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blog di antonio vigilante

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Educare nella società delle merci

Tutto è merce, tutto si può comprare e vendere, anzi tutto si deve comprare e vendere. Anche gli esseri umani.
Tutto, in quanto merce, è superficie, apparenza, vetrina. Vivere vuol dire stare nella vetrina ed attrarre i clienti: sedurre, portare con sé. Nessuno è escluso dal gioco universale della seduzione. Ad un corpo non è concesso di diventare vecchio. Occorre che si mantenga sempre giovane, perché non cessi di sedurre. Anche a costo di diventare ridicolo. Donne di quarant’anni si gonfiano le labbra a dismisura, uomini di settant’anni ottengono dalla chirurgia un volto finto in cambio delle loro rughe autentiche. Questo si chiama, oggi, bellezza: il tentativo disperato, triste, patetico di sedurre, di costringere a volgere lo sguardo, di imporre la propria presenza. Una degenerazione della bellezza e del suo senso. Se la bellezza autentica porta sempre con sé una scheggia di sofferenza con la quale ci ferisce e ci commuove, dandoci il presentimento di un altrove, la bellezza sguaiata delle merci, che spesso confina con il mostruoso, tiene avvinti al qui ed ora, è la negazione di ogni trascendimento, avanza una arrogante pretesa di appagamento totale.

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Educare nella società delle merci

Disegno di Vladimir Nabokov
Tutto è merce, tutto si può comprare e vendere, anzi tutto si deve comprare e vendere. Anche gli esseri umani.
Tutto, in quanto merce, è superficie, apparenza, vetrina. Vivere vuol dire stare nella vetrina ed attrarre i clienti: sedurre, portare con sé. Nessuno è escluso dal gioco universale della seduzione. Ad un corpo non è concesso di diventare vecchio. Occorre che si mantenga sempre giovane, perché non cessi di sedurre. Anche a costo di diventare ridicolo. Donne di quarant'anni si gonfiano le labbra a dismisura, uomini di settant'anni ottengono dalla chirurgia un volto finto in cambio delle loro rughe autentiche. Questo si chiama, oggi, bellezza: il tentativo disperato, triste, patetico di sedurre, di costringere a volgere lo sguardo, di imporre la propria presenza. Una degenerazione della bellezza e del suo senso. Se la bellezza autentica porta sempre con sé una scheggia di sofferenza con la quale ci ferisce e ci commuove, dandoci il presentimento di un altrove, la bellezza sguaiata delle merci, che spesso confina con il mostruoso, tiene avvinti al qui ed ora, è la negazione di ogni trascendimento, avanza una arrogante pretesa di appagamento totale.
C'è una ingiunzione che viene dalle cose stesse, per così dire; una indicazione esistenziale fondamentale che respiriamo con l'aria sociale nella quale siamo immersi fin dalla nascita. Nel mondo capitalistico, questa ingiunzione dici: venditi! mettiti sul mercato! cerca compratori! E, al tempo stesso: acquista! circondati di beni! possiedi! desidera! Bisogna desiderare, desiderare molto; e al tempo stesso non desiderare affatto. Il desiderio nel mondo capitalistico consiste nell'avvertire la mancanza di una merce. Mancanza che spinge all'acquisto (senza che il desiderio possa colmarsi, altrimenti non si acquisterebbe più). Tutto cospira per evitare invece l'altro desiderio, il desiderio autentico, che consiste nell'avvertire la mancanza, e l'urgenza, di un mondo altro. La società capitalistica si autodefinisce società del benessere: non c'è altrove possibile, non c'è nulla da desiderare al di fuori dei beni di consumo, non c'è che da rilassarsi e godersi la vita nel mondo finalmente liberato. Poiché il desiderio è la molla della storia, il capitalismo può proclamare trionfalmente che la storia è finita. Non c'è più un posto verso il quale andare, non ci sono più rivoluzioni da fare. La millenaria storia dell'uomo, il suo tortuoso cammino, le sue infinite guerre, paci, rivoluzioni, restaurazioni hanno messo capo, infine, a questo: la civiltà dell'ipermercato, del telequiz, del reality show.
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