omnicrazia, il potere di tutti doveva partire da queste periferie, dalle borgate, dai paesini semi-abbandonati. Perché proprio dalle periferie? Perché la periferia è il luogo dell'impotenza, dell'esclusione; il luogo cui corrisponde, sul piano umano, l'esistenza del malato, del portatore di handicap, dell'emarginato. Questi luoghi e questi uomini sono di per sé un atto di accusa contro la società, i suoi valori, la sua economia. Ora, il farsi-centro di queste periferie avviene quando si riesce a suscitarvi una presa di coscienza ed uno sguardo critico verso il centro. Ogni punto sociale ed umano può essere centro dell'universo: questa verità cusaniana è l'anima della teoria politica di Capitini. Uomini che concepiscono se stessi come centri, criticano e si oppongono alla centralità del potere, alla burocrazia, alle decisioni che scendono dall'alto. I cambiamenti necessari vengono attuati spontaneamente, senza attendere che i politici di professione si muovano. Si pensi all'opera di Danilo Dolci. Inizia la sua opera in Sicilia, in luoghi dimenticati ed abbandonati come Partinico e Trappeto. Parla con la gente, fa acquisire coscienza. Fa di questi luoghi un centro, dove si prendono decisioni. Porta i disoccupati a lavorare nella ricostruzione di una strada di campagna abbandonata, con un clamoroso sciopero alla rovescia. Costruisce scuole. Si documenta sugli intrecci tra mafia e politica. La risposta del potere istituzionale è il carcere, l'accusa di turbare l'ordine pubblico, addirittura la definizione di individuo con «spiccata capacità a delinquere» [6].  Queste iniziative erano finalmente una reazione all'impotenza cui la gente di quei luoghi si sapeva condannata; impotenza che nemmeno il fatto che dei bambini morissero di fame sembrava poter scalfire. Attraverso la prassi nonviolenta, veniva restituito loro qualche potere -ma si trattava di un potere ben diverso da quello delle istituzioni. E' lo stesso Dolci a chiarire questo punto, con la sua distinzione tra dominio e potere. Potere, spiega, non è una cosa negativa: potere è possibilità, libertà di fare; una cosa senza la quale l'uomo non è completo, non è autentico. Altra cosa è il dominio, che Dolci definisce un virus per gli effetti terribili che provoca. Il dominio è la degenerazione del potere che impedisce ad altri di esercitare la propria libertà, che frena lo sviluppo e la crescita umana [7].
L'ideale nonviolento è quello di una società dove c'è molto potere e poco o nessun dominio. Non si tratta di prendere per sé il potere e di esercitarlo in nome di una moltitudine. Si tratta, invece, di dare senza mediazioni il potere a quelle moltitudini. Per questo la nonviolenza non poteva accettare la dittatura del proletariato, prevedendo che essa avrebbe prodotto un intollerabile totalitarismo. Per questo la nonviolenza ha rifiutato e rifiuta la forma partitica. Il partito è quella struttura politica che tende inevitabilmente a farsi veicolo del virus del dominio. Capitini notava i pericoli della partitocrazia già nel '45; e proponeva di «Esser pronti a costruire qualche cosa di più che un partito, ma il luogo d'incontro e di superamento dei partiti di sinistra e delle vecchie internazionali in centri instancabili di nuova socialità» [8]. È forse giunto il momento di accogliere questo appello capitiniano, che la sinistra italiana ha ignorato per più di mezzo secolo. Non si combattono le destre, se non lavorando a qualcosa di più importante, più radicale del partito. In un recente studio su Capitini si legge che «in un'epoca che, come poche altre, ha bisogno di eroici slanci costruttivi, il suo messaggio finisce tuttavia per tradursi in un sostanziale rifiuto della competizione, in un rifuggire dalle regole dell'arena» [9]. Questo giudizio impressiona fortemente se si pensa alla attività di Capitini, dagli anni dell'antifascismo al lavoro per l'omnicrazia. Tutto questo lavoro - organizzare incontri, convegni, marce, associazioni e movimenti - non era un rifuggire dalla competizione: era invece la ricerca di una diversa competizione, di una competizione più nobile. È vero, Capitini rifiutava le regole dell'arena, ma insieme a questo rifiuto additava nuove regole, costruiva nuove possibilità di vita politica. Cercava nuove regole perché il gioco, con le regole esistenti, non funzionava. Le regole della competizione politica hanno creato in Italia non pochi guasti, non pochi limiti alla nostra democrazia. Oggi più che mai avvertiamo la necessità di nuove, diverse regole del gioco politico. Ma non si può trattare soltanto di nuove regole elettorali, o di altre riforme dall'alto. Si tratta di cambiare la regola fondamentale che vuole che il fine della politica sia la conquista del potere. Mi pare che la crisi politica attuale imponga alla sinistra il dovere di ridare realmente dignità alla politica. Capitini presentava la sua proposta politica come una libera aggiunta alla opposizione: una aggiunta religiosa, per giunta; un lavoro umile, paziente, silenzioso nell'Italia delle clamorose contrapposizioni ideologiche. Oggi questo aggiunta appare finalmente nella sua essenzialità, perché i partiti mostrano come mai in passato la loro fragilità politica ed il loro essere al servizio del dominio. L'Italia nonviolenta, che Capitini sognava negli anni Cinquanta, l'Italia che doveva raccogliere il meglio dell'antifascismo ed essere da guida all'intera Europa, quell'Italia è ancora possibile; in parte è anche reale, perché tanti sono i movimenti che diffondono ideali legati alla nonviolenza, diverse le associazioni che promuovono una cittadinanza attiva, il controllo dal basso, la critica del dominio e dei suoi abusi. 

I COS 

Capitini ci ha lasciato non solo una concezione generale - tra le più rigorose - della nonviolenza, ma anche un esperimento, storicamente non molto rilevante ma politicamente assai significativo: l'esperimento dei Centri di Orientamento Sociale. Nati dopo la liberazione, i COS ebbero un buon successo iniziale, soprattutto in Umbria. Erano assemblee assolutamente libere, nelle quali ci si ritrovava periodicamente per discutere problemi molto pratici, oppure per affrontare questioni politiche. Alle riunioni partecipavano politici, autorità e gente comune; il suo motto era «ascoltare e parlare»; e la novità era tutta in quest'ultima possibilità: la possibilità di parlare, di comunicare finalmente con le istituzioni. L'Italia usciva dal fascismo, con i discorsi del Duce alle folle oceaniche. Entrava nell'epoca dei comizi contrapposti, degli slogan, dei manifesti, delle grandi semplificazioni. La Democrazia Cristiana non ebbe, per i COS, che ostilità e derisione. Il Partiti Comunista li appoggiò per qualche tempo, poi li abbandonò a se stessi. Brevemente l'esperienza dei C.O.S. cessò. È importante il commento di Capitini su questo fallimento: «Non lo stato antifascista, ma molto meno quello che seguì al 1948, erano in grado di valersi dei COS ed inserirli nella struttura pubblica italiana, ad integrazione della limitata democrazia rappresentativa del parlamento e dei consigli comunali e provinciali. Né le forze di opposizione di sinistra, tese nella speranza di una presa del potere, si curarono di apprestare uno strumento così elementare per la convocazione della popolazione e dell'opinione pubblica, anche in considerazione della insufficiente diffusione dei giornali. Si aprì invece un periodo in cui le ricche destre avrebbero rovesciato sugli italiani, e specialmente sugli strati meno politicizzati come quello delle donne, tonnellate di periodici illustrati, sostanzialmente di gusto antirivoluzionario ed evasivo» [10].  Mi pare che da questa analisi, storicamente assai precisa, venga una indicazione preziosa per la sinistra italiana. Ecco: quanto più si lascia a se stessa la gente, tanto più essa è facile preda delle destre. Capitini pensava che la gente che discute diventa facilmente di sinistra. Opinione che si può non condividere; è certo, però, che la mancanza di un diffuso, capillare dibattito politico è prezioso per le forze politiche conservatrici. Capitini parlava dei giornali. Oggi ci sono le televisioni, che riescono a raggiungere lo scopo con ben altra efficacia. Ciò che è pubblico giunge ai singoli filtrato, addomesticato, edulcorato, se necessario falsificato dai mass media. Manca il confronto, la verifica. Ricorrendo ad un'altra importante distinzione di Danilo Dolci, si può dire che ci troviamo in una società nella quale il trasmettere ha preso il sopravvento sul comunicare. Il trasmettere è comunicazione inautentica, perché unidirezionale: dall'alto al basso. Il comunicare è un processo circolare, fatto di domanda e risposta, di tesi ed antitesi. L'Italia nonviolenta sognata da Capitini era una Italia delle assemblee. Esse dovevano essere dovunque: nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole. negli anni successivi alla morte di Capitini abbiamo avuto, in effetti, una Italia delle assemblee. Ma si è trattato di una esperienza che non è riuscita a cambiare permanentemente la nostra vita sociale e politica. Oggi c'è molta stanchezza. Chi lavora nella scuola, ad esempio, sa con quanto poco entusiasmo gli studenti approntano le assemblee di classe e di istituto. Invertire questa tendenza dovrebbe essere il primo obiettivo della sinistra. Per questa via, credo, si potrebbe anche soddisfare uno dei bisogni fondamentali del tempo attuale, un bisogno non sufficientemente considerato dal mondo politico: il bisogno di socializzare, di combattere la solitudine, di incontrare gli altri. Nelle società del benessere cresce a dismisura il numero degli esclusi, cresce la solitudine metropolitana, non soltanto negli anziani, nei malati, nei diversi. C'è la nuova solitudine dei giovani, di quei giovani che non entrano nella macchina del divertimento e della distrazione. C'è la solitudine degli extracomunitari, partecipanti alla nostra vita economica, ma poco o nulla coinvolti nella nostra vita sociale e culturale. Se al tempo di Capitini i COS rispondevano al bisogno di diffondere il potere, oggi essi potrebbero costituire una vera e propria terapia per una società dove la comunicazione è bloccata, insufficiente. 
Ai socialisti Capitini ricordava che il fine del vero socialismo (quello che lui chiamava socialismo liberato) è per «la persona, il suo sviluppo, la sua creatività, l'amore che culmina nel tu che volgiamo, amando le persone dall'intimo» [11]. Ai liberali, ricordava che le persone non sono atomi contrapposti e chiusi nella sfera dei loro diritti. Totalitarismo ed atomismo sociale erano i due pericoli che la società nonviolenta supera: al totalitarismo risponde con l'esaltazione della libertà e della creatività personale, all'atomismo si oppone ricordando che l'uomo non è interamente tale al di fuori della comunione con gli altri uomini. Entrambi i pericoli sono ancora presenti. Il pericolo di un totalitarismo politico è ormai alle spalle, dopo il crollo dei regimi totalitari dell'Est. Ma esistono forme più subdole, sottili di totalitarismo, modi raffinati di soffocare la creatività, la libertà, la capacità di decidere dei singoli. Ancora più evidente è il pericolo dell'atomismo sociale. La corsa al benessere suscita egoismi, chiusure, settarismi. La propria identità è legata a beni, che bisogna difendere ed accrescere contro gli altri. Occorre una riflessione su ciò che è realmente indispensabile all'uomo. Capitini ritiene che i veri beni umani consistano nei valori. Ma quali valori? Anche nella difesa dei valori da parte dei politici c'è ormai settarismo. Si esaltano i valori della patria, della famiglia, della fede. Ma questi sono valori che distinguono uomini da altri uomini, valori che separano e contrappongono. I veri valori invece si distinguono per Capitini per una caratteristica: uniscono le persone. Il valore è ciò nella cui realizzazione gli uomini si avvertono uniti a tutti gli uomini, agli animali, a coloro che non vivono più. E' un valore la musica, è un valore il dire tu ad un altro uomo; non è valore l'esaltazione della propria patria, che unisce alcuni uomini per separarli dagli altri. Sarebbe un grave errore, a mio avviso, considerare i COS un esperimento del passato. 
Bisogna riprendere quel progetto, in forme magari diverse da quella del passato. Abbiamo bisogno di una fitta rete di centri sociali, diversi da quelli esistenti: centri frequentati da gente di ogni età, fortemente integrati con il territorio, costantemente attenti alla realtà politica locale ma capaci anche di approfondire le problematiche internazionali. E' importante che questi centri giungano nelle periferie, nei luoghi dove più fortemente risaltano i limiti della nostra democrazia. Esistono paesi nel sud che stanno inesorabilmente morendo, senza che si abbia la forza di invertire la tendenza, arrestare la fuga dei giovani e il degrado complessivo. Esistono interi quartieri, in quasi tutte le città italiane, dove vivono cittadini invisibili, persone che non riescono a far giungere al potere le proprie richieste, il proprio disagio. 

Una politica inclusiva 

Per Capitini democratizzare il socialismo non era sufficiente. La socialdemocrazia comportava per lui il pericolo di una semplice amministrazione della cosa pubblica, per conquistare il benessere. «La storia - affermava - si muove per cose più grandi. Si tratta di una tensione di apertura a tutti, ad una nuova società, anzi a una nuova realtà, che comprenda veramente tutti, nessuno escluso, e che elevi e trasformi la sostanza di tutti» [12] Nessuno escluso, dice Capitini. Siamo terribilmente lontani da questa idea. Vi sono oggi persone, esseri umani clandestini, quasi fantasmi pericolosi in agguato contro la società civile. Questo è intollerabile. Abbiamo visto sorgere, in tempi recenti, centri di accoglienza temporanea che assomigliano in modo preoccupante a campi di concentramento. Abbiamo assistito ad una campagna di informazione distorta, che ha concentrato sugli extracomunitari paure vecchie e nuove. Abbiamo ascoltato un autorevole rappresentante della Chiesa cattolica chiedere che si impedisse agli immigrati di fede diversa dalla cristiana di venire in Italia, e ciò in difesa della «identità nazionale». Tutto ciò, sotto gli occhi di una sinistra di governo che appare sempre più come una semplice sentinella del benessere. Si consideri, ancora, la questione della sicurezza. Siamo, più o meno, ai tempi di Dolci in Sicilia. C'era delinquenza, e lo stato rispondeva con la repressione. Diverso era il metodo nonviolento: documentare l'estrema povertà., la disoccupazione, i diritti calpestati, e lavorare pazientemente alla radice dei problemi, trasformando dal basso. Chi riesce ancora, oggi, a vedere il delinquente come una vittima? Chi ha ancora voglia di interrogarsi sul rapporto tra delinquenza ed esclusione sociale? Pochi. Si chiede a gran voce sicurezza immediata; e questo la politica - la politica della sinistra di governo - offre. Sicurezza immediata vuol dire repressione, controllo, inasprimento delle pene, esclusione del colpevole dal corpo sociale. 
Qui la frattura tra la sinistra - quella che vorrei chiamare sinistra del benessere - e la nonviolenza appare profonda. La nonviolenza combatte ogni forma di chiusura. E' una questione di punti di vista. La nonviolenza fa proprio il punto di vista dell'escluso, dell'arretrato, del perdente, del clandestino. La sinistra del benessere ha perduto ormai questo punto di vista; ha acquisito molta ragionevolezza, ma ha smarrito ogni carattere rivoluzionario. Oggi più che mai la nonviolenza è scomoda, difficile, provocatoria. Criticare a fondo una società ammalata di chiusure e di benessere, avvicinarsi all'escluso e dargli voce: è il primo dovere di un nonviolento (amico della nonviolenza, direbbe Capitini). Anche la lunga lotta di Capitini alla Chiesa cattolica appartiene alla nonviolenza. Lotta che non era contro le persone, ma contro una istituzione dogmatica, potente, escludente; una lotta che vale a sostenere all'interno della Chiesa stessa le forze migliori emerse durante il Concilio Vaticano II, e protestare contro le tendenza conservatrici che con tanta forza si ripresentano. Nella Chiesa cattolica tanti italiani trovano la propria identità. È proprio questo, per la nonviolenza, un pericolo. Una società inclusiva chiede una identità aperta, dialogante. Si pensi al grande lavoro di Capitini per il dialogo tra Oriente ed Occidente. La sua stessa filosofia è un affascinante incontro della cultura filosofica occidentale con il messaggio gandhiano. Oggi è urgente in Italia un incontro con le culture mediterranee, soprattutto con l'Islam. Ma è un dialogo ancora lontano. Nel migliore dei casi si accorda ai musulmani il diritto di costruire una moschea; nel peggiore dei casi si deplora l'identità ferita, o minacciata. Dove c'è una chiusura, c'è una violenza ideologica che prima o poi diventa violenza fisica, tangibile. E' capace la sinistra del benessere di una tale politica inclusiva? No. Un presidente del consiglio di sinistra, posto di fronte alla richiesta degli omosessuali di manifestare, afferma che «purtroppo» ne hanno il diritto; e la manifestazione era a Roma, in quella stessa Roma che il giubileo dei cattolici ha trasformato per un anno in un rumoroso, affollato, scomodo santuario. È comprensibile questo atteggiamento. Combattere le chiusure è cosa che crea resistenze, impopolarità, attira su di sé condanne ed anatemi. Naturalmente un politico preoccupato del successo elettorale deve tener conto dei recinti esistenti nella società, individuare quello più ampio e sostenerlo affinché lo sostenga. Per questo occorre quel qualcosa di più della politica che è la nonviolenza. 

Universalismo concreto 

La nonviolenza ha, come s'è detto, una predilezione per le periferie, i paesini, le borgate. Questi non sono che punti di vista decentrati, dai quali è possibile ottenere una visione critica del centro. L'orizzonte di questa visione non è limitato alla realtà locale, né a quella del proprio paese. Al COS si discutevano i problemi concretissimi del luogo, ma si affrontavano anche le grandi questioni internazionali, e le due cose non erano prive di collegamento, perché affrontare nonviolentemente i piccolissimi problemi della vita quotidiana significa già fare un passo per una civiltà nonviolenta. Considerare localmente questioni globali è importantissimo in tempi di globalizzazione. Tra gli aspetti più preoccupanti della globalizzazione c'è il passaggio di poteri importanti dai governi nazionali a realtà sovranazionali, sottratte al controllo dei popoli. Questa realtà, che porta decisioni fondamentali per la vita di tutti ad un livello incontrollabile, ha trovato nella società civile internazionale una opposizione assolutamente spontanea, diffusa, determinata: l'opposizione del cosiddetto popolo di Seattle. Un movimento che ha una identità complessa, comprendendo anarchici dei centri sociali, nonviolenti, volontari di organizzazioni non governative, ecologisti. Dove possa giungere questo movimento, non è facile dire. Ma non è difficile prevedere che il successo o l'insuccesso del movimento anti-globalizzazione sarà legato all'uso o meno della violenza. Solo una applicazione piena delle tecniche di opposizione nonviolenta potrà permettere al movimento di legittimarsi. In caso contrario, la violenza dei manifestanti sarà l'alibi per la violenza repressiva; ogni piccolo atto di violenza sarà enfatizzato dagli organismi d'informazione, per criminalizzare tutto il movimento, e far passare in secondo piano le sue ragioni. C'è un articolo di Capitini, apparso nel 1948, che a mio avviso è di una attualità straordinaria. Capitini parlava dell'universalismo: la globalizzazione, con i termini dell'epoca. Distingue due tipi di universalismo. Il primo consiste nel considerare l'universalismo «su un piano amministrativo, di assicurazione del benessere quotidiano; e allora prevarrà la potenza che potrà meglio subito assicurarlo» [13] È esattamente quello che accede oggi. La globalizzazione, concepita come fatto economico, porta al prevalere delle potenze industrializzate, che si spartiscono mercati e materie prime, e dettano le regole del gioco. Il secondo universalismo è fondato su qualcosa di più profondo. «Credere che gli uomini possano accontentarsi di un'amministrazione del mondo - scriveva - è pensarne troppo male» [14] Il benessere non può appagare le esigenze più profonde dell'uomo: resta alla superficie. Al fondo, c'è altro: c'è il bisogno di libertà, il bisogno di socialità, il bisogno di religiosità, da Capitini intesa in modo non istituzionale, come approssimazione al problema del senso della vita. Il vero universalismo è quello che soddisfa queste esigenze più profonde dell'uomo. Capitini lo chiama universalismo concreto, e sostiene che verso di esso procede il mondo attuale, «moderno e postmoderno, postliberale e postcomunistico» [15]. 
Capitini scrive nel 1948, eppure questi termini si adattano perfettamente al mondo attuale. Il termine postmoderno è entrato nel linguaggio filosofico soltanto da qualche decennio, ed è ora quasi un luogo comune, Il termine postcomunismo è entrato prepotentemente nel linguaggio politico dopo l'89, dopo il crollo dei regimi comunisti. Come mai Capitini può usare, nel 1948, questi aggettivi? Perché avvertiva fin da allora che le grandi impostazioni politiche, ideologiche, economiche del Novecento erano destinate a far posto a qualcosa d'altro. Il suo ragionamento doveva essere, più o meno, il seguente: può durare solo ciò che soddisfa e favorisce pienamente la realizzazione dell'uomo; il liberismo ed il comunismo, per ragioni diverse, impediscono questa realizzazione (il primo soffocando il bisogno di socialità, il secondo soffocando il bisogno di libertà); liberismo e comunismo sono perciò destinati al superamento, sono forze che potranno ancora agire storicamente, ma sono già state condannate sul piano dei valori. L'universalismo concreto della civiltà nonviolenza segue quindi la dissoluzione delle grandi ideologie contemporanee. Potremmo dire che la nonviolenza è la vera idea politica dell'età postmoderna. Interessante anche l'aggettivo usato da Capitini per connotare il nuovo universalismo: concreto. Intendeva dire che questo universalismo considera l'uomo nella sua interezza, nei suoi bisogni più profondi, e non soltanto alla superficie, come se tutto ciò che conta fosse il benessere, il soddisfacimento economico. Ma concreto deriva anche, come si sa, da cum-crescere, crescere insieme. L'universalismo nonviolento non comporta la crescita di alcuni a spese di altri. La realtà che la nonviolenza cerca dev'essere, per Capitini, realtà di tutti; non si può dimenticare o lasciare indietro nessuno. Occorre, sosteneva Capitini più di cinquant'anni fa, un punto di vista nuovo, una nuova sintesi. Si tratta di un cambiamento radicale, qualcosa di ben più profondo e duraturo dell'avvicendamento di una classe politica. Capitini parlava di una semplificazione della propria vita, [16] per concentrarsi meno su oggetti, e più su valori. Oggi sappiamo che i nostri oggetti, il nostro sviluppo, il nostro tenore di vita costano altrove ingiustizia, miseria, violenza. La globalizzazione, come universalismo errato, è il risultato di una concezione limitata della politica: la politica come amministrazione, assicurazione del benessere, nei termini di Capitini. Una concezione della politica che è penetrata nella sinistra, in quella che ho chiamato sinistra del benessere: quella sinistra che porta l'Italia a partecipare alla guerra in Kossovo e sostiene il Nuovo Modello di Difesa, che prevede la difesa degli interessi vitali della Nazione, vale a dire mercati e materie prime. La nonviolenza è post-comunistica: ma questo post non va inteso come un rifiuto dell'anticapitalismo comunistico. Sulla critica della proprietà privata Capitini non ha mai cambiato idea. Del comunismo la nonviolenza rifiuta l'autoritarismo, la burocrazia, la dittatura, il metodo rivoluzionario violento; accoglie invece la socialità, la crescita comune, l'anticapitalismo. 
Queste le forze oggi in campo. Da una parte una realtà monolitica, compatta, potente; oligarchie che appaiono impenetrabili, inattaccabili. Dall'altra, la resistenza di piccoli gruppi, soprattutto di giovani, di provenienza diversa. In mezzo c'è una moltitudine di persone che non comprendono bene quello che succede, si lasciano informare e formare dai mass media, e quando provano a guardare un po' più lontano hanno l'impressione di trovarsi di fronte a processi troppo grandi, difficili da comprendere ed ancora più difficili da modificare. da questa moltitudine dipende il nostro futuro. Se esse prenderanno coscienza della enorme perdita di potere - vale a dire di libertà - che il processo comporta, se si accorgeranno che rinunciare a dimensioni profonde dell'esistenza per ottenere benessere non è un buon affare, le cose cambieranno. Se i lavoratori affiancheranno i giovani dei centri sociali, se le famiglie riconsidereranno il loro stile di vita ed i loro consumi, se le associazioni lavoreranno in rete per costruire una economia alternativa, le cose cambieranno. Questo, direbbe Capitini, è il varco attuale della storia. 

Nonviolenza scomoda 

Vorrei concludere ricordando il carattere drammatico, difficile, duro della nonviolenza. Capitini ricordava che la nonviolenza è «una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e il subconscio, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata» [17]. Questa è la rivoluzione nonviolenta. Delle altre rivoluzioni rifiuta il metodo violento, per quell'affetto che la nonviolenza ha per i singoli, ma anche perché considera che ogni rivoluzione violenta produce poi gerarchie, burocrazie, dittature. Ma per il resto, la nonviolenza non è meno radicale delle altre concezioni rivoluzionarie. Capitini considerava questa concezione radicale della nonviolenza come un grande passo oltre il superficiale pacifismo borghese, che combatte la guerra in nome del benessere. Un pacifismo che risorge in modo insidioso: ed è inevitabile, visto che siamo nella società del benessere. Contro questo pacifismo brando, acritico, conciliante bisogna rafforzare e recuperare il carattere scomodo della nonviolenza. Pochi intellettuali e personalità italiane del Novecento sono state scomode quanto Aldo Capitini e Danilo Dolci. Dei diversi aspetti della personalità nonviolenta, recentemente studiati da Pontara, bisognerebbe valorizzare soprattutto lo spirito critico, ed anche un certo anticonformismo. Nonviolenza è guardare oltre il punto di vista borghese: guardare dal punto di vista dell'escluso, del povero, del malato, dello sfruttato. Da questo sguardo periferico non può venire che una condanna molto dura del centro, della istituzione, della sfera del dominio. Naturalmente uno dei principi della nonviolenza è quello del dialogo; e gli amici della nonviolenza cercheranno anche il dialogo con le istituzioni. Ma altra cosa è smarrire il potenziale critico. Alla nonviolenza appartiene il principio del dialogo, ma anche quello della noncollaborazione. Non si fa la rivoluzione senza creare fratture profonde, senza assumere posizioni scomode, anche impopolari; senza rischiare ogni attimo la sconfitta, il suicidio politico. Questa nonviolenza scomoda non dà vita a Marce della pace alle quali possa partecipare, per rifarsi l'immagine, un capo di governo di sinistra responsabile di aver portato il proprio Paese in una guerra anticostituzionale. Questa nonviolenza radicale approfondisce soprattutto il dialogo con quelle forze politico-ideologiche - anarchici, comunisti, ecologisti - che condividono la critica della civiltà del benessere (quella che Capitini chiamava americano-pompeiana) e cercano di far proprio il punto di vista dell'escluso, per farne la leva del cambiamento. 

Note

* Appunti per un incontro su «Sinistra e Nonviolenza» (Roma, Campidoglio, 14 febbraio 2001) tra chi scrive, Lanfranco Mencaroni, Rocco Pompeo, Rocco Altieri, Tom Benetollo e Pietro Ingrao. 

1 G. Bosetti, I nuovi vizi della sinistra italiana, in Mondoperaio, n.1, gennaio-febbraio 2001, p. 84. 
2 Ibidem. 
3 Ibidem. 
4 A. Capitini, Rileggendo il profeta Isaia,in Nuovo Corriere, 4 aprile 1949; poi in Italia Nonviolenta, Bologna 1949; ora in Scritti sulla nonviolenza, Perugia 1992, p. 66. 
5 A. Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, Torino 1950, p. 99. 
6 Cfr. A. Capitini, Danilo Dolci, Manduria 1958, p. 24. 
7 Cfr. in particolare D. Dolci, La creatura e il virus del dominio, Latina 1987. 
8 A. Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, cit, p. 23. 
9 G. Lami, Il progetto non violento di Aldo Capitini, in Prospettiva Persona, a. VII. n. 24, giugno 1998, p. 28. 
10 A. Capitini, Attraverso due terzi di secolo,in Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 28. 
11 A. Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa,cit., p. 93. 
12 A. Capitini, Il socialismo liberato, in Il Ponte, n. 11, 1956, p. 1890. 
13 A. Capitini, Orizzonte mondiale, in Il Mattino del Popolo, 30 maggio 1948; poi in Italia nonviolenta, in Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 43. 
14 Ibidem. 
15 Ibidem. 
16 A. Capitini, Il potere di tutti, Firenze 1969, p. 93. 
17 A. Capitini, Scritti sulla nonviolenza, cit., p. 21