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blog di antonio vigilante

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Bruciare i libri sacri

Papa Francesco si è detto disgustato per il rogo del Corano, avvenuto qualche giorno fa davanti alla principale moschea di Stoccolma durante una manifestazione autorizzata. “Qualsiasi libro considerato sacro dai suoi autori deve essere rispettato per rispetto dei suoi credenti, e la libertà di espressione non deve mai essere usata come scusa per disprezzare gli altri, e permettere questo va rifiutato e condannato”, ha dichiarato.

Consideriamo le due affermazioni. Partiamo dalla seconda: la libertà di espressione non deve mai essere usata come una scusa per disprezzare gli altri? Potrei essere d’accordo, ma non sono sicuro che papa Francesco abbia il diritto di fare una simile affermazione. L’istituzione di cui è il capo gode della massima libertà d’espressione, che usa per offendere e disprezzare una molteplicità di soggetti. Io convivo da tredici anni con una donna, che è anche la madre di mio figlio. Di noi il Catechismo della Chiesa di cui papa Francesco è capo dice quanto segue (par. 2390):

Si ha una libera unione quando l’uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l’intimità sessuale. L’espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l’una nei confronti dell’altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell’altro, in se stessi o nell’avvenire? L’espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità di legarsi con impegni a lungo termine. Tutte queste situazioni costituiscono un’offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l’idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l’atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale.

Dunque per quest’uomo e l’istituzione che rappresenta io e la mia compagna siamo ancora, nel 2023, concubini (nel 1956 i coniugi Bellandi denunciarono il vescovo di Prato per averli definiti “pubblici peccatori e concubini”, dal momento che si erano sposati solo in Comune; il vescovo fu assolto), peccatori gravi, contrari alla legge morale. Non solo, per la Chiesa di cui papa Francesco è capo non costituiamo una vera famiglia e non abbiamo fiducia l’uno nell’altra e la nostra vita insieme rappresenta perfino una offesa alla famiglia. Non occorre sottolineare quanto tutto ciò sia offensivo e calunnioso. Ma non pretendo che la Chiesa cancelli questa parole. Credo nella libertà di espressione, con pochissimi limiti (razzismo, apologia del fascismo e poco altro).

Veniamo alla prima affermazione. Qualsiasi libro considerato sacro deve essere rispettato per rispetto dei suoi credenti. Questo vuol dire che i libri non sono tutti uguali e non sono tutti ugualmente degni di rispetto. I dialoghi di Platone, ad esempio, contano meno della Bibbia, perché non sono religiosi ed hanno solo lettori, non credenti. Il valore di un libro non è dato dal suo contenuto, ma dal suo status religioso. Ma questo vuol dire in generale attribuire all’esperienza religiosa un valore e un diritto al rispetto superiori riguardo ad altre esperienze. Se si considera giusta questa affermazione un credente potrà bruciare le opere di Voltaire o di Meslier (o magari di Onfray), mentre un non credente non potrà bruciare la Bibbia; perché le opere dell’ateismo e del libero pensiero hanno solo lettori, mentre i testi sacri hanno credenti.

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La laicità, la scuola e l'Islam

La brutale uccisione di Samuel Paty, il docente francese colpevole di aver mostrato le vignette di Carlie Hebdo durante una lezione sulla libertà d’espressione, mi ha colpito profondamente. Mi ha colpito perché sono un docente, perché sono laico, e perché negli stessi giorni ho tenuto nella mia terza una lezione sulla libertà d’espressione. Mi spiace che quella tragedia, che tanto sta facendo discutere in Francia, da noi non susciti grande interesse, e al tempo stesso ne sono un po’ sollevato, perché il livello del dibattito pubblico nel nostro Paese è infimo, e non ci sarebbe da aspettarsi molto di diverso dalla più becera islamofobia.
Confesso di essere stato tentato anch’io dalla rabbia. Di aver pensato che noi laici abbiamo conquistato la libertà di parola con il sangue di Giordano Bruno e di Giulio Cesare Vanini. E che è insufficiente ripetere fino alla nausea che “l’Islam è pace”, se poi si decapita qualcuno in nome di Allah. Ma è, appunto, una tentazione, e se cedere ad alcune tentazioni può essere cosa buona e giusta, cedere a questa tentazione è un errore grave.
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Velo e autodeterminazione femminile

Dopo gli insulti e le minacce sui social network, Silvia Romano ha parlato della sua conversione all’Islam e della scelta di mettere il velo in una intervista al giornale on-line islamico La luce. Nella parte che riguarda l’hijab afferma: 

Il concetto di libertà è soggettivo e per questo è relativo. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti. C’è qualcosa di molto sbagliato se l’unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo. Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima. Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale. 

Sulla conversione all’Islam aveva scritto cose dure Cinzia Sciuto, autrice dell’ottimo Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli); leggo ora su Micromega un intervento, non meno duro, di Monica Lanfranco. Due donne che stimo, ma con le quali non sono d’accordo.
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L'incarnazione del divino in Giuliano Ferrara

“Di persona che, per aver compiuto azioni particolarmente turpi e spregevoli, si è resa indegna della pubblica stima”, dice il vocabolario Treccani alla voce infame. E aggiunge: “Nell’uso corrente, con senso più generico, di chiunque si sia macchiato di gravi colpe contro la legge, la morale, la religione”. Adopera esattamente questo aggettivo, infame, Giuliano Ferrara, per parlare di nonviolenza sul Foglio di oggi. Storia della nonviolenza infame, titola.
Proviamo a seguire il suo ragionamento. Partendo però dalla fine.

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L'incarnazione del divino in Giuliano Ferrara

"Di persona che, per aver compiuto azioni particolarmente turpi e spregevoli, si è resa indegna della pubblica stima", dice il vocabolario Treccani alla voce infame. E aggiunge: "Nell’uso corrente, con senso più generico, di chiunque si sia macchiato di gravi colpe contro la legge, la morale, la religione". Adopera esattamente questo aggettivo, infame, Giuliano Ferrara, per parlare di nonviolenza sul Foglio di oggi. Storia della nonviolenza infame, titola.
Proviamo a seguire il suo ragionamento. Partendo però dalla fine.
Dice, Ferrara, che esiste "un modo di vita sempre meno popolare, sempre più un discussione, ma privo di serie alternative per generazioni a venire". Sta parlando, evidentemente, di quel modo di vita che consente a lui di scrivere un articolo e a me di scrivere una replica usando il pc e la connessione ad Internet, in una stanza riscaldata che ci tiene a riparo dai rigori dell'inverno, dopo aver mangiato in modo più che soddisfacente. E' in effetti un modo di vita meraviglioso. Il problema non è, come dice Ferrara, che il nostro modo di vita è sempre meno popolare. Il problema è che è sempre più popolare. Il problema è che sempre più persone si chiedono per quale ragione non possono vivere come viviamo io, Giuliano Ferrara e qualche altro milione di persone. Ora, il nostro modo di vivere ha un limite imbarazzante: è esclusivo ed escludente. Noi possiamo vivere in questo modo, ma non tutti possono vivere in questo modo. Non possono vivere in questo modo sei miliardi di esseri umani, e ciò per due ragioni: la prima è che non ci sono risorse energetiche, alimentari, materiali per assicurare questo stile di vita a tutta l'umanità, la seconda è che il pianeta stesso non reggerebbe l'impatto di sei miliardi di persone che consumano ed inquinano al ritmo dei paesi più evoluti.
Per assicurarci questo modo di vivere non abbiamo che una possibilità: assicurarci le materie prime e l'energia, anche umana, di cui abbiamo bisogno a basso costo. Non c'è alternativa. Ma questo ha significato, e significa, portare la guerra ovunque nel mondo per difendere i nostri interessi economici. Ognuno di noi ha un innato senso di giustizia, che si fonda sulla percezione dell'uguaglianza di ogni essere umano. Io vivo la mia vita comoda, sento che tutti hanno lo stesso diritto, ma al tempo stesso so che questo è impossibile, che io posso vivere così solo se loro non vivono così. Non mi restano che due possibilità. Posso rinunciare al mio modo di vivere, rendendomi conto che è bellissimo, ma fondato sull'ingiustizia e la violenza, oppure posso spingere fuori dal campo dell'umano chi contesta il mio modo di vivere. In questo secondo caso posso sentirmi giusto, perché essere giusti è riconoscere gli eguali diritti di chi è umano, non di chi umano non è. E veniamo al secondo passaggio del ragionamento di Ferrara. C'è il nostro meraviglioso modo di vivere, che rappresenta la civiltà, la libertà, il libero pensiero, che però è assediato dalle "avanguardie assassine" del mondo musulmano. Non ci sono esseri umani di qui ed esseri umani di là. Ci sono di qui i liberi pensatori e di là i fanatici assassini; di qui gli umani e di là i non umani. Gli stati sono tentati dall'universalismo, ma essi, dice Ferrara rispolverando Schmitt, "sono entità particolari, elementi in campo nel conflitto tra amici e nemico, titolari del diritto e del dovere di imporre la pace laica che non c'è". Ferrara compie un'operazione senza la quale la civiltà occidentale non esisterebbe: la costruzione del nemico con la conseguente disumanizzazione. L'Europa è da sempre il continente assediato dalla barbarie, e la barbarie è il mondo dei subumani, degli incivili, dei nemici contro i quali tutto è lecito.
Ed ecco il terzo passaggio. Contro questi barbari non è possibile usare il"diritto ordinario", ma occorre "esercitare, prima che il vuoto sia interamente colmato da egemonismi cinici di potenze disinteressate alla libertà, il diritto di iniziativa armata e senza limiti". Avete letto bene: ha scritto proprio "iniziativa armata senza limiti". Che vuol dire: ammazzare alla grande, senza alcun limite non solo morale, ma anche giuridico. Sterminare il nemico. E no, non è un discorso cinico, questo; altri sono gli egemonismi cinici. Ferrara sta nel mondo del libero pensiero, e nel mondo del libero pensiero non esiste il cinismo. Esiste la giusta durezza, l'indignazione dell'onesto, lo sterminio come diritto, anzi come dovere.
L'ultimo punto - il primo per chi legge l'articolo dall'inizio - riguarda il papa e il suo elogio della nonviolenza. Fino a quando, si chiede il nostro nuovo Cicerone, "potrà abusare della nostra pazienza negando contro ogni evidenza la realtà e privandoci del sostegno della pax Christi, fatta altrettanto della passione della croce e dell'incarnazione del divino nella storia degli uomini?". Non mi pare che la pazienza sia tra le virtù di Ferrara; in ogni caso dev'essersi già esaurita, in effetti, se concludendo l'articolo parla delle "scorrerie fantastiche di un pazzo intonacato".
Con ogni evidenza un articolo del genere non merita il tempo che sto impiegando per commentarlo. Ferrara dice della bestialità prive di qualsiasi logica, e chiunque abbia un po' di cervello e una contezza meno che vaga di cos'è una democrazia lo vede bene da sé. Ma va commentato per il suo valore esemplare; perché rappresenta, nella sua bestialità, un tipo di discorso pubblico che nel nostro paese, che tra i paesi democratici si distingue per la pessima qualità dell'informazione e del dibattito pubblico, ha un suo seguito. Si tratta, in sostanza, di adoperare il trentasettesimo degli stratagemmi illustrati da Schopenhauer ne L'arte di ottenere ragione: "Sconcertare, sbigottire l'avversario con sproloqui privi di senso", dal momento che, come diceva Goethe, "L'uomo crede abitualmente, anche se solo parole sente, che vi si debba poter trovare pur qualcosa da pensare". La cosa funziona se la spari grossa; e più grossa la spari, meglio funziona. Parla di "pace laica", ma lamenta la mancata benedizione del papa, ossia del leader di una confessione religiosa. Ma non bisogna fare troppa attenzione ai dettagli ed agli aggettivi, quando si leggono articoli del genere. Va bene anche "nonviolenza infame": funziona, e nessuno ci chiederà perché e percome. Dovrebbe provare a parlare di cose come il valore della vita umana, ma noi gli sbraiteremo contro la storia dell'anima bella: e amen.
Ferrara scrive sotto la spinta dell'indignazione, con l'ira del giusto. Fosse stato un intervento dal vivo, avremmo visto la saliva uscire dalla bocca urlante. Sente sulle sue spalle - ben robuste, sì, ma pur sempre di un essere umano si tratta: cioè di una creatura fragile - il peso del destino della civiltà occidentale; tocca a lui, in questi tempi tristi, in cui anche i papi abdicano al loro ruolo di guida della cristianità, farsi antipapa e indicare la via del bene. E' compito storico e finanche religioso, ché si tratta della "incarnazione del divino nella storia degli uomini". E il divino, si sa, quando agisce non va troppo per il sottile. Che è, poi, esattamente la cosa che pensano quegli infelici che ammazzano e si fanno saltare in aria gridando Allahu akbar.


Le donne viennesi e il burkini

Se volessimo individuare il momento – il tempo e il luogo – più alto della civiltà europea contemporanea, pochi luoghi potrebbero sembrare più adatti della Vienna dell’inizio del secolo scorso. E’ il tempo e il luogo della psicoanalisi di Sigmund Freud, della grande musica di Brahms, Mahler, Schoenberg, della grande scrittura di Hofmannstahl e Kraus, della grande pittura di Klimt e della Secessione viennese. Una civiltà raffinatissima, razionale, ottimistica. Una civiltà che come poche altre, nella storia, tiene in conto il teatro, la scrittura, l’arte, la musica.
Ora, leggiamo nell’autobiografia di Stefan Zweig, uno dei grandi figli di quella civiltà, questo passo che riguarda le donne viennesi di quegli anni:

Che le ragazze anche nella più calda estate giocassero al tennis con abiti corti o peggio a braccia nude, sarebbe stato considerato scandaloso, e se una signora ben educata incrociava i piedi in società, ne erano offesi i buoni costumi, perché avrebbero potuto apparire sotto l’orlo della veste i suoi malleoli. Persino agli elementi naturali, al sole, all’acqua e all’aria, non era lecito sfiorare la pelle nuda delle donne. Esse nuotavano a fatica con pesanti costumi, coperte dal collo al tallone, e nei collegi e nei conventi le ragazze, perché dimenticassero di avere un corpo, dovevano persino fare il bagno in lunghi camici bianchi. Non è leggenda né esagerazione che morissero allora in tarda età donne del cui corpo, all’infuori del marito, dell’ostetrico e di chi ne lavava la salma, non erano mai stati veduti neppure le spalle o i ginocchi. (S. Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 1954)

Prima di giudicare la civiltà altrui dagli abiti indossati dalle donne, sarebbe cosa buona ricordare che era questa la condizione femminile in uno dei momenti più alti della cultura e civiltà europea. Non per rivendicare quella condizione, ma per riflettere sul fatto che, per quanto la cosa possa sembrarci strana, in alcuni contesti sociali e culturali uomini e donne – anche colti, razionali, evoluti  – possono trovare assolutamente normale che una donna faccia il bagno interamente coperta. E quando smettono di considerarlo normale, non è spesso perché la cultura ha aperto loro la mente, ma perché i cambiamenti economici hanno travolto le vecchie forme di vita.


Le donne viennesi e il burkini

Se volessimo individuare il momento - il tempo e il luogo - più alto della civiltà europea contemporanea, pochi luoghi potrebbero sembrare più adatti della Vienna dell'inizio del secolo scorso. E' il tempo e il luogo della psicoanalisi di Sigmund Freud, della grande musica di Brahms, Mahler, Schoenberg, della grande scrittura di Hofmannstahl e Kraus, della grande pittura di Klimt e della Secessione viennese. Una civiltà raffinatissima, razionale, ottimistica. Una civiltà che come poche altre, nella storia, tiene in conto il teatro, la scrittura, l'arte, la musica.
Ora, leggiamo nell'autobiografia di Stefan Zweig, uno dei grandi figli di quella civiltà, questo passo che riguarda le donne viennesi di quegli anni:

Che le ragazze anche nella più calda estate giocassero al tennis con abiti corti o peggio a braccia nude, sarebbe stato considerato scandaloso, e se una signora ben educata incrociava i piedi in società, ne erano offesi i buoni costumi, perché avrebbero potuto apparire sotto l'orlo della veste i suoi malleoli. Persino agli elementi naturali, al sole, all'acqua e all'aria, non era lecito sfiorare la pelle nuda delle donne. Esse nuotavano a fatica con pesanti costumi, coperte dal collo al tallone, e nei collegi e nei conventi le ragazze, perché dimenticassero di avere un corpo, dovevano persino fare il bagno in lunghi camici bianchi. Non è leggenda né esagerazione che morissero allora in tarda età donne del cui corpo, all'infuori del marito, dell'ostetrico e di chi ne lavava la salma, non erano mai stati veduti neppure le spalle o i ginocchi. (S. Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 1954)

Prima di giudicare la civiltà altrui dagli abiti indossati dalle donne, sarebbe cosa buona ricordare che era questa la condizione femminile in uno dei momenti più alti della cultura e civiltà europea. Non per rivendicare quella condizione, ma per riflettere sul fatto che, per quanto la cosa possa sembrarci strana, in alcuni contesti sociali e culturali uomini e donne - anche colti, razionali, evoluti  - possono trovare assolutamente normale che una donna faccia il bagno interamente coperta. E quando smettono di considerarlo normale, non è spesso perché la cultura ha aperto loro la mente, ma perché i cambiamenti economici hanno travolto le vecchie forme di vita.


Nell'Egitto di al-Sisi la libertà di pensiero si paga con il carcere

Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco. Quando tutto è pronto per il sacrificio – Isacco ha portato anche sulle sue spalle la legna che sarebbe servita per il suo olocausto – e la mano del padre sta per scannare il figlio, Dio interviene. “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che rispetti Dio e non mi hai risparmiato il tuo figliuolo, l’unico tuo!” (Genesi, 22, 12). E per non restare privo d’un sacrificio, Dio fa comparire un ariete, che viene sacrificato al posto del ragazzo. Per ricordare questo episodio biblico, non dei più luminosi, ogni anno si celebra nel mondo musulmano la “festa del sacrificio”, Id Al-Adha. Si prende un animale, lo si sgozza e lo si lascia dissanguare, a maggior gloria di Dio. Può essere un montone o una pecora, una mucca, un cammello. “Milioni di innocenti creature saranno condotte al più orribile massacro compiuto da esseri umani per dieci secoli e mezzo. Un massacro che si ripete ogni anno a causa dell’incubo di un uomo giusto riguardo al suo bravo figlio”, ha scritto sul suo profilo Facebook ad ottobre dello scorso anno la scrittrice egiziana Fatima Naoot. E per queste parole il 28 gennaio è stata condannata a tre anni di carcere con l’accusa di aver disprezzato l’Islam, di aver diffuso odio settario e di aver attentato alla pace pubblica. [read more]

Fatima Naoot, già candidata al parlamento, è poetessa e scrittrice, traduttrice (ha tradotto tra l’altro Virginia Woolf) e giornalista, nota per le sue prese di posizione in favore delle minoranze del paese, come quella copta. Durante il processo non ha negato di aver scritto quel post, ma ha rigettato l’accusa di aver voluto offendere l’Islam, sostenendo che la religione è solo un pretesto per giustificare il gusto di uccidere animali. La poetessa è stata condannata in base all’articolo 98 del Codice Penale egiziano, che così recita: “Chiunque sfrutti la religione per promuovere ideologie estremiste attraverso la parola, gli scritti o in altro modo, con il fine di fomentare la sedizione, di denigrare o disprezzare qualsiasi religione divina o i suoi aderenti, sarà punito con il carcere da sei mesi a cinque anni, o al pagamento di una multa di almeno 500 sterline egiziane”. Una norma che ha lo scopo di combattere il fondamentalismo e lo hate speech religioso, e che nell’Egitto di oggi – l’Egitto nel quale un giornalista coraggioso come Giulio Regeni viene ucciso dopo essere stato orribilmente torturato – finisce invece per colpire la semplice espressione di opinioni non conformiste.
Intervistata il 30 gennaio dall’emittente egiziana CBC TV, la scrittrice ha dichiarato che la legge contro la blasfemia, che doveva servire a proteggere i cristiani dagli attacchi dei fondamentalisti islamici, è diventata un cappio al collo per gli stessi cristiani e per gli intellettuali progressisti. Ed ha aggiunto: “Lo Stato sta combattendo i terroristi, ma non il terrorismo. Il terrorismo è una ideologia. Il mio imprigionamento è terrorismo. L’imprigionamento di Islam Behery è terrorismo. L’imprigionamento di chiunque esprima la propria opinione è terrorismo”.
Islam Behery, citato da Naoot, sta scontando la pena di un anno di carcere nella prigione di Tora in base allo stesso articolo del Codice penale. Studioso dell’Islam con una laurea all’università di Wales, Behery conduceva un programma televisivo di grande successo presso il canale televisivo Al Kahera Wal Nas, ripreso sul suo canale YouTube, nel quale parlava di un Islam purificato dai suoi aspetti violenti. Gli hadith, le narrazioni dei fatti e dei detti di Muhammad che costituiscono la seconda fonte dell’Islam dopo il Corano, parlano di un Profeta che sposa una bambina ed ha rapporti sessuali con lei. Che pensare di un uomo di Dio che compie un crimine del genere? Come conciliare questo crimine con l’altezza morale che il Profeta mostra in molti passi del Corano? Per Behery bisogna porre in questione l’attendibilità degli hadith, se si vuole liberare l’Islam dai suoi aspetti oppressivi e violenti. Se non si compie questa operazione, sarà inutile la lotta contro contro il Califfato. Ridiscutere l’autorità degli hadith vuol dire estirpare la radice del fondamentalismo. Una posizione coraggiosa, che ha suscitato le ire di Al-Azhar, l’Università del Cairo che rappresenta la più importante autorità culturale del mondo sunnita, che ha chiesto ed ottenuto la sospensione del programma di Behery. Il processo invece è stato avviato in seguito alla denuncia di un semplice cittadino. Dopo la condanna, l’intellettuale egiziano ha commentato ironicamente: “Molte grazie al presidente Abdel-Fattah El-Sisi ed alla sua rivoluzione religiosa… Sono grato per la libertà di espressione in Egitto”.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 28 febbraio 2016.[/read]



Nell'Egitto di al-Sisi la libertà di pensiero si paga con il carcere



Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco. Quando tutto è pronto per il sacrificio – Isacco ha portato anche sulle sue spalle la legna che sarebbe servita per il suo olocausto – e la mano del padre sta per scannare il figlio, Dio interviene. “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che rispetti Dio e non mi hai risparmiato il tuo figliuolo, l’unico tuo!” (Genesi, 22, 12). E per non restare privo d’un sacrificio, Dio fa comparire un ariete, che viene sacrificato al posto del ragazzo. Per ricordare questo episodio biblico, non dei più luminosi, ogni anno si celebra nel mondo musulmano la “festa del sacrificio”, Id Al-Adha. Si prende un animale, lo si sgozza e lo si lascia dissanguare, a maggior gloria di Dio. Può essere un montone o una pecora, una mucca, un cammello. “Milioni di innocenti creature saranno condotte al più orribile massacro compiuto da esseri umani per dieci secoli e mezzo. Un massacro che si ripete ogni anno a causa dell’incubo di un uomo giusto riguardo al suo bravo figlio”, ha scritto sul suo profilo Facebook ad ottobre dello scorso anno la scrittrice egiziana Fatima Naoot. E per queste parole il 28 gennaio è stata condannata a tre anni di carcere con l’accusa di aver disprezzato l’Islam, di aver diffuso odio settario e di aver attentato alla pace pubblica. 
Fatima Naoot, già candidata al parlamento, è poetessa e scrittrice, traduttrice (ha tradotto tra l’altro Virginia Woolf) e giornalista, nota per le sue prese di posizione in favore delle minoranze del paese, come quella copta. Durante il processo non ha negato di aver scritto quel post, ma ha rigettato l’accusa di aver voluto offendere l’Islam, sostenendo che la religione è solo un pretesto per giustificare il gusto di uccidere animali. La poetessa è stata condannata in base all’articolo 98 del Codice Penale egiziano, che così recita: “Chiunque sfrutti la religione per promuovere ideologie estremiste attraverso la parola, gli scritti o in altro modo, con il fine di fomentare la sedizione, di denigrare o disprezzare qualsiasi religione divina o i suoi aderenti, sarà punito con il carcere da sei mesi a cinque anni, o al pagamento di una multa di almeno 500 sterline egiziane”. Una norma che ha lo scopo di combattere il fondamentalismo e lo hate speech religioso, e che nell’Egitto di oggi – l’Egitto nel quale un giornalista coraggioso come Giulio Regeni viene ucciso dopo essere stato orribilmente torturato – finisce invece per colpire la semplice espressione di opinioni non conformiste. 
Intervistata il 30 gennaio dall’emittente egiziana CBC TV, la scrittrice ha dichiarato che la legge contro la blasfemia, che doveva servire a proteggere i cristiani dagli attacchi dei fondamentalisti islamici, è diventata un cappio al collo per gli stessi cristiani e per gli intellettuali progressisti. Ed ha aggiunto: “Lo Stato sta combattendo i terroristi, ma non il terrorismo. Il terrorismo è una ideologia. Il mio imprigionamento è terrorismo. L’imprigionamento di Islam Behery è terrorismo. L’imprigionamento di chiunque esprima la propria opinione è terrorismo”. 
Islam Behery, citato da Naoot, sta scontando la pena di un anno di carcere nella prigione di Tora in base allo stesso articolo del Codice penale. Studioso dell’Islam con una laurea all’università di Wales, Behery conduceva un programma televisivo di grande successo presso il canale televisivo Al Kahera Wal Nas, ripreso sul suo canale YouTube, nel quale parlava di un Islam purificato dai suoi aspetti violenti. Gli hadith, le narrazioni dei fatti e dei detti di Muhammad che costituiscono la seconda fonte dell’Islam dopo il Corano, parlano di un Profeta che sposa una bambina ed ha rapporti sessuali con lei. Che pensare di un uomo di Dio che compie un crimine del genere? Come conciliare questo crimine con l’altezza morale che il Profeta mostra in molti passi del Corano? Per Behery bisogna porre in questione l’attendibilità degli hadith, se si vuole liberare l’Islam dai suoi aspetti oppressivi e violenti. Se non si compie questa operazione, sarà inutile la lotta contro contro il Califfato. Ridiscutere l’autorità degli hadith vuol dire estirpare la radice del fondamentalismo. Una posizione coraggiosa, che ha suscitato le ire di Al-Azhar, l’Università del Cairo che rappresenta la più importante autorità culturale del mondo sunnita, che ha chiesto ed ottenuto la sospensione del programma di Behery. Il processo invece è stato avviato in seguito alla denuncia di un semplice cittadino. Dopo la condanna, l’intellettuale egiziano ha commentato ironicamente: “Molte grazie al presidente Abdel-Fattah El-Sisi ed alla sua rivoluzione religiosa… Sono grato per la libertà di espressione in Egitto”.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 28 febbraio 2016.


Nous sommes Charlie Hebdo?

Lo Spirito Santo, il Figlio ed il Padre presi in una relazione non proprio spirituale. E’ una delle vignette di Charlie Hebdo che hanno preso a circolare dopo il massacro di ieri. Suscitando sconcerto in non pochi cattolici che fino a poco prima erano pronti a dire “Je suis Charlie Hebdo”, e che si sono ritrovati invece a reclamare la censura e ad affermare i limiti della libertà d’espressione. Perché sì, la satira è importante, e rivendichiamo tutti il libero pensiero come conquista dell’Occidente, ma il Figlio che prende lo Spirito Santo nel didietro…
I soggetti che oggi sono Charlie Hebdo sono abbastanza male assortiti. Ci sono i laici, gli atei, i difensori del libero pensiero: ma ci sono anche gli islamofobi, gli xenofobi, i fascisti alla Salvini. Questo singolare assortimento è una conseguenza dell’ambiguità stessa della satira, che può essere due cose diverse; o meglio: avere due valenze politiche. A fare la differenza è il tipo di gruppo sociale contro cui si scaglia. La satira ha una funzione progressiva, positiva, liberatrice quando si scaglia contro gruppi potenti, dominanti, in grado di imporre la propria volontà anche con la forza, anzi con la violenza. Una satira del genere è sempre giustificata, anche quando è blasfema, anche quando ridicolizza i valori più sacri. Diversa è la satira che si dirige contro gruppi minoritari, deboli, socialmente discriminati. Formalmente sempre di satira si tratta; ma in questo caso è satira vigliacca. E’ una satira che ha una lunga tradizione, dalle vignette del fascismo e del nazismo fino a quelle della Lega Nord.
Ora, nel caso delle vignette contro il cattolicesimo la questione è semplice. I cattolici rappresentano un gruppo potente, che in un paese come il nostro ha anche gestito direttamente il potere, attraverso il suo partito di riferimento: e lo ha fatto nel modo che sappiamo, ossia usando come mezzi di governo la corruzione, le stragi, la collusione con la mafia. Ogni satira contro il cattolicesimo è un atto di libero pensiero. Più complessa è la faccenda per quanto riguarda l’Islam. Perché i musulmani sono, al tempo stesso, un gruppo debole ed un gruppo forte. In Italia ed altrove, i musulmani rappresentano una minoranza cui spesso si negano diritti elementari, come quello di avere un luogo in cui pregare; una minoranza guardata con sospetto, spesso calunniata, culturalmente e socialmente marginalizzata. Ma l’Islam è anche quello dei terroristi che, come è accaduto ieri, vendicano con il sangue le offese alla loro religione. Terroristi che naturalmente non rappresentano l’Islam, e che tuttavia uccidono chi ha offeso l’Islam. E’ per questo che le vignette contro l’Islam sono al tempo stesso un atto di coraggio e di vigliaccheria, una manifestazione al tempo stesso di libero pensiero e di xenofobia. Il fatto che i vignettisti di Charlie Hebdo siano stati massacrati, e che dunque appaiano come martiri del libero pensiero occidentale contro il fondamentalismo islamico, avrà l’effetto di attenuare quell’ambiguità, proprio mentre, per effetto di quello stesso massacro, i musulmani europei si troveranno ad essere ancora più fragili e marginalizzati.

Aggiornamento: Ma essere Charlie Hebdo non vuol dire anche essere Naji al-Ali? A quanto pare no.



Nous sommes Charlie Hebdo?

Lo Spirito Santo, il Figlio ed il Padre presi in una relazione non proprio spirituale. E' una delle vignette di Charlie Hebdo che hanno preso a circolare dopo il massacro di ieri. Suscitando sconcerto in non pochi cattolici che fino a poco prima erano pronti a dire "Je suis Charlie Hebdo", e che si sono ritrovati invece a reclamare la censura e ad affermare i limiti della libertà d'espressione. Perché sì, la satira è importante, e rivendichiamo tutti il libero pensiero come conquista dell'Occidente, ma il Figlio che prende lo Spirito Santo nel didietro...
I soggetti che oggi sono Charlie Hebdo sono abbastanza male assortiti. Ci sono i laici, gli atei, i difensori del libero pensiero: ma ci sono anche gli islamofobi, gli xenofobi, i fascisti alla Salvini. Questo singolare assortimento è una conseguenza dell'ambiguità stessa della satira, che può essere due cose diverse; o meglio: avere due valenze politiche. A fare la differenza è il tipo di gruppo sociale contro cui si scaglia. La satira ha una funzione progressiva, positiva, liberatrice quando si scaglia contro gruppi potenti, dominanti, in grado di imporre la propria volontà anche con la forza, anzi con la violenza. Una satira del genere è sempre giustificata, anche quando è blasfema, anche quando ridicolizza i valori più sacri. Diversa è la satira che si dirige contro gruppi minoritari, deboli, socialmente discriminati. Formalmente sempre di satira si tratta; ma in questo caso è satira vigliacca. E' una satira che ha una lunga tradizione, dalle vignette del fascismo e del nazismo fino a quelle della Lega Nord.
Ora, nel caso delle vignette contro il cattolicesimo la questione è semplice. I cattolici rappresentano un gruppo potente, che in un paese come il nostro ha anche gestito direttamente il potere, attraverso il suo partito di riferimento: e lo ha fatto nel modo che sappiamo, ossia usando come mezzi di governo la corruzione, le stragi, la collusione con la mafia. Ogni satira contro il cattolicesimo è un atto di libero pensiero. Più complessa è la faccenda per quanto riguarda l'Islam. Perché i musulmani sono, al tempo stesso, un gruppo debole ed un gruppo forte. In Italia ed altrove, i musulmani rappresentano una minoranza cui spesso si negano diritti elementari, come quello di avere un luogo in cui pregare; una minoranza guardata con sospetto, spesso calunniata, culturalmente e socialmente marginalizzata. Ma l'Islam è anche quello dei terroristi che, come è accaduto ieri, vendicano con il sangue le offese alla loro religione. Terroristi che naturalmente non rappresentano l'Islam, e che tuttavia uccidono chi ha offeso l'Islam. E' per questo che le vignette contro l'Islam sono al tempo stesso un atto di coraggio e di vigliaccheria, una manifestazione al tempo stesso di libero pensiero e di xenofobia. Il fatto che i vignettisti di Charlie Hebdo siano stati massacrati, e che dunque appaiano come martiri del libero pensiero occidentale contro il fondamentalismo islamico, avrà l'effetto di attenuare quell'ambiguità, proprio mentre, per effetto di quello stesso massacro, i musulmani europei si troveranno ad essere ancora più fragili e marginalizzati.

Aggiornamento: Ma essere Charlie Hebdo non vuol dire anche essere Naji al-Ali? A quanto pare no.