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blog di antonio vigilante

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Vogliamo una storia

Non vogliamo essere felici. Vogliamo stare in una storia: individuale, collettiva, cosmica.

Nulla disgusterebbe più di un romanzo i cui protagonisti fossero, dall’inizio alla fine, felici; e così la nostra vita. La felicità arriverà alla fine, dopo mille avventure; e allora il romanzo cesserà. Terminata la storia, i personaggi escono di scena. Se li si riporta in scena, occorre che accadano altre avventure: nell’Odissea di Nikos Kazantzakis Odisseo dovrà rimettersi in viaggio per non morire di noia accanto a Penelope. Vogliamo una storia. La felicità iniziale, poi la caduta, mille sofferenze, l’esilio, la lotta, la conquista, e poi ancora la perdita, e ancora la lotta, e la speranza, e la riconquista, e la vittoria finale, che sarà domani, non oggi – e un domani che non arriva — non deve arrivare mai.

Religione è ridurre il cosmo intero ad una narrazione, sottoporre tutto al potere di una storia. Bereshit è la parola che apre la prospettiva di senso della religione, che è sempre una prospettiva narrativa. E poiché all’altro capo c’è la liberazione finale, ogni religione è minacciata dal non senso: perché non c’è nulla che spaventi di più di una felicità priva di storia. Il Paradiso è anche peggio della morte. Il Paradiso è la dimensione nella quale appare il non senso di Dio stesso, in cui riaffiora la domanda che in realtà nemmeno la storia può tacitare: perché? Ecco, ora siamo ricondotti a Dio, ora siamo con Dio leholam. Ma: perché? Perché è Dio e non piuttosto il nulla? Cos’è questo Dio di diverso dall’essere stesso, da questo enigma per sfuggire al quale ci gettiamo nella storia?

La nostra visione del mondo è, oggi, astorica. Il cosmo che ci mostra la scienza non è riducibile a nessuna narrazione. Di qui l’importanza delle filosofie che fin dall’antichità hanno indicato la via di abitare il mondo, piuttosto che ridurlo a una narrazione: le filosofie ellenistiche, Lucrezio, Spinoza ecc. Ma sono filosofie della felicità: e noi non vogliamo essere felici.



Un figlio

Tra qualche giorno mio figlio Ermes compie un anno. M’ero ripromesso di scrivere molto: di lui, ma soprattutto a lui. Di parlargli nelle mie pagine di diario, avviando un colloquio che ci accompagnerà per tutte le nostre vite. Mi accorgo invece di aver scritto poco; quasi nulla. E per lo più annotazioni per così dire pediatriche: il peso, la temperatura, la crescita.

Perché? Perché sono stato troppo impegnato a cambiargli il pannolino, a inseguirlo per casa quando ha cominciato a gattonare, a cullarlo sperando che si addormentasse. E a giocare con lui. E questo mi è bastato.

Ora sono le nove meno un quarto del mattino. Sta ancora dormendo. Ho qualche minuto, e qualcosa provo a scrivere. Smetterò appena lo sentirò piangere: perché piange sempre quando si sveglia solo nel nostro letto.

Dunque: un figlio. Qui, sulle mie gambe. Gli tengo le mani, gli canto “Ci son due coccodrilli…”. Poi con le mani impersono questi due coccodrilli. La mano destra è Cocco, la mano sinistra è Drillo. Cocco e Drillo parlano tra di loro. Poi litigano. Cocco divora Drillo. Ermes guarda allibito. Poi arriva l’orangotango: e allora bisogna battersi forte il petto. Ma il meglio viene con i due piccoli serpenti, che strisceranno sul suo corpicino, facendolo ridere a crepapelle.

Eccolo qui, Ermes. I suoi occhi enormi, le sopracciglia lunghe e perfettamente disegnate, i capelli folti. La sua espressione attenta, in qualche modo misteriosa, quando…

[Si è svegliato, è sceso dal letto e ha gattonato per la camera da letto piangendo. Bisognerà che continui al prossimo sonnellino.]

Dicevo: a volte c’è un’intensità particolare nel suo sguardo. Come se andasse oltre o altrove. O meglio: insieme andassimo oltre e altrove.

Mio figlio, un figlio. Cos’è?

Quando è nato ho passato un momento difficile. Perché, mi chiedevo, mettere al mondo un figlio? Prima di farlo bisognerebbe essere certi di saper rispondere alla domanda: perché viviamo? Se si mette al mondo un figlio senza sapere perché si vive si dà il proprio contributo a una sorta di cattivo infinito.

So che la questione si risolve facilmente. Il senso appartiene alle cose del mondo. C’è un richiamo universale, x rimanda a y, x trova in y il suo senso. Ma il mondo, l’insieme delle cose, non si lascia trattare così; e ugualmente la nostra vita. Per cui parlare di un senso della vita o di un senso del mondo vuol dire semplicemente applicare all’insieme delle cose una categoria che vale solo per le singole cose.

Soluzione facile, appunto: e dunque insufficiente. Perché la domanda resta. E con essa la sofferenza, la ferita dell’assurdo.

Un figlio. Quello che so, grazie ad Ermes, è che una vita può avere valore assoluto. So bene che qualsiasi vita ha un valore assoluto. Ma è una posizione per così dire teorica. Una di quelle cose che sappiamo, ma non sappiamo davvero. Qui c’è ora, invece, una vita che ha per me un valore realmente assoluto. Un valore di fronte al quale tutto cede. Se Dio ci fosse, non avrebbe per me un valore maggiore. Chi sostiene, come Giovanni della Croce, che le creature sono briciole cadute dalla mensa di Dio, non sa cos’è un figlio. E forse nemmeno cos’è l’amore. E cos’è Dio.

Un essere che ha valore assoluto. E intorno a lui un mondo che quel valore lo assedia, in cui la vita è di continuo prodotta e distrutta, come se a contare qualcosa – forse – fosse il dinamismo dell’insieme, non certo le piccole esistenze che quel dinamismo di continuo crea e distrugge.

Riconoscere dunque l’esistenza di una vita dotata di valore assoluto pone un problema. Che dire di un mondo che nega questo valore? Per i credenti quel mondo non è che apparenza; al fondo c’è un Dio buono che preserva ogni vita, tranne quelle che saranno condannate dalla loro malvagità – o dalla loro mancanza di fede. Una soluzione che in realtà aggiunge violenza a violenza: la violenza religiosa a quella della natura.

La natura, il nome che diamo al modo di funzionare della vita sul nostro pianeta, appare sinistra. Le leggi del mondo sono feroci. E possiamo adattarci ad esse, sottometterci, abituarci a rinunciare a noi stessi, vedendo in ciò la più profonda saggezza. Ma non quando abbiamo un figlio. Posso accettare la mia morte, ma non la morte dell’altro, dal momento in cui ho un figlio.

Un anno fa ero impegnato in una rilettura di Spinoza. Uno dei miei autori; e, con David Hume, il più orientale dei filosofi occidentali. Avvertivo la forza, la potenza, anche la bellezza di una vita che si ponga nell’ordine della natura, sentivo il respiro di una vita che sappia attraversarsi e deporsi nel seno delle cose. Ma non più ora che ho un figlio. Posso attraversare il mio io, svuotarlo e abbandonarlo come un guscio vuoto: ma non quello di mio figlio.

E dunque: vada al diavolo Spinoza. Ho un figlio, e dico no alla natura, all’origine, al principio.

Ermes è Dio della soglia, del confine e del passaggio. E così è. Sta tra i mondi. Questo e quell’altro. Il mondo in cui i fiori appassiscono e i rami cedono all’inverno e quello in cui ogni fiore è eterno. E io sto con lui, grazie a lui, attraverso lui nella ribellione dolce di questo altrove. “E l’altrove è gioia, colori, pace e amore amore amore”, dice Lisi.



Senza fondo

L’essere hegeliano è come qualcuno che si svegli un giorno in una stanza, senza sapere nulla di sé o del mondo. Chi sono io? Perché sono qui? Perché sono? Questo essere così tragicamente gettato in sé stesso cerca disperatamente per la stanza tracce di sé: una foto, una pagina di diario. Qualcosa che gli dica chi è, da dove viene, dove va. E lo trova, dice Hegel. Andando fuori, anzi internandosi, dice: e pare di vederlo sorridere, mentre lo scrive. Trova un’essenza che è il suo passato, ma un passato non temporale. Wesen, gewesen.

Cosa troviamo noi, sul cui dramma è esemplato quello dell’essere? I più pigri, un fondamento, un’origine — un’essenza, in effetti. Dio, da cui proveniamo. Quelli che non si accontentano di soluzioni illusorie frugano in un intrico di atomi, di cellule nervose, di sinapsi. E scoprono che ciò che è più intimo, ciò che è più proprio, il sé che si sta interrogando e sta cercando ansiosamente la sua essenza, la sua origine, il suo fondamento e la sua ragione, non è nulla di reale; nulla che sia oltre qualche processo fisico, l’azione di qualche meccanismo fisico-chimico-elettrico. Il sé, alla ricerca di un fondamento, vede con sconcerto che il suo stesso interrogarsi è illusorio, perché illusorio è lui stesso in quanto interrogante. Trovata chiusa la porta dell’essenza, è ricacciato verso la prima opposizione: essere, non essere. La prima, tragica consonanza: essere è non essere. E nel fondo del tragico, sente, è a volte la gioia.



Io

Quello che chiamiamo io è una lucetta che a intermittenza si accende nella stanza di quel che siamo. E ogni volta che è accesa, ha la convinzione illusoria di essere sempre stata accesa e di essere l’intera stanza.



16 marzo, lunedì


Cercando aria, luce e colori, mi sono spinto questa mattina con il mio cane per i colli senesi, sui quali la primavera, indifferente alla nostra angoscia, sta cominciando a celebrare la sua festa. Nessuno per strada; solo, di là dai cancelli, due uomini impegnati nella potatura degli ulivi. "Taglia più in basso, lì" le uniche parole sentite. Per il resto il silenzio morbido e gentile dei colli. E i rospi.
Questo è il periodo della mattanza dei rospi. S'azzardano sull'asfalto e vengono falciati da un mostro di acciaio che nulla sa di loro. Restano lì, un ammasso di sangue e carne, fino a quando i raggi del sole non cominciano la loro operazione alchemica. In capo a qualche giorno, di loro non resta resta una sagoma di grigia e rinsecchita; qualche giorno ancora, e svanisce anche la forma - la tragica persistenza di una parvenza di vita, perfino di volontà.
Mi hanno seguito per tutta la mia esplorazione dei colli, queste cose, fino a quando ho ceduto al loro invito alla riflessione. Sì, non siamo forse anche noi così? Possiamo davvero ritenerci diversi da un rospo, nell'economia dell'universo? Non siamo fatti fuori anche noi, da un momento all'altro? E resta di noi qualcosa di diverso, nonostante la premura dei superstiti?
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6 novembre 2019

"L'individuo è cosciente della vanità delle aspirazioni e degli obiettivi umani e, per contro, riconosce l'impronta sublime e l'ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L'esistenza individuale gli là l'impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo. Già nei primi stati dell'evoluzione della religione (per esempio in parecchi salmi di David e in qualche Profeta), si trovano i primi indizi della religione cosmica; ma gli elementi di questa religione sono più forti nel buddhismo, come abbiamo imparato in particolare dagli scritti ammirabili di Schopenhauer."*

- Direi che c'è tutto, qui.
- Tutto? Cosa?
- Il trascendimento. Quello che chiamo, anzi, attraversamento.
- E che ti sembra dell'ordine ammirabile?
- Che intendi?
- Intendo l'ophiocordyceps unilateralis.
- A suo modo è mirabile.
- A condizione di non essere una formica. A meno che tu non voglia dire che la formica attraversa il suo ego.
- Nemmeno io vedo una impronta sublime. Ma sento la necessità dell'attraversamento.
- Che sarà verso il radicale non senso delle cose, immagino.
- Fihi ma fihi.
- E la formica?

* Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton.


8.12.2011

Sono immerso costantemente nello sguardo dell’altro, lo respiro come l’aria: ne ho bisogno. E questo bisogno è miseria, povertà, mancanza. Lo avverto quando, chiuse tre porte, mi ritrovo nudo con me stesso. E nemmeno allora sono al sicuro dallo sguardo dall’altro. Anche allora vorrei offrire la mia stessa nudità, a volte: e cercare una solenne approvazione. Ma altre volte il mio corpo diventa trasparente, il desiderio del desiderio dell’altro svanisce, e con esso svanisce parte di me: quella polvere d’umanità che mi dà un nome e un volto e una parte. E’ allora che il bisogno, il desiderio di desiderio, lasciano il posto al desiderio semplice, puro.



8.12.2011

Sono immerso costantemente nello sguardo dell’altro, lo respiro come l’aria: ne ho bisogno. E questo bisogno è miseria, povertà, mancanza. Lo avverto quando, chiuse tre porte, mi ritrovo nudo con me stesso. E nemmeno allora sono al sicuro dallo sguardo dall’altro. Anche allora vorrei offrire la mia stessa nudità, a volte: e cercare una solenne approvazione. Ma altre volte il mio corpo diventa trasparente, il desiderio del desiderio dell’altro svanisce, e con esso svanisce parte di me: quella polvere d’umanità che mi dà un nome e un volto e una parte. E’ allora che il bisogno, il desiderio di desiderio, lasciano il posto al desiderio semplice, puro.


Non è nulla

Versare il mio sangue è ormai lecito a tutti,
senza taglione o riscatto.
Nezami, Leyla e Majnun, Adelphi, p. 38.


Lascia stare
non scoccare
la tua freccia
zitto e ascolta
non è un cervo
né una lepre
che si muove
tra i cespugli
forse è un uomo
o forse no.

Proprio qui proprio qui proprio qui passa
lombrichi cavallette scarafaggi
proprio qui passa il filo luce corda
rospi serpenti bestie della terra
qui passa la catena che ci tiene
animanti del cielo uccelli teneri
qui sotto al cuore passa la catena
la rete che ci spinge e ci trascina
insieme vivi insieme morti insieme
sofferenti gioiosi schiavi liberi.

Sembra un uomo
mezzo pazzo
nudo come
un animale
ha le mani
nella terra
parla e piange
parla e ride
forse è un uomo
o forse no.

Un tempo camminavo sulle gambe
e tutti conoscevano il mio nome
ma qualcosa è successo non so dire
se scala inciampo trappola o via:
ho visitato la notte e la luna
ho visto l’altro lato delle cose
la faccia tenebrosa della luce
la faccia luminosa della tenebra
l’amore ragnatela che fa folli
l’amore ragnatela che fa saggi.

Non è un uomo
né una bestia
guarda bene
non è nulla
scocca pure
la tua freccia
prima che altre
cose dica
forse è tardi
o forse no.



Non è nulla

Versare il mio sangue è ormai lecito a tutti,
senza taglione o riscatto.
Nezami, Leyla e Majnun, Adelphi, p. 38.

Lascia stare
non scoccare
la tua freccia
zitto e ascolta
non è un cervo
né una lepre
che si muove
tra i cespugli
forse è un uomo
o forse no.

Proprio qui proprio qui proprio qui passa
lombrichi cavallette scarafaggi
proprio qui passa il filo luce corda
rospi serpenti bestie della terra
qui passa la catena che ci tiene
animanti del cielo uccelli teneri
qui sotto al cuore passa la catena
la rete che ci spinge e ci trascina
insieme vivi insieme morti insieme
sofferenti gioiosi schiavi liberi.
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27 giugno, martedì

Gli atti vitali sono terribili. Mangiare, uccidere, scopare. Ma il più terribile di tutti è dormire. Ora ci sono, ora non ci sono più. Io per me stesso non sono una sicurezza. Il mio essere è intermittente. Il mio essere è inaffidabile. Il mio essere ha un vuoto al centro.
Questa intermittenza dell’io è il grande tabù del pensiero, ciò che è sconveniente da pensare, ciò di cui non bisogna parlare (לָמָּה תָמוּת, בְּלֹא עִתֶּךָ.). Dove sei, chi sei, cosa sei quando non ci sei? è la domanda fondamentale.
E’ solo attraverso il nihilum, dice Nishitani, che si giunge al vuoto.



27 giugno, martedì

Gli atti vitali sono terribili. Mangiare, uccidere, scopare. Ma il più terribile di tutti è dormire. Ora ci sono, ora non ci sono più. Io per me stesso non sono una sicurezza. Il mio essere è intermittente. Il mio essere è inaffidabile. Il mio essere ha un vuoto al centro.
Questa intermittenza dell'io è il grande tabù del pensiero, ciò che è sconventiente da pensare, ciò di cui non bisogna parlare (לָמָּה תָמוּת, בְּלֹא עִתֶּךָ.). Dove sei, chi sei, cosa sei quando non ci sei? è la domanda fondamentale.
E' solo attraverso il nihilum, dice Nishitani, che si giunge al vuoto.


24 giugno, sabato

Penseremmo di avere un corpo, se il nostro corpo scomparisse nel nulla per sette, otto, nove ore al giorno? Penseremmo addirittura di essere un corpo? No, dirai. Anche perché siamo abituati ad identificarci non con il corpo, ma con quella che una volta si chiamava anima: l’io, la coscienza. Ma la coscienza, ecco, è esattamente quella cosa che scompare per sette, otto, nove ore al giorno. Possiamo dire di avere una coscienza? O addirittura di essere una coscienza?



24 giugno, sabato

Penseremmo di avere un corpo, se il nostro corpo scomparisse nel nulla per sette, otto, nove ore al giorno? Penseremmo addirittura di essere un corpo? No, direte. Anche perché siamo abituati ad identificarci non con il corpo, ma con quella che una volta si chiamava anima: l'io, la coscienza. Ma la coscienza, ecco, è esattamente quella cosa che scompare per sette, otto, nove ore al giorno. Possiamo dire di avere una coscienza? O addirittura di essere una coscienza?


Allahu Akbar

Allahu Akbar. Nel mio studio su Gandhi ho cercato di mostrare l’importanza che nel suo pensiero ha l’idea di Dio come Daridranarayana: Dio come povero. E’ il rovesciamento di quella idea di Dio che, in campo hinduista, si trova nella Bhagavad-Gita, libro che pure Bapu considerava fondamentale per la sua formazione spirituale, etica e politica. Dio è povero, è debole, è umile. Dio è negli intoccabili, che non a caso Bapu chiamava harijan, figli di Dio. Dio non è grande, Dio è piccolo. Dio è nelle cose piccole, e credere in Dio significa prendersi cura delle cose piccole. L’idea non è una creazione di Gandhi: l’ho trovata in Vivekananda, un pensatore che andrebbe riscoperto, ma forse si potrebbe risalire più indietro. Dio è grande: su questa convinzione si regge tutta l’arte occidentale; senza questa convinzione non avremmo il duomo di Monreale, Santa Maria Novella, San Pietro: eccetera. Dio è grande, e dunque bisogna onorarlo con la grande architettura, con la grande arte, con la grande musica. Ma Dio è grande vuol dire anche glorificare la potenza, la violenza, l’imposizione. Il Dio grande è sempre, anche, il Signore degli eserciti della Bibbia, il Dio assassino che guida i massacri e le crociate. Bisognerebbe cominciare a pensare che Dio è piccolo e sta nei piccoli. E che le pratiche religiose sono pratiche di attenzione e di cura verso ciò che è piccolo, debole, indifeso.



Allahu Akbar

Allahu Akbar. Nel mio studio su Gandhi ho cercato di mostrare l'importanza che nel suo pensiero ha l'idea di Dio come Daridranarayana: Dio come povero. E' il rovesciamento di quella idea di Dio che, in campo hinduista, si trova nella Bhagavad-Gita, libro che pure Bapu considerava fondamentale per la sua formazione spirituale, etica e politica. Dio è povero, è debole, è umile. Dio è negli intoccabili, che non a caso Bapu chiamava harijan, figli di Dio. Dio non è grande, Dio è piccolo. Dio è nelle cose piccole, e credere in Dio significa prendersi cura delle cose piccole. L'idea non è una creazione di Gandhi: l'ho trovata in Vivekananda, un pensatore che andrebbe riscoperto, ma forse si potrebbe risalire più indietro. Dio è grande: su questa convinzione si regge tutta l'arte occidentale; senza questa convinzione non avremmo il duomo di Monreale, Santa Maria Novella, San Pietro: eccetera. Dio è grande, e dunque bisogna onorarlo con la grande architettura, con la grande arte, con la grande musica. Ma Dio è grande vuol dire anche glorificare la potenza, la violenza, l'imposizione. Il Dio grande è sempre, anche, il Signore degli eserciti della Bibbia, il Dio assassino che guida i massacri e le crociate. Bisognerebbe cominciare a pensare che Dio è piccolo e sta nei piccoli. E che le pratiche religiose sono pratiche di attenzione e di cura verso ciò che è piccolo, debole, indifeso.


Fame

Prendete due uomini, o due donne, o un uomo e una donna. Affamati. E tra loro del cibo, che basta per sfamare soltanto uno dei due. Dubito che esista una qualsiasi dottrina o teoria filosofica o morale, o religione, in grado di impedire che questi due si ammazzino per togliere il cibo all’altro.
Il bene e la morale nascono una volta che si è placata la fame; la virtù esiste solo per le bestie sazie.
Con il capitalismo succedono due cose. Una parte di umanità – l’occidente capitalista – sazia la fame. Di qui il diffondersi di ideali umanitari, dei diritti umani, delle religioni che, sanguinarie fino ad ieri, ora predicano la pace e l’amore. Dall’altra, il capitalismo ha bisogno di una fame infinita. Soddisfatti i bisogni primari, naturali e necessari, bisogna alimentare quelli naturali e non necessari e, ancora, quelli né naturali né necessari. Bisogna che si sia sempre nel bisogno; e per soddisfare questi bisogni non bastano il pane e l’acqua, né il caviale e lo champagne. Occorrono il petrolio, e il coltan, eccetera. Di qui, ancora, la violenza: una violenza ancora più feroce, ma nascosta dietro il palinsesto dei diritti umani e dell’etica dell’amore. L’uomo e la donna del capitalismo sono le uniche bestie che restano feroci anche quando hanno saziato la fame del corpo: perché una fame più profonda, e che nulla può soddisfare, e che richiede sacrifici infiniti, li divora.



Fame

Prendete due uomini, o due donne, o un uomo e una donna. Affamati. E tra loro del cibo, che basta per sfamare soltanto uno dei due. Dubito che esista una qualsiasi dottrina o teoria filosofica o morale, o religione, in grado di impedire che questi due si ammazzino per togliere il cibo all'altro. 
Il bene e la morale nascono una volta che si è placata la fame; la virtù esiste solo per le bestie sazie.
Con il capitalismo succedono due cose. Una parte di umanità - l'occidente capitalista - sazia la fame. Di qui il diffondersi di ideali umanitari, dei diritti umani, delle religioni che, sanguinarie fino ad ieri, ora predicano la pace e l'amore. Dall'altra, il capitalismo ha bisogno di una fame infinita. Soddisfatti i bisogni primari, naturali e necessari, bisogna alimentare quelli naturali e non necessari e, ancora, quelli né naturali né necessari. Bisogna che si sia sempre nel bisogno; e per soddisfare questi bisogni non bastano il pane e l'acqua, né il caviale e lo champagne. Occorrono il petrolio, e il coltan, eccetera. Di qui, ancora, la violenza: una violenza ancora più feroce, ma nascosta dietro il palinsesto dei diritti umani e dell'etica dell'amore. L'uomo e la donna del capitalismo sono le uniche bestie che restano feroci anche quando hanno saziato la fame del corpo: perché una fame più profonda, e che nulla può soddisfare, e che richiede sacrifici infiniti, li divora.


La bestemmia più grave

C’è una bestemmia molto più grave di qualsiasi vignetta di Charlie Hebdo, una bestemmia che colpisce al cuore qualsiasi religione. E’ la bestemmia per la quale Gesù Cristo è stato mandato sulla croce dagli ebrei. E’ la bestemmia per la quale ad Al-Hallaj i musulmani fecero subire, nell’ordine, i seguenti supplizi: amputazione delle mani e dei piedi, crocefissione, decapitazione. E dopo morto diedero il suo corpo in pasto alle belve.  La colpa di Cristo e di A-Hallaj, “Cristo dell’Islam”, è quella di aver detto: “Io sono Dio.” La colpa di aver superato quell’alienazione religiosa che fa credere che Dio sia qualcosa che può essere creduto, o che dev’essere pregato, e non qualcosa che si può essere. Che si deve essere. Che da sempre siamo.
Dalla bestemmia del Cristo i cristiani – la cui stessa esistenza è una bestemmia – si sono difesi facendo del Cristo un altro Dio, un altro Altro da venerare: un’altra via di alienazione religiosa. Quei pochi che hanno capito, sono diventati a loro volta bestemmiatori. Ed hanno subito a loro volta il supplizio – come Margherita Porete – o l’hanno evitato per poco, come Meister Eckhart. Si venera il Cristo crocifisso, evitando di prendere la croce (o prendendola in senso penosamente metaforico: sopportare i dolori, e sciocchezze simili). Su questo equivoco si fondano due millenni di alienazione religiosa occidentale.



La bestemmia più grave

C'è una bestemmia molto più grave di qualsiasi vignetta di Charlie Hebdo, una bestemmia che colpisce al cuore qualsiasi religione. E' la bestemmia per la quale Gesù Cristo è stato mandato sulla croce dagli ebrei. E' la bestemmia per la quale ad Al-Hallaj i musulmani fecero subire, nell'ordine, i seguenti supplizi: amputazione delle mani e dei piedi, crocefissione, decapitazione. E dopo morto diedero il suo corpo in pasto alle belve. 
La colpa di Cristo e di A-Hallaj, "Cristo dell'Islam", è quella di aver detto: "Io sono Dio." La colpa di aver superato quell'alienazione religiosa che fa credere che Dio sia qualcosa che può essere creduto, o che dev'essere pregato, e non qualcosa che si può essere. Che si deve essere. Che da sempre siamo.
Dalla bestemmia del Cristo i cristiani - la cui stessa esistenza è una bestemmia - si sono difesi facendo del Cristo un altro Dio, un altro Altro da venerare: un'altra via di alienazione religiosa
Quei pochi che hanno capito, sono diventati a loro volta bestemmiatori. Ed hanno subito a loro volta il supplizio - come Margherita Porete - o l'hanno evitato per poco, come Meister Eckhart. Si venera il Cristo crocifisso, evitando di prendere la croce (o prendendola in senso penosamente metaforico: sopportare i dolori, e sciocchezze simili). Su questo equivoco si fondano due millenni di alienazione religiosa occidentale.