Attraversamenti

Blog di Antonio Vigilante

I miei primi vent'anni di sbattezzo

Venti anni fa ero impegnato nello studio approfondito del pensiero di Aldo Capitini, cui ho dedicato il mio primo libro, La realtà liberata, uscito nel gennaio del 1999. Fu studiando Capitini che incontrai per la prima volta l'idea dello sbattezzo. Ero ateo, ed anche piuttosto anticlericale, dall'inizio dell'adolescenza, ma non avevo mai pensato ad un atto di rottura forte con la Chiesa. Come è noto, Capitini chiese di cancellare il suo nome dal registro dei battezzati nel 1956, in seguito al caso dei coniugi Bellandi, che per essersi sposati solo in Comune erano stati bollati pubblicamente dal vescovo di Prato come pubblici peccatori. Avevano cercato giustizia in tribunale, e prevedibilmente il tribunale aveva dato ragione al vescovo. In un pensatore tanto rigoroso nella critica dottrinale ed etica al cattolicesimo quanto attento alle relazioni umane con i cattolici, un gesto così forte nasceva dal profondo disgusto che suscitava una decisione palesemente ingiusta, che offendeva la laicità dello Stato affermata dalla Costituzione ed appariva come l'ennesima manifestazione di una arroganza incompatibile con i valori democratici. I cattolici chiamarono "sbattezzo", per dileggiarla, quella richiesta. Il termine è oggi rivendicato con orgoglio dagli atei, anche se io preferirei parlare di scomunica.
Insomma, feci anch'io la mia richiesta di sbattezzo. La indirizzai al parroco della chiesa in cui sono stato battezzato ed al vescovo. Il parroco era don Fausto Parisi, morto quest'anno: un prete fuori dalle righe, molto amato da metà città e criticato dall'altra metà, molto presente sui giornali con la sua penna pungente e spesso sarcastica. L'ultimo ricordo che ho di lui è la sua omelia ai funerali di un altro protagonista della vita culturale foggiana, il filosofo Giuseppe Normanno: omelia appassionata e coraggiosa, durante la quale toccò anche, se non ricordo male, la questione spinosa del celibato dei sacerdoti. A rispondermi però fu il vescovo, monsignor Casale, che è ancora vivo, quasi centenario. Tra don Fausto e monsignor Casale c'era una inimicizia che era un forte fattore di destabilizzazione per la chiesa locale. Don Fausto accusava il vescovo di non so quali irregolarità. Di monsignor Casale ho notizia ogni tanto dai giornali: nonostante l'età molto avanzata non manca di prendere posizione sui temi più caldi; e, devo dire, sempre con posizioni molto aperte.

Le cose belle non dicono


QHo partecipato alla Corte dei Miracoli di Siena all'Andrej. L'assenza di sé di Francesco Chiantese. Dico partecipato perché di questo si è trattato, e non di un assistere. Una stanza, al centro due sedie rosse e una tela, intorno, in uno stretto cerchio, il pubblico. Andrej è Andrej Rublëv, il pittore di icone russo, ma anche Andrei Tarkovsky, che all'artista ha dedicato uno dei suoi film migliori. Chiantese è in scena da solo, due voci fuori campo e un raggio di luce che di tanto in tanto trafigge il buio. Le voci lo interrogano, lo ammoniscono, lo inquietano. Finché giunge la sua, di voce. Che dice, tra l'altro: "Le cose belle non dicono. Le cose belle sono".
Cosa vuol dire che le cose belle non dicono? Dire è significare, mostrare altro. Le cose belle non mostrano altro: sono qui, e null'altro. Mi viene in mente l'analisi fenomenologica del mondo che fa Heidegger nella prima parte di Essere e tempo. Le cose sono utilizzabili, sono strumenti che si rimandano l'un l'altro, in un sistema di connessioni. Stiamo nel mondo come utilizzatori di cose. Ma, dice Heidegger, accade che alcune cose non funzionino. Che uno strumento sia guasto. Questa inutilizzabilità può suscitare sorpresa - non è quello che ci aspettavamo - ma presentarsi anche come un ostacolo: essere "fra i piedi", per usare l'espressione di Heidegger (Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, p. 10o). Ora, se le cose belle non dicono, vuol dire che sono anch'esse un non-strumento, costituiscono anch'esse in qualche modo un ostacolo. Ma che differenza c'è tra uno strumento rotto ed una cosa bella? Quale tra una tela bucata ed una magnifica icona russa?
Pensavo a questo, alla fine della rappresentazione, quando Chiantese mi ha accolto, come ha fatto con tutti, prima che uscissi. Non sono riuscito a complimentarmi con lui, a dirgli che quella che avevo visto era una cosa bella, perché ero ancora nella domanda: cosa è una cosa bella? e cos'è un gesto scenico come quello di Andrej?

Le liturgie di Marina Abramovic


Qualche nota sparsa sulla mostra di Marina Abramovic "The Cleaner" (Firenze, Palazzo Strozzi, fino al 20 gennaio 2019).
Due sono gli elementi centrali della sua arte: il gesto e la partecipazione del pubblico. L'insieme delle due cose è, etimologicamente, liturgia: che è appunto l'azione, il gesto, l'opera per il popolo. Non è un caso, mi pare, che Abramovic sia discendente di un santo della Chiesa ortodossa. Ciò verso cui tende è il gesto sacro, archetipico ed evocativo al tempo stesso; il gesto che richiama il passato, il sempre stato, ed apre il futuro, il non ancora. Con il rischio di scadere nel moralistico, come osservava una donna straniera che seduta accanto a me seguita il video di presentazione prima della mostra.
Come l'arte iconica, così l'arte liturgica di Abramovic attraversa le fasi del barocco, del realismo, dell'espressionismo, dell'arte di denuncia. Definirei barocche performances come "Imponderabilia" o "Luminosity", nelle quali Abramovic cerca soprattutto il non comune, quell'insolito che, in una società nella quale la nudità dà ancora brividi, ha inevitabilmente la sfumatura dello scandaloso; espressionistica - psicanaliticamente espressionista - "The Freeing Series"; realismo (postmoderno) è quello di "The House with the Ocean View", in cui l'artista vive per dodici giorni in una struttura sospesa, sotto gli occhi dei visitatori; arte di denuncia è quella di "Cleaning the Mirror" e di "Balkan Baroque": due performances che hanno a che fare con la guerra, e con le ossa. Usciti dalla mostra, sono queste le immagini che restano dentro. L'immagine di un essere umano che cerca di lavare via lo sporco da uno scheletro, che è al tempo stesso protesta contro la guerra ed evocazione di un tempo in cui la morte e la vita non erano separati da una barriera invalicabile.

Lettera aperta a un leghista foggiano

Gentile Joseph Splendido,
fino a qualche giorno fa ignoravo la sua esistenza; ieri l'altro mi sono imbattuto per caso nel suo profilo Facebook. C'era un video dell'incendio che qualche giorno fa ha colpito il ghetto di Borgo Mezzanone, uno dei luoghi in cui una concezione feudale dei rapporti di lavoro - Fabrizio Gatti parlava semplicemente di schiavitù - costringe a vivere i lavoratori africani delle campagne della Capitanata. Baracche di lamiera e legno che spesso vanno a fuoco, come è successo lo scorso anno al Gran Ghetto di Rignano, dove sono morti tra le fiamme due braccianti del Mali, mentre ad agosto dodici braccianti hanno perso la vita mentre tornavano dal lavoro in uno dei tanti furgoni privi dei requisiti minimi di sicurezza con i quali il caporalato gestisce gli spostamenti dei lavoratori-schiavi. L'incendio dell'altro giorno ha fatto diversi feriti, alcuni gravi. Sul suo profilo lei ha commentato così: "La nostra Puglia continua a subire l'onta dell'illegalità e dell'immigrazione clandestina". Ha ragione. E' motivo di vergogna che esistano clandestini, e che siano costretti a vivere in baracche che vanno a fuoco. Ho qualche dubbio però sul fatto che si tratti di qualcosa che la Puglia subisce. Ma vorrei parlarle di un'altra cosa.

L'ENI, l'Africa e noi

African Metropolis è la grande mostra che il MAXXI  di Roma dedica alla nuova arte africana. Un evento in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e con la partnership dell'Eni, che all'interno della mostra ha creato un suo spazio espositivo, DATAFRICA, con installazioni che presentano semplici dati sul continente, senza alcuna immagine. Un percorso interattivo tra cifre, mappe, diagrammi, che è accompagnato da una narrazione tranquillizzante. Nella pagina del sito dell'Eni dedicata all'evento è messa in bella mostra una citazione tratta dal Corriere della Sera: "Da parecchi anni noi investiamo in 14 Paesi africani, dall’Angola alla Nigeria passando per Congo e Mozambico, con l’obiettivo di affiancare all’attività estrattiva programmi di sostegno delle economie e delle comunità locali: centrali elettriche, impianti eolici, solare fotovoltaico per dare energia alle famiglie e alle imprese di vari Paesi. Ma anche investimenti in agricoltura e in riforestazione."  A parlare è l'amministratore delegato Claudio Descalzi. Una narrazione che l'ENI ha, naturalmente, i mezzi economici per diffondere sulla stampa, compreso l'acquisto di un vistoso spazio pubblicitario sulla presente testata. Ma è una narrazione vera?

Palio: il dialogo necessario


Siena ama i cavalli. E' l'argomento ricorrente, in questi giorni in cui la città è tornata al centro delle polemiche per la morte di un cavallo durante il palio straordinario. Siena ama i cavalli: e dunque li protegge; e se qualcuno muore, è stata una fatalità. E' lecito avere qualche dubbio, nel caso dell'ultimo palio, riascoltando quanto detto dal sindaco De Mossi in una intervista subito dopo la fine della gara. "Non fa mai piacere vedere un cavallo che cade però direi che il fatto che il lotto fosse di sette cavalli nuovi e quindi un po' meno esperti della pista un pochino ha creato un po' questa specie di palio all'antica, cioè con tanti cavalli scossi che era tantissimo che non vedevamo. E' un po' la cifra del palio, è una pista che necessita di un adattamento", diceva De Mossi. Ma se sai che la pista necessita di adattamento, e mandi in pista dei cavalli che invece non hanno avuto il tempo di adattarsi, puoi aspettarti che qualche cavallo si faccia male, che qualche cavallo magari muoia.
Dopo la morte del cavallo della Giraffa (morte inattesa, perché il comunicato del Comune della sera del palio non lasciava affatto presagire un esito simile) il sindaco sul suo profilo Facebook ha risposto come segue alle polemiche: "Il dispiacere è di tutta la città che ama i cavalli e li rispetta, e non accetta provocazioni da chiunque abbia solo l’interesse a farsi pubblicità, non conoscendo la nostra cultura, tradizione, rispetto e cura dei cavalli."

Assaporare il disgusto

Chandra Livia Candiani è tra le voci più importanti della poesia italiana, ma è anche una praticante del dharma del Buddha e traduttrice di testi buddhisti. Il suo ultimo libro - Il silenzio è cosa viva. L'arte della meditazione (Einaudi) - mette insieme le due cose: non è (o meglio: non è tanto) un manuale o una introduzione alla meditazione, ma è un libro sulla poesia della meditazione. Ce n'è bisogno, in un tempo in cui l'antica meditazione vipassana diventa mindfulness, una faccenda di medici e psicologi, una tecnica che promette benessere e successo. Una trasformazione nella quale vanno perse molte cose, a cominciare dal fine stesso della pratica; e la poesia è tra queste. Non sorprende che uno dei più grandi maestri viventi del dharma del Buddha, Thich Nhat Hanh, sia anche un grande poeta. Perché la poesia è attenzione, e la meditazione è attenzione. Chi pratica la meditazione, se lo fa nel senso più autentico, sta facendo poesia. Una poesia quotidiana, che concresce con il suo stesso respiro.

La capotreno e il rispetto delle regole

E' l'eroe, anzi l'eroina del giorno la capotreno che in Sardegna ha costretto a scendere dal treno alcuni passeggeri stranieri sprovvisti di biglietto. Il ministro Salvini ha postato il video sul suo profilo Twitter commentando soddisfatto: "Questo non lo vedrete nei tigì, facciamo girare! Onore a questa capotreno che, in Sardegna, fa scendere un gruppo di scrocconi. Il clima è cambiato, #tolleranzazero con i furbetti, anche con un uso massiccio delle Forze dell'ordine. Se vuoi viaggiare, PAGHI come tutti i cittadini perbene!".

Guardiamo il video. "Alzati subito! Alzati subito! Alzati!", dice la donna a una passeggera dalla pelle nera. Poi si rivolge ad altri cinque passeggeri, anch'essi neri, tra cui un bambino: "Anche voi, forza. I signori non perdono tempo per voi". Un uomo ha difficoltà di deambulazione. La donna commenta: "Non me ne frega niente della tua gamba, sei giovane e te ne vai a lavorare e ti paghi un biglietto". Quando sono nel corridoio, pronti a scendere, si sente ancora la voce della donna, rivolta ad altri passeggeri sull'altro lato della carrozza: "Eh, forza eh, scendere anche voi due col bambino. Meglio eh. Scendi, scendi. Dai il buon esempio a tuo figlio. Sei venuta in Italia? Gli dai il buon esempio". E poi, quando già stanno scendendo: ""Ti tiro giù a calci in culo".

Georges Lapassade, ancora

Quando ho cominciato a insegnare, ormai vent'anni fa, non avevo molti libri nel mio bagaglio leggero di giovane docente. L'università mi aveva formato soprattutto sulla fenomenologia, l'ermeneutica e il personalismo, ma nessuna di queste teorie mi persuadeva. Presa la laurea, ho cominciato da zero o quasi il lavoro di farmi una cultura filosofica e pedagogica adeguata al mio sentire; un lavoro che non è ancora finito.
Tra i pochi libri che portavo idealmente con me, il giorno in cui per la prima volta ho messo piede in un'aula scolastica, c'era L'analisi istituzionale di Georges Lapassade. Avevo incontrato le idee e la prassi di Lapassade durante uno dei lavori tentati alla ricerca di una mia via: pedagogista in una cooperativa educativa. Una cooperativa che era seguita da Lapassade e ne adoperava il metodo dell'autogestione: ragazzini anche molto piccoli (di quelli che si definiscono difficili) erano chiamati alla gestione condivisa della comunità educativa. La prima volta che misi piede come docente in un'aula scolastica lo feci con quel modello educativo, e ben presto sperimentai quanto l'istituzione scolastica sia chiusa non tanto alla sperimentazione in sé, quanto a sperimentazioni che ne mettano in discussione realmente, e non solo retoricamente, i rapporti di potere.

Quant'è falso (e pericoloso) Dio


Superati i settant'anni Sergio Givone, che conosciamo come uno dei massimi filosofi italiani, s'accorge d'aver sbagliato mestiere e ci consegna un'enciclica: Quant'è vero Dio. Perché non possiamo fare a meno della religione (Solferino, Milano 2018). Il titolo è azzeccato, e davvero rincresce che non sia venuto in mente a qualcuno degli ultimi papi, ai quali non si può rimproverare, tuttavia, di non aver pensato quello che si trova oltre il frontespizio. La tesi è semplice semplice, ed è tutta nel sottotitolo: non possiamo fare a meno della religione, perché se neghiamo Dio finiamo per negare anche l'uomo. Sì, Dostoevskij: se Dio non esiste, tutto è permesso. Poiché centottanta pagine bisogna pur riempirle, Givone aggiunge Berdiaev, Pareyson. Agamben e perfino un po' di Habermas. Fosse stato più audace, avrebbe aggiunto anche un Ferdinando Tartaglia, e il discorso forse sarebbe diventato più interessante. Così com'è, non è che una stanca, piatta, inutile variazione su uno dei temi più stantii della pubblicistica cattolica degli ultimi decenni.
Primo compito d'un filosofo dovrebbe essere il rigore: rigore nell'argomentazione, rigore nella definizione dei termini. Che cosa vuol dire che non possiamo fare a meno della religione? Noi chi? Noi esseri umani, noi europei? E cos'è la religione? E cos'è Dio? Quale Dio? Non uno di questi concetti è scontato. Esistono religioni senza Dio, come il buddhismo. Givone sostiene che dopo duemila e cinquecento anni i buddhisti non possono, ora, fare a meno di Dio? Ma lo stesso buddhismo è poi una religione? Il concetto indiano di dharma solo molto approssimativamente può essere ricondotto a quello occidentale di religione. Di cosa abbiamo allora bisogno?

Poesia della natura offesa


Seduto su un colle, il poeta si abbandona a considerazioni sull'infinito contemplando una siepe, oppure interroga la luna, che si staglia in un cielo intatto. Ma che accade se, dando uno sguardo alla siepe, vi trova impigliato un sacchetto di plastica, oppure al di là di essa scorge una discarica? Che accade se il suo solitario colloquio con la luna è disturbato dal passaggio di un volo di linea? Non ha che due possibilità. Può fingere di non vedere, rattristandosi magari per la sfortuna di essere nato in tempi in cui la pura contemplazione della natura e del paesaggio è contrastata da elementi cosi prosaici e antiestetici, oppure può fare poesia della siepe e del sacchetto di plastica, della luna e dell'aereo. E questo realismo poetico - perché dire il reale oggi significa dire la discarica non meno del bosco - può prendere provocatoriamente la direzione della ricerca di una nuova bellezza, che nasca dall'incontro della siepe con il sacchetto di plastica (si pensi alla scena del sacchetto di plastica, appunto, nel film American Beauty di Sam Mendes) oppure farsi strumento di denuncia e di cambiamento.

La caccia è un pericolo per tutti

Non sapevo che fosse cominciata la stagione della caccia. Me lo hanno annunciato, questa mattina alle sette, le fucilate intorno a casa. Abito in una delle ultime case di un borgo sui colli senesi, in una via che si inoltra nella campagna, che la gente del luogo chiama "strada dei caprioli": non è infrequente che un capriolo ti attraversi la strada. Quando vi portavo la mia cagna bisognava fare attenzione, perché l'istinto la portava ad inseguirli ed a perdersi con loro nei campi. La mia cagna, che non c'è più da quasi un anno, era una meticcia che aveva molto del segugio. Era stata abbandonata da un cacciatore perché poco abile. Il giorno prima che morisse le abbiamo fatto dei raggi: aveva - chissà da quanto - dei pallini nella gola, residuo di una fucilata.
Nel pomeriggio c'è stato un acquazzone, ora è tornato il sole. E sono tornate le fucilate.
Mentre loro sparano, io rifletto un po'. Lascio da parte ogni considerazione sugli animali. Credo che gli animali abbiano diritto alla vita, e che ucciderli per divertimento sia un atroce insulto alla vita, ma non è di questo che voglio parlare ora. Mi interrogo sul rischio che la caccia rappresenta per le persone e sulle contraddizioni singolari di questo paese. Non è difficile trovare dati sulla pericolosità della caccia. L'ultima stagione venatoria ha fatto 84 feriti e 30 morti. Dei morti, dieci erano persone estranee alla caccia. Dieci persone che hanno perso la vita perché altre persone volevano divertirsi andando in giro a sparare. Tra i morti c'è anche un minore. Ed è il dato sui minori il più agghiacciante: tra il 2007 e il 20015 sono stati uccisi dai cacciatori undici minori. Undici. Undici vite di bambini e adolescenti stroncate.

Cosa dovrebbe dire un ministro dell'istruzione (e cosa non dirà)

Credevamo che, per qualche accordo interno al governo, il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti avesse delegato (non diversamente dal premier Conte) le sue funzioni al ministro dell'Interno, dal quale sono venute, negli ultimi tempi, precise e preziose indicazioni pedagogiche, che vanno dal prendere a sberle i ragazzi al mandarli in caserma per farsi educare dai soldati. Ci sbagliavamo, perché Bussetti qualche idea l'ha. E la comunica al Corriere della Sera. Ecco: "Dobbiamo cambiare impostazione della didattica; usare le nuove tecnologie, insegnare a relazionarsi con i social media, valorizzare il public speaking e il debate, puntare sulle materie Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Il tablet sarà il nuovo quaderno tra pochi anni, possiamo usare meglio investimenti fatti."

Ripartiamo dall'ultimo romanzo di Francesca Melandri

Credo che mio nonno fosse un uomo buono. Lo ricordo fragile, alle prese con i nostri quaderni delle elementari, sui quali si affaticava per imparare a leggere e scrivere. Perché mio nonno era analfabeta. Orfano, era cresciuto per strada, fino a quando lo Stato non si era accorto di lui e gli aveva messo una divisa addosso per mandarlo ad uccidere gente che non conosceva in terre di cui non aveva nemmeno mai sentito parlare. Ne tornò con una croce di ferro, una campana indiana e notti piene di incubi, tutte le volte che gli capitava di vedere un film di guerra.
Mio nonno - sì, quell'uomo buono - era fascista e razzista. Esaltava Mussolini e odiava i neri. Gli africani. Non gli indiani: quelli erano buoni. In India era stato prigioniero degli inglesi, credo trattato con umanità sia dagli inglesi che dagli indiani. Diceva che lo Stato gli aveva rubato la giovinezza. Gli sfuggiva che quello Stato che gli aveva rubato la giovinezza era Mussolini.

Il grido della Natura

Con l'associazione radicale antispecista Parte in Causa ho pubblicato Il grido della Natura di John Oswald. Un lavoro che fa parte di uno studio più ampio, che non so quando e se vedrà la luce, sull'etica del non umano nel Settecento.

“Ci cibiamo di carcasse senza rimorso perché gli spasmi mortali della creatura scannata sono lontani dai nostri occhi, perché i suoi lamenti non feriscono le nostre orecchie, perché le sue urla agonizzanti non affondano nella nostra anima: ma se fossimo costretti ad assassinare con le nostre mani gli animali che mangiamo, chi tra noi getterebbe via, con disgusto, il coltello e, piuttosto che macchiarsi le mani assassinando un agnellino, acconsentirebbe a rinunciare per sempre al pasto preferito?”

Il grido della Natura è uscito nel 1791; solo due anni dopo l’autore, lo scozzese John Oswald, morirà combattendo in Francia per difendere gli ideali rivoluzionari. La sua riflessione, influenzata da Rousseau ma anche dalla conoscenza diretta della cultura indiana, anticipa i temi più vivi dell’attuale antispecismo. La rivendicazione dei diritti umani (degli sfruttati, delle donne, dei neri) e la richiesta di un nuovo rispetto verso la vita non umana sono momenti di un unico movimento di liberazione che è anche una riscoperta della nostra natura più autentica.

Il testo di Oswald è accompagnato da un mio ampio saggio introduttivo.

Il libro è già disponibile in ebook e sarà presto disponibile anche in versione cartacea.

Dio vuole che Salvini sia ministro

Molti cattolici sono scandalizzati dalla ostentazione del Vangelo e del rosario da parte di Salvini. Per chi considera il cristianesimo, anche nella sua versione cattolica, la religione che sta dalla parte degli ultimi, dei poveri e degli emarginati, si tratta di una strumentalizzazione che tradisce l’essenza del messaggio evangelico. Ma è davvero così? Il cristianesimo, anche nella sua versione cattolica, è la religione dell’amore? Chi lo crede sembra aver dimenticato che fin dalla sua affermazione politica, nel quarto secolo dopo Cristo, il cristianesimo ha praticato la soppressione sistematica di chiunque venisse percepito come avversario, a cominciare dai pagani, uccisi barbaramente (come Ipazia) mentre i loro templi venivano demoliti con uno zelo iconoclasta che nei nostri tempi appartiene solo allo Stato Islamico. La storia dell’Europa cristiana è attraversata da una scia di sangue che, con la scoperta dell’America, ha attraversato l’oceano.
Una cosa indubbiamente affascinante delle religioni, e segnatamente della religione cristiana, è che ognuno può trovarvi quello che vuole. Il pacifista vi trova la pace e l’amore, il guerrafondaio l’odio, la conquista e lo sterminio; l’anarchico la ribellione all’autorità, l’autoritario al contrario l’obbedienza e la gerarchia, e così via. Si spiega così come dal tronco della Bibbia e del Vangelo siano sorti rami così diversi: il pacifismo degli anabattisti e dei quaccheri ma anche le crociate, l’Inquisizione, il suprematismo bianco. Bisogna purtroppo osservare anche che il pacifismo è una posizione minoritaria e fortemente contrastata dalle maggiori confessioni cristiane, fino a tempi molto recenti (si pensi al processo contro don Milani).

Adolescenti fuori controllo

Tre anni fa ho scritto un articolo per protestare contro un controllo antidroga in una mia classe. Un articolo per il quale ho ricevuto, insieme a non pochi apprezzamenti, decine di insulti e minacce. Un tale ha ritenuto opportuno chiamare la mia dirigente e chiedere il mio licenziamento; non contento, ha poi aperto in un forum una discussione dal titolo "Prof. Antonio Vigilante: un pessimo insegnante", che è ancora oggi uno dei primi risultati che si ottengono digitando in Google il mio nome. Intanto i controlli antidroga sono continuati. Quest'anno con una variante: invece di entrare in aula con il cane antidroga hanno fatto uscire gli studenti e hanno perquisito l'aula vuota. Il cane ha apprezzato molto un pezzo di mortadella residuo della merenda di uno studente. E dunque un qualche senso la cosa l'ha avuta, almeno per lui.
Ieri l'altro il ministro Salvini ha tenuto un comizio nella città in cui insegno, affermando che da settembre metterà polizia e carabinieri davanti alle scuole per stroncare la vendita di droga. Questa volta Antonio Giannelli, presidente dell'Associazione Nazionale Presidi ha avuto il buon senso di osservare che la cosa forse non è proprio realizzabile, considerando che ci sono quarantamila edifici scolastici, e di ricordare l'importanza della prevenzione.
Veniamo da mesi in cui gli studenti italiani sono stati sbattuti quotidianamente in prima pagina: lo studente che minaccia il docente, quello che lo insulta, quello che lo picchia. Sapete come funziona: bastano una decina di casi, dati in pasto all'opinione pubblica nell'arco di uno o due mesi, per creare allarmismo sociale. Basterebbe una rapida considerazione statistica per rendersi conto che il fenomeno semplicemente non esiste. In Italia gli studenti sono quasi otto milioni, quelli della secondaria inferiore quasi un milione e settecentomila, due milioni e mezzo quelli della secondaria superiore. Questo vuol dire che, anche considerando solo questi ultimi, la percentuale di studenti con comportamenti gravemente irrispettosi verso i docenti risulta statisticamente irrilevante.

I fascisti di oggi e gli sfascisti di ieri

Ai tempi del referendum costituzionale, nel novembre del 2016, scrissi sul mio profilo Facebook questo post:

Il governo Renzi è un governo neoliberista, e poiché il neoliberismo va combattuto, il governo Renzi va combattuto. Questo dice l'etica dei principi.
L'etica della responsabilità suggerisce di considerare l'esito di un gesto politico. L'opposizione a un governo mira al suo indebolimento e alla sua caduta. Ma chi può avvantaggiarsi politicamente della caduta del governo Renzi? Non esiste nessuna opposizione di sinistra che possa avvantaggiarsene. Gli unici che possono trarne un vantaggio politico sono Salvini e Grillo. Che non sono antiliberisti. Sono un neoliberismo con l'aggiunta del razzismo e del populismo.
Ora, se va al governo Salvini, l'Italia tocca il fondo. Ma tranquilli, le vostre vite di borghesi di sinistra non saranno stravolte. Potrete continuare nella vostra pacifica vita di impiegati, potrete continuare a pontificare col culo sulle vostre cattedre, raddoppiando gli strali contro quel governo che avete reso possibile, e mostrando le vostre belle mani pulite. Pulitissime.
Ad essere stravolta sarà la vita degli stranieri, degli immigrati, dei richiedenti asilo. Sarà stravolta la vita della donna che amo, e la mia. Sarà stravolta la vita di chi si troverà ad essere additato come nemico pubblico.
Non è sulla vostra pelle che si decide la partita.

Ora tocca leggere le analisi indignate degli stessi che, con le loro analisi indignate di ieri, hanno reso possibile lo sfascio attuale.

Bookchin a Siena

Lunedì scorso ho avuto il piacere di presentare alla Mondadori di Siena il libro di Murray Bookchin La prossima rivoluzione (BFS), alla presenza della figlia del filosofo, Debbie, e di Francesco Marilungo, operatore umanitario nel Rojava. Mentirei se dicessi che c'era il pubblico delle grandi occasioni - e del resto Siena non è Livorno, né Massa Carrara - ma il pubblico che c'era era attento, interessato e desideroso di discutere.
Ho incontrato Bookchin da qualche anno, alla ricerca (cominciata per me con Aldo Capitini) di una teoria e di una prassi democratica che vadano al di là dei rituali stanchi e ormai vuoti della democrazia rappresentativa, con lo spettacolo osceno di una classe politica più adatta al cabaret che al governo di una nazione e la paurosa deriva qualunquistica di un popolo sempre più volgare ed abbrutito. Capitini cercò fin dall'inizio - all'indomani del crollo del fascismo - una alternativa, che consisteva per lui nella omnicrazia, il potere di tutti esercitato attraverso quella assemblee popolari che chiamava Centri di Orientamento Sociale. Ed è questa la via di Bookchin, il municipalismo libertario, una proposta di organizzazione politica che fa del comune il luogo in cui è possibile una reale partecipazione politica. Il fine ultimo è la realizzazione di federazioni di comuni autenticamente democratici come alternativa allo Stato-Nazione, la prassi immediata è la costituzione nei comuni di forme di controllo del potere, che è già un passo deciso verso una democrazia autentica. Debbie Bookchin ha insistito, nel suo intervento, sulla necessità di sperimentare il municipalismo libertario anche in occidente, e non solo nel Rojava curdo, che come è noto ha una organizzazione politica che realizza la proposta di Bookchin, attraverso la mediazione di Abdullah Öcalan. Una esperienza è quella di Spezzano Albanese, piccolo comune della provincia di Cosenza nel quale fin dal 1992 si è costituita una Federazione Municipale di Base che si rifà apertamente al pensiero di Bookchin.

13 aprile, sabato

Oggi - senti - ho visto
un serto luminoso di parole
appeso lì nell'aria, appena mosso
del tremore dei mondi, pieno-vuoto
una rete leggera che suonava
anzi no sussurrava e sospirava
esseri e cose e connessioni: ed altro.

Ho preso carta e penna e in un momento
s'è infranta ed è crollata e n'è rimasta
una cosa soltanto che leggera
s'è posata sul foglio nereggiando:
è.

Completa la faccenda
cancella tu quel segno, per favore:
a me non basta il cuore.

Abbiamo il diritto di uccidere gli animali?

Nel 1792 Mary Wollstonecraft, moglie del filosofo anarchico William Godwin e madre della scrittrice Mery Shelley, pubblica la prima rivendicazione dei diritti delle donne: A Vindication of the Rights of Woman. Tra lo scandalizzato e il divertito, il filosofo neoplatonico Thomas Taylor le risponde quello stesso anno con una Vindication of the Rights of Brutes: se, come dice Wollstonecraft, le donne hanno diritti, perché allora non dovremmo riconoscere diritti anche agli animali? Non poteva immaginare, il filosofo, che sarebbe giunto il tempo in cui quello dei diritti degli animali sarebbe stato un normale tema di discussione morale. A dire il vero, già l'anno prima lo scozzese John Oswald, un giacobino morto durante la Rivoluzione francese, aveva scritto The Cry of Nature in cui, influenzato dall'etica dell'India (che aveva visitato come soldato), affermava la necessità del vegetarianesimo e il valore della vita non umana.
Hanno diritti gli animali? E quali diritti hanno? E quali animali li hanno? La questione non è oziosa: non è difficile riconoscere qualche diritto ad un cane o un cavallo, e tutti condanniamo moralmente la violenza gratuita verso questi animali (che comporta anche conseguenze penali), ma possiamo dire lo stesso di un topo e di un insetto? Hanno diritti tutte le forme di vita, o solo alcune? E in quest'ultimo caso, come distinguere le vite non umane che hanno diritti da quelle che non ne hanno? Si può individuare come criterio la capacità di soffrire o la razionalità, ma in questo caso non si ricorre ancora a un pregiudizio specista? Non si riconosce valore alla vita che maggiormente assomiglia alla nostra?

Dell'attraversamento. Tolstoj, Schweitzer, Tagore

E' uscito il mio libro Dell'Attraversamento. Tolstoj, Schweitzer, Tagore, pubblicato da Petite Plaisance. Una pubblicazione cui tengo in modo particolare, sia perché segna, spero, l'inizio di una collaborazione con un editore che stimo molto, sia perché tocca temi che mi stanno molto a cuore.Di seguito la Presentazione:

Raccolgo in questo piccolo libro tre saggi comparsi in rivista su tre pensatori che ho incontrato alla ricerca di quell’atto esistenziale, etico e sovraetico, religioso ed irreligioso, metafisico e antimetafisico che chiamo attraversamento. Nella sua forma più radicale, l’attraversamento consiste nello sporgersi oltre l’ego, nel trascendere l’identità personale e tutto ciò che ad essa si attacca. È l’atto che pone fine all’etica, poiché il bene e il male sono pensabili solo nella logica della contrapposizione, che è propria dell’ego, e che viene trascesa con l’attraversamento; al tempo stesso, è l’atto etico per eccellenza, poiché con l’ego sono trascese le radici stesse del male. È un atto irreligioso, poiché al di là dell’ego non c’è istituzione, comandamento o promessa che valga, ma solo l’intangibile libertà dello spirito, ed al tempo stesso è il più religioso degli atti, quello che realizza l’essenza stessa della religione, il suo fine più alto e vero. Ed è un atto metafisico, poiché conduce nella pienezza dell’essere, ed al tempo stesso va oltre l’essere, poiché la distinzione tra pieno e vuoto, essere e non essere, vita e morte sta anch’essa nel cerchio chiuso dell’ego.

Una Alternativa nella Scuola Pubblica

Insegno ormai da circa vent'anni. Quando ho cominciato ad insegnare nelle aule c'erano solo le lavagne di ardesia, i computer erano solo in aula informatica ed i registri erano rigorosamente cartacei. Oggi in ogni aula ho il computer e la lavagna elettronica. Per il resto, mi pare che non sia cambiato granché. Dopo vent'anni, continuo a vedere la scuola con lo sguardo perplesso di quando facevo supplenze di italiano alla "Foscolo" o al "Rosati" di Foggia. La scuola continua a sembrarmi una istituzione fondata su basi profondamente errate, che occorre ripensare da capo, con il coraggio delle grandi decisioni - o della disperazione. E giorno dopo giorno cerco di affrontare il problema di darle qualche senso in una società nella quale è sempre più facile fare a meno della scuola.
Tre anni fa ho cominciato ad insegnare al "Piccolomini" di Siena, la mia scuola attuale (la mia scuola, spero, per un bel po' di tempo). Una mattina incrocio Fabrizio Gambassi, collega di italiano, all'uscita da una seconda (una classe 2.0: ora si parla di classi 3.0) che abbiamo in comune. Noi docenti facciamo tanti incontri per parlare di faccende più o meno burocratiche, dice Fabrizio, ma non ci incontriamo mai per discutere di quello che davvero conta: come facciamo scuola. Concordo. Perché non farlo? E perché non farlo anche con gli studenti? Lo facciamo, ed è il primo inizio di una riflessione, di una ricerca comune che oggi consegniamo ad un volume scritto a quattro mani: Alternativa nella Scuola Pubblica. Quindici tesi in dialogo (Ledizioni, Milano). Un libro che nasce da un lungo confronto con docenti, studenti, genitori, persone che si occupano a vario titolo di educazione, e che vorrebbe essere, con le sue tesi, il testo di riferimento di un movimento di cambiamento dal basso della scuola. Alla "Buona Scuola" ministeriale, alla scuola capovolta di certe confuse sperimentazioni ed alle rivendicazioni della scuola tradizionale contrapponiamo una idea di scuola che ha le basi nella pedagogia critica, da Paulo Freire a Danilo Dolci: una scuola nella quale si costruisce una democrazia sostanziale; e poiché il dialogo è l'essenza della democrazia, mette al centro non lo schermo del computer né quello della lavagna elettronica, ma la parola viva, dialogica, ed il volto dell'altro.
Trovate tutto nel sito www.alternativascuola.it


Sotto al ponte

Sotto al ponte ci son tre bombe
e due ragazzi passano parlando ad alta voce
uno dice di Marx, l'altro dei Van Halen
e non vedono il lupo né le bombe.

Sotto al ponte ci son tre bombe
mio-tu che al fianco m'inesisti, lascia stare
per l'amore c'è tempo, ascolta adesso
sotto al ponte i due parlano
poi uno dei due prende la chitarra e suona
One dei Metallica e l'altro ascolta, e gli piace
ed è quasi felice, e non sa del lupo né delle bombe.

Non è nulla

Versare il mio sangue è ormai lecito a tutti,
senza taglione o riscatto.
Nezami, Leyla e Majnun, Adelphi, p. 38.

Lascia stare
non scoccare
la tua freccia
zitto e ascolta
non è un cervo
né una lepre
che si muove
tra i cespugli
forse è un uomo
o forse no.

Proprio qui proprio qui proprio qui passa
lombrichi cavallette scarafaggi
proprio qui passa il filo luce corda
rospi serpenti bestie della terra
qui passa la catena che ci tiene
animanti del cielo uccelli teneri
qui sotto al cuore passa la catena
la rete che ci spinge e ci trascina
insieme vivi insieme morti insieme
sofferenti gioiosi schiavi liberi.

L'altro Gandhi


Il 30 gennaio del 1940 - settant'anni fa - Mohandas Karamchand Gandhi veniva ucciso dal suo ex-seguace Nathuram Godse. E' uno dei pochissimi leader politici del Novecento in grado di essere ancora oggi punto di riferimento e fonte di ispirazione per molti; una figura che incarna al tempo stesso l'uomo buono ed il rivoluzionario, l'ascesi e l'impegno, la felice contaminazione di etica e politica. Naturalmente, dietro ogni icona c'è un uomo che le assomiglia solo in parte. E svelare le contraddizioni dell'uomo Gandhi è un gioco facile: lo fa, buon ultimo, Pramod Kapoor nel suo Gandhi. La biografia illustrata (Mondadori Electa). Meno frequente è che qualcuno sveli, invece, le contraddizioni teoriche di Gandhi, i problemi aperti del suo pensiero, e magari anche le cose inaccettabili. Nel nostro paese gli studi su Gandhi sono pochissimi, e quei pochi spesso non sono fondati su una conoscenza adeguata del contesto indiano. Nella raccolta più diffusa di scritti gandhiani - Teoria e pratica della nonviolenza, curato da Giuliano Pontana per Einaudi - Gandhi appare come un pensatore che affronta i temi politici e sociali partendo dal riconoscimento del valore dell'individuo, ed assegnando "grande valore allo spirito critico, all'autonomia di giudizio e conseguentemente al rifiuto di ogni autorità che non sia quella della ragione e di quella che egli chiama 'la voce interiore' (the inner voice)" (p. LXXXI). E' una interpretazione rassicurante, che fa di Gandhi un nostro prossimo, ma che ignora la differenza gandhiana.

Anmar

Qualche mese fa, un po’ per gioco e un po’ per noia, come si dice, ho cominciato a progettare un sistema di scrittura personale, che avesse il vantaggio della velocità e praticità, per prendere appunti in modo più efficace e al tempo stesso renderli incomprensibili agli altri (per quanto, come mi ha fatto notare più di uno, la mia grafia sia di per sé quasi illeggibile). Dopo diversi tentativi venne fuori un sistema abbastanza efficiente, ma poco elegante. E poiché per me l’eleganza è importante, l’ho limato gradualmente, fino a giungere ad una scrittura totalmente diversa: meno pratica, ma molto meno brutta. Il risultato si chiama Anmar, che viene da Antonio-Martina. Martina è mia nipote, ed è l’unica persona cui lo abbia insegnato; il nome è stato scelto da lei. Al momento serve per i miei appunti, per il mio diario e per la nostra corrispondenza Siena-Foggia.
Eccolo:


La vita oltre la morte

C'è vita dopo la morte?, mi chiedi.
Certo. Quando tu sarai morto, tutto continuerà ad andare esattamente come prima: ci saranno fiori in primavera e neve d'inverno, si costruiranno ponti e muri, si verseranno molte lacrime e ci saranno molte risate.
Ma io non ci sarò, non sarà la mia vita, dici.
Esatto. Non sarà la tua vita: ma sarà vita. La vita oltre la tua vita. La vita oltre te. E tu vincerai la morte, se vivrai fin da adesso in quella vita che non è la tua vita. In quella vita che non è te.

Rumi, lo Zen e il lupo

Un leone, un lupo e una volpe vanno a caccia insieme. Catturano e uccidono un bue, una capra e una lepre. Al momento di dividersi le prede, il leone chiede al lupo di attribuire a ciascuno la sua parte. Il lupo attribuisce al leone il bue, poiché è più grande, a sé stesso la capra e alla volpe la lepre. Ma il leone non è d'accordo: e sbrana il lupo.
A questo punto del racconto Jalal alDin  Rumi - stiamo parlando del Mathnawi - introduce una delle sue frequenti, deliziose digressioni. Eccola:

آن یکی آمد در یاری بزد ** گفت یارش کیستی ای معتمد
گفت من، گفتش برو هنگام نیست ** بر چنین خوانی مقام خام نیست‌‌
خام را جز آتش هجر و فراق ** کی پزد کی وا رهاند از نفاق‌‌
رفت آن مسکین و سالی در سفر ** در فراق دوست سوزید از شر
پخته گشت آن سوخته پس باز گشت ** باز گرد خانه‌‌ی همباز گشت‌‌
حلقه زد بر در به صد ترس و ادب ** تا بنجهد بی‌‌ادب لفظی ز لب‌‌
بانگ زد یارش که بر در کیست آن ** گفت بر درهم تویی ای دلستان‌‌
گفت اکنون چون منی ای من در آ ** نیست گنجایی دو من را در سرا

Uno andò a bussare alla porta di un amico. L'amico chiese: "Chi sei; sei degno di fiducia?"
Egli rispose: "Io". L'amico disse: "Vattene; non è il momento di entrare: ad una mensa come questa non c'è posto per una persona immatura."
Chi cuocerà ciò che è crudo, se non il fuoco dell'assenza e della separazione? Chi lo libererà dall'ipocrisia?
Il pover'uomo se ne andò, e durante un anno di viaggio e di separazione dal suo amico, fu arso dalle fiamme.
Bruciato, si consumò; allora ritornò e ricominciò a camminare avanti e indietro davanti alla casa del suo compagno. Bussò alla porta con infinito timore e rispetto, temendo di lasciarsi sfuggire dalle labbra una parola irrispettosa.
Il suo amico gli chiese: "Chi è alla porta?" "Sei tu, alla porta, ammaliatore di cuori."
"Adesso - disse l'amico - poiché tu sei me, entra, tu che sei me stesso; nella casa non c'è posto per due 'io'". [Jalal alDin Rumi, Mathnawi, libro I, 3070, traduzione di Ganbriele Mandel Khan, Bompiani, Milano 2016, pp. 305-306. Testo farsi qui.]

Tirana città aperta

Ho passato il Natale e Santo Stefano a Roma - giusto il tempo di visitare la mostra su Bernini alla Galleria Borghese e quella, bellissima, su Hokusai all'Ara Pacis e di bere una birra al Blackmarket di Monti - ed il capodanno a Tirana. Mancavo dall'Albania da quattro anni. Se Roma mi è sembrata una città in decadenza (non l'avevo mai vista così sporca), mi ha sorpreso il cambiamento di Tirana. Quattro anni fa scrivevo
E', diresti, una donna che veste abiti lussuosi su una biancheria che ha troppi segni d'usura. E' la metafora che ti viene in mente quando osservi i tavolini all'aperto degli infiniti locali del centro - elegantissimi, tutti dotati di connessione wifi gratuita - e, alzando appena lo sguardo, constati che sono sovrastati da palazzi fatiscenti, con i mattoni a vista ed un groviglio di cavi elettrici e telefonici. Se la povertà continua a mordere, la ricchezza è comunque a un passo...
Oggi il contrasto tra gli abiti lussuosi e la biancheria usurata è diminuito in modo impressionante, se si considera che sono passati solo quattro anni. Sono quasi scomparsi dal centro, ad esempio, i grovigli di cavi elettrici e telefonici che attraversavano le strade e davano un senso di degrado che la magnificenza dei locali non riusciva a vincere del tutto, e sono cambiati perfino i font e la grafica della insegne dei negozi. Quell'aria di diffuso ottimismo, che notavo quattro anni fa, ora è ancora più tangibile. Non sembra essere solo il progresso, naturalmente discutibile, del capitalismo, con i suoi mastodontici centri commerciali, né solo l'occidentalizzazione inarrestabile che porta in una piazza Scanderbeg irriconoscibile dopo i lavori di rifacimento un enorme albero di Natale ed una suggestiva stella all'ingresso del bulevardi Zogu I: