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blog di antonio vigilante

Visualizzazione post con etichetta Francesco (papa). Mostra tutti i post
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Don Milani, il papa e la lotta di classe

Nel marzo del 1960, durante la traslazione della tomba di Alessandro Manzoni, accadde un mezzo miracolo: la tomba apparve apparve stranamente illuminata, anzi sprigionante luce. Fu un mezzo miracolo, e non un miracolo completo, perché qualcuno ebbe il buon senso di far notare che si trattava del riflesso di un raggio solare sulla teca di cristallo, e qualche altro ebbe il buon senso di ascoltarlo. Ciò non impedì, com’è naturale in Italia, che da più parti si invocasse la beatificazione dello scrittore. Chiedendo all’amico giornalista Giorgio Pecorini di procurargli una foto del corpo mummificato dello scrittore, che incuriosiva i ragazzi di Barbiana, don Lorenzo Milani ragiona divertito sulle conseguenze della santificazione: “Hai mai pensato che immenso sfalsamento avverrebbe a tutto il romanzo se i gesuiti facessero la follia di santificarne l’autore? Nel giro di pochi decenni i ragazzi costretti fin dall’infanzia a dire le preghierine al Santo Romanziere protettore delle scuole lo vedrebbero sempre in aureola anche quando descrive la peste e non gli crederebbero più una parola. Tragico destino di chi vien dalla Chiesa benedetto e consacrato. Motivo profondo per cui bisogna sempre parlare sboccatamente e ineducatamente e farsi odiare quanto occorre per essere almeno presi sul serio” (1).
Dopo la visita di papa Francesco a Barbiana pare che lo stesso don Milani abbia rischiato questo tragico destino. Con un certo sollievo abbiamo letto le parole del cardinale di Firenze, che dopo la visita ha dichiarato che non ci sarà alcuna beatificazione, e che Barbiana non diventerà un santuario. La visita del papa ha un altro significato. Papa Francesco ha riconosciuto che il modo in cui don Milani è stato prete è stato un buon modo di fare il prete, di realizzare la missione sacerdotale, di mettere in pratica il Vangelo. E’ un riconoscimento importante, che lo stesso don Milani aveva chiesto apertamente al suo vescovo, senza successo. Voleva che la Chiesa prendesse atto che la sua vicenda a Barbiana non era un fatto privato, l’avventura di un personaggio stravagante, ma una via del cattolicesimo, una possibilità per la Chiesa. Dopo cinquant’anni papa Francesco riconosce che è così. O quasi. Lo fa arrivando a Barbiana in elicottero, unico tra coloro che sono giunti a Barbiana dal ’54 in poi. A Barbiana si saliva e si sale a piedi; al massimo in automobile. Elicotteri mai. Si dirà: una polemica sterile, che non considera la sostanza. Ma qui si tratta proprio della sostanza.
Don Milani è stato tre cose: un prete, un educatore, uno scrittore. Come educatore ha avuto la sorte migliore. La Lettera a una professoressa dopo cinquant’anni è ancora un testo infinitamente più vivo di qualsiasi altro tomo di pedagogia scritto in quegli anni. E’ stato frainteso e lo sarà ancora a lungo, ci sarà sempre qualche Paola Mastrocola ad attribuire al Priore catastrofi grammaticali o pedagogiche, ma chiunque voglia capire, capisce: e capisce cose importanti ieri, non meno importanti oggi. Come scrittore don Milani è ancora da scoprire, e la pubblicazione di tutte le opere nei Meridiani Mondadori rappresenta un’occasione importante. A ragione Alberto Melloni scrive, introducendo i due volumi, che la sua scrittura “deve essere trattata con la cura e i crismi riservati a quelle grandi opere – verrebbe da pensare al De Vulgari eloquentia dantesco o al Manzoni stesso – che si sono poste il ‘problema’ della lingua mentre ne costruivano una e la consegnavano a un destinatario preciso, dotata di codici d’accesso e di filtri rigorosi” (2). Ma don Milani era, e voleva essere, soprattutto un prete. Era educatore, era scrittore, in quanto prete. Si tende a dimenticarlo, perché la scuola che faceva era laica; ma fare scuola laica era il suo modo di essere prete. Di essere prete nel modo più serio e più alto.
Pochi mesi prima di morire scrive ai suoi ragazzi: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritti tutto sul suo conto” (3). Questa è la via di Don Milani come prete. Amare Dio amando le persone. Che detta così sembra una cosa ragionevolissima, nulla di cui scandalizzarsi. A far scandalo – e a indicare una via – è quel “più” di troppo. Si ricordino le parole, per molti versi terribili, del Dottore della Chiesa San Giovanni della Croce: “l’affetto per Dio e quello per le creature sono contrari e quindi non possono essere contenuti nella stessa volontà”; e ancora: “tutte le creature sono briciole cadute dalla mensa di Dio. Giustamente quindi, vengono chiamati cani coloro che si vanno pascendo delle creature…” (4). Don Milani sarebbe stato proprio uno di questi cani che si cibano delle briciole cadute dalla mensa di Dio, una immagine che con ogni probabilità gli sarebbe piaciuta. Di più: si direbbe che gli interessino soltanto le briciole, che esse non siano un modo per risalire alla mensa, per partecipare in qualche modo ad essa, ma che siano l’unico cibo possibile, accettabile, desiderato. Detto altrimenti: un Dio che si risolve nelle creature, una fede che diventa prassi di incontro con esse. Ma non qualsiasi creatura. Quelle creature che sono i poveri. Per don Milani essere prete – ossia avere fede, essere cristiano – significava questo: mettersi al servizio dei poveri. Trattare i poveri come Dio stesso. Una fede che si pone agli antipodi della teologia. La fede non è una questione di logos, ma di praxis. Di azione. E’ qualcosa da fare con gli altri. Per un non credente e non cristiano come me, una cosa particolarmente interessante di questo modo di concepire la fede è la possibilità di incontro con i non credenti. Se Dio non è nel logos, ma nella praxis, allora ci si può incontrare nella praxis, sia che si sia credenti (o, per dirla con don Milani, che si faccia parte della Ditta) sia che si sia atei.
Ma c’è da aggiungere ancora qualcosa per non fraintendere don Milani. La praxis che realizza la fede non è un generico mettersi al servizio dei poveri, né un mettersi al servizio dei poveri educandoli. La Chiesa fa da tempo entrambe le cose. La novità di don Lorenzo consiste nel fatto che questa prassi è una prassi politica, non un’azione caritatevole. Non è il gesto benevolo con il quale il membro di una istituzione che da secoli giustifica e fonda l’oppressione dei ricchi sui poveri (come vide e denunciò già nel Settecento un altro prete a contatto con i poverissimi, Jean Meslier), ma è il gesto di rottura di un prete che insegna ai poveri che sono oppressi dai ricchi, e che devono liberarsi da questa oppressione combattendo i ricchi. Ecco le parole di don Lorenzo durante un incontro con alcuni direttori didattici: “io baso la scuola sulla lotta di classe. Io non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe. E la scuola funziona perché io faccio soltanto questo discorso”. E al direttore didattico che gli fa osservare scandalizzato che quelli sono “concetti marxisti”, risponde rivendicando il senso cristiano di quelle parole: “Vi parlo da sacerdote perché oltretutto io sono più prete di voi. Io sono prete, se ve lo dico io, si può dire” (5).
Ma si può dire davvero? E’ per confermare questo “si può dire” che don Lorenzo chiedeva un gesto al suo vescovo. Un gesto che non giunse allora, e che sembra essere giunto adesso. Ma è giunto davvero? Ascoltiamo le parole del papa. “Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole”. E più oltre: “La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso a dare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta la sua dignità”.
No. Don Milani non era questo. Pur con le migliori intenzioni, il papa non riesce a far di meglio che far rientrare don Lorenzo nello schema caritativo. Il Priore s’è preso cura dei poveri realizzando il “volto materno e premuroso” della Chiesa. Siamo a un passo dalla santificazione-addomesticamento. Il papa vola fino a Barbiana per dire che don Milani s’è preso cura dei poveri, mentre da cinquant’anni don Milani attendeva che si dicesse che prendersi cura dei poveri in modo cristiano significa insegnar loro la lotta di classe. Si dirà che la lotta di classe è un ferro vecchio, che quelli erano altri tempi, che la società è cambiata e le classe nemmeno si sa più quali siano. Si dirà che anche i poveri oggi hanno lo smartphone. Si dirà che il comunismo è finito da un pezzo. Si dirà. Mentre l’unica cosa sensata da dire è quella denunciata da Luciano Gallino in una delle sue ultime, lucidissime opere (6): la lotta di classe c’è ancora, ma s’è rovesciata. E’ la lotta dei ricchi contro i poveri. E oggi, come ieri, si può stare da una parte o dall’altra. Oppure si può stare da una parte fingendo di stare dall’altra: ad esempio riempendosi la bocca con i poveri dopo essere scesi dal proprio elicottero personale.
(1) Lettere a Giorgio Pecorini del 15 marzo 1960, in Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, Mondadori, Milano 2017, vol. 2, p. 739.
(2) Ivi, vol. 1, p. XII.
(3) Testamento, 1.1.1966, in Lettere di Don Lorenzo Milani, Mondadori, Milano 1988, p. 282.
(4) Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo, I, 6, in Opere, Edizioni OCD, Roma 2001, pp. 32-33.
(5) Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, cit., vol. 2, pp. 1165-1166.
(6) L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.
Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 1 luglio 2017.


Don Milani, il papa e la lotta di classe

Nel marzo del 1960, durante la traslazione della tomba di Alessandro Manzoni, accadde un mezzo miracolo: la tomba apparve apparve stranamente illuminata, anzi sprigionante luce. Fu un mezzo miracolo, e non un miracolo completo, perché qualcuno ebbe il buon senso di far notare che si trattava del riflesso di un raggio solare sulla teca di cristallo, e qualche altro ebbe il buon senso di ascoltarlo. Ciò non impedì, com'è naturale in Italia, che da più parti si invocasse la beatificazione dello scrittore. Chiedendo all'amico giornalista Giorgio Pecorini di procurargli una foto del corpo mummificato dello scrittore, che incuriosiva i ragazzi di Barbiana, don Lorenzo Milani ragiona divertito sulle conseguenze della santificazione: "Hai mai pensato che immenso sfalsamento avverrebbe a tutto il romanzo se i gesuiti facessero la follia di santificarne l'autore? Nel giro di pochi decenni i ragazzi costretti fin dall'infanzia a dire le preghierine al Santo Romanziere protettore delle scuole lo vedrebbero sempre in aureola anche quando descrive la peste e non gli crederebbero più una parola. Tragico destino di chi vien dalla Chiesa benedetto e consacrato. Motivo profondo per cui bisogna sempre parlare sboccatamente e ineducatamente e farsi odiare quanto occorre per essere almeno presi sul serio" (1).
Dopo la visita di papa Francesco a Barbiana pare che lo stesso don Milani abbia rischiato questo tragico destino. Con un certo sollievo abbiamo letto le parole del cardinale di Firenze, che dopo la visita ha dichiarato che non ci sarà alcuna beatificazione, e che Barbiana non diventerà un santuario. La visita del papa ha un altro significato. Papa Francesco ha riconosciuto che il modo in cui don Milani è stato prete è stato un buon modo di fare il prete, di realizzare la missione sacerdotale, di mettere in pratica il Vangelo. E' un riconoscimento importante, che lo stesso don Milani aveva chiesto apertamente al suo vescovo, senza successo. Voleva che la Chiesa prendesse atto che la sua vicenda a Barbiana non era un fatto privato, l'avventura di un personaggio stravagante, ma una via del cattolicesimo, una possibilità per la Chiesa. Dopo cinquant'anni papa Francesco riconosce che è così. O quasi. Lo fa arrivando a Barbiana in elicottero, unico tra coloro che sono giunti a Barbiana dal '54 in poi. A Barbiana si saliva e si sale a piedi; al massimo in automobile. Elicotteri mai. Si dirà: una polemica sterile, che non considera la sostanza. Ma qui si tratta proprio della sostanza.
Don Milani è stato tre cose: un prete, un educatore, uno scrittore. Come educatore ha avuto la sorte migliore. La Lettera a una professoressa dopo cinquant'anni è ancora un testo infinitamente più vivo di qualsiasi altro tomo di pedagogia scritto in quegli anni. E' stato frainteso e lo sarà ancora a lungo, ci sarà sempre qualche Paola Mastrocola ad attribuire al Priore catastrofi grammaticali o pedagogiche, ma chiunque voglia capire, capisce: e capisce cose importanti ieri, non meno importanti oggi. Come scrittore don Milani è ancora da scoprire, e la pubblicazione di tutte le opere nei Meridiani Mondadori rappresenta un'occasione importante. A ragione Alberto Melloni scrive, introducendo i due volumi, che la sua scrittura "deve essere trattata con la cura e i crismi riservati a quelle grandi opere - verrebbe da pensare al De Vulgari eloquentia dantesco o al Manzoni stesso - che si sono poste il 'problema' della lingua mentre ne costruivano una e la consegnavano a un destinatario preciso, dotata di codici d'accesso e di filtri rigorosi" (2). Ma don Milani era, e voleva essere, soprattutto un prete. Era educatore, era scrittore, in quanto prete. Si tende a dimenticarlo, perché la scuola che faceva era laica; ma fare scuola laica era il suo modo di essere prete. Di essere prete nel modo più serio e più alto.
Pochi mesi prima di morire scrive ai suoi ragazzi: "Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritti tutto sul suo conto" (3). Questa è la via di Don Milani come prete. Amare Dio amando le persone. Che detta così sembra una cosa ragionevolissima, nulla di cui scandalizzarsi. A far scandalo - e a indicare una via - è quel "più" di troppo. Si ricordino le parole, per molti versi terribili, del Dottore della Chiesa San Giovanni della Croce: "l'affetto per Dio e quello per le creature sono contrari e quindi non possono essere contenuti nella stessa volontà"; e ancora: "tutte le creature sono briciole cadute dalla mensa di Dio. Giustamente quindi, vengono chiamati cani coloro che si vanno pascendo delle creature..." (4). Don Milani sarebbe stato proprio uno di questi cani che si cibano delle briciole cadute dalla mensa di Dio, una immagine che con ogni probabilità gli sarebbe piaciuta. Di più: si direbbe che gli interessino soltanto le briciole, che esse non siano un modo per risalire alla mensa, per partecipare in qualche modo ad essa, ma che siano l'unico cibo possibile, accettabile, desiderato. Detto altrimenti: un Dio che si risolve nelle creature, una fede che diventa prassi di incontro con esse. Ma non qualsiasi creatura. Quelle creature che sono i poveri. Per don Milani essere prete - ossia avere fede, essere cristiano - significava questo: mettersi al servizio dei poveri. Trattare i poveri come Dio stesso. Una fede che si pone agli antipodi della teologia. La fede non è una questione di logos, ma di praxis. Di azione. E' qualcosa da fare con gli altri. Per un non credente e non cristiano come me, una cosa particolarmente interessante di questo modo di concepire la fede è la possibilità di incontro con i non credenti. Se Dio non è nel logos, ma nella praxis, allora ci si può incontrare nella praxis, sia che si sia credenti (o, per dirla con don Milani, che si faccia parte della Ditta) sia che si sia atei.
Ma c'è da aggiungere ancora qualcosa per non fraintendere don Milani. La praxis che realizza la fede non è un generico mettersi al servizio dei poveri, né un mettersi al servizio dei poveri educandoli. La Chiesa fa da tempo entrambe le cose. La novità di don Lorenzo consiste nel fatto che questa prassi è una prassi politica, non un'azione caritatevole. Non è il gesto benevolo con il quale il membro di una istituzione che da secoli giustifica e fonda l'oppressione dei ricchi sui poveri (come vide e denunciò già nel Settecento un altro prete a contatto con i poverissimi, Jean Meslier), ma è il gesto di rottura di un prete che insegna ai poveri che sono oppressi dai ricchi, e che devono liberarsi da questa oppressione combattendo i ricchi. Ecco le parole di don Lorenzo durante un incontro con alcuni direttori didattici: "io baso la scuola sulla lotta di classe. Io non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe. E la scuola funziona perché io faccio soltanto questo discorso". E al direttore didattico che gli fa osservare scandalizzato che quelli sono "concetti marxisti", risponde rivendicando il senso cristiano di quelle parole: "Vi parlo da sacerdote perché oltretutto io sono più prete di voi. Io sono prete, se ve lo dico io, si può dire" (5).
Ma si può dire davvero? E' per confermare questo "si può dire" che don Lorenzo chiedeva un gesto al suo vescovo. Un gesto che non giunse allora, e che sembra essere giunto adesso. Ma è giunto davvero? Ascoltiamo le parole del papa. "Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole". E più oltre: "La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso a dare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta la sua dignità".
No. Don Milani non era questo. Pur con le migliori intenzioni, il papa non riesce a far di meglio che far rientrare don Lorenzo nello schema caritativo. Il Priore s'è preso cura dei poveri realizzando il "volto materno e premuroso" della Chiesa. Siamo a un passo dalla santificazione-addomesticamento. Il papa vola fino a Barbiana per dire che don Milani s'è preso cura dei poveri, mentre da cinquant'anni don Milani attendeva che si dicesse che prendersi cura dei poveri in modo cristiano significa insegnar loro la lotta di classe. Si dirà che la lotta di classe è un ferro vecchio, che quelli erano altri tempi, che la società è cambiata e le classe nemmeno si sa più quali siano. Si dirà che anche i poveri oggi hanno lo smartphone. Si dirà che il comunismo è finito da un pezzo. Si dirà. Mentre l'unica cosa sensata da dire è quella denunciata da Luciano Gallino in una delle sue ultime, lucidissime opere (6): la lotta di classe c'è ancora, ma s'è rovesciata. E' la lotta dei ricchi contro i poveri. E oggi, come ieri, si può stare da una parte o dall'altra. Oppure si può stare da una parte fingendo di stare dall'altra: ad esempio riempendosi la bocca con i poveri dopo essere scesi dal proprio elicottero personale.


(1) Lettere a Giorgio Pecorini del 15 marzo 1960, in Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, Mondadori, Milano 2017, vol. 2, p. 739.
(2) Ivi, vol. 1, p. XII.
(3) Testamento, 1.1.1966, in Lettere di Don Lorenzo Milani, Mondadori, Milano 1988, p. 282.
(4) Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo, I, 6, in Opere, Edizioni OCD, Roma 2001, pp. 32-33.
(5) Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, cit., vol. 2, pp. 1165-1166.
(6) L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 1 luglio 2017.


10 novembre, martedì

In prima pagina di Repubblica c’è il papa che dice: “La Chiesa non sia ossessionata dal potere”. Bene, bello. Ma: se oggi Repubblica dedica la prima pagina a quello che dice il papa, è perché da duemila anni a questa parte la Chiesa è stata ossessionata dal potere. E’ perché la Chiesa è scesa a patti con l’Impero. E’ perché San Paolo ha detto che tutte le autorità terrene sono volute da Dio, e che gli schiavi devono obbedire ai padroni perché è quello che Dio vuole. E’ perché l’Impero ha dato alla Chiesa il potere di perseguitare pagani ed ebrei. Eccetera. 
Il papa sta seduto su una montagna di merda e si lamenta della puzza.


10 novembre, martedì

In prima pagina di Repubblica c'è il papa che dice: "La Chiesa non sia ossessionata dal potere". Bene, bello. Ma: se oggi Repubblica dedica la prima pagina a quello che dice il papa, è perché da duemila anni a questa parte la Chiesa è stata ossessionata dal potere. E' perché la Chiesa è scesa a patti con l'Impero. E' perché San Paolo ha detto che tutte le autorità terrene sono volute da Dio, e che gli schiavi devono obbedire ai padroni perché è quello che Dio vuole. E' perché l'Impero ha dato alla Chiesa il potere di perseguitare pagani ed ebrei. Eccetera. 
Il papa sta seduto su una montagna di merda e si lamenta della puzza.


Papa Francesco e la diversità culturale

Tra gli aspetti più interessanti ed apprezzabili dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco c’è l’affermazione del valore della diversità culturale e della necessità di preservarla. Scrive papa Francesco: “La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale. L’imposizione di uno stile egemonico di vita legato a un modo di produzio­ne può essere tanto nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi” (1). Il riferimento è, naturalmente, alla globalizzazione, che in ogni parte del mondo impone lo stile di vita ed i modelli di consumo occidentali, travolgendo le culture locali. 
 Si tratta di una affermazione che è interessante perché viene dal capo della istituzione, la Chiesa cattolica, che con ogni probabilità si può considerare la maggiore responsabile della distruzione della diversità culturale nella storia. Fin dalle sue origini, il cristianesimo è stato terribilmente aggressivo verso ogni diversità. La Chiesa è passata nel giro di pochissimo tempo dall’essere perseguitata al perseguitare. Dopo l’editto di Tessalonica (380), che dichiara il cristianesimo unica religione ufficiale dell’Impero romano, proibendo tutti gli altri culti, è cominciata la persecuzione nei confronti degli eretici, degli ebrei e dei pagani. Particolare fu lo zelo con il quale ci si dedicò alla distruzione della cultura pagana, colpita anche nei suoi luoghi di culto. Porfirio di Gaza si conquistò la santità demolendo i templi pagani della sua città, mentre la barbara uccisione della filosofa Ipazia – fatta letteralmente a pezzi con dei cocci da una folla di fanatici cristiani – non impedisce di considerare il vescovo Cirillo di Alessandria, che in quell’assassinio brutale ebbe non poche responsabilità, santo e dottore della Chiesa (peraltro, tra le sue imprese meritorie c’è la cacciata degli ebrei da Alessandria). 
L’ebraismo è riuscito a sopravvivere, il paganesimo è morto, le eresie si sono trasformate e sono ricomparse sotto diverse forme, fino a quando non sono state estirpate con il ferro ed il fuoco. 
 Dopo secoli di lotta contro il diverso musulmano, che l’occidente cristiano ha tentato inutilmente di eliminare con le crociate – durante l’assedio di Gerusalemme, narra Raimondo di Aguilers, “gli uomini cavalcavano con il sangue fino alle ginocchia” -, la nuova sfida è stata rappresentata dall’America, abitata da popoli che non solo non avevano mai sentito nominare Gesù Cristo, ma che andavano in giro nudi e non conoscevano il valore del denaro. Anche in questo caso la risposta dell’occidente cristiano è stata lo sterminio. Il più grande genocidio della storia, secondo lo storico David Stannard(2). 

Disgustato da tanta violenza, il buon Bartolomé de Las Casas scriverà nel suo testamento:

Credo che, a causa di queste opere empie, scellerate e ignominiose, perpetrate in modo così ingiusto, barbaro e tirannico, Dio riverserà sulla Spagna la sua ira e il suo furore, giacché tutta la Spagna si è presa la sua parte, grande o piccola, delle sanguinose ricchezze usurpate a prezzo di tante rovine e di tanti massacri(3).

Ma era solo l’inizio. Devastato il popolo indio, l’occidente cristiano si sarebbe accanito contro i neri africani, verso il quali lo stesso Las Casas, sensibile ai diritti degli americani, non provava alcuna simpatia. E la distruzione, l’omicidio di massa, la sottomissione, la riduzione in schiavitù sono andati sempre di pari passo con la negazione della cultura e della religione e l’imposizione del cristianesimo. Per sopravvivere, i culti antichi hanno dovuto camuffarsi sotto una veste cattolica, come è accaduto in Brasile con il candomblé. Si dirà: sono cose ben note, errori per i quali la Chiesa cattolica ha chiesto scusa già da tempo, con Giovanni Paolo II. E’ vero, e bisogna prenderne atto. Ma non si può fare a meno di chiedersi se tanta violenza negatrice dell’alterità non abbia lasciato un residuo. Ora, l’impressione è che questo residuo ci sia. E’ nota la lotta decennale di Giovanni Paolo II contro il relativismo, considerato l’origine di tutti i mali. Un attacco frontale a qualsiasi forma di cultura non assolutista che ha segnato un solco profondo tra la Chiesa a la cultura laica. Papa Francesco, pur senza i toni accesi di Giovanni Paolo II (assiduamente citato nell’enciclica), sembra condividerne pienamente l’anti-relativismo. Scrive, ad esempio:

Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre poten­ze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite(4).

Consideriamo le implicazioni di questa affermazione. Il papa sta dicendo che chiunque non creda in Dio dovrà necessariamente adorare il denaro, o lo Stato, o il successo, e devastare la natura. Chi non crede è brutto, sporco e cattivo: necessariamente. Naturalmente si tratta di una affermazione violenta, negatrice della differenza e del dialogo. Poco più oltre la “cultura del relativismo” è ricondotta alla posizione morale di chi mette prima di ogni cosa i propri interessi personali ed è risposto ad usare l’altro come mezzo; una cultura che il papa non manca di associare a cose come la pedofilia (5). Ora, sarebbe anche troppo facile replicare che qualche problema con la pedofilia l’ha anche la Chiesa, nonostante il suo assolutismo. Quello che colpisce è l’uso del termine relativismo, che vuol dire molte cose, per indicare posizioni immorali che non si può fare a meno di condannare. E’ come se qualcuno usasse la parola cattolicesimo come un insulto. 
In sostanza, il papa afferma il valore della diversità culturale, ma afferma poi che qualsiasi cultura che neghi Dio è insostenibile (“non possiamo sostenere”), negando dunque qualsiasi cultura non teistica. La diversità culturale non è solo quella degli aborigeni. E’, ad esempio, quella dei buddhisti, che non credono in un Dio “onnipotente e creatore”, e che tuttavia da duemila e cinquecento anni hanno sviluppato un’etica della compassione che comprende anche la vita non umana e l’ambiente. Per papa Bergoglio, una spiritualità insostenibile. Insostenibile appare, in realtà, l’assolutismo di chi si crede depositario unico della verità: una posizione che nella storia ha fatto molti più danni dell’aborrito relativismo. 


Note

(1) Lettera enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana, Roma 2015, p. 113. 
(2) D. Stannard, American Holocaust: The Conquest of the New World, Oxford University Press, Oxford 1992. 
(3) T. Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell'”altro”, tr. it., Einaudi, Torino 1992. 
(4) Lettera enciclica Laudato si’ , cit., p. 59. 
(5) Ivi, p. 95. 

Nell’immagine: Theodor De Bry, illustrazione della Narratio Regionum indicarum per Hispanos Quosdam devastatarum verissima di Bartolomé de las Casas.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 22 giugno 2015.



Papa Francesco e la diversità culturale


Tra gli aspetti più interessanti ed apprezzabili dell'enciclica Laudato si' di papa Francesco c'è l'affermazione del valore della diversità culturale e della necessità di preservarla. Scrive papa Francesco: "La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale. L’imposizione di uno stile egemonico di vita legato a un modo di produzio­ne può essere tanto nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi" (1). Il riferimento è, naturalmente, alla globalizzazione, che in ogni parte del mondo impone lo stile di vita ed i modelli di consumo occidentali, travolgendo le culture locali. 
 Si tratta di una affermazione che è interessante perché viene dal capo della istituzione, la Chiesa cattolica, che con ogni probabilità si può considerare la maggiore responsabile della distruzione della diversità culturale nella storia. Fin dalle sue origini, il cristianesimo è stato terribilmente aggressivo verso ogni diversità. La Chiesa è passata nel giro di pochissimo tempo dall'essere perseguitata al perseguitare. Dopo l'editto di Tessalonica (380), che dichiara il cristianesimo unica religione ufficiale dell'Impero romano, proibendo tutti gli altri culti, è cominciata la persecuzione nei confronti degli eretici, degli ebrei e dei pagani. Particolare fu lo zelo con il quale ci si dedicò alla distruzione della cultura pagana, colpita anche nei suoi luoghi di culto. Porfirio di Gaza si conquistò la santità demolendo i templi pagani della sua città, mentre la barbara uccisione della filosofa Ipazia - fatta letteralmente a pezzi con dei cocci da una folla di fanatici cristiani - non impedisce di considerare il vescovo Cirillo di Alessandria, che in quell'assassinio brutale ebbe non poche responsabilità, santo e dottore della Chiesa (peraltro, tra le sue imprese meritorie c'è la cacciata degli ebrei da Alessandria). 
L'ebraismo è riuscito a sopravvivere, il paganesimo è morto, le eresie si sono trasformate e sono ricomparse sotto diverse forme, fino a quando non sono state estirpate con il ferro ed il fuoco. 
 Dopo secoli di lotta contro il diverso musulmano, che l'occidente cristiano ha tentato inutilmente di eliminare con le crociate - durante l'assedio di Gerusalemme, narra Raimondo di Aguilers, "gli uomini cavalcavano con il sangue fino alle ginocchia" -, la nuova sfida è stata rappresentata dall'America, abitata da popoli che non solo non avevano mai sentito nominare Gesù Cristo, ma che andavano in giro nudi e non conoscevano il valore del denaro. Anche in questo caso la risposta dell'occidente cristiano è stata lo sterminio. Il più grande genocidio della storia, secondo lo storico David Stannard(2). 
Disgustato da tanta violenza, il buon Bartolomé de Las Casas scriverà nel suo testamento:
Credo che, a causa di queste opere empie, scellerate e ignominiose, perpetrate in modo così ingiusto, barbaro e tirannico, Dio riverserà sulla Spagna la sua ira e il suo furore, giacché tutta la Spagna si è presa la sua parte, grande o piccola, delle sanguinose ricchezze usurpate a prezzo di tante rovine e di tanti massacri(3).
Ma era solo l'inizio. Devastato il popolo indio, l'occidente cristiano si sarebbe accanito contro i neri africani, verso il quali lo stesso Las Casas, sensibile ai diritti degli americani, non provava alcuna simpatia. E la distruzione, l'omicidio di massa, la sottomissione, la riduzione in schiavitù sono andati sempre di pari passo con la negazione della cultura e della religione e l'imposizione del cristianesimo. Per sopravvivere, i culti antichi hanno dovuto camuffarsi sotto una veste cattolica, come è accaduto in Brasile con il candomblé. Si dirà: sono cose ben note, errori per i quali la Chiesa cattolica ha chiesto scusa già da tempo, con Giovanni Paolo II. E' vero, e bisogna prenderne atto. Ma non si può fare a meno di chiedersi se tanta violenza negatrice dell'alterità non abbia lasciato un residuo. Ora, l'impressione è che questo residuo ci sia. E' nota la lotta decennale di Giovanni Paolo II contro il relativismo, considerato l'origine di tutti i mali. Un attacco frontale a qualsiasi forma di cultura non assolutista che ha segnato un solco profondo tra la Chiesa a la cultura laica. Papa Francesco, pur senza i toni accesi di Giovanni Paolo II (assiduamente citato nell'enciclica), sembra condividerne pienamente l'anti-relativismo. Scrive, ad esempio:
Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre poten­ze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite(4).
Consideriamo le implicazioni di questa affermazione. Il papa sta dicendo che chiunque non creda in Dio dovrà necessariamente adorare il denaro, o lo Stato, o il successo, e devastare la natura. Chi non crede è brutto, sporco e cattivo: necessariamente. Naturalmente si tratta di una affermazione violenta, negatrice della differenza e del dialogo. Poco più oltre la "cultura del relativismo" è ricondotta alla posizione morale di chi mette prima di ogni cosa i propri interessi personali ed è risposto ad usare l'altro come mezzo; una cultura che il papa non manca di associare a cose come la pedofilia (5). Ora, sarebbe anche troppo facile replicare che qualche problema con la pedofilia l'ha anche la Chiesa, nonostante il suo assolutismo. Quello che colpisce è l'uso del termine relativismo, che vuol dire molte cose, per indicare posizioni immorali che non si può fare a meno di condannare. E' come se qualcuno usasse la parola cattolicesimo come un insulto. 
In sostanza, il papa afferma il valore della diversità culturale, ma afferma poi che qualsiasi cultura che neghi Dio è insostenibile ("non possiamo sostenere"), negando dunque qualsiasi cultura non teistica. La diversità culturale non è solo quella degli aborigeni. E', ad esempio, quella dei buddhisti, che non credono in un Dio "onnipotente e creatore", e che tuttavia da duemila e cinquecento anni hanno sviluppato un'etica della compassione che comprende anche la vita non umana e l'ambiente. Per papa Bergoglio, una spiritualità insostenibile. Insostenibile appare, in realtà, l'assolutismo di chi si crede depositario unico della verità: una posizione che nella storia ha fatto molti più danni dell'aborrito relativismo. 

Note
(1) Lettera enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana, Roma 2015, p. 113. 
(2) D. Stannard, American Holocaust: The Conquest of the New World, Oxford University Press, Oxford 1992. 
(3) T. Todorov, La conquista dell'America. Il problema dell'"altro", tr. it., Einaudi, Torino 1992. 
(4) Lettera enciclica Laudato si’ , cit., p. 59. 
(5) Ivi, p. 95. 

Nell'immagine: Theodor De Bry, illustrazione della Narratio Regionum indicarum per Hispanos Quosdam devastatarum verissima di Bartolomé de las Casas.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 22 giugno 2015.


Papa Francesco e la cultura del dominio

Nell’enciclica Laudato si’, papa Francesco presenta una visione dell’ecologia che definisce più volte integrale. In cosa consiste l’integralità? Nel fatto che comprende le dimensioni interrelate dell’ambiente, dell’economia, della cultura, della società, considerando le conseguenze che i cambiamenti in ciascuna di queste dimensioni hanno su tutte le altre, ma non solo. L’ecologia di papa Francesco è integrale anche perché contempla tutti gli aspetti della visione del mondo cattolica. Utilizzando un termine di Raimon Panikkar, possiamo dire che l’ecologia cattolica di papa Francesco è cosmoteantrica. Se l’ecologia è la scienza dei rapporti, l’ecologia integrale di papa Francesco va intesa come la disciplina che si occupa dei rapporti tra l’essere umano, la natura e Dio. Riguardando anche Dio, una tale ecologia non potrà essere una scienza, ma dovrà risultare dal dialogo tra scienza e religione. Che rapporti ci sono tra Dio, l’essere umano e la natura? Secondo la Genesi, Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza e gli affidò il compito di dominare la terra. Il testo biblico dice, esattamente:

וַיְבָרֶךְ אֹתָם, אֱלֹהִים, וַיֹּאמֶר לָהֶם אֱלֹהִים פְּרוּ וּרְבוּ וּמִלְאוּ אֶת-הָאָרֶץ, וְכִבְשֻׁהָ; וּרְדוּ בִּדְגַת הַיָּם, וּבְעוֹף הַשָּׁמַיִם, וּבְכָל-חַיָּה, הָרֹמֶשֶׂת עַל-הָאָרֶץ.
E Dio li benedisse, e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e dominatela, e soggiogate i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni vita che si muova sulla terra” (Genesi, 1, 28).

I verbi adoperati in questo passo sono inequivocabili. Il verbo che ho tradotto con “dominatela” è kabash, che Gesenius, autore del più autorevole dizionario dell’ebraico biblico, traduce come segue: pedibus conculcavit, pedibus subiecit, e per estensione subegit (1). Letteralmente dunque si tratta di mettersi qualcosa o qualcuno sotto i piedi. L’altro verbo, che riguarda specificamente gli animali, è radah. Gesenius traduce: (pedibus) calcavit; subegit, dominatus est (2). Sono due verbi che esprimono una grande violenza: l’essere umano ha da Dio il mandato di mettere il proprio piede sulla terra e su tutti gli esseri viventi, compresi quelli che sono in cielo. In questa violenza originaria, in questo primo mandato violento, che ha in occidente un valore fondante, pur appartenendo al mito, molti hanno visto le radici della violenza umana sulla natura. Tra i primi, lo storico della scienza Lynn White, che in un articolo pubblicato su Science nel 1967 sostenne, appunto, che la crisi ecologica ha radici cristiane. Il suo ragionamento era basato su un semplice sillogismo: la scienza e la tecnica sono nate in Occidente e poi si sono diffuse in tutto il mondo; l’occidente è cristiano; la scienza e la tecnica non esisterebbero senza il cristianesimo. “Specialmente nella sua forma occidentale – scriveva – il cristianesimo è la religione più antropocentrica che il mondo abbia mai visto” (3). Il cristianesimo distingue l’essere umano, creato a Dio a sua immagine, da tutte le altre creature, sulle quali ha il mandato di dominare e che può usare per i propri scopi. La natura non è più sacra, come nel paganesimo. E tuttavia la natura è stata creata da Dio, e dunque è una via per mettersi in contatto con lui. Se la prima teologia ha interpretato la natura simbolicamente, dal tredicesimo secolo in poi si cerca Dio nella natura studiando il suo modo di funzionare e le sue leggi. E’ così che la scienza scaturisce dalla teologia. Purtroppo, questa tecnoscienza che intendeva conoscere la natura per conoscere Dio ha finito per devastare la natura. Secondo papa Francesco si è trattato di un equivoco. Il mandato biblico non dà all’uomo alcun potere assoluto sugli animali e sulla natura, poiché la terra appartiene solo a Dio. L’essere umano è chiamato da Dio a custodirla, ad esserne non il padrone, ma l’amministratore. Scrive papa Francesco:

Molte vol­te è stato trasmesso un sogno prometeico di do­minio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di in­tenderlo come amministratore responsabile (4).

Non c’è nulla di particolarmente nuovo in questa idea dell’essere umano quale “amministratore responsabile” della natura. E’ la formula individuata da quando la teologia cattolica ha cominciato ad occuparsi delle problematiche teologiche (il passo citato del resto è seguito da una nota che richiama una dichiarazione dei vescovi dell’Asia del 1993). Parole molto simili si trovano in papa Ratzinger, non particolarmente noto per le sue aperture teologiche o politiche. In un messaggio per la giornata mondiale della pace del primo gennaio del 2000, Benedetto XVI affermava che l’uomo e la donna sono stati creati “ad immagine e somiglianza del Creatore per ‘riempire la terra’ e ‘dominarla’ come ‘amministratori’ di Dio stesso (cfr Gen1, 28)” (5). E, oltre che non nuova né originale, non è nemmeno particolarmente rivoluzionaria. Si tratta di nulla più che di una sfumatura, che non muta in nulla l’aspetto fondamentale della questione: la posizione dell’uomo nel cosmo. Per White, come per altri critici del cristianesimo (compreso il cattolico Eugen Drewermann, sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale nel 1992)(6), l’antropocentrismo è il problema culturale da cui deriva la crisi ecologica, che non potrà essere superata fino a quando non si giungerà a considerare l’essere umano come una parte della natura. Quello proposto da papa Francesco è, per così dire, un antropocentismo moderato. L’essere umano resta il centro del creato, unica creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio, ma il suo potere non va inteso come potere assoluto. Il papa rifiuta risolutamente la prospettiva del biocentrismo, perché “Non si può esigere da parte dell’essere umano un impegno verso il mondo, se non si riconoscono e non si valoriz­zano al tempo stesso le sue peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità” (7); vale a dire: se non si riconosce la sua unicità di creatura fatta ad immagine di Dio. Papa Francesco non si limita a riaffermare l’antropocentrismo, garantito dal teocentrismo – l’essere umano è unico perché c’è Dio -, ma rilancia:

Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre poten­ze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite. Il modo mi­gliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un domi­natore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi (8).

Altrove, nell’enciclica, si legge che “non si può proporre” una relazione con l’ambiente che prescinda dalla relazione con l’altro e con Dio, perché ciò sarebbe “un individuali­smo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’immanenza”(9). Il che vuol dire che tutti coloro che non credono in Dio non possono essere autenticamente ecologisti, e che l’ateismo, sia pure religioso (ad esempio il buddhismo, che è una religione ateistica che ha molto da dire sui temi ecologici), è necessariamente violento ed antiecologico. Con questa enciclica, in sostanza, il cattolicesimo si arroga l’ecologismo. Il citato Lynn White riteneva che all’interno del cristianesimo fosse presente una sorta di antidoto alla violenza verso la natura: il francescanesimo. Francesco d’Assisi è, per lo storico americano, “il più grande radicale nella storia cristiana dai tempi di Cristo”. Egli ha istituito una sorta di democrazia tra le creature, una fratellanza che supera e cancella il dominio. Ma la rivoluzione francescana ha fallito, ed è prevalsa “l’arroganza cristiana ortodossa verso la natura” (10). Ora, papa Francesco si richiama apertamente a Francesco d’Assisi, al suo amore per la natura, alla sua fratellanza verso gli esseri non umani. Ad un certo punto, giunge a sfiorare una affermazione importantissima: quella della sacralità della vita non umana. Come è noto, per la Chiesa cattolica la sola vita umana, anche quando è ancora in embrione, è sacra; nessuna altra vita lo è. Con una formula nella quale appare evidente la sua formazione gesuitica, papa Francesco afferma:

Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono comple­tamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento (11).

Il che dovrebbe significare che gli esseri non umani hanno un valore intrinseco, se non una loro sacralità. Nella stessa enciclica, però, il papa sottolinea che il pensiero ebraico-cristiano “ha demitizzato la natura” e, senza smettere si ammirarla, “non le ha più attribuito un carattere divino” (12). E questo significa invece ribadire che l’essere umano è l’unico essere divino della natura, in quanto imago Dei, e che la vita di nessuna altra creatura è sacra. Da ciò dovrebbe scaturire una cura nei confronti del creato, fragile ed imperfetto nella sua non-divinità. Nessuna orizzontalità, dunque; nessuna reale fraternità tra le creature. Papa Francesco ribadisce la tradizionale visione cattolica del cosmo: in alto Dio; sotto Dio l’essere umano; sotto l’essere umano, la terra e le creature. Questo “essere sotto” del mondo e delle creature non è più un “essere schiacciato”, ma resta la visione gerarchica. Uno che di ecologia se ne intendeva, Murray Bookchin (tra parentesi: è il creatore dell’ecologia sociale, espressione che il papa usa senza citarlo), sosteneva l’urgenza di “estirpare l’orientamento gerarchico della nostra psiche” (13), quella disposizione mentale che ci porta a creare realtà inevitabilmente disuguali, in qualsiasi campo della nostra esperienza. La stessa opzione etico-economica per gli ultimi ed i poveri – a proposito della quale papa Francesco in questa enciclica ed altrove dice cose importanti ed assolutamente condivisibili – può restare parziale, senza una rivoluzione psichica e culturale che ci conduca a cercare ovunque relazioni orizzontali, aperte, democratiche, a rigettare la cultura dell’alto e del basso, del primo e dell’ultimo, del sacro e del profano. La crisi ecologica richiede una rivoluzione culturale, un nuovo sguardo sul mondo che re-immerga l’essere umano nella natura e che porti in primo piano, anche dal punto di vista etico, la vita non umana. Quella proposta da papa Francesco è, su questo punto (che non è marginale, ed al quale si collegano tutti gli altri temi economici, sociali, etici) una riforma, più che una rivoluzione. 
Note 
(1) W. Gesenius, Lexicon Manuale Hebraicum ed Chaldaicum in Veteris Testamenti Libros, Vogelii, Lipsiae 1833, p. 465. 
(2) Ivi, p. 924. 
(3) L. Whyte, The Historical Roots of Our Ecologic Crisis, in Science, vol. 155, n. 3767, 10 march 1967. 
(4) Lettera enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana, Roma 2015, p. 91. 
(5) Benedetto XVI, Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la celebrazione della XLIII Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2010, http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20091208_xliii-world-day-peace.html 
(6) La critica di Drewermann all’antropocentrismo è in Der tödliche Fortschritt: Von der Zerstörung der Erde und des Menschen im Erbe des Christentums, Pustet, Regensburg 1981. 
(7) Lettera enciclica Laudato si‘, cit., p. 93. 
(8) Ivi, pp. 59-60. 
(9) Ivi, p. 93. 
(10) L. White, The Historical Roots of Our Ecologic Crisis, cit. 
(11) Lettera enciclica Laudato si’, cit., p. 55. (12) Ivi, p. 61. 
(13) M. Bookchin, L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, tr. it., Elèuthera, Milano 2010, p. 518.
Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 20 giugno 2015.


Papa Francesco e la cultura del dominio


Nell'enciclica Laudato si', papa Francesco presenta una visione dell'ecologia che definisce più volte integrale. In cosa consiste l'integralità? Nel fatto che comprende le dimensioni interrelate dell'ambiente, dell'economia, della cultura, della società, considerando le conseguenze che i cambiamenti in ciascuna di queste dimensioni hanno su tutte le altre, ma non solo. L'ecologia di papa Francesco è integrale anche perché contempla tutti gli aspetti della visione del mondo cattolica. Utilizzando un termine di Raimon Panikkar, possiamo dire che l'ecologia cattolica di papa Francesco è cosmoteantrica. Se l'ecologia è la scienza dei rapporti, l'ecologia integrale di papa Francesco va intesa come la disciplina che si occupa dei rapporti tra l'essere umano, la natura e Dio. Riguardando anche Dio, una tale ecologia non potrà essere una scienza, ma dovrà risultare dal dialogo tra scienza e religione. Che rapporti ci sono tra Dio, l'essere umano e la natura? Secondo la Genesi, Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza e gli affidò il compito di dominare la terra. Il testo biblico dice, esattamente:
וַיְבָרֶךְ אֹתָם, אֱלֹהִים, וַיֹּאמֶר לָהֶם אֱלֹהִים פְּרוּ וּרְבוּ וּמִלְאוּ אֶת-הָאָרֶץ, וְכִבְשֻׁהָ; וּרְדוּ בִּדְגַת הַיָּם, וּבְעוֹף הַשָּׁמַיִם, וּבְכָל-חַיָּה, הָרֹמֶשֶׂת עַל-הָאָרֶץ.
E Dio li benedisse, e Dio disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e dominatela, e soggiogate i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni vita che si muova sulla terra" (Genesi, 1, 28).
I verbi adoperati in questo passo sono inequivocabili. Il verbo che ho tradotto con "dominatela" è kabash, che Gesenius, autore del più autorevole dizionario dell'ebraico biblico, traduce come segue: pedibus conculcavit, pedibus subiecit, e per estensione subegit (1). Letteralmente dunque si tratta di mettersi qualcosa o qualcuno sotto i piedi. L'altro verbo, che riguarda specificamente gli animali, è radah. Gesenius traduce: (pedibus) calcavit; subegit, dominatus est (2). Sono due verbi che esprimono una grande violenza: l'essere umano ha da Dio il mandato di mettere il proprio piede sulla terra e su tutti gli esseri viventi, compresi quelli che sono in cielo. In questa violenza originaria, in questo primo mandato violento, che ha in occidente un valore fondante, pur appartenendo al mito, molti hanno visto le radici della violenza umana sulla natura. Tra i primi, lo storico della scienza Lynn White, che in un articolo pubblicato su Science nel 1967 sostenne, appunto, che la crisi ecologica ha radici cristiane. Il suo ragionamento era basato su un semplice sillogismo: la scienza e la tecnica sono nate in Occidente e poi si sono diffuse in tutto il mondo; l'occidente è cristiano; la scienza e la tecnica non esisterebbero senza il cristianesimo. "Specialmente nella sua forma occidentale - scriveva - il cristianesimo è la religione più antropocentrica che il mondo abbia mai visto" (3). Il cristianesimo distingue l'essere umano, creato a Dio a sua immagine, da tutte le altre creature, sulle quali ha il mandato di dominare e che può usare per i propri scopi. La natura non è più sacra, come nel paganesimo. E tuttavia la natura è stata creata da Dio, e dunque è una via per mettersi in contatto con lui. Se la prima teologia ha interpretato la natura simbolicamente, dal tredicesimo secolo in poi si cerca Dio nella natura studiando il suo modo di funzionare e le sue leggi. E' così che la scienza scaturisce dalla teologia. Purtroppo, questa tecnoscienza che intendeva conoscere la natura per conoscere Dio ha finito per devastare la natura. Secondo papa Francesco si è trattato di un equivoco. Il mandato biblico non dà all'uomo alcun potere assoluto sugli animali e sulla natura, poiché la terra appartiene solo a Dio. L'essere umano è chiamato da Dio a custodirla, ad esserne non il padrone, ma l'amministratore. Scrive papa Francesco:
Molte vol­te è stato trasmesso un sogno prometeico di do­minio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di in­tenderlo come amministratore responsabile (4).
Non c'è nulla di particolarmente nuovo in questa idea dell'essere umano quale "amministratore responsabile" della natura. E' la formula individuata da quando la teologia cattolica ha cominciato ad occuparsi delle problematiche teologiche (il passo citato del resto è seguito da una nota che richiama una dichiarazione dei vescovi dell'Asia del 1993). Parole molto simili si trovano in papa Ratzinger, non particolarmente noto per le sue aperture teologiche o politiche. In un messaggio per la giornata mondiale della pace del primo gennaio del 2000, Benedetto XVI affermava che l'uomo e la donna sono stati creati "ad immagine e somiglianza del Creatore per 'riempire la terra' e 'dominarla' come 'amministratori' di Dio stesso (cfr Gen1, 28)" (5). E, oltre che non nuova né originale, non è nemmeno particolarmente rivoluzionaria. Si tratta di nulla più che di una sfumatura, che non muta in nulla l'aspetto fondamentale della questione: la posizione dell'uomo nel cosmo. Per White, come per altri critici del cristianesimo (compreso il cattolico Eugen Drewermann, sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale nel 1992)(6), l'antropocentrismo è il problema culturale da cui deriva la crisi ecologica, che non potrà essere superata fino a quando non si giungerà a considerare l'essere umano come una parte della natura. Quello proposto da papa Francesco è, per così dire, un antropocentismo moderato. L'essere umano resta il centro del creato, unica creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio, ma il suo potere non va inteso come potere assoluto. Il papa rifiuta risolutamente la prospettiva del biocentrismo, perché "Non si può esigere da parte dell’essere umano un impegno verso il mondo, se non si riconoscono e non si valoriz­zano al tempo stesso le sue peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità" (7); vale a dire: se non si riconosce la sua unicità di creatura fatta ad immagine di Dio. Papa Francesco non si limita a riaffermare l'antropocentrismo, garantito dal teocentrismo - l'essere umano è unico perché c'è Dio -, ma rilancia:
Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre poten­ze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite. Il modo mi­gliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un domi­natore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi (8).
Altrove, nell'enciclica, si legge che "non si può proporre" una relazione con l'ambiente che prescinda dalla relazione con l'altro e con Dio, perché ciò sarebbe "un individuali­smo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’immanenza"(9). Il che vuol dire che tutti coloro che non credono in Dio non possono essere autenticamente ecologisti, e che l'ateismo, sia pure religioso (ad esempio il buddhismo, che è una religione ateistica che ha molto da dire sui temi ecologici), è necessariamente violento ed antiecologico. Con questa enciclica, in sostanza, il cattolicesimo si arroga l'ecologismo. Il citato Lynn White riteneva che all'interno del cristianesimo fosse presente una sorta di antidoto alla violenza verso la natura: il francescanesimo. Francesco d'Assisi è, per lo storico americano, "il più grande radicale nella storia cristiana dai tempi di Cristo". Egli ha istituito una sorta di democrazia tra le creature, una fratellanza che supera e cancella il dominio. Ma la rivoluzione francescana ha fallito, ed è prevalsa "l'arroganza cristiana ortodossa verso la natura" (10). Ora, papa Francesco si richiama apertamente a Francesco d'Assisi, al suo amore per la natura, alla sua fratellanza verso gli esseri non umani. Ad un certo punto, giunge a sfiorare una affermazione importantissima: quella della sacralità della vita non umana. Come è noto, per la Chiesa cattolica la sola vita umana, anche quando è ancora in embrione, è sacra; nessuna altra vita lo è. Con una formula nella quale appare evidente la sua formazione gesuitica, papa Francesco afferma:
Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono comple­tamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento (11).
Il che dovrebbe significare che gli esseri non umani hanno un valore intrinseco, se non una loro sacralità. Nella stessa enciclica, però, il papa sottolinea che il pensiero ebraico-cristiano "ha demitizzato la natura" e, senza smettere si ammirarla, "non le ha più attribuito un carattere divino" (12). E questo significa invece ribadire che l'essere umano è l'unico essere divino della natura, in quanto imago Dei, e che la vita di nessuna altra creatura è sacra. Da ciò dovrebbe scaturire una cura nei confronti del creato, fragile ed imperfetto nella sua non-divinità. Nessuna orizzontalità, dunque; nessuna reale fraternità tra le creature. Papa Francesco ribadisce la tradizionale visione cattolica del cosmo: in alto Dio; sotto Dio l'essere umano; sotto l'essere umano, la terra e le creature. Questo "essere sotto" del mondo e delle creature non è più un "essere schiacciato", ma resta la visione gerarchica. Uno che di ecologia se ne intendeva, Murray Bookchin (tra parentesi: è il creatore dell'ecologia sociale, espressione che il papa usa senza citarlo), sosteneva l'urgenza di "estirpare l'orientamento gerarchico della nostra psiche" (13), quella disposizione mentale che ci porta a creare realtà inevitabilmente disuguali, in qualsiasi campo della nostra esperienza. La stessa opzione etico-economica per gli ultimi ed i poveri - a proposito della quale papa Francesco in questa enciclica ed altrove dice cose importanti ed assolutamente condivisibili - può restare parziale, senza una rivoluzione psichica e culturale che ci conduca a cercare ovunque relazioni orizzontali, aperte, democratiche, a rigettare la cultura dell'alto e del basso, del primo e dell'ultimo, del sacro e del profano. La crisi ecologica richiede una rivoluzione culturale, un nuovo sguardo sul mondo che re-immerga l'essere umano nella natura e che porti in primo piano, anche dal punto di vista etico, la vita non umana. Quella proposta da papa Francesco è, su questo punto (che non è marginale, ed al quale si collegano tutti gli altri temi economici, sociali, etici) una riforma, più che una rivoluzione. 

Note 
(1) W. Gesenius, Lexicon Manuale Hebraicum ed Chaldaicum in Veteris Testamenti Libros, Vogelii, Lipsiae 1833, p. 465. 
(2) Ivi, p. 924. 
(3) L. Whyte, The Historical Roots of Our Ecologic Crisis, in Science, vol. 155, n. 3767, 10 march 1967. 
(4) Lettera enciclica Laudato si' del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana, Roma 2015, p. 91. 
(5) Benedetto XVI, Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la celebrazione della XLIII Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2010, http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20091208_xliii-world-day-peace.html 
(6) La critica di Drewermann all'antropocentrismo è in Der tödliche Fortschritt: Von der Zerstörung der Erde und des Menschen im Erbe des Christentums, Pustet, Regensburg 1981. 
(7) Lettera enciclica Laudato si', cit., p. 93. 
(8) Ivi, pp. 59-60. 
(9) Ivi, p. 93. 
(10) L. White, The Historical Roots of Our Ecologic Crisis, cit. 
(11) Lettera enciclica Laudato si', cit., p. 55. (12) Ivi, p. 61. 
(13) M. Bookchin, L'ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, tr. it., Elèuthera, Milano 2010, p. 518.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 20 giugno 2015.


L'inferno e l'ossessione della violenza

André Gonçales, L’Inferno
Una delle domande più tormentose della filosofia – che è la disciplina che si occupa delle domande tormentose: e che è, per questo, una disciplina in via di estinzione – può essere così formulata: ammesso che si riesca a capire, per qualche via, cos’è il bene, ed a distinguerlo nettamente dal male, per quale ragione dovremmo fare il bene e non fare il male? Perché, insomma, dovremmo essere buoni?
Un primo modo per rispondere a questa domanda consiste nel dire che chi fa il bene è felice, mentre chi fa il male si condanna all’infelicità. E’ quello che sostiene Socrate nel Gorgia platonico: “Io dico che chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e che l’ingiusto è malvagio e infelice” (470E; trad. G. Reale). Una tesi che contesta con veemenza il sofista Callicle, per il quale bene è “lasciar crescere i propri desideri il più possibile” (491E) e “togliersi il gusto di tutto ciò di cui continuamente gli possa venir voglia” (492A), fare quello che si vuole senza curarsi del bene e del male.

Socrate è l’eroe della filosofia occidentale, almeno fino a Nietzsche. Da Nietzsche in poi, le tesi di Callicle hanno preso decisamente il sopravvento. Che essere buoni serva ad essere felici è oggi una tesi decisamente debole; di più: alla filosofia l’uomo buono pare sospetto. Bisogna interrogarlo sulla sua bontà, fare la genealogia delle sue inclinazioni, scoprire il male dietro la sua facciata buona. L’uomo buono, in pace con sé stesso, è un brav’uomo, uno superficiale e mediocre, un borghesotto che non è mai cresciuto abbastanza da fare i conti con la sua stessa ombra.
Tra i non molti sostenitori della tesi socratica c’è papa Francesco, che nell’udienza generale dello scorso 11 giugno, parlando del timore di Dio, ha dichiarato: “Quando una persona vive nel male, quando bestemmia contro Dio, quando sfrutta gli altri, quando li tiranneggia, quando vive soltanto per i soldi, per la vanità, o il potere, o l’orgoglio, allora il santo timore di Dio ci mette in allerta: attenzione! Con tutto questo potere, con tutti questi soldi, con tutto il tuo orgoglio, con tutta la tua vanità, non sarai felice.” Può succedere, naturalmente. Anzi, succede spesso. Il mondo è pieno di persone ricche e potenti che sono infelici. Ma non va meglio con i buoni, ammesso che esistano da qualche parte. Per quelli della mia generazione, ci sono due figure emblematiche per l’uno e l’altro caso. Una è quella di Raul Gardini, il potentissimo imprenditore che si suicidò nel 1993, in seguito ad una storia di tangenti. L’altra è quella, nobilissima, di Alex Langer, il politico che si suicidò nel 1995, a conclusione di una vita spesa per il dialogo e la pace. Nel computer di Langer, dopo la sua morte, è stato ritrovato un file con una serie di domande che mettono a nudo la sua purezza morale, ma anche il tormento della sua coscienza. Tra queste: “Vivresti effettivamente come sostieni che si dovrebbe vivere?”. E: “Passeresti il tuo tempo con coloro ai quali rivolgi la tua solidarietà?”. Domande che dicono quanto sia difficile, oggi, vivere socraticamente. La voce di Callicle-Nietzsche ormai è interiorizzata, diventa l’intima inquietudine dell’uomo buono mai sicuro della sua bontà.
Probabilmente nemmeno il papa crede davvero alla tesi socratica, se subito dopo, in quell’udienza, sente la necessità di puntellarla con una seconda tesi. I buoni sono felici e i cattivi infelici, ma non solo; i cattivi, si sappia, andranno all’inferno. Nulla di nuovo: è a dottrina cattolica. Il discorso ha fatto parlare, però, perché papa Francesco, questa volta, ha individuato i cattivi nei corrotti, nei trafficanti di uomini e nei fabbricanti di armi. E’ sicuramente un segno positivo che i cattolici siano giunti ad individuare il male nella corruzione e della progettazione della guerra, dopo che per secoli se la sono presa con gli eterodossi, gli atei ed i ragazzini che si masturbavano. Meglio tardi che mai. Ma il discorso di papa Francesco fila? Direi di no.
Delle due l’una: o chi fa il bene è felice e chi fa il male è infelice, o chi fa il bene è infelice, ma può consolarsi pensando che otterrà una ricompensa nell’aldilà, mentre i malvagi saranno puniti. Se il bene è autogratificante, per così dire, non c’è alcun bisogno di credere o sperare nel paradiso e nell’inferno. Ma c’è un altro problema, più grave. Non si tratta della non esistenza dell’inferno, ma della sua desiderabilità. Ammettiamo pure che esista l’inferno, ossia un luogo in cui, come insegna la dottrina cattolica, i cattivi vengono puniti in eterno per il male che hanno fatto. E’ desiderabile un esito simile, una simile uscita dalla storia? E’ desiderabile che, a compimento della vicenda umana, si abbia in eterno la distinzione tra i buoni ed i cattivi? Il teologo Vito Mancuso, commentando il discorso di papa Francesco su la Repubblica del 13 giugno, sostiene che si tratta di “una convinzione universale”, e cita il Libro dei morti egiziano. E’ vero, il bisogno di vedere il bene premiato ed il male punito è un bisogno universale. E’ un bisogno che attraversa tutta la Bibbia e la inquieta. Perché l’ingiusto prospera e il giusto soffre? E’ la domanda di Qohelet e di Giobbe. Ed è interessante notare che alla domanda di Giobbe Dio non risponde mostrandogli la sua giustizia e ragionevolezza, ma al contrario umiliandolo, mettendo a nudo la sua pochezza nell’economia dell’universo. La sua risposta, cioè, è: chi sei tu per fare questa domanda?
Ma c’è un’altra aspirazione cui forse possiamo riconoscere una qualche universalità. E’ l’aspirazione a portarsi in una posizione di prossimità nei confronti di chi opera il male, di vedere anche in lui un fratello, di desiderare il suo bene e la sua felicità nonostante il male che ha fatto a noi stessi. E’ l’aspirazione che costituisce il momento più alto del Vangelo e ne fa un testo nobile anche per il non credente. E’ l’aspirazione che, cinquecento anni prima di Cristo, fa dire al Buddha che, nel caso in cui del malfattori ci facessero a pezzi, noi ci rivolgeremo loro “con una mente intrisa di gentilezza amorevole e, a partire da quella persona [chi ci sta facendo a pezzi], pervaderemo il mondo con una mente intrisa di gentilezza amorevole, una mente immensa, grande, incommensurabile, priva di inimicizia e priva di malevolenza” (Kakacupamasutta, trad. F. Sferra).
Ora, per chi giunga a questa percezione l’idea dell’inferno è intollerabile. Che qualcuno, per aver operato il male, debba essere condannato in eterno, soffrire senza fine e senza possibilità di evoluzione, è un’idea che non dà pace e soddisfazione, ma tormento all’uomo buono. La bontà radicale – la bontà della mente immensa del buddhismo o dell’amore del nemico evangelico – non tollera alcuna separazione dei buoni dai cattivi, poiché la separazione stessa è diabolica, è male: è una ferita che non consente di parlare di salvezza, né di compimento.
Chiedere l’inferno, la resa dei conti, sia pure per i fabbricanti di armi, rivela una concezione del bene per smontare la quale non occorre l’acume genealogico di un Nietzsche. Non è difficile scorgere in un angolo il rancore, la rabbia, la voglia di rivalsa: la violenza. E’ importante riflettere sul fatto che la nostra più o meno universale aspirazione alla giustizia è stata frustrata da una più o meno universale pratica della violenza. Per l’Occidente cristiano la tentazione di mandare qualcuno all’inferno prima del tempo è stata irresistibile: la nostra storia è una storia di guerre, di massacri, di esecuzioni. C’è motivo di credere che la dissacrazione dell’altro, implicita nella convinzione che alcuni, alla fine dei tempi, abbiano in destino di essere torturati in eterno, abbia qualcosa a che vedere con questa tradizione di violenza, dalla quale dovremo cercare di liberarci (e forse la domanda più importante della filosofia – questa disciplina in estinzione – oggi è: da dove viene la violenza da cui siamo ossessionati? e come possiamo liberarcene?).

Articolo apparso su l’Attacco del 19 giugno, con il titolo Il confine tra bene e male e la difficiloltà (oggi) di vivere socraticamente.


L'inferno e l'ossessione della violenza


André Gonçales, L'Inferno
Una delle domande più tormentose della filosofia - che è la disciplina che si occupa delle domande tormentose: e che è, per questo, una disciplina in via di estinzione - può essere così formulata: ammesso che si riesca a capire, per qualche via, cos'è il bene, ed a distinguerlo nettamente dal male, per quale ragione dovremmo fare il bene e non fare il male? Perché, insomma, dovremmo essere buoni?
Un primo modo per rispondere a questa domanda consiste nel dire che chi fa il bene è felice, mentre chi fa il male si condanna all'infelicità. E' quello che sostiene Socrate nel Gorgia platonico: "Io dico che chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e che l'ingiusto è malvagio e infelice" (470E; trad. G. Reale). Una tesi che contesta con veemenza il sofista Callicle, per il quale bene è "lasciar crescere i propri desideri il più possibile" (491E) e "togliersi il gusto di tutto ciò di cui continuamente gli possa venir voglia" (492A), fare quello che si vuole senza curarsi del bene e del male.
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Il papa dice sì all'incesto, alla poligamia e all'adulterio

Nel messaggio di ieri ai partecipanti alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani papa Francesco ha detto, tra l’altro: “Anzitutto come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità”. Ma che dice il libro della Genesi sulla famiglia? Come saprete, è quel libro che comincia con “in principio” e racconta della creazione del cielo e della terra e delle stelle che non sono che lampade per illuminare la terra e finalmente dell’uomo e della donna – della donna dalla costola dell’uomo. L’uomo si chiamava Adam, la donna Eva. Adam ed Eva fecero quel fattaccio brutto che i preti ci ricordano ogni santo giorno come se lo avessimo fatto noi, e perciò furono cacciati dal giardino dell’Eden. Precipitati qui sulla terra, cominciarono la faccenda umana, che è piena di lacrime e sangue, ma tra un pianto ed uno stridere di denti pure qualche piacere lo concede: e fu così che Adam pensò di esercitare le virtù del suo organo riproduttivo, e generò Caino ed Abele. Adam ed Eva non dovevano essere granché come educatori – del resto sono i primi genitori della storia, e non è che educare si improvvisa così – a giudicare da quello che combinarono i loro figli; anche se nella faccenda dell’omicidio di Abele il Signore qualche responsabilità pure l’ha, ché non è bello apprezzare Abele e disprezzare Caino. Ma questa è un’altra storia.
Dopo il fattaccio, Caino parte e se ne va nel paese di Nod. Dove, ci informa la Genesi, “conobbe sua moglie e partorì Enoch” (4, 17).Un momento. Secondo la narrazione della Genesi, in questo momento al mondo esistono solo tre persone: Adam, Eva e Caino (Abele è morto, pace all’anima sua). Da dove salta fuori, ora, la moglie di Caino? Le ipotesi sono due. La prima è che in realtà Caino sia partito in compagnia di sua madre Eva, con la quale poi si è sposato ed ha partorito Enoch. La seconda ipotesi è che nel frattempo, anche se il libro non lo dice, Adam ed Eva si sono dati ulteriormente da fare, ed è nata qualche altra figlia, con cui Caino è partito e che ha preso in moglie.In entrambi i casi, comunque, si tratta di incesto. La famiglia secondo la Genesi, dunque, è una famiglia nella quale è lecito l’incesto, considerato invece tabù da praticamente tutti i popoli.Abbiamo detto che il figlio di Caino si chiama Enoch. Enoch a sua volta mette al mondo un figlio. Accoppiandosi con chi? Anche in questo caso, con la madre, che è pure zia, o con una ipotetica sorella. Da Enoch nasce Irad, da Irad Mecuaiel, da Mecuaiel Matusael e da Matusael Lamech. Arrivati a questo punto, il problema delle donne doveva essere stato risolto. Se Caino fu costretto ad accoppiarsi con la madre o la sorella, “Lamech si prese due mogli: una di nome Ada e l’altra di nome Zilla” (Genesi, 4, 19).Andiamo avanti. Dopo Adam e Noè, il vero eroe della Genesi è Abram. Il quale, un bel giorno, ha la visione del Signore, che gli dice: lascia la tua terra e vattene nella terra che io ti mostrerò. Il buon Abram, invece di andare da uno psicologo, prende la moglie e il nipote e le sue cose e parte. Viaggiando viaggiando arriva in Egitto. Qui ha qualche problema alla frontiera, ed allora, da bravo volpone quale è, pensa di usare la moglie – che la Genesi assicura essere bella assai – per essere accettato nel paese. Si accorda dunque con Sarai: dirà di essere non sua moglie, ma sua sorella. La cosa funziona, ma Dio si arrabbia assai e se la prende col faraone, che caccia in malo modo questo spostato e sua moglie.Per quanto avvenente, la povera Sarai non è in grado di avere figli. Questa stramba famiglia ha un modo tutto suo di affrontare i problemi. Se Sara non può avere figli, Abram potrà fare figli con un’altra. Facile, no? E dunque ecco qui la schiava (già, il Signore non ha nulla contro la schiavitù) Agar, pronta a dare il suo utero in affitto al vecchio Abram ed alla sua bella moglie.Eccola, dunque, la bella famiglia della Genesi: incesto, poligamia, prostituzione, adulterio. La nostra società frammentata ed alla deriva ha bisogno della ventata di moralità che viene da questo libro e dei periodici rimbrotti delle autorità religiose che su questo libro fondano il loro potere e la loro autorità.



Il papa dice sì all'incesto, alla poligamia e all'adulterio

Albrecht Altdorfer, Lot e le sue figlie, 1537
Nel messaggio di ieri ai partecipanti alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani papa Francesco ha detto, tra l'altro: "Anzitutto come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità".
Ma che dice il libro della Genesi sulla famiglia? Come saprete, è quel libro che comincia con "in principio" e racconta della creazione del cielo e della terra e delle stelle che non sono che lampade per illuminare la terra e finalmente dell'uomo e della donna - della donna dalla costola dell'uomo. L'uomo si chiamava Adam, la donna Eva. Adam ed Eva fecero quel fattaccio brutto che i preti ci ricordano ogni santo giorno come se lo avessimo fatto noi, e perciò furono cacciati dal giardino dell'Eden. Precipitati qui sulla terra, cominciarono la faccenda umana, che è piena di lacrime e sangue, ma tra un pianto ed uno stridere di denti pure qualche piacere lo concede: e fu così che Adam pensò di esercitare le virtù del suo organo riproduttivo, e generò Caino ed Abele. Adam ed Eva non dovevano essere granché come educatori - del resto sono i primi genitori della storia, e non è che educare si improvvisa così - a giudicare da quello che combinarono i loro figli; anche se nella faccenda dell'omicidio di Abele il Signore qualche responsabilità pure l'ha, ché non è bello apprezzare Abele e disprezzare Caino. Ma questa è un'altra storia.
Dopo il fattaccio, Caino parte e se ne va nel paese di Nod. Dove, ci informa la Genesi, "conobbe sua moglie e partorì Enoch" (4, 17).
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Papa Francesco tra arroganza ed interrogazione

E’ nota la facilità con cui sui social network si diffondono notizie non controllate e citazioni attribuite con grande leggerezza a questo o quel personaggio, che mai si sarebbe sognato di dire cose simili. In questi giorni ha avuto grande diffusione un presunto appello di Papa Francesco ad evitare la mattanza degli agnelli per Pasqua. Un appello che nasce in realtà interamente da un equivoco. Le parole citate non sono del papa, ma di una associazione animalista che, felicitandosi per le parole dette dal papa in occasione della festa di San Giuseppe – una omelia nella quale ha invitato ad essere custodi del creato -, ha invitato gli italiani a non mangiare agnello per Pasqua.

Come si spiega la bufala? Si tratta di un meccanismo frequente in campo religioso: ci si forma una certa idea di cosa è e di cosa dovrebbe fare o dire un sant’uomo, e quando qualcuno, per alcuni suoi tratti, ci sembra che possa incarnare questa idea, compiamo senz’altro la proiezione: gli facciamo dire e fare ciò che ci sembra che dovrebbe dire e fare. Benché papa Francesco sia stato eletto da poco, il meccanismo è già all’opera. Nell’immaginario dei credenti (e anche di qualche non credente) Francesco è già il papa buono: e dal papa buono ci si aspetta che faccia e che dica certe cose. Che magari non ha fatto o detto

Cosa pensa realmente papa Francesco su molti temi, può aiutare a comprenderlo il volume Il cielo e la terra, un dialogo con il rabbino Abraham Skorka pubblicato da Mondadori ed uscito in edicola con La Repubblica. Si tratta di una vera e propria summa del pensiero di papa Bergoglio: Dio, il potere, la donna, l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, il matrimonio tra persone omosessuali, eccetera. Leggendolo si può capire perché, ad esempio, è molto improbabile che in futuro possa davvero invitare a non mangiare agnelli a Pasqua. Un pensiero che ricorre nel libro è quello del dominio dell’uomo sulla natura. “L’uomo – afferma – è fatto per dominare la natura, questo è il suo compito divino” (1). E ancora: “Il potere è stato dato all’uomo da Dio, che ha detto: ‘Dominate la terra, siate fecondi e moltiplicatevi'” (2). Si tratta della visione tradizionale dei rapporti tra l’uomo e la natura: rapporti di dominio. La natura è stata fatta per l’uomo (ed anche gli agnelli, dunque). Nelle posizioni più aperte, si giunge ad affermare che questo dominio non dev’essere né dispotico né distruttivo, ma prendere la forma di una saggia amministrazione. Che è cosa ben diversa, tuttavia, dall’affermare che la natura ed il mondo animale hanno un valore intrinseco.

La prima tentazione, avendo tra le mani un libro del genere, è quella di andare a vedere che dice il papa sui temi caldi del dibattito anche politico: l’eutanasia, ad esempio, o i matrimoni omosessuali. Ma papa Francesco è il capo di una religione, e del capo di una religione conta, soprattutto, il pensiero teologico, vale a dire il modo in cui concepisce Dio e la verità. La Chiesa è una istituzione che negli ultimi decenni si è sempre più chiusa in sé stessa, assestata nella posizione di una condanna generalizzata del mondo moderno, sempre più incapace di dialogare con il pensiero laico, sempre più lontana dalla sensibilità morale diffusa tra gli stessi cattolici (tra i quali si diffonde la doppia morale: sono cattolico, ma faccio quello che credo essere giusto, anche se la Chiesa dice che è sbagliato). Questa chiusura deriva dalla convinzione di possedere tutta intera la verità e di essere l’unica via si accesso alla salvezza: extra Ecclesiam nulla salus. Una sorta di arroganza spirituale che impedisce il dialogo, che esige orizzontalità e pari dignità dei dialoganti. E’ la Chiesa che, guardando il mondo dall’alto, giudica e condanna. Il contrario dell’arroganza spirituale è l’interrogazione, il chiedere insieme. L’arrogante ha la risposta a tutte le domande, non conosce il dubbio o, quando ne fa esperienza, lo allontana come una tentazione diabolica. Non ha nulla da imparare da nessuno: è l’uomo chiuso nella cerchia di quelli che la pensano come lui; chi è al di fuori di quella cerchia, non ha nulla da dirgli. L’interrogante al contrario si considera in cammino verso la verità ed avverte questo cammino come un cammino comune. L’arrogante è uomo (o donna) dell’identità, l’interrogante è uomo (o donna) della differenza.

Il cambiamento più urgente, per la Chiesa, è questo: abbandonare l’arroganza e passare alla posizione dell’interrogazione, del dialogo reale. Smetterla di considerarsi unici detentori della verità e chiedersi, piuttosto, quale contributo si può dare alla soluzione dei problemi comuni. E’ la posizione che Aldo Capitini chiamava “aggiunta”. Che vuol dire: io non chiedo che il mondo mi segua, mi onori, mi ascolti, mi esalti, mi riconosca; mi chiedo cosa posso dare io al mondo, cosa posso aggiungere di buono e di valido alla vita di tutti.

Da questo punto di vista, trovo nel pensiero di papa Francesco dei punti non privi di interesse. Nella discussione con il rabbino Skorka la questione dell’arroganza viene fuori discutendo di ateismo. E’ arrogante l’ateo che “è convinto al cento per cento che Dio non esiste”, dice Skorka, mentre l’agnostico è in posizione dubitativa. Questa affermazione comporta la conclusione logica che, se è arrogante chi non dubita, il credente è arrogante non meno del non credente. E infatti Skorka afferma: “Ha la stessa arroganza [l’ateo] di chi sostiene l’esistenza di Dio con la stessa certezza con cui sosterrebbe l’esistenza della sedia su cui sono seduto”. Papa Francesco non protesta, anzi rilancia: “Anch’io concordo nel definire arroganti quelle teologie che non solo hanno tentato di definire con certezza e precisione gli attributi di Dio, ma hanno avuto la pretesa di dire esattamente com’era” (3). E sottolinea l’importanza della teologia apofantica, ossia la teologia che parla di Dio per via negativa, dicendo cosa non è. Cita a riguardo The Cloud of Unknowing, un trattato del tredicesimo secolo che parla di una “nube di non-conoscenza” che sempre si frappone tra l’uomo e Dio. Da questo punto di vista diventano molto meno nette, mi pare, le distinzioni tra credente ed ateo; poiché l’ateo è spesso colui che nega una certa concezione di Dio, o la pretesa di afferrare Dio, di averlo in tasca: è, in altri termini, una reazione all’arroganza religiosa. Nella mistica speculativa, peraltro, affermazione e negazione di Dio si richiamano in un modo estremamente affascinante. “Egli [Dio] è colui che, mediante l’opera della notte oscura, si ritira per non essere amato come un tesoro da un avaro. Elettra che piange Oreste morto. Se si ama Iddio pensando che non esiste, egli manifesterà la sua esistenza”, scrive Simone Weil (4). Ed Eckhart: “Preghiamo Dio di diventare liberi da Dio…” (5)

Il Dio in tasca, il Dio conosciuto e posseduto dal credente, è il Dio in nome del quale si combattono le guerre. Fa tutt’uno con la propria identità individuale e collettiva; è una stampella per puntellare le proprie incertezze. Con espressione che felice, Bergoglio parla di un “ideologizzare l’esperienza religiosa”, che porta ad “uccidere in nome di Dio” (6). E’, mi sembra, una osservazione importantissima, che potrebbe aprire nuovi capitoli della riflessione teologica. Cosa vuol dire avere fede in modo non ideologico? E’ possibile credere senza che la propria fede diventi una stampella o un segno di riconoscimento? E’ in questa direzione che va la riflessione teologica di Dietrich Bonhoeffer – una delle più alte del Novecento – con la sua distinzione tra religione e fede.

Sembra dunque che vi siano tutte le premesse per un nuovo rapporto non solo con le altre religioni, ma anche con la cultura laica e scientifica. Ma sono premesse che coesistono con elementi di segno opposto, con persistenti chiusure. Parlando delle “culture idolatre”, Bergoglio mette sullo stesso piano “il consumismo, il relativismo e l’edonismo” (7), ponendosi in linea di continuità con la condanna del relativismo (una vera e propria crociata) di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Discutendo di matrimoni tra persone omosessuali, sostiene che essi rappresenterebbero un “regresso antropologico” e che tale opinione “non ha un fondamento religioso, ma antropologico” (8). Anche questo modo di ragionare non è nuovo: si affrontano le questioni di morale sessuale pretendendo che le proprie opinioni non siano legate alla propria visione religiosa – e dunque rigettabili da chi non crede -, ma valide di per sé, perché fondate su una presunta legge naturale: e dunque vincolanti per tutti. Nel caso di Bergoglio, l’appello all’antropologia prende il posto del ricorso alla natura. Ma a quale antropologia si riferisce il papa? L’antropologia culturale è la via più sicura verso l’aborrito relativismo. Dal punto di vista dell’antropologia culturale non esiste una famiglia standard: la famiglia nucleare non ha più dignità della poligamia o addirittura della poliandria. Se poi ci inoltrassimo nei costumi sessuali dei popoli verrebbero fuori cose che scandalizzerebbero l’anima candida di un papa. E’ evidente che non all’antropologia culturale che il papa può chiedere soccorso. A quale, allora? All’antropologia filosofica. La quale consiste in questa operazione: ci si fa una idea dell’essere umano in base alle proprie convinzioni filosofiche o religiose; si dice poi che l’essere umano è senz’altro così; si fa capire, in modo più o meno garbato, che chiunque si allontani da quel modello è un essere umano dimezzato, parziale, insufficiente. Si dice, ad esempio, che l’essere umano è antropologicamente in relazione con Dio. Il rapporto con Dio, cioè, fa parte della sua natura. E se uno non crede? Gli manca qualcosa, naturalmente; è un essere umano che non realizza la sua natura se non in modo molto parziale. Un procedimento che è l’esatto contrario del dialogo.

Di qui, anche, conclusioni non proprio esaltanti sul rapporto tra scienza e fede. “La scienza – scrive Bergoglio – ha una sua autonomia, che va rispettata e incoraggiata. Non dobbiamo intrometterci nell’autonomia dello scienziato. A meno che questi non oltrepassi il proprio campo e sconfini nel trascendente. La scienza è fondamentale in funzione del precetto di Dio: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela'” (9). Questo vuol dire, in sostanza, negare qualsiasi valore conoscitivo alla scienza e ridurla alla tecnica. E’ sorprendente che un religioso che ha scelto come papa il nome Francesco sia così ossessionato dal dominio sulla natura, quel dominio nel quale molti pensatori, anche religiosi, anche cattolici, hanno scorto e scorgono la radice dell’attuale crisi ecologica. La scienza è scienza, ossia conoscenza. Il suo valore principale consiste nella ricerca della verità, non nel dominio della natura. La tecnoscienza è una degenerazione, una prostituzione del fine puramente conoscitivo della scienza. E’ inevitabile che la scienza oltrepassi il proprio campo, se il confine che le ha imposto il religioso è quello della tecnica. Si pensi alla fisica. Sappiamo che l’universo nel quale viviamo è di una complessità straordinaria, tale che per pensarlo dobbiamo accantonare il modo corrente di pensare cose come lo spazio ed il tempo. Possiamo, al cospetto di queste teorie, continuare a pensare alla creazione dal nulla? Possiamo pensare un Dio che crea i cieli e la terra “in principio”? Ha senso il concetto di principio, ad esempio? Porsi queste domande per un cattolico vuol dire interrogarsi, confrontarsi in modo aperto con la scienza. Dirsi che la fisica non riguarda la fede, perché il suo campo è quello del dominio del mondo, e nulla ha a che fare col campo intangibile e sicuro della verità religiosa, vuol dire peccare ancora una volta di arroganza religiosa.

Note
(1) J. Bergoglio, A. Skorka, Il cielo e la terra, tr. it., La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso, Roma 2013, p. 24.
(2) Ivi, p. 134.
(3) Ivi, pp. 23-24.
(4) S. Weil, L’ombra e la grazia, tr. it., Rusconi, Milano 1996, p. 29.
(5) M. Eckhart, Sermoni tedeschi, tr. it., Adelphi, Milano 1997, p. 133.
(6) J. Bergoglio, A. Skorka, Il cielo e la terra, cit., p. 29.
(7) Ivi, p. 31.
(8) Ivi, p. 110.
(9) Ivi, p. 116.

Editoriale per Stato Quotidiano.