Minimo Karma

Blog di Antonio Vigilante

Sinagogia

Una intervista a Tutta un'altra scuola.

Professor Vigilante, lei è fautore di piccoli-grandi cambiamenti e novità nell'approccio con l'insegnamento, che sperimenta con gli studenti del liceo dove insegna. Ci vuoi spiegare su cosa si basa la costruzione delle relazione con loro e delle relazioni tra di loro e come questo permetta una modalità di insegnamento più efficace?

«Da qualche tempo amo usare la parola sinagogia al posto di pedagogia. Il termine pedagogia indica il "condurre il bambini", ed è evidentemente inadeguata oggi che sappiamo che l'educazione non riguarda solo i bambini, ma è un processo che dura tutta la vita. Ma dal mio punto di vista è inadeguata anche perché pensa l'educazione come l'azione con la quale un soggetto conduce e dirige un altro soggetto. Sinagogia vuol dire invece che l'educazione accade quando due o più soggetti si conducono insieme (syn). Non posso educare qualcuno senza educarmi al tempo stesso. Vi sono situazioni educative, nelle quali ognuno è al tempo stesso educatore ed educato. La scuola dovrebbe essere la situazione educativa per eccellenza, ma lo è di rado e quasi per accidente. Io ritengo che chi insegna debba riflettere a fondo su questa domanda: quando, come, a quali condizioni accade l'educazione? E' una riflessione che non può che partire da noi stessi. Quando e come siamo cresciuti? In quali situazioni siamo cambiati? Cosa ci ha fatto riflettere, ci ha spinti a vedere il mondo con occhi diversi, ad allargare lo sguardo? La mia risposta è che una relazione viva, autentica, è essenziale. Credo che l'educazione sia creare relazioni autentiche. E dal mio punto di vista non è possibile creare relazioni autentiche senza attaccare il verticismo, l'asimmetria, la gerarchia relazionale che caratterizzano le relazioni nella scuola italiana. In una relazione asimmetrica, quale si vuole che sia quella tra docente e studente, non si comunica in modo autentico. Spesso, anzi, non si comunica affatto».

6 novembre 2019

"L'individuo è cosciente della vanità delle aspirazioni e degli obiettivi umani e, per contro, riconosce l'impronta sublime e l'ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L'esistenza individuale gli là l'impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo. Già nei primi stati dell'evoluzione della religione (per esempio in parecchi salmi di David e in qualche Profeta), si trovano i primi indizi della religione cosmica; ma gli elementi di questa religione sono più forti nel buddhismo, come abbiamo imparato in particolare dagli scritti ammirabili di Schopenhauer."*

- Direi che c'è tutto, qui.
- Tutto? Cosa?
- Il trascendimento. Quello che chiamo, anzi, attraversamento.
- E che ti sembra dell'ordine ammirabile?
- Che intendi?
- Intendo l'ophiocordyceps unilateralis.
- A suo modo è mirabile.
- A condizione di non essere una formica. A meno che tu non voglia dire che la formica attraversa il suo ego.
- Nemmeno io vedo una impronta sublime. Ma sento la necessità dell'attraversamento.
- Che sarà verso il radicale non senso delle cose, immagino.
- Fihi ma fihi.
- E la formica?

* Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton.

Liberatore V.

Il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al monte con la tenacia e l’energia degli organismi primitivi, chiusi nel carcere delle quattro vie d’un borgo che si palesava cacato dal nulla - più delle altre vie e città e volti, voglio dire -, i cafoni assistevano da sempre al naturale svolgersi degli eventi con la pazienza e l’indifferenza degli animali da cortile; epperò qualcosa quell’anno stava cambiando, e te ne accorgevi da una parola in più nel parlare essenziale delle donne, da una nota più lunga, più ansiosa quando chiamavano i bambini, da un innaturale affrettarsi all’uscita dalla chiesa. I ritmi avevano subito qualche cambiamento appena percettibile, l’usata trama del vivere mostrava qualche tema nuovo, e qua e là compariva un lieve strappo, un tratto liso, mentre i signori, chiusi nelle giamberghe, sembrano risplendere più che mai nella natura loro - che era, indefettibilmente, di due generi: austeri, impassibili e lontani alcuni come statue, grassi, rosei e gioviali come porcelli gli altri. I primi ai cafoni mettevano una paura fottuta, roba da scappar via alla fontana, da abbassare lo sguardo come vergini, da farsi muti come pesci. Gli altri stavano tra i cafoni come cani da guardia tra le pecore al pascolo, di tutto lieti, allegri come lo stare al mondo fosse una festa, fraternamente ironici coi cafoni, delle cui mogli sorelle e figlie non disdegnavano di apprezzare le cosce e le zinne. D’un genere suo, anzi privo di qualsivoglia genere, unico nel suo esser-così, era Liberatore.

La verità dell'annegato


La verità è reazionaria, l'interpretazione è rivoluzionaria. Questo, in sintesi estrema, è il messaggio che Gianni Vattimo affida a Essere e dintorni (La nave di Teseo, Milano 2018). Per chi, come chi scrive, si è formato filosoficamente tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del secolo scorso, Vattimo è stato un maestro; attraverso di lui abbiamo letto Nietzsche e Gadamer, grazie ai suoi scritti siamo riusciti perfino ad entusiasmarci per Heidegger, prima che Franco Cassano ci richiamasse alla civiltà del mare contro l'ossessione heideggeriana per il bosco (Il pensiero meridiano, 1996: un libro che merita di essere riletto e rimeditato con attenzione). Ma, per quanto faccia piacere che giunga a pensarsi perfino come anarchico (gli anarchici non sono mai abbastanza), si fatica davvero a seguirlo.

Come eliminare la bocciatura e vivere felici

Dopo la pubblicazione del mio articolo sull’orale dell’esame di Stato qualcuno si è chiesto come sia possibile che uno studente giunga agli esami finali senza saper risolvere un limite. Provo a spiegarlo. Il nostro studente, che chiameremo Taldeitali, giunge allo scrutinio finale del primo anno di liceo con una sola insufficienza, grave, in matematica; nelle altre discipline ha sufficienza piena, e anche qualche otto. Che si fa? Promosso con giudizio sospeso: dovrà recuperare matematica. Dopo due mesi lo studente si presenta all’esame di riparazione e, come è prevedibile, non ne sa più di prima. Allora? I casi sono due: o il docente di matematica, che due mesi prima era rigoroso, ora diventa improvvisamente malleabile e si fa bastare quel poco che lo studente sa, o resta irremovibile e il consiglio di classe, valutando complessivamente i risultati dello studente, decide comunque di ammetterlo alla classe successiva. Il nostro Taldeitali affronterà dunque il secondo anno di liceo con basi traballanti in matematica, e rimedierà con ogni probabilità una seconda insufficienza, che sarà sanata allo stesso modo. E così per tutti gli anni di liceo, fino a giungere agli esami di Stato senza sapere molto della disciplina.
È evidente che c’è una falla nel sistema (una tra le tante). Respingere peraltro uno studente per una disciplina significa condannarlo a ripetere, l’anno successivo, tutte le discipline nelle quali ha raggiunto la piena sufficienza, solo per recuperarne una. Un assurdo evidente. A dire il vero non è meno assurdo che lo si faccia per tre discipline; anche in questo caso lo studente dovrà ripetere dieci discipline nelle quali ha raggiunto la sufficienza: vale a dire decine e decine di argomenti che già conosce. Uno spreco umano, intellettuale ma anche economico, perché un anno di scuola costa allo Stato intorno ai settemila euro all’anno. E se lo studente è bocciato, quei settemila euro sono soldi buttati.

Ismail Kadare e i labirinti della cultura

Ismail Kadare
"Per l'albanese della montagna la catena di sangue e dei gradi di parentela si prolunga fino all'infinito", recita all'articolo 101 il Kanun, l'onnipervasivo codice giuridico-morale degli albanesi dell'altopiano del nord {1}. Questa continuità, che dà profondità storica e radicamento alla vita individuale, si converte in una infinita scia di sangue: perché il Kanun stabilisce, ancora, che in caso di omicidio, la famiglia della vittima ha il dovere di vendicare il sangue del parente ucciso, secondo rigorose norme rituali; a sua volta, la vendetta andrà vendicata, e così via: all'infinito, appunto. Ed è così che un omicidio diventa una mattanza senza fine.
In Aprile spezzato, capolavoro di Ismail Kadare che La Nave di Teseo pubblica ora in italiano con la traduzione di Liljana Cuka Maksuti, il Kanun si abbatte sulla vita di Gjorg, un giovane buono e riflessivo sul quale pesa il dovere di vendicare il fratello. Compiuta la vendetta ottiene la besa, una di tregua di trenta giorni durante i quali potrà circolare liberamente, protetto dalle leggi dell'onore; alla scadenza della besa dovrà correre a chiudersi nella kulla, la casa-torre familiare, e trascorrervi nascosto il resto della vita, pena la morte. Nei trenta giorni  di libertà il suo destino si incrocia con quello di Besian Vorpsi, un noto scrittore di Tirana che ha fatto fortuna scrivendo racconti sulla vita fiera e primitiva dei montanari dell'altopiano, esaltando la forza del Kanun, e che ora visita quelle terre a bordo di una carrozza elegante, in compagnia della bellissima e sensibile moglie Diana.  L'incontro con la realtà dell'altopiano - interi villaggi deserti, perché tutti gli uomini sono chiusi nelle case-torri dopo aver compiuto la loro vendetta, ed i campi restano incolti - farà vacillare la sua idealizzazione, mentre l'incontro con Gjorg cambierà per sempre la vita della moglie.

Oui, je suis John Dewey

A chi scrive capita di controllare l'accoglienza dei propri libri, sia presso i lettori (quante copie vendute?) che presso gli addetti ai lavori. Ci si imbatte così in citazioni, riprese, qualche elogio e qualche critica. Se sensata, la critica fa anche più piacere dell'elogio, perché vuol dire che le cose scritte non sono banali e danno da pensare. Una cosa meno frequente, per fortuna, è che qualcuno ti critichi, anche aspramente, ma prendendoti per un altro. E che altro!
Tempo fa ho cominciato a lavorare ad un manuale on-line di pedagogia, che poi è confluito nel progetto di divulgazione delle scienze umane Discorso Comune. Avevo scritto, tra l'altro, un capitolo sul grande filosofo e pedagogista americano John Dewey, completandolo con una scelta di testi. Ora, nel volume Sulle orme di Athena (Libreria universitaria, Padova 2016) Aldo Rizza cita diversi passi di quella piccola antologia deweyana, ma per una svista particolarmente curiosa li attribuisce a me. E, cosa ancor più curiosa, li critica passo dopo passo, parola per parola. Nel bel mezzo di una citazione di Dewey, ad esempio, annota: "Certo neppure il pragmatismo americano si spinge a dire tanto; si tratta di una estremizzazione superficiale di qualcosa che è certamente presente nel positivismo e nel pragmatismo, ma con più fine e accorta visione" (p. 338, nota). Dunque: Antonio Vigilante riprende e sviluppa il pensiero di Dewey, ma lo fa estremizzando in modo superficiale, con una visione più rozza. Peccato che tutti i testi che Aldo Rizza ha letto non siano miei, ma di John Dewey. Il quale, dunque, si trova ad essere più superficiale di sé stesso.

Reciprocità

- Salve signor Antonio, mi chiamo Aurora e la chiamo da...
- Mi perdoni, non mi interessano offerte commerciali.
- Ma non è un'offerta commerciale. Si tratta di trading online. Lei conosce il trading online?
- Le confermo che non mi interessa.
- Ma come può sapere che non le interessa se non lo conosce?
- Ha ragione. Lei conosce la psicologia transpersonale?
- Eh?
- Bene, parliamo un po' di psicologia transpersonale.
- Oh Dio!
- Perché non vuole parlare di psicologia transpersonale con me?

La filosofia e il negativo: il tempo per essere veri

I momenti più belli dell’anno scolastico sono i primi giorni di giugno, quando il programma è ormai finito e, liberi dall’incombenza delle lezioni, è possibile parlare seduti sull’erba, godendosi il sole e la compagnia. In uno di questi momenti ho provato a fare un bilancio dell’anno con gli studenti di quarta. Una classe che ho preso quest’anno, e con la quale c’è stato qualche problema iniziale dovuto alla sensibile differenza di metodo tra me ed il docente dell’anno precedente. In quest’anno scolastico abbiamo attraversato più di mille anni di filosofia, dalle certezze del pensiero medievale fino alle inquietudini kantiane. Come è andata, dunque?
Dopo qualche complimento di rito viene fuori un aggettivo che, nonostante la bella giornata, mi gela: deprimente. Studiare filosofia è stato deprimente. Poiché so che spesso i ragazzi danno alle parole un significato un po’ diverso da quello corrente, chiedo spiegazioni. E viene fuori che la filosofia è deprimente perché toglie ogni certezza. Non abbiamo assistito solo al crollo della visione del mondo medioevale. Non abbiamo seguito solo Cartesio nel suo dubbio metodico. Ci siamo interrogati anche sulla validità dello stesso cogito cartesiano. Quanto è solida la certezza di noi stessi? Chi siamo davvero? Hume ci ha gettato addosso un bel po’ di domande; con Kant siamo finiti ad interrogarci sulla realtà di ciò che vediamo.
E ci siamo fatti poi mille domande morali.

Esami di Stato, ovvero come ti ridicolizzo lo studente

Si siede davanti alla commissione. Ha lo sguardo un po’ smarrito, ma non mi preoccupo: le succede. Le sottoponiamo le tre buste. Sorride, ne sceglie una, l’apre. Sbircio: no, non è stata fortunata. A qualcuno il meccanismo delle buste ha presentato una poesia, a qualcuno un articolo della Costituzione, a qualcuno ancora un passo di qualche sociologo o antropologo. A lei il calcolo di un limite. Il suo smarrimento diventa desolazione. Le diciamo di prendersi tutto il tempo che le occorre, che non è necessario calcolare ora il limite, è solo uno stimolo per iniziare la trattazione, se vuole può calcolarlo alla fine con calma. Niente. Pietrificata. Suggeriamo: lascia stare la matematica, pensa al concetto di limite. Niente. Aggiungiamo: limite, confine, dai. Qualcuno azzarda: barriera. Siepe, ecco. La siepe. Ma sì, Leopardi. E l’esame comincia. Di suggerimento in suggerimento, di collegamento in collegamento. Con il suo sguardo sempre più smarrito, e gli occhi che a tratti sembrano pieni di lacrime. E sembra che voglia dire: perché mi fate questo?

Elogio della competenza: una replica

Perdonami, lettore: questo è uno di quegli articoli lunghi e un po' noiosi che però non è possibile non scrivere. E' una risposta a questo articolo polemico di Giovanni Carosotti, che a sua volta replica a questa mia recensione di un libro di Galli della Loggia. I toni di Carosotti sono antipaticissimi, ma farò finta di niente, per non farti perdere altro tempo. Per la stessa ragione sorvolerò anche su alcuni punti dell'articolo, non proprio sintetico, di Carosotti.

Una premessa. Ritengo che la scuola abbia bisogno di qualcosa di più radicale di una riforma burocratica. Sono convinto che essa sia una istituzione che ha un difetto di origine piuttosto serio: la violenza. Per secoli le aule scolastiche sono state luoghi in cui si è perpetrata una violenza anche fisica; oggi la scuola continua a portare il peso di questa tradizione. Ed è necessaria una cesura, netta. Cesura che per me passa principalmente attraverso un ripensamento della relazione tra insegnante e studente, che si configura ancora come relazione di potere (o meglio: di dominio).
Questa premessa è necessaria per spiegare ciò che a dire il vero dovrebbe essere di per sé evidente: perché considero il discorso di Ernesto Galli della Loggia reazionario. Ecco: io considero qualsiasi discorso sulla scuola che non ne metta radicalmente in discussione l'impianto autoritario, l'asimmetria, la comunicazione unidirezionale, il setting burocratico come un discorso reazionario e conservatore.

La controeducazione sessuale

"Ha forma ovoide con l'asse maggiore dall'avanti all'indietro, ed è delimitata in basso dal perineo, lateralmente dalle cosce, in alto dall'addome. Comprende in alto, davanti alla sinfisi pubica, una sporgenza di tessuto cellulare e di grasso, detta monte di Venere". E' l'incipit poco rassicurante - il seguito è anche peggio - della voce "vulva" in una vecchia edizione dell'Enciclopedia Curcio. Voce scritta in piccolo, quasi sussurrata, e naturalmente non accompagnata da nessuna immagine. Chi trovandosi ad essere adolescente negli anni Ottanta avesse voluto farsi un'idea di come funziona il corpo femminile, dopo aver fatto questo inutile tentativo con la divulgazione scientifica non aveva che una alternativa: la pornografia. Una alternativa però terribilmente imbarazzante, ché si trattava di andare all'edicola con qualche amico e sussurrare: "Vorrei quello..." E l'edicolante si divertiva a rispondere a voce altissima: "Quale, quello porno?"

Il nuovo esame di Stato e i sogni del signor Miur

Il pianista sorride al pubblico, si accomoda davanti alla tastiera, si raccoglie un attimo e poi attacca con notturno di Chopin. Va avanti per qualche minuto, la sala è già quasi presa dall’intensità di quella musica, quando all’improvviso smette di suonare e sembra porsi in ascolto, con l’espressione sicura di chi sa cosa sta facendo. Il pubblico è perplesso. Qualcuno più scaltro, o meglio informato, avverte: sta suonando 4′ 33” di John Cage. Il pubblico annuisce, è ora ammirato da una così ardita evoluzione. Dopo quattro minuti e trentatré secondi il pianista posa nuovamente le mani sulla tastiera ed attacca un blues, per proseguire con la sigla dei Puffi e concludere, con l’aria trionfale, con Tanti auguri a te. Il pubblico è in delirio.
Ecco, fino allo scorso anno l’orale dell’esame di Stato funzionava più o meno così. Lo studente preparava il percorso o la tesina, una rete surreale di link tenuti insieme da un tema centrale, che nelle varie ramificazioni si smarriva miseramente, ma funzionava ottimamente come pretesto per scegliersi una parte significativa delle domande dell’esame. Ed era divertente assistere alle evoluzioni che portavano dal male di vivere (il tema più gettonato in assoluto) al sistema muscolare, da Schopenhauer alle derivate.

Davide Marasco: fu accanimento terapeutico

Il 28 aprile 2008 è nato mio nipote Davide. Fu subito chiaro cose non erano andate granché bene. Con il passare delle ore i problemi presero forma in tre parole: sindrome di Potter. Non ne avevamo mai sentito parlare. Facemmo una ricerca in rete, e la tragedia si mostrò in tutta la sua crudezza. La sindrome di Potter, afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è incompatibile con la vita. “Prognosi costantemente infausta”: vuol dire che i bambini con sindrome di Potter muoiono. Sempre.
Davide non muore subito, però. Viene intubato ed i medici dell’ospedale di Foggia pensano di trasferirlo in altro ospedale per sottoporlo a dialisi in attesa di un improbabile (no: impossibile) trapianto di reni. Ma è necessario il consenso dei genitori, che comprensibilmente non arriva. Il dottor Magaldi si rivolge allora al Tribunale per i minorenni e chiede ed ottiene la sospensione della potestà genitoriale dei genitori di Davide, viene nominato tutor del bambino e ne dispone il trasferimento all’ospedale di Bari, dove viene sottoposto a dialisi. La vicenda diventa un caso che divide. Per alcuni si tratta di un provvedimento gravissimo, che priva due genitori dei loro diritti naturali per consentire a dei medici di mettere in pratica forme dolorose di accanimento terapeutico; per altri, è una legittima e doverosa difesa della vita. Il 30 maggio il Tribunale per i minorenni di Bari restituisce ai genitori la potestà genitoriale, con un provvedimento che suona come una beffa: i genitori saranno tenuti ad aderire a “tutte le indicazioni loro impartite, con l’avvertenza che in caso di inottemperanza potranno essere adottati nuovamente nei loro confronti provvedimenti limitativi della potestà genitoriale” (1). “Questa potestà genitoriale, nella decisione non c’è, è solo formalmente restituita ma sostanzialmente non c’è nessuno dei contenuti che caratterizzano la potestà genitoriale”, commentava il compianto Stefano Rodotà (2).

Quale discorso di sinistra sulla scuola?

Figuratevi un libro sul sistema giudiziario italiano che, dopo qualche pagina di lamentele generiche sulla giustizia che non funziona, se n'esca con l'affermazione che è tutta colpa del diritto. O, se preferite, un libro sui mali della sanità italiana che dica che è tutta colpa della medicina. Difficile immaginare che un libro del genere possa trovare un editore serio. E' invece l'editore Marsilio, che non è tra gli ultimi, a mandare in libreria L'aula vuota. Come l'Italia ha distrutto la sua scuola di Ernesto Galli della Loggia. Libro nel quale appunto, dopo un esordio di puro qualunquismo, si trova questa uscita incredibile: "Abbandonata e manipolata dalla politica, lontana dalla coscienza del paese che la considera sostanzialmente irrilevante, essa [la scuola] è stata lasciata alle cure di un solo tutore: la pedagogia. Finito ogni discorso politico sulla scuola, tutto lo spazio è stato occupato unicamente dal discorso pedagogico. Da anni è la pedagogia che dice alla scuola ciò che essa deve essere, ciò che deve insegnare e come deve farlo". Pensate un po' che orrore, della scuola pretende di occuparsi la pedagogia. Non, che so, l'idraulica, non l'entomologia e nemmeno la botanica. La pedagogia, ossia la scienza dell'educazione!

La "logica" del leghista foggiano

Il signor Joseph Splendido lamenta la presunta omissione della nazionalità degli autori di reati sulla stampa locale e nazionale. "Perché nasconderlo quando si tratta di uno straniero a delinquere?" La risposta non è difficile, ed è sulla sua stessa pagina Facebook. Solo due giorni fa il leghista foggiano ha pubblicato la notizia di una rapina compiuta da una banca da una persona di etnia Rom. I suoi amici hanno prontamente commentato che "gli zingari sono la feccia della società" e che "la razza piu [sic] inaffidabile e [sic] quella dei rom: zingari si vendono anche le madri ma di che cosa stiamo parlando non ce [sic] gente piu [sic] bastarda". Quando, nel novembre dello scorso anno, un incendio ha colpito il ghetto di Borgo Mezzanone, sulla pagina del signor Splendido ho letto, con le lacrime agli occhi e vergognandomi profondamente per loro, questi commenti dei suoi amici: “Speriamo che bruciano anche loro”; “Io vi bruciavo vivi”; “Finalmente“; “Fate la pipì sopra così sapete dove andarla a fare”. Il signor Splendido non ha censurato nessuna di queste bestialità, che peraltro configurano il reato di istigazione all'odio razziale.

8.12.2011

Sono immerso costantemente nello sguardo dell’altro, lo respiro come l’aria: ne ho bisogno. E questo bisogno è miseria, povertà, mancanza. Lo avverto quando, chiuse tre porte, mi ritrovo nudo con me stesso. E nemmeno allora sono al sicuro dallo sguardo dall’altro. Anche allora vorrei offrire la mia stessa nudità, a volte: e cercare una solenne approvazione. Ma altre volte il mio corpo diventa trasparente, il desiderio del desiderio dell’altro svanisce, e con esso svanisce parte di me: quella polvere d’umanità che mi dà un nome e un volto e una parte. E’ allora che il bisogno, il desiderio di desiderio, lasciano il posto al desiderio semplice, puro.

La Siena spenta e un po' cafona del sindaco De Mossi

Cacio e Pere è uno dei pochissimi locali in cui a Siena si faccia musica dal vivo di qualità. O meglio: in cui si faceva. Al termine di una vicenda che ha dell'incredibile, il locale ha dovuto chiudere a causa di un vero e proprio bullismo istituzionale da parte del Comune di Siena.
Prima di analizzare la vicenda occorre qualche nota di contesto. Siena è una città con un basso tasso di natalità e un crescente invecchiamento dei residenti. Di contro, è una città universitaria, con molti studenti fuori sede. Il terzo aspetto da considerare, fondamentale quando si parla di Siena, sono le contrade, che per chi di Siena non è possono essere un mondo difficile da comprendere; luoghi di una socialità intensa, che va ben oltre i giorni del palio. Ed ecco dunque il quadro: i ragazzi di Siena si divertono nelle contrade, che spesso e volentieri fanno musica da discoteca ad altissimo volume fino a notte fonda; gli universitari provano a divertirsi nei locali fuori dalle contrade, soprattutto in via Pantaneto, la via della movida della città; i residenti sopportano, volentieri (se sono contradaioli) o per forza di cose le intemperanze delle contrade, ma sono sul piede di guerra ogni volta che un locale non contradaiolo crea il minimo disagio.

La cannabis light e i deliri della politica

Qualche mese fa ho provato la cannabis light. L'ho comprata  in una parafarmacia del centro di Siena, che la vendeva in diverse versioni aromatiche. Poi ho dovuto procurarmi le cartine: con qualche imbarazzo, quando il tabaccaio mi ha chiesto di quale tipo. Ho preso quelle più comuni, immaginando che andassero bene per rollare una canna, sia pure light. Ecco, rollare una canna: non avendo a portata di canna qualche studente, ho dovuto far ricorso a un video su Youtube. Esaustivo, comunque. Dopo due o tre tentativi mi sono trovato tra le mani una canna (sia pure light) rispettabilissima. Per essere sicuro di farne esperienza in modo autentico, non ho lesinato sulla quantità.
Seduto sul divano, mi sono dunque acceso la mia canna, sia pure light. Una parte di me sperava che benché fosse light, qualche interessante esperienza psichedelica l'avrei fatta. Ho fatto un tiro, poi un altro, e un altro ancora. Niente. L'ho finita. Niente. Mi son detto: dalle tempo, queste cose arrivano con calma. Ma niente niente. Ogni cosa restava testardamente sé stessa, me compreso. Dopo mezz'ora m'è venuto sonno, ma non saprei dire se per la canna (sia pure light) o per la stanchezza. Nella migliore delle ipotesi, in base alla mia esperienza posso riconoscere alla cannabis light una efficacia paragonabile a quella della tisana al tiglio.

Noi docenti non ci lasciamo intimidire

A Palermo una docente viene sospesa dall'insegnamento perché in un video i suoi studenti hanno accostato il decreto sicurezza alle leggi razziali.
Ragioniamo un attimo. L'accostamento tra il decreto sicurezza e le leggi razziali è stato fatto in modo plateale dal settimanale l'Espresso, che ha aperto il numero del 30 settembre 2018 con in copertina La difesa della razza e il titolo: "1938-2018. Un decreto che discrimina. Ottant'anni dopo le leggi razziali". Dal suo profilo Twitter - che è l'ufficio virtuale dal quale svolge per lo più il suo lavoro di ministro (in quello reale s'è fatto vedere pochissimo) - Matteo Salvini ha commentato: "Questi non sono normali!!!". Non gli è stato possibile andare oltre i tre punti esclamativi: perché l'Italia è un paese democratico, e la libertà della stampa è uno dei fondamenti di una democrazia. Non è una libertà assoluta, ovviamente: esiste un Ordine dei giornalisti che interviene in caso di palesi violazioni. Ma non è stato, non poteva essere questo il caso, perché l'accostamento tra i due dati storici può essere discutibile, ma non è né arbitrario né viola alcuna legge.
Ora, per una democrazia la libertà dell'insegnamento (e dell'apprendimento) è un principio non meno importante della libertà della stampa. Se non sono censurabili i giornalisti per aver paragonato il decreto sicurezza alle leggi razziali, non lo sono nemmeno gli studenti e la loro docente. La libertà di riflessione e di analisi degli studenti, la libertà di insegnamento dei docenti, la libertà di informazione, di critica, di denuncia sociale dei giornalisti sono tre aspetti di una stessa libertà: la libertà democratica. Quella libertà che è stata conquistata con il sangue dei partigiani.

Elogio della dismorfofobia

"Timore ossessivo d'essere o di diventare brutti, asimmetrici, deformi. Colpisce quasi esclusivamente giovinette di fattezze belle e regolarissime", dice l'Enciclopedia Treccani. La parola viene dal greco: paura del brutto. Dismorfofobia. A dire il vero, più che di bruttezza in senso stretto si tratta di una difficoltà di venire a patti con la propria immagine. Non riconoscersi, e per questo, sì, trovarsi brutti. Non so quanto sia vera l'affermazione che il problema colpisce quasi esclusivamente belle ragazze. Non vedo per quale ragione dovrebbe soffrirne una ragazza bella più di una poco bella. E soprattutto perché dovrebbe soffrirne una donna più di un uomo. In ogni caso, chi scrive è dismorfofobico.
Ora, la cosa ha indubbiamente i suoi lati imbarazzanti, difficili o dolorosi. Il rinnovo periodico della carta d'identità, per dire, è un passaggio talmente impegnativo che dopo averlo superato si comincia a pensare con ansia al prossimo rinnovo, tra dieci anni. Ed ogni esibizione di un documento è una fitta al cuore. "Per ottenere il rimborso la preghiamo di compilare il modulo allegato e di rimandarcelo con copia del documento di identità." Ma perché? Tenetevi pure il rimborso, grazie. Ma può essere perfino un problema guardarsi allo specchio al mattino. Soprattutto quando non si tratta del tuo specchio, che ti è diventato in qualche modo familiare, amico nella sua ostilità. Gli specchi degli alberghi - freddi, ostili, pronti a cogliere ogni particolare della tua estraneità a te stesso, capaci di restituirti le prove della tua alienazione con asettica ferocia - diventano prove iniziatiche. Come i finestrini del treno quando scende la notte.

La Chiesa omertosa

E' stato condannato dalla corte d'Appello di Bari a vent'anni di carcere Gianni Trotta. Da sacerdote, ha violentato nove bambini, approfittando della sua condizione di sacerdote e di allenatore di una squadra di calcio in due paesini del Foggiano. Non si limitava alle violenze, don Gianni: gli atti venivano filmati e divulgati in Internet; a casa sua gli investigatori hanno trovato un vero centro di produzione di materiale pedopornografico. "La cosa più orribile che mi era mai capitata di vedere", dice un investigatore.
Don Gianni, il delinquente, il pedofilo don Gianni, non è in realtà più don. La Chiesa lo ha ridotto allo stato laicale nel 2012, un provvedimento grave dal punto di vista religioso, che tuttavia ha lasciato libero un pedofilo. Perché l'uomo non è stato denunciato. La Chiesa locale sapeva che Trotta era un pedofilo, sapeva che avrebbe continuato a fare cose gravissime, sapeva che avrebbe distrutto la vita di bambini innocenti: ed ha taciuto. E l'uomo ha continuato a violentare altri bambini. La Chiesa avrebbe potuto salvarli; ha preferito salvare sé stessa. L'ex sacerdote passerà in carcere gran parte di quel che resta della sua vita. Gli altri, quelli che sapevano ed hanno preferito tacere, continueranno invece a pontificare sul bene e sul male, a considerarsi guide e pastori di anime, a riempirsi la bocca di Dio e Gesù Cristo e di Vangelo. Tanto le gente dimentica presto. Il sacerdote pedofilo - l'ennesimo - non fa notizia, non finisce sulle prime pagine dei giornali, e nonostante l'evidenza di un fenomeno sociale pericoloso e pervasivo, non crea allarme.

I migranti e il silenzio della politica

Fa sorridere (amaramente) l'ingenuità mostrata dai lavoratori migranti che il 6 maggio manifestavano a Foggia per la dignità e i diritti: in uno dei loro cartelli si rivolgevano al sindaco Landella per chiedergli giustizia per il giovane gambiano morto nell'incendio della sua baracca di legno e lamiera. Avranno pensato che il sindaco è, come tale, il capo di una comunità, ed il capo di una comunità non può disinteressarsi delle violazioni dei diritti elementari che accadono nella sua città. Da Landella, naturalmente, solo silenzio. Ma null'altro che silenzio giunge anche dal principale sfidante di Landella, Pippo Cavaliere. Guardo e riguardo la sua pagina Facebook, che in campagna elettorale è per ogni candidato ormai il principale strumento di propaganda, ma nulla. Non una sola parola, non un link. Per il candidato di sinistra alle elezioni la manifestazione di centinaia di migranti semplicemente non è mai avvenuta. Né mi pare che altri si siano espressi.
Posso comprenderli. L'Italia è ormai un paese in cui il razzismo ha messo solide radici, e Foggia è anche più razzista della media italiana, benché abbia un numero di migranti decisamente inferiore alle città del centro-nord. Sotto elezioni è meglio non compromettersi con questa gente, si rischia di perdere voti. Ma a non compromettersi si rischia qualcosa di peggio: di vincere, ma di non differenziarsi affatto dall'avversario. Di essere diventati di destra, nel tentativo di sconfiggere la destra.

Il fenomeno Soccio

Conobbi Pasquale Soccio a metà degli anni Novanta. Mi portò da lui Franco Marasca, con la sua guida che aveva per me qualcosa di misterioso: l'utilitaria faticava, sbandava, a momenti urtava qualcosa, ma riusciva sempre in qualche modo a giungere a destinazione senza danni. Premise: "E' un burbero benefico". Mi parve piuttosto un San Girolamo, quest'uomo scavato dagli anni, cieco, ascetico, seduto ieraticamente nel suo studio dominato da un enorme tavolo ingombro di libri. Ad una parete un quadro di Giuseppe Ar che lo ritraeva da giovane. Mi sottopose a un fuoco di fila di domande; solo dopo compresi che si trattava di un esame, e che l'avevo passato. Soccio aveva bisogno di qualcuno che gli leggesse libri e giornali, che parlasse un po' con lui e lo aiutasse a scrivere un libro di filosofia cui pareva tenere molto. Io ero alla ricerca d'un lavoro. E la paga non era granché, ma quando sei disoccupato - e io lo ero - guadagnare qualcosa è meglio che non guadagnare nulla.
Per un po', dunque, ho fatto questo di lavoro - fino a quando la vecchiaia ha avuto la meglio, e l'ha ricacciato nella natia San Marco in Lamis, affidato alle premure della famiglia ed al calore di quello che fu il grembo materno. L'ho visto letteralmente rimpicciolirsi, farsi quasi bimbo nella sua culla, prima della liberazione.

Cattivo gusto e dinamiche di classe

Vien quasi da difenderlo Feltri (e vi giuro: stavo per scrivere "il povero Feltri"). Fa una battuta si sfuggita, e vien giù il finimondo. E' un po', a dire il vero, come se di un genovese avesse detto che "è generoso, nonostante sia genovese". A torto o a ragione, i foggiani non hanno fama di buon gusto nel vestire. Nella sua Ballata delle prugne secche Pulsatilla - la foggiana Valeria di Napoli - ricordava che "a Pisa, pacchiano si dice foggiano". Spero ora che aver ricordato questa cosa non scateni una lotta contro i pisani e nuovi strali contro Pulsatilla, che da questo punto di vista ha già dato.
Vestono bene i foggiani? La questione è indecidibile, dal momento che nessuno ha il criterio oggettivo del buon gusto. Certo i negozi di alta moda non mancano, e certo sono parecchio frequentati. Ma c'è anche il mercato del venerdì, e al mercato del venerdì ci sono anche i banchi dei vestiti usati. Veste male chi compra cose usate? Ne dubito. Ci si può vestire benissimo anche spendendo poco: il buon gusto, fortunatamente, prescinde dal denaro. Ma temo che quelli che frequentano i negozi del centro non la pensino allo stesso modo. Ci sono, a Foggia, una quantità di termini offensivi per indicare una carta fascia della popolazione locale. Zanniërë, ad esempio. Non saprei dirne l'origine, credo che venga da zanne, ad indicare una qualche caratteristica animalesca del soggetto. Altri termini esprimono un certo pregiudizio antiantropologico: Mao Mao, ad esempio, o Cheyennë. Dalle parti di Foggia le tribù africane o indiane d'America non sono troppo apprezzate. Il foggiano elegante che reagisce con sdegno quando Feltri fa una battuta di sfuggita sui foggiani che vestono male non mancherà di mostrare disprezzo per 'u zanniërë che gli passa accanto nella fatica quotidiana dello struscio per il corso, quasi usurpasse uno spazio buono, nel quale una borghesia volenterosa tenta di dare un tono alla città. Perché di questo si tratta, alla fine. Sempre. Dietro ogni pregiudizio ci sono dinamiche di classe. Il cattivo gusto è sempre quello dei poveri. I ricchi possono mettersi in testa anche un cappello a forma di merda (magari un po' largo: "a cacata di vacca", si dice a Foggia): tutti apprezzeranno l'originalità e lo stile. Foggiano è sinonimo di pacchiano perché Foggia, a dispetto della borghesia volenterosa di cui s'è detto, è nella percezione comune una città proletaria. Perfino un po' sottoproletaria.

Le buddhanate di Fabrizio Rondolino

Il pāli è la lingua affine al sanscrito nella quale è scritto il Canone buddhista più antico (il Tipitaka). E' una lingua apparentemente più semplice del sanscrito, se non altro perché non si presenta nella complessa (ma bellissima) scrittura devanagari, e tuttavia è una lingua difficile, che richiede anni di studio intenso per essere padroneggiata. Il Dhammapada è uno dei testi buddhisti più importanti e belli, una raccolta di insegnamenti che racchiudono il cuore dell'insegnamento buddhista con passi di grande intensità e forte suggestione; ed è scritto in lingua pāli.
Ora, mettiamo che un editore - un grande editore - voglia fare una edizione del Dhammapada. A chi affiderà la traduzione? A un sanscritista di fama? A qualche giovane studioso da valorizzare? Macché. A Fabrizio Rondolino. Che di pāli non sa una sola parola, ma compare spesso in televisione. A lui la Mondadori affida la traduzione e la cura della nuova edizione del Dhammapada nella collana Oscar. Nella introduzione seraficamente premette: "Questa nuova edizione 'traduce' altre traduzioni inglesi, italiane, francesi e tedesche". Come il buon Vincenzo Monti, "traduttor de' traduttor" (così lo coglionò Ugo Foscolo); con la differenza che Monti tradusse in endecasillabi. Non c'è nemmeno un minimo di apparato critico, indispensabile per un testo così lontano nello spazio e nel tempo. Di questi due punti di debolezza Rondolino cerca di fare punti forza con deprimente sfacciataggine: la traduzione, dice, intende "offrire un testo semplice, scritto in lingua corrente, piacevole e immediatamente comprensibile" (e se non è immediatamente comprensibile che si fa?), e non ci sono note perché "la traduzione, per dir così, incorpora anche una sorta di commento rendendolo superfluo". Cioè: Rondolino al tempo stesso traduce (dai traduttori) e commenta, ma il lettore non ha il diritto di sapere cosa è del testo originale e cosa di Rondolino. Gli viene servito un pastone nel quale non si sa bene cosa è originale e cosa aggiunto, con la promessa che sarà però un pastone gradevole. Che di questi tempi è la cosa essenziale.

Famiglia

A voler essere proprio pignoli, la parola famiglia fa schifo. Deriva da famulus, schiavo. Era l'insieme degli schiavi che vivevano sotto la direzione di un pater familias. Spero che i sostenitori della famiglia tradizionale non vogliano riportare restaurare anche la schiavitù (al di là di quella dei lavoratori africani nelle nostre campagne, intendo). Non mi meraviglierei troppo.

Scuola: la laicità difficile

Qualche mese fa ha fatto discutere la scelta del preside di un istituto comprensivo di Porto Tolle, nel cattolicissimo Veneto, di non consentire al vescovo di Chioggia di far visita alla sua scuola. L'argomento del dirigente era semplice: la scuola pubblica e statale è laica. La semplicità, sensatezza, evidenza dell'argomento naturalmente non sono state sufficienti ad evitare le polemiche, per lo più politiche: per certe forze conservatrici notizie del genere sono manna dal cielo.
Non si è fatto troppi problemi invece il dirigente dell'istituto "Ungaretti-Madre Teresa" di Manfredonia, che sulla homepage del sito pubblicizza con grande enfasi la visita di monsignor Moscone, nuovo vescovo della Diocesi. "Un pieno di emozioni questa mattina per alunni, docenti, personale e genitori", si legge. E le foto fanno quasi tenerezza: sembrano uscite dagli anni Cinquanta, quando il Paese era fervidamente, unanimemente cattolico, i pochi anticonformisti, come i coniugi Bellandi di Prato - che si erano permessi di sposarsi solo civilmente - venivano pubblicamente umiliati e Dio, Patria e Famiglia era uno slogan che non faceva sorridere. Se non fosse per gli smartphone che spuntano qua e là, le foto sarebbero perfettamente vintage: il vescovo dall'aria bonaria, il preside compiaciuto, lo stemma episcopale in bella mostra, e soprattutto loro, i bambini. Col grembiulino azzurro, le bandierine, le mani sollevate per accompagnare chissà quale canto.

Cristianesimo: che farsene ormai?


Fa un certo effetto leggere Risorse del cristianesimo. Ma senza passare per la via della fede di François Jullien (Ponte alle Grazie). Jullien (nella foto) non è solo uno dei massimi pensatori europei; è uno dei pochissimi che riesca a pensare oltre l'Europa, grazie alle sue competenze di sinologo. In quest'opera si occupa, dunque, di cristianesimo. E comincia così: "Vi chiederete perché mi occupi oggi proprio di questo – ovvero, del 'cristianesimo'. Che cosa farsene, ormai?". E poco oltre aggiunge: "Finito il tempo del suo dominio e poi quello della sua denuncia, e oggi nel tempo della sua marginalizzazione, occorre infatti tracciare il bilancio di quel che il cristianesimo ha fatto avvenire nel pensiero". Non voglio discutere, qui, le risorse che Jullien scopre nel cristianesimo e crede di poter riprendere anche senza la fede; dirò solo che sono risorse che con ogni probabilità sorprenderebbero buona parte dei credenti. Mi interessa soffermarmi sull'incipit, sul punto di partenza del suo discorso. Dunque: il cristianesimo è giunto al momento dei bilanci? E' qualcosa di cui possiamo quasi ormai parlare al passato? Il punto di osservazione italiano è diverso, naturalmente, da quello francese. Lì una società multiculturale ed uno Stato rigorosamente laico, qui una laicità solo formale, quotidianamente immiserita dai crocifissi nelle scuole e nei tribunali, dall'insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, da una classe politica da sempre subalterna alla Chiesa, eccetera. E tuttavia anche da noi l'incrinatura è evidente. La Chiesa cattolica ricorda un po' una donna che un tempo era stata apprezzata, ma che non ha saputo affrontare il passare degli anni; e non ha saputo farlo, proprio perché ha cercato di restare al passo con i tempi. Come una donna non più giovane che ricorra a vistosi interventi di chirurgia plastica, la Chiesa ha cercato di scollarsi di dosso una lunga tradizione di dolorismo, le madonne con gli stiletti nel cuore, gli atti di dolore e di pentimento, s'è convertita alle chitarre e al giovanilismo, e cerca disperatamente di presentarsi come la religione della gioia e della positività. Papa Francesco è perfetto da questo punto di vista: il degno rappresentante in terra del Buddy Christ del film Dogma di Kevin Smith. Il messaggio un tempo era: sei un peccatore, senza il nostro aiuto finirai all'Inferno. Oggi è: Dio ti ama, è morto per te, per la tua felicità e salvezza! Come non ricambiare un dono così generoso? L'ingratitudine è l'argomento principale dell'evangelizzazione postmoderna. Ma non funziona granché.

Quelli che non la bevono

La parola apota fu creata all'inizio degli anni Venti da Prezzolini per indicare "quelli che non se la bevono", una categoria di uomini in grado di sottrarsi al gioco delle contrapposizioni e considerare le cose con distacco, cercando la verità oltre le passioni di parte. La parola non ha avuto grande successo; l'idea ne ha avuto fin troppo. L'Italia di oggi è il paese degli apoti. Nessuno vuole berla; nessuno vuole lasciar intendere di essere ingenuo. Come una vera epidemia si diffonde nella società il sospetto: dietro tutto dev'esserci dell'altro. Bisogna sospettare, sospettare sempre.
Corruptio optimi pessima, dicevano gli antichi. Non c'è nulla di peggio della corruzione delle cose migliori. L'apotismo attuale è la corruzione di una cosa tanto importante quanto poco diffusa: il pensiero critico. Che è pensiero, appunto: e dunque una cosa difficile. Esige lo studio, l'informazione, la considerazione attenta delle ragioni e dei torti. In una società complessa, sono davvero pochi quelli che possono vantare una capacità critica nei campi diversi che rientrano nella sfera politica: l'economia, l'istruzione, la politica estera eccetera. L'impresa è talmente disperata che si finisce per gettare la spugna. E cercare scorciatoie. Una è quella di sempre: gli stereotipi, gli slogan, la semplificazione isterica della realtà. La strategia sottocognitiva che genera il leghismo salviniano, la politica del rancore, dell'odio, del capro espiatorio. L'altra (che alla prima spesso conduce) è il sospetto come sistema di vita. L'abbiamo visto all'opera l'altro giorno, in occasione della Giornata mondiale del clima. Migliaia di giovani che in tutto il mondo manifestano per difendere il pianeta al seguito di una ragazzina di sedici anni? Ma a chi vogliono darla a bere? Davvero si può essere così ingenui? Davvero una ragazzina può sfidare i potenti della terra? Ci dev'essere dietro qualcosa. Un sito pieno zeppo di pubblicità assicura che si tratta di una trovata pubblicitaria. E che non può avere alcun interesse per l'ambiente, dal momento che è una ragazzina con Asperger, ed è noto che chi ha l'Asperger non è in grado di provare empatia.

Essere rizomi

Green Book di Peter Parrelly è un film gradevole, ma poco più; certo non passerà alla storia del cinema. C'è una scena, però, che resta. Il film racconta (e romanza) la storia vera di un musicista nero, Don Shirley, che nell'America degli anni Sessanta decide di fare una tournée negli stati del sud. Per farlo ha bisogno di un autista che sia anche in grado di occuparsi della sua incolumità fisica, e lo trova in Tony Vallelonga, un buttafuori italiano non proprio onestissimo e un po' razzista. C'è questa scena, dunque, in cui l'autista italiano rivendica il suo essere nero, più nero del musicista nero. Perché lui, Tony, è un proletario, è cresciuto nel Bronx, vive la vita difficile di chi è escluso, mentre l'altro sì, è nero, ma è ricco, abita una casa lussuosa, ha una vita di successo. Shirley allora scende dalla macchina, offeso. E poi si sfoga. No, la sua condizione non è quella di un privilegiato. E' un nero che non è amato dai neri, perché privilegiato; è un pianista classico che non può suonare musica classica, perché non gli è consentito (è musica da bianchi), ed è costretto a fare la musica che piace ai bianchi per sentirsi colti; ed è omosessuale. La sua condizione è quella di chi non è più e non è ancora, per usare un'espressione del filosofo iraniano Dariush Shayegan. Non è più nero e non è ancora bianco. Abita uno spazio intermedio, ed è un abitare difficile.

Sesso: quel divieto di parlarne in cui cresce la violenza

Ieri sera mi sono masturbato guardando un video porno. Se me ne uscissi con questa confessione durante una cena tra amici, le reazioni andrebbero dal sorriso imbarazzato allo sdegno; e probabilmente qualche amicizia ne uscirebbe compromessa. Se lo scrivessi sul mio profilo Facebook, molti mi accuserebbero - è successo per molto meno - di indegnità morale, chiedendo il mio urgente allontanamento da scuola. E se iniziassi così un articolo, come sto facendo ora, molti si chiederebbero dove voglio andare a parare.
E' convinzione condivisa da coloro che a vario titolo si occupano di società - sociologi, psicologi, educatori - che ci siamo felicemente lasciati alle spalle la repressione sessuale, e che siamo in una società perfino ipersessualizzata. "Uomini e donne ora ricercano il piacere sessuale fine a se stesso, rinunciando persino agli orpelli convenzionali prescritti dal sentimentalismo", scriveva Christopher Lasch ne La cultura del narcisismo. Era il 1979. In Italia si inaugurava la stagione delle commedie sexy ed ogni città poteva vantare almeno un cinema a luci rosse. Oggi un sito come Pornhub può vantare più di trentatré miliardi di visite all'anno. Ma la liberazione sessuale si è arenata di fronte ad un ultimo tabù: la confessione.

Le radici culturali dell'abbandono scolastico

Poco dopo aver letto l'articolo di Valerio Camporesi sul difficile problema dell'abbandono scolastico mi è capitata sotto mano una intervista al filosofo Umberto Galimberti che meriterebbe di essere discussa punto per punto. Mi limiterò qui a considerare la seguente affermazione, che mi sembra un buon punto di partenza per parlare di abbandono scolastico: "Per me fino a 18 anni bisogna tenere una scuola dell’obbligo, inevitabilmente. E i ragazzi vanno in qualche modo sedotti… sedotti con la cultura. Allora vanno a scuola volentieri."
Dunque: la cultura e la seduzione. La scuola ha la cultura, che per un filosofo come Galimberti è evidentemente qualcosa di straordinario, e tuttavia non basta da sola, ha bisogno di essere resa piacevole e interessante: l'esempio è quello della Commedia letta da Benigni. Ma la scuola ha la cultura? No. La scuola ha una cultura. I programmi scolastici, o per meglio dire le programmazioni dei singoli docenti, offrono agli studenti una fetta di cultura, dalla quale restano escluse molte cose. Restano esclusi molti aspetti della cultura occidentale che non rientrano nel canone occidentale, così come resta esclusa praticamente tutta la cultura orientale, africana, sudamericana. Ma resta esclusa, soprattutto, la cultura delle classi subalterne. La cultura scolastica rappresenta una parte significativa della cultura in cui si riconoscono le classi alte della società italiana: una cultura lodevolissima, fatta di straordinari capolavori letterari, filosofici, artistici, ma che non è la cultura, non ha, di fatto, un valore universale, non è una casa comune degli italiani. Si dirà che è compito della scuola far sì che lo diventi. Può essere. Ma intanto non tutti gli studenti che entrano a scuola si ritrovano in quella dimora culturale: alcuni perché appartenenti a classi subalterne, altri perché stranieri, altri ancora per entrambe le ragioni.

Bataille l'indù

"Le credenze degli Indù e dei buddisti (sic) attribuiscono un'anima agli animali...".
Questa perla si trova ne L'esperienza interiore di Bataille (tr. it., Dedalo, Bari 2002, p. 277 nota). Un libro nel quale il filosofo francese si propone di fare "un viaggio ai limiti dell'umano possibile" (p. 34), ma riesce a raggiungere - oltrepassandoli, perfino - soltanto i limiti della pazienza del lettore.
Non gli si può negare qualche onestà. Dopo aver sproloquiato per pagine e pagine sullo yoga, scrive con candore:

Ma in fondo, so ben poco dell'India... I pochi criteri cui mi attengo - più di distacco che di consenso - si legano alla mia ignoranza. Non ho esitazioni su due punti: i libri degli Indù sono, se non pesanti, dispersivi, questi Indù hanno, in Europa, amici che non mi piacciono (p. 49).

Se si concorda, almeno in parte, sugli amici che non piacciono (ah, Filippani Ronconi!), non si può fare a meno di notare che, se è vero che i libri Indù (quali?) sono pesanti e dispersivi, Bataille ha scritto un libro Indù. Più di uno, a dire il vero.

Perché non sono patriottico: lettera a una studentessa

Cara *, qualche giorno fa mi hai fatto osservare, con tono di rimprovero, che non sono patriottico. Una osservazione che mi ha spiazzato un po': come docente credo di dover essere preparato, di dovermi aggiornare, di dover fare il possibile per insegnare bene, cose così. Non mi sono mai posto il problema se un docente debba anche essere patriottico. Vediamo di capirlo insieme. Ti rispondo pubblicamente perché pubblico è il mio lavoro: ogni cosa che faccio o dico in aula è per me lavoro politico e sociale, per il quale devo rispondere a te, ma anche alla più ampia collettività che mi affida l'istruzione e l'educazione di più di un centinaio di ragazzi.
Sul fatto che io non sia patriottico hai perfettamente ragione. Non lo sono per niente. Mi irrita, anzi, tutta la retorica che accompagna il concetto, la parola di patria. Non sono patriottico, soprattutto, perché è un atteggiamento che mi pare in contrasto insanabile con uno dei valori per me fondamentali: la giustizia. Che, per come la vedo io, non è separabile da un'altra cosa: l'equanimità. Per essere giusti occorre riuscire a vedere l'altro come sé. Una cosa che diventa difficile, perfino impossibile quando ci sono un noi e un loro, quando si tracciano confini che prima o poi diventano trincee.

In margine a un concerto

Qualche giorno fa ho provato un brivido sentendo le note e i ritmi a me ben noti di una tarantella garganica in un ambiente inusuale, un teatro di Siena, e in un contesto non meno inusuale: prima di quelle note, di quei ritmi, avevo ascoltato musica nordafricana, mediorientale, balcanica, yiddish, spagnola, francese. Ho avuto la netta sensazione che fosse quello il contesto più vero: che quella musica fosse parte integrante di quel discorso. Si trattava di un concerto di Ginevra Di Marco accompagnata dalla Orchestra Multietnica di Arezzo, che da più di dieci anni porta avanti una ricerca musicale che fa dialogare la musica popolare europea con quella del Mediterraneo e araba.
Ho letto molto, ultimamente, di Dariush Shayegan, un filosofo iraniano scomparso lo scorso anno che per tutta la vita si è occupato del dialogo tra il mondo musulmano e quello occidentale. La sua tesi è che le società tradizionali, e quella islamica soprattutto, si trovano in una condizione paradossale, che chiamava entre deux: non possono più vivere nel loro tradizionale mondo culturale, ma non riescono ancora a vivere nel mondo occidentalizzato. Sono bloccati tra il non più e il non ancora, e questa situazione di impasse genera l'ideologizzazione dell'islam (che ha dato origine alla rivoluzione iraniana) e il terrorismo.

Il vangelo leghista

Le parole del cattolicissimo ministro della famiglia Lorenzo Fontana sul mirabile accordo tra razzismo istituzionale leghista e cattolicesimo - "Ci accusano anche da ambienti cattolici, ma la nostra azione politica sull’immigrazione si ispira al catechismo. ‘Ama il prossimo tuo’ ovvero in tua prossimità e per questo dobbiamo occuparci prima dei nostri poveri" - possono indignare solo chi crede che il cristianesimo e il cattolicesimo posino su principi sani, santi e giusti. Chi, come chi scrive, è convinto del contrario, si scopre con qualche ribrezzo d'accordo con il ministro (che, sia chiaro, sul piano dell'esegesi neotestamentaria ha l'autorevolezza di una marmotta). In effetti il Vangelo dice più o meno questo. Interrogato da uno scriba sul "primo di tutti i comandamenti", Gesù risponde che è amare il Signore con tutto il cuore; "il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Marco, 12, 31). Si tratta di una citazione da Levitico, 19, 18:
וְאָהַבְתָּ לְרֵעֲךָ כָּמוֹךָ
...e ama il tuo prossimo come te stesso.
La parola ebraica tradotta con "prossimo" è רֵיעַ, che indica una persona con cui si abbia familiarità: può indicare un amico, un fratello, un vicino. Il comandamento dunque non ha a che fare con un amore universale, qualcosa di simile alla metta buddhista, ma riguarda una sfera molto più limitata. Fontana ha ragione fin qui. Ha torto nel far corrispondere la figura del prossimo con quella del connazionale. Se prossimo è chi mi è vicino, anche fisicamente, allora può esserlo anche il mio vicino di casa straniero, o lo straniero che abita nel mio stesso quartiere, o gestisce il negozio sotto casa. Si può dire che l'etica del Vangelo (e del Levitico) più che un'etica dell'amore dell'Altro (la maiuscola va di gran moda) sia un'etica di buon vicinato. Non è una critica: c'è un gran bisogno di rapporti di buon vicinato.

La libertà di culto non vale per i satanisti?


Qualche giorno fa, a margine della risibile polemicuccia italiota riguardo le presunte invocazioni a Satana al festival di Sanremo, con immancabile presa di posizione del ministro dell'Interno, mi son chiesto sul mio profilo Facebook: "Ma esattamente perché le sette sataniche dovrebbero essere un problema? Non è grave che un ministro attacchi pubblicamente gli appartenenti ad una credenza religiosa? Che sarebbe successo se avesse detto che i protestanti, gli ebrei o i neocatecumenali sono un problema da combattere? Perché in questo paese non è possibile essere satanisti?".
Il mio post ha inquietato assai alcuni bravi senesi, che improvvisandosi piccoli inquisitori di provincia hanno gridato allo scandalo per le mie parole di gravità inaudita, incompatibili con il mio ruolo di docente nel liceo cittadino. Quelle parole, dicono, dimostrano che il sottoscritto non può avere "le qualità morali richieste per un ruolo delicato come il suo quale quello di formare le giovani menti". Per questi Torquemada in sedicesimo io avrei violato l'articolo 415 del Codice Penale: "Altrimenti, quando un domani troveremo tombe sfregiate, cadaveri vilipesi, animali trucidati per le strade, non vi lamentate".
Non è naturalmente il caso di difendersi da questa accuse deliranti. Ci sarebbe da scrivere qualcosa su un certo ambiente provinciale che si scandalizza ogni tre per due, per il quale tutto ciò che esce dalla sacra triade Dio-Patria-Famiglia è eresia e fa sudare le mani e tremare le gambe, ma magari un'altra volta. Voglio scrivere due o tre cose sulla faccenda del satanismo e della libertà religiosa, che davvero mi sta a cuore.
Dunque: non hanno i satanisti diritto di seguire le loro credenze? Non è il satanismo un credo come un altro? La libertà di culto deve trovare un limite preciso nel solo satanismo?

La scuola e il vuoto

Le parole del ministro Bussetti sulle scuole del sud - "Vi dovete impegnare forte. Questo ci vuole. Lavoro, impegno, sacrificio" - sono una bestialità ed offendono lo straordinario lavoro quotidiano di migliaia di docenti meridionali. Bisogna dire però che la domanda del giornalista cui rispondevano è non meno bestiale: "Cosa arriverà di più qui al sud per recuperare il gap con le scuole del nord? Più fondi?". Un giornalista che peraltro non aveva ascoltato, a quanto pare, quello che Bussetti aveva detto solo qualche secondo prima, e cioè che non esistono scuole del nord e scuole del sud, ma solo scuole italiane. Con buone ragioni. Ho insegnato per più di dieci anni in scuole del sud, dalle medie ai professionali e ai licei, e da qualche anno insegno in Toscana. Dove ho trovato scuole che hanno problemi gravissimi e che si trovano a fronteggiare problemi di forte disagio sociale senza avere i fondi necessari per acquistare anche quel minimo di strumentazione informatica richiesta dalla svolta digitale della scuola italiana.
Ma quella domanda rappresenta una bestialità soprattutto perché riduce i complessi problemi della scuola ad una semplice questione di fondi. Che la scuola abbia bisogno di investimenti è ovvio. Investimenti sulle strutture, che cadono a pezzi; investimenti sulla valorizzazione dei docenti, che sono malpagati e sempre meno socialmente apprezzati; investimenti nella sperimentazione educativa e didattica. Ma è ingenuo e superficiale ritenere che basti dare più soldi alle scuole per superare i numerosi gap del nostro paese, e non solo del sud.

Sentire l'universo

"Sentire l'universo attraverso ogni sensazione. Che importa allora che ciò sia piacere o dolore? Se si ha la mano stretta da un essere amato, rivisto dopo lungo tempo, che importa se stringe forte e fa male?"

Simone Weil, Quaderni, vol. I, Adelphi, p. 229.

Una città che non sa sognare i propri figli

"Ciascuno cresce solo se sognato". E' il bellissimo verso conclusivo di una poesia di Danilo Dolci, che compendia con straordinaria efficacia tutto il suo impegno educativo e sociale. E che vale, da solo, più di qualche tomo di pedagogia, una disciplina che oscilla tra un vacuo moralismo e una non meno vacua ricerca del nuovo. Vuol dire, quel verso, che non puoi educare nessuno se non hai la capacità di interpretare le sue possibilità; se non sai vedere nel ragazzino rozzo e violento di oggi la persona onesta, buona, pacifica che potrà essere domani. Diseducare è invece prendere il dato attuale e considerarlo definitivo.
La figura di Dolci sta uscendo da qualche anno dall'oblio nel quale era precipitata dopo la sua morte, nel 1997, e quel verso è oggi perfino un po' abusato. Ma non è un male. Basterebbe, da solo, ad avviare una discussione pubblica sull'educazione. Non è forse vero che educare significa sognare quello che saranno i nostri figli? E siamo davvero capaci di farlo? Sappiamo sognare le nuove generazioni?

Dopo Dio, dopo Auschwitz

Sull'Attacco di venerdì Michele Illiceto ha ricordato le inquietudini della teologia e della filosofia dopo Auschwitz. Il dilemma, per chi crede, è: o Dio avrebbe potuto salvare gli ebrei, ma non ha voluto farlo, o avrebbe voluto farlo, ma non ha potuto. Dio, dunque, è buono ma impotente oppure potente ma non buono. Hans Jonas (Il concetto di Dio dopo Auschwitz, il melangolo) non ha dubbi: un credente non può assolutamente rinunciare a pensare che Dio sia buono. E se non ha aiutato, dunque, è perché non poteva: perché era debole. "Concedendo all'uomo la libertà, Dio ha rinunciato alla sua potenza", scrive Jonas, che sa bene di allontanarsi da una tradizione ben consolidata che enfatizza la forza e l'efficacia dell'intervento divino. L'alternativa è, per lui, rifugiarsi nell'incomprensibilità e nel mistero.
Mi sembra interessante provare a percorrere l'altro sentiero, che Jonas scarta subito: che Dio sia potente, ma non buono. Se si legge il libro di Giobbe, quello che emerge è proprio il profilo di un Dio che, più che non buono, è al di là sia del bene che del male, un Dio la cui potenza non è limitata da nessuna concezione etica, da alcun obbligo morale. Proviamo a pensare che Dio non sia buono né cattivo. Il che significa che è indifferente alla vicenda umana, poiché definiamo buono o cattivo solo ciò che è in relazione con noi. Pensiamo, come faceva Epicuro, che Dio, se pure c'è, sia indifferente all'essere umano.
Non è difficile intuire che questo sentiero conduce oltre il cristianesimo, poiché essere cristiano significa credere che Dio ha sacrificato sé stesso per la salvezza dell'uomo. Ma non è un sentiero che conduce oltre la religione. Non tutte le religioni ritengono che Dio sia buono o che sia un essere personale (per dirla tutta, non tutte le religioni credono in Dio). Il Taoismo, ad esempio, caratterizza il Tao in un modo che non ha nulla a che fare con un Dio personale e buono, così come non ha nulla di personale o di etico il Brahman dello hinduismo. Se Dio è qualcosa di trascendente, possiamo considerare Dio l'universo, con la sua inconcepibile vastità, con i suoi infiniti misteri, con le sue leggi che sfidano la logica e il senso comune. Ma un tale universo è freddo e distante. Che farci?

Un contesto di degrado

Un bambino massacrato di botte dal compagno della madre per aver rotto, giocando, la testiera del letto. Il brutale assassinio di Cardito suscita rabbia, indignazione, incredulità. La difesa dei bambini non è nemmeno un principio di civiltà: è qualcosa di più arcaico, iscritto nella nostra stessa natura di mammiferi, la protezione a tutti i costi dei cuccioli che accomuna noi, scimmie dotate di ragione e di cultura, con i cani, i gatti, i maiali. Ma noi siamo, appunto, esseri culturali, ed in nome della cultura spesso siamo più violenti degli animali. E' quello che accade con i bambini. Nel paese che s'indigna per la tragedia di Cardito la violenza sui bambini è ampiamente praticata, e perfino teorizzata. E' il paese in cui un ministro dell'Interno può twittare senza suscitare alcuno sconcerto: "Educazione civica in classe, e se non basta anche due ceffoni a casa da mamma e papà". Una frase che avrebbe comportato le immediate dimissioni in paesi come la Svezia nei quali per uno schiaffo a un bambino si finisce in galera, e che invece nel nostro paese suscita approvazione.
Non c'è nessun'altra categoria sociale nei cui confronti sia consentito lo schiaffo. Se un giudice, prima di emettere sentenza, schiaffeggiasse un pluriomicida, la cosa sarebbe considerata una grave violazione dei suoi diritti. Al bambino basta molto meno per essere umiliato: perché il danno maggiore, nello schiaffo, non è il dolore fisico, ma l'umiliazione. Il senso di impotenza, l'essere in balia dell'arbitrio altrui. La negazione del diritto al rispetto, che è riconosciuto a chiunque, ma non al bambino. Un bambino schiaffeggiato impara molte cose. Impara che la violenza è una cosa accettabile, che picchiare qualcuno può essere un buon modo di affrontare i problemi relazionali. Impara che il più forte ha ragione. Impara che il dialogo, la ragione non servono. E no, non impara a star buono: perché la rabbia repressa viene sfogata appena fuori casa, su persone o cose, con atti che verranno riportati ai genitori, causando nuova violenza, e dunque nuova rabbia, in un circolo vizioso terribile.

Massimo Cacciari e la lumpenfobia


Ho seguito oggi il convegno La discriminazione razziale fra diritto, etica e scienza presso l'Università di Siena. Mentre la sessione mattutina aveva un carattere tecnico giuridico, quella pomeridiana, su Politiche razziali, verità scientifica ed etica della dignità umana, comprendeva relazioni del genetista Telmo Pievani, del filosofo Massimo Cacciari e del giornalista Gad Lerner.
Non essendo né giurista, né scienziato, scrivo a caldo due righe sulla relazione di Massimo Cacciari. Il cui discorso per comodità sintetizzo nei seguenti punti:

1) Il razzismo è una ideologia. Qualsiasi dimostrazione scientifica sull'inesistenza della razza (sulla quale verteva il bell'intervento di Telmo Pievani) non coglie il punto. Ad una ideologia razzista bisogna contrapporre una ideologia antirazzista.

2) Questa ideologia antirazzista deve partire dalla dignità umana, che la nostra civiltà europea ha elaborato più di qualsiasi altra, sia nell'Illuminismo che nella tradizione teologica cristiana.

3) La dignità dell'uomo consiste nella sua possibilità di essere causa sui, nel suo non essere determinato dalla natura, ma di potersi scegliere liberamente.

4) Se la dignità umana consiste in questo, allora ogni volta che si chiude qualcuno in una definizione (tu sei questo) si sta offendendo la sua dignità. Ma il razzismo consiste appunto nel ridurre qualcuno alla sua presunta razza.

5) La libertà non è solo un diritto, ma un dovere. Io devo essere libero, devo corrispondere alla mia dignità.

6) La libertà non comporta alcun solipsismo. Io sono libero, ma presto scopro che non posso essere libero se non grazie e attraverso gli altri. Dunque non posso riconoscere la mia libertà senza riconoscere al contempo la libertà altrui.

Vediamo questi punti. Lasciamo per ora da parte il punto 1), e vediamo il punto

Glasperlenspiel #2

Havel havalim, 'amar Qohelet
Havel havalim, akol havel.
[Qohelet]

Però tu stesso sei nato nuovo sotto il sole. E il poema di cui sei l’autore è anch’esso nuovo sotto il sole, perché prima di Te non lo ha scritto nessuno. E nuovi sotto il sole sono tutti i tuoi lettori, perché quelli che sono vissuti prima di te, dopotutto, non hanno potuto leggerlo. [Wislawa Szymborska]

Mio Dio, ti canterò un canto nuovo,
suonerò per te sull'arpa a dieci corde
[Salmo 144]

Novis te cantabo chordis,
O novelletum quod ludis
In solitudine cordis.
[Baudelaire]

Oggi è data possibilità e libertà di compiere la pura fondazione di Dio, cioè di attuare finalmente l'ingresso di Dio all'essere e all'esserci, di effettuare finalmente l'inizio puro e l'avvento positivo di Dio; inteso Dio come Dio nuovo, strutturato secondo pura antimemoria e puro futuro, quindi Dio puramente non creatore e anticreatore che assume tutta la nostra irrealtà soprarealtà dentro un rapporto fondamentale opposto a quello di qualsiasi creare ed essere creato. [Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio]