Attraversamenti

Blog di Antonio Vigilante

Separare il grano dal loglio

Immaginetta della
Madonna di Siponto.
Mi è stata chiesta qualche riflessione in occasione della festa patronale. Il mio è il punto di vista di un non cristiano fortemente critico nei confronti dell'aspetto istituzionale di tutte le religioni e fortemente interessato, invece, all'esperienza mistica ed eretica (due cose, misticismo ed eresia, che spesso coincidono). Avverto sin d'ora il lettore cattolico che nelle righe che seguono troverà pertanto cose sgradevoli: si regoli come meglio crede.
Per riflettere sul senso religioso di una cosa come la festa patronale bisogna prima porsi qualche domanda. Che cos'è la religione? Cosa vuol dire essere religiosi? Quali pratiche sono religiose, e quali no? Cosa distingue il religioso dal non religioso, e il profondamente religioso dal superficialmente religioso?
La risposta più ovvia a questa domanda sembra essere la seguente: religione è entrare in rapporto con Dio o con un Ente trascendente. Che può chiamarsi Yhwh o Allah, Ahuza Mazda o Shiva, essere Uno o molteplice, vicino o lontano, incarnato o disincarnato: ma è il Divino, distinto dall'umano. In realtà le cose non sono così semplici, perché esistono anche religioni, come il jainismo ed il buddhismo, che prescindono dalla divinità. Per un buddhista non si tratta di credere in Buddha ("Se incontri il Buddha per strada, uccidilo", diceva il grande maestro zen Lin Chi), ma di diventare un Buddha. Fino a quando il Buddha è altro da noi, vuol dire che siamo ancora lontani dalla meta della nostra vita religiosa. Qualcosa di simile avviene anche in certa mistica speculativa cristiana, per la quale bisogna diventare Dio, più che venerare Dio (si pensi a Meister Eckhart), così come nel sufismo di Al-Hallaj, il Cristo dell'Islam, mandato a morte perché affermava di essere diventato la Verità, ossia Dio.

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Albania: (foto)appunti di viaggio

Tirana

Tirana sta al confine tra oriente ed occidente, tra tradizione e modernità, tra povertà e ricchezza. E', diresti, una donna che veste abiti lussuosi su una biancheria che ha troppi segni d'usura. E' la metafora che ti viene in mente quando osservi i tavolini all'aperto degli infiniti locali del centro - elegantissimi, tutti dotati di connessione wifi gratuita - e, alzando appena lo sguardo, constati che sono sovrastati da palazzi fatiscenti, con i mattoni a vista ed un groviglio di cavi elettrici e telefonici. Se la povertà continua a mordere, la ricchezza è comunque a un passo: il sogno della modernità sembra farsi realtà nelle molte costruzioni ardite, come la Sky Tower, un palazzo di quindici piani che termina con una cupola in vetro che ruota su sé stessa ed ospita l'immancabile bar.
Simbolo delle diverse anime della città e della loro capacità di coesistere è piazza Skanderbeg. Fino a non molto tempo fa era un enorme spazio vuoto, buono per le parate militari del regime comunista; oggi si è riempita di giardini.

Piazza Skanderbeg
Intorno alla piazza lo sguardo abbraccia il museo storico, con il murale frontale (qui), la torre dell'orologio, la moschea, la statua di Skanderbeg, la cattedrale ortodossa. Le due costruzioni religiose - la moschea e la cattedrale ortodossa - sono simmetriche per forma e grandezza, quasi ad esprimere il rispetto reciproco tra islam e cristianesimo. La cattedrale cristiana è una costruzione recente (di fatto è ancora in costruzione), offerta dallo Stato alla comunità cristiana quale risarcimento per la vecchia cattedrale distrutta dal regime comunista.

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Il bambino è apertura al mondo

Cane da caccia. Disegno di Carlo Michelstedter.
Il bambino incarna una diversità radicale. Gran parte di ciò che comunemente si chiama educazione consiste nell'esorcizzare, limitare, controllare, arginare, incanalare e finalmente spegnere questa diversità. Affinché l'opera riesca occorre che sia tacitamente condivisa la percezione del bambino come non-persona o come persona parziale: occorre, infatti, molta violenza, che sarebbe ingiustificabile ed inaccettabile se al bambino fossero pienamente riconosciuti la dignità ed i diritti di una persona.
Ad inquietare del bambino è, in primo luogo, la sua libertà. Egli si colloca all'origine, sta nella dimensione magmatica dalla quale la società è nata con una serie di progressive solidificazioni, fino a diventare il sistema di regole, di compromessi, di ipocrisie che è. Non dà per scontato, il bambino, nulla di ciò che è scontato, ed in questo modo ci mostra quotidianamente che il mondo in cui viviamo, il mondo che abbiamo costruito o cui abbiamo dato il nostro tacito consenso, evitando di ribellarci, non è che uno dei mondi possibili: e non il migliore.
Non sa che farsene, il bambino, di cose per le quali gli adulti darebbero la vita, ed è pazzamente innamorato di cose che per gli adulti valgono meno di nulla. Per un bambino - per un bambino che non sia stato corrotto dagli adulti - non esiste lo status, quella cosa per la quale gli adulti sono disposti a fare ogni cosa. Perché non è per il denaro che un adulto cerca il denaro, né desidera il potere per il potere. Cerca queste cose per essere riconosciuto dagli altri, affinché la sua misera persona risplenda quanto più è possibile.
Diceva Hegel che nessuno è un eroe per il proprio cameriere. Deve sentirsi un po' imbecille, al cospetto del proprio bambino, l'uomo che consuma la sua vita nell'impresa di far carriera, sacrificando tutto il suo tempo e le sue energie, accettando compromessi ed inghiottendo rospi. Deve sentirsi imbecille, di fronte a quella vita beata, al di qua di ogni preoccupazione sociale, di quell'ansioso e insensato inseguire sé stesso. Ma è un imbarazzo che dura un attimo, presto soccorso dalla commiserazione per quell'esserino che non sa come va il mondo, e cui bisogna insegnare tutto.

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Il furto aggravato di rifiuto

Gianfranco Grandaliano, presidente dell'AMIU (municipalizzata per la raccolta dei rifiuti) di Bari, durante un consiglio comunale monotematico dello scorso dicembre (testo riportato nel suo profilo Facebook): 
Poi c’è un altro fenomeno, quando noi vediamo quei rifiuti buttati per
fenomeno, io non sono razzista, li individuo come extracomunitari
sinceramente, che purtroppo la mattina calano in tutti i quartieri
della città, non è che ce l’hanno col Libertà, in tutti i quartieri
della città, rovistano tutti i cassonetti e mica gli interessa cosa
sta a terra. Io ho pregato il Sindaco comunque di fare un’ordinanza ad
hoc per multarli, ma stavo configurando, veniva forse da
un’esperienza mia professionale, di configurare eventualmente anche un
illecito penale al fine di consentire alle Forze dell'Ordine di
provvedere in tal senso, denunziare a piede libero comunque un arresto
in flagranza, perché stiamo configurando il furto aggravato di
rifiuto, che nel momento in cui il cittadino conferisce nel cassonetto
diventa di proprietà dell’AMIU, quindi se io vado a prendere il
rifiuto è come se mi rubassero il rifiuto. Lo so che sembra ridicolo,
però è un escamotage giuridico per fronteggiare questo problema, che è
un problema veramente serio sul punto. 
Proviamo a seguire la logica di questo ragionamento. Il furto aggravato di rifiuto è una cosa ridicola, che non sta né in cielo né in terra. Grandaliano lo sa, e lo ammette. Bisogna però inventarsi questa cosa ridicola come escamotage per mandare in galera alcune persone, che guarda caso sono extracomunitarie (i Rom sono per lo più cittadini italiani o comunitari, ma sono sottigliezze inutili: l'aggettivo extracomunitario indica ormai chiunque sia spiacevolmente diverso). Questo, in un paese in cui la classe politica sta riflettendo sull'escamotage da trovare per non mandare in galera un potente truffatore ed evasore fiscale, che è stato per molto tempo capo del governo. Siamo un paese in cui ci si inventa cose ridicole (l'agibilità politica) per non mandare in galera i potenti, anche se sono dei delinquenti, ed in cui ci si inventa cose ancora più ridicole (il furto aggravato di rifiuti) per mandare in galera i deboli, anche se non hanno compiuto alcun reato.
La cosa che più colpisce, nel presidente di una azienda che si occupa di ambiente, è la mancanza di percezione ampia del fenomeno. I Rom e gli africani che rovistano nei cassonetti lasciano della sporcizia. Questo vede il cittadino, che si indigna. Uno che abbia un po' più di consapevolezza vedrebbe altro. Vedrebbe che rovistando nei cassonetti, quelle persone tirano fuori cose che possono essere riciclate e riutilizzate. Cioè: trasformano il rifiuto indifferenziato in una risorsa. E in questo modo rendono alla comunità un servizio per il quale bisognerebbe ringraziarli.

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Etty Hillesum: estratti dal Diario

Etty Hillesum
Il Diario che Etty Hillesum ha tenuto dal 1941 al 1943, prima di finire i suoi giorni ad Auschwitz, non è soltanto uno straordinario documento storico sul periodo più buio della storia contemporanea, ma appartiene a pieno titolo alla storia della mistica. E come tutti i testi di mistica autentica, esso provoca qualche disagio al credente, che ne è al tempo stesso attratto e respinto. Attratto, perché si tratta del diario di una ragazza che affronta con animo sereno, perfino felice, la tragedia dell'Olocausto grazie alla forza che le dà Dio: e quale testimonianza migliore del potere della fede? Respinto, perché quella di Hillesum non è fede nel senso comune del termine, né il Dio di cui parla è quello che si prega nelle chiese. Etty Hillesum spiega con grande chiarezza che il suo Dio non è altro che "la parte più profonda" di sé stessa. Non un altro-da-sé, ma la parte più nobile di sé. Come per ogni mistico, non si tratta di rendere culto ad un Ente o a una Persona, ma di essere, di realizzare Dio. C'è un fondo dell'anima in cui l'io-non-più-io diventa Dio.
In termini buddhistici, si dirà che c'è in ognuno la natura-Buddha (tathāgata-garbha), la possibilità di diventare un Buddha, ossia un essere libero dalla sofferenza e capace di amore e compassione. E' questa consapevolezza che consente ad Hillesum di amare anche i nazisti: "disseppellire Dio" nel nemico vuol dire aiutarlo a ritrovare in sé questa natura luminosa, che nessuna brutalità potrà soffocare fino al punto da renderla irraggiungibile.
I passi che seguono sono tratti dall'edizione integrale del Diario (Adelphi, Milano 1996).

Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatore simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto d’erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Questo non significa essere indulgenti nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. É una malattia dell’anima.

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Le bufale e la democrazia

I simboli degli zingari sui citofoni: una bufala vecchia
ma che gode di ottima salute
L'ultima, in ordine di tempo, è la storia della bambina di undici anni morta perché un americano si è rifiutato di donarle il midollo osseo in quanto italiana. Una storia che indigna: ma che è falsa. Non è mai esistito un donatore americano. C'era un donatore tedesco tedesco che però, come ha spiegato il direttore del Centro Nazionale Trapianti, non ha potuto donare perché nel frattempo le condizioni della bambina si erano aggravate.
Una bufala, dunque. Una notizia falsa che però viene diffusa come se fosse vera. Una delle tante. Sui social network proliferano. Ogni giorno ne compare una nuova, ma tornano anche spesso quelle vecchie. Le smentite non servono a nulla, le bufale si diffondono come virus resistenti a qualsiasi antidoto. Ed è così che, per fare solo qualche esempio, c'è gente che si indigna ancora per il disegno di legge del senatore Cirenga, che istituisce un fondo per tutti i parlamentari che non trovano lavoro entro un anno dalla fine del mandato - che non esista né sia mai esistito alcun senatore Cirenga è un dettaglio trascurabile - , mentre altri si temono di essere abbordati da romeni che regalano portachiavi con microchip interni che serviranno poi a segnalare i loro movimenti ed a favorire i furti. L'elenco potrebbe continuare per un bel po'.

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Storia di un bambino andato (quasi) a male

Il giudizio di terza media
Lo scorso anno Maurizio Parodi, tra gli interpreti più interessanti delle istanze della pedagogia libertaria nel nostro paese, mi ha chiesto di collaborare con un mio contributo ad un libro che stava scrivendo. Si trattava di rispondere alla domanda: Cosa bisogna fare perché i bambini non vadano a male? Ho risposto a questa domanda con un contributo intitolato "Camminare insieme", che si trova nel libro uscito quest'anno: Gli adulti sono bambini andati a male (Sonda editore).
Se ripenso al mio percorso scolastico, mi pare di potermi riconoscere nella categoria dei "bambini andati a male". Me lo conferma la rilettura delle mie pagelle scolastiche, che segnano una progressione negativa, da una iniziale quasi perfezione al disastro della scuola secondaria. Il fatto di essere un ex bambino andato a male (che poi si è ripreso per tempo, comunque) è un grande vantaggio per un pedagogista, appunto perché permette di rispondere alla domanda di Parodi con una qualche base di esperienza.
Il mio esordio scolastico è stato esaltante, almeno a giudicare dalla mia prima pagella:

Alunno dotato di una pronta e vivace intelligenza, molto serio e silenzioso prende però parte attiva alla vita della classe e riesce bene in tutte le attività scolastiche nonostante i primi tre mesi di assenza. Costante nel rendimento predilige le attività matematiche e la recitazione.

Intelligente, silenzioso, partecipe: alunno modello. Ero arrivato a scuola con tre mesi di ritardo per via di problemi di salute, gli stessi che mi hanno salvato dalla scuola dell'infanzia. Ma non arrivi in una classe tre mesi dopo senza pagarne le conseguenze. Ricordo poco della prima elementare, più che altro sensazioni: e tra tutte questo senso di estraneità che mi ha accompagnato per tutto il percorso scolastico (fino all'università, direi).

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8 agosto, giovedì

A conti fatti, non è il dolore. Il dolore è un momento - e il più delle volte non è nemmeno dolore, e poi il corpo ha le sue stranezze, basta poco per immaginare che questo braccio non sia il mio braccio, per sentire che questo braccio non è il mio braccio. Altra cosa è l'umiliazione, la resa: abdicare alla dignità. Sentire che qualcosa è cambiato, che non sei più quello di prima: che è cominciato per te un processo di cosificazione. E che se li lasci fare, presto sarai radicalmente altro. Sei in balìa d'altri, la tua forza di volontà è quasi una bestemmia per l'ordine medico-salvifico. Che tu possa dire no, è cosa non prevista. Tu hai da essere un corpo che non si ribella. Materia docile. Paziente: null'altro che paziente.

Altra cosa è l'umiliazione, la resa. Non è la periferia, ma il centro di te. Non puoi rinunciare alla tua dignità senza rinunciare a te stesso. E forse qui c'è la prova decisiva: rinunciare alla stessa dignità per rinunciare a sé; affidarsi davvero all'ordine medico-salvifico quale passaggio oscuro verso l'illuminazione. Abbandonarsi all'anestesia sperando di non risvegliarsi più in questo corpo, con questo nome. In un corpo, con un nome.

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