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blog di antonio vigilante

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Il cattolicesimo queer di Michela Murgia

Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54421

Femminista e cattolica, Michela Murgia ha cercato di rovesciare il patriarcato attraverso una reinterpretazione radicale del dogma centrale del cristianesimo: la Trinità. Non “due uomini e un uccello”, come nella tradizione occidentale, ma tre figure asessuate, in una posizione aperta, orizzontale, non gerarchica, come nell’icona di Andrej Rublev. Il cui significato profondo è che l’amore autentico è quello che include il terzo. Una reinterpretazione nella quale tuttavia permane la tendenza cattolica, e violenta, di dire cos’è il vero amore, e dunque come bisogna amare.

Una diversa interpretazione

Otto marzo del 2009. In un piccolo paese della Barbagia la sindaca chiama alcune donne a ragionare di Donne e Chiesa: un risarcimento possibile? Al tavolo c’è anche il giovane parroco del paese, che alla fine prende la parola per dire che sì, ha apprezzato l’intervento delle relatrici, ma quanto detto non riguarda la sua parrocchia, nella quale – lo rivendica con orgoglio – c’è ben altro clima, come dimostra il fatto che molte donne collaborano nell’attività parrocchiale. Ma una voce – una voce di donna – si leva dalla platea: “Per pulire, don Marco!”

È la scena, esilarante, con cui comincia Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna (Einaudi, 2011) di Michela Murgia, che è un brillante e, per una donna cattolica, coraggioso atto di accusa nei confronti di una Chiesa che non riesce a pensare le donne se non come addette alle pulizie delle parrocchie o madri amorevoli e spose sottomesse. Si tratta di una analisi dura, senza sconti. E leggendo ci si chiede quando arriverà il momento in cui l’autrice spiegherà perché essere cattolici, appartenere a quella istituzione così violentemente maschilista, sia comunque sensato per una donna, anzi per un essere umano. Il momento arriva, ma non convince, per ragioni che proverò a spiegare. Vediamo intanto l’analisi critica di Murgia.

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La società delle persone

Vittorio Feltri ha scritto un tweet che contiene una delle cose più volgari che un essere umano possa dire a un altro essere umano.

Un tweet che con ogni probabilità non sarà rimosso, nonostante le molte prevedibili richiese. Perché le offese che vengono rimosse, su Twitter come su altri social, riguardano soprattutto (cito dal form di segnalazione di Twitter alla voce Attacchi per via della sua identità): “Offese, utilizzo intenzionale di un genere incorretto, stereotipi razziali o sessisti, incitamento di terzi a molestare oppure immagini d’odio”. Riguardano, cioè, soprattutto l’identità sessuale e razziale.

La morte è l’esperienza più nostra, più propria. O meglio: non la morte in sé, sulla quale in fondo aveva ragione Epicuro: quando c’è, noi non ci siamo. Ma la mortalità. L’esperienza di avere la morte come orizzonte vicino. Colui che sa di essere condannato a morte vive una esperienza che lo separa in modo irrimediabile da chiunque altro. Non è un caso che per filosofi come Michelstaedter e Heidegger quella esperienza sia la porta d’accesso alla autenticità.

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