Attraversamenti

Blog di Antonio Vigilante

I miei primi vent'anni di sbattezzo

Venti anni fa ero impegnato nello studio approfondito del pensiero di Aldo Capitini, cui ho dedicato il mio primo libro, La realtà liberata, uscito nel gennaio del 1999. Fu studiando Capitini che incontrai per la prima volta l'idea dello sbattezzo. Ero ateo, ed anche piuttosto anticlericale, dall'inizio dell'adolescenza, ma non avevo mai pensato ad un atto di rottura forte con la Chiesa. Come è noto, Capitini chiese di cancellare il suo nome dal registro dei battezzati nel 1956, in seguito al caso dei coniugi Bellandi, che per essersi sposati solo in Comune erano stati bollati pubblicamente dal vescovo di Prato come pubblici peccatori. Avevano cercato giustizia in tribunale, e prevedibilmente il tribunale aveva dato ragione al vescovo. In un pensatore tanto rigoroso nella critica dottrinale ed etica al cattolicesimo quanto attento alle relazioni umane con i cattolici, un gesto così forte nasceva dal profondo disgusto che suscitava una decisione palesemente ingiusta, che offendeva la laicità dello Stato affermata dalla Costituzione ed appariva come l'ennesima manifestazione di una arroganza incompatibile con i valori democratici. I cattolici chiamarono "sbattezzo", per dileggiarla, quella richiesta. Il termine è oggi rivendicato con orgoglio dagli atei, anche se io preferirei parlare di scomunica.
Insomma, feci anch'io la mia richiesta di sbattezzo. La indirizzai al parroco della chiesa in cui sono stato battezzato ed al vescovo. Il parroco era don Fausto Parisi, morto quest'anno: un prete fuori dalle righe, molto amato da metà città e criticato dall'altra metà, molto presente sui giornali con la sua penna pungente e spesso sarcastica. L'ultimo ricordo che ho di lui è la sua omelia ai funerali di un altro protagonista della vita culturale foggiana, il filosofo Giuseppe Normanno: omelia appassionata e coraggiosa, durante la quale toccò anche, se non ricordo male, la questione spinosa del celibato dei sacerdoti. A rispondermi però fu il vescovo, monsignor Casale, che è ancora vivo, quasi centenario. Tra don Fausto e monsignor Casale c'era una inimicizia che era un forte fattore di destabilizzazione per la chiesa locale. Don Fausto accusava il vescovo di non so quali irregolarità. Di monsignor Casale ho notizia ogni tanto dai giornali: nonostante l'età molto avanzata non manca di prendere posizione sui temi più caldi; e, devo dire, sempre con posizioni molto aperte.

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Le cose belle non dicono


QHo partecipato alla Corte dei Miracoli di Siena all'Andrej. L'assenza di sé di Francesco Chiantese. Dico partecipato perché di questo si è trattato, e non di un assistere. Una stanza, al centro due sedie rosse e una tela, intorno, in uno stretto cerchio, il pubblico. Andrej è Andrej Rublëv, il pittore di icone russo, ma anche Andrei Tarkovsky, che all'artista ha dedicato uno dei suoi film migliori. Chiantese è in scena da solo, due voci fuori campo e un raggio di luce che di tanto in tanto trafigge il buio. Le voci lo interrogano, lo ammoniscono, lo inquietano. Finché giunge la sua, di voce. Che dice, tra l'altro: "Le cose belle non dicono. Le cose belle sono".
Cosa vuol dire che le cose belle non dicono? Dire è significare, mostrare altro. Le cose belle non mostrano altro: sono qui, e null'altro. Mi viene in mente l'analisi fenomenologica del mondo che fa Heidegger nella prima parte di Essere e tempo. Le cose sono utilizzabili, sono strumenti che si rimandano l'un l'altro, in un sistema di connessioni. Stiamo nel mondo come utilizzatori di cose. Ma, dice Heidegger, accade che alcune cose non funzionino. Che uno strumento sia guasto. Questa inutilizzabilità può suscitare sorpresa - non è quello che ci aspettavamo - ma presentarsi anche come un ostacolo: essere "fra i piedi", per usare l'espressione di Heidegger (Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, p. 10o). Ora, se le cose belle non dicono, vuol dire che sono anch'esse un non-strumento, costituiscono anch'esse in qualche modo un ostacolo. Ma che differenza c'è tra uno strumento rotto ed una cosa bella? Quale tra una tela bucata ed una magnifica icona russa?
Pensavo a questo, alla fine della rappresentazione, quando Chiantese mi ha accolto, come ha fatto con tutti, prima che uscissi. Non sono riuscito a complimentarmi con lui, a dirgli che quella che avevo visto era una cosa bella, perché ero ancora nella domanda: cosa è una cosa bella? e cos'è un gesto scenico come quello di Andrej?

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