Minimo Karma

Blog di Antonio Vigilante

Nell'Egitto di al-Sisi la libertà di pensiero si paga con il carcere



Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco. Quando tutto è pronto per il sacrificio – Isacco ha portato anche sulle sue spalle la legna che sarebbe servita per il suo olocausto – e la mano del padre sta per scannare il figlio, Dio interviene. “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che rispetti Dio e non mi hai risparmiato il tuo figliuolo, l’unico tuo!” (Genesi, 22, 12). E per non restare privo d’un sacrificio, Dio fa comparire un ariete, che viene sacrificato al posto del ragazzo. Per ricordare questo episodio biblico, non dei più luminosi, ogni anno si celebra nel mondo musulmano la “festa del sacrificio”, Id Al-Adha. Si prende un animale, lo si sgozza e lo si lascia dissanguare, a maggior gloria di Dio. Può essere un montone o una pecora, una mucca, un cammello. “Milioni di innocenti creature saranno condotte al più orribile massacro compiuto da esseri umani per dieci secoli e mezzo. Un massacro che si ripete ogni anno a causa dell’incubo di un uomo giusto riguardo al suo bravo figlio”, ha scritto sul suo profilo Facebook ad ottobre dello scorso anno la scrittrice egiziana Fatima Naoot. E per queste parole il 28 gennaio è stata condannata a tre anni di carcere con l’accusa di aver disprezzato l’Islam, di aver diffuso odio settario e di aver attentato alla pace pubblica. 
Fatima Naoot, già candidata al parlamento, è poetessa e scrittrice, traduttrice (ha tradotto tra l’altro Virginia Woolf) e giornalista, nota per le sue prese di posizione in favore delle minoranze del paese, come quella copta. Durante il processo non ha negato di aver scritto quel post, ma ha rigettato l’accusa di aver voluto offendere l’Islam, sostenendo che la religione è solo un pretesto per giustificare il gusto di uccidere animali. La poetessa è stata condannata in base all’articolo 98 del Codice Penale egiziano, che così recita: “Chiunque sfrutti la religione per promuovere ideologie estremiste attraverso la parola, gli scritti o in altro modo, con il fine di fomentare la sedizione, di denigrare o disprezzare qualsiasi religione divina o i suoi aderenti, sarà punito con il carcere da sei mesi a cinque anni, o al pagamento di una multa di almeno 500 sterline egiziane”. Una norma che ha lo scopo di combattere il fondamentalismo e lo hate speech religioso, e che nell’Egitto di oggi – l’Egitto nel quale un giornalista coraggioso come Giulio Regeni viene ucciso dopo essere stato orribilmente torturato – finisce invece per colpire la semplice espressione di opinioni non conformiste. 
Intervistata il 30 gennaio dall’emittente egiziana CBC TV, la scrittrice ha dichiarato che la legge contro la blasfemia, che doveva servire a proteggere i cristiani dagli attacchi dei fondamentalisti islamici, è diventata un cappio al collo per gli stessi cristiani e per gli intellettuali progressisti. Ed ha aggiunto: “Lo Stato sta combattendo i terroristi, ma non il terrorismo. Il terrorismo è una ideologia. Il mio imprigionamento è terrorismo. L’imprigionamento di Islam Behery è terrorismo. L’imprigionamento di chiunque esprima la propria opinione è terrorismo”. 
Islam Behery, citato da Naoot, sta scontando la pena di un anno di carcere nella prigione di Tora in base allo stesso articolo del Codice penale. Studioso dell’Islam con una laurea all’università di Wales, Behery conduceva un programma televisivo di grande successo presso il canale televisivo Al Kahera Wal Nas, ripreso sul suo canale YouTube, nel quale parlava di un Islam purificato dai suoi aspetti violenti. Gli hadith, le narrazioni dei fatti e dei detti di Muhammad che costituiscono la seconda fonte dell’Islam dopo il Corano, parlano di un Profeta che sposa una bambina ed ha rapporti sessuali con lei. Che pensare di un uomo di Dio che compie un crimine del genere? Come conciliare questo crimine con l’altezza morale che il Profeta mostra in molti passi del Corano? Per Behery bisogna porre in questione l’attendibilità degli hadith, se si vuole liberare l’Islam dai suoi aspetti oppressivi e violenti. Se non si compie questa operazione, sarà inutile la lotta contro contro il Califfato. Ridiscutere l’autorità degli hadith vuol dire estirpare la radice del fondamentalismo. Una posizione coraggiosa, che ha suscitato le ire di Al-Azhar, l’Università del Cairo che rappresenta la più importante autorità culturale del mondo sunnita, che ha chiesto ed ottenuto la sospensione del programma di Behery. Il processo invece è stato avviato in seguito alla denuncia di un semplice cittadino. Dopo la condanna, l’intellettuale egiziano ha commentato ironicamente: “Molte grazie al presidente Abdel-Fattah El-Sisi ed alla sua rivoluzione religiosa… Sono grato per la libertà di espressione in Egitto”.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 28 febbraio 2016.

Carmelo Palladino, l'anarchico dimenticato

"Se c'è una cosa che va riconosciuta agli anarchici - scrive Maurizio Maggiani nel Romanzo della una nazione - è la memoria lunga. Tengono una memoria perfino tignosa di ogni cosa". E' vero, in generale. In qualche caso, anche questa memoria lunga ha qualche falla. Carmelo Palladino, ad esempio. Nelle storie del movimento anarchico italiano il suo nome appare di sfuggita, e nel Dizionario biografico degli anarchici italiani (BFS, Pisa 2003-2004, 2 voll.) manca del tutto. Va un po' meglio se si considera la cosiddetta storia locale. Di lui si ricorda Michele Magno, storico, sindacalista e deputato comunista di Manfredonia, nel suo libro La Capitanata dalla transumanza al capitalismo agrario (1975), attuando anche un primo importante sondaggio negli archivi. 
A togliere il nome e la figura di Palladino dall'oblio giunge ora un libro completo e rigoroso di Leonarda Crisetti, studiosa di Cagnano Varano, il suo stesso paese garganico: Non più caste. Carmelo Palladino e la Prima Internazionale, FrancoAngeli, Milano 20015 (con prefazione di Giampietro Berti e Postfazione di Michele Presutto).
Tutta la vita di Palladino si svolge tra due dimensioni: quella nazionale, anzi internazionale dell'impegno anarchico, sempre in prima fila, e quello locale del paesino garganico e del ripiegamento negli affetti personali. E sarà quest'ultima, infine, a prevalere.
Fatti gli studi di legge a Napoli, il giovane Palladino svolge la pratica forense con Luigi Zuppetta, noto giurista e parlamentare repubblicano. Nel 1868, ad appena ventisei anni, è già vicino, pur con qualche riserva, al gruppo repubblicano napoletano "Libertà e Giustizia", nato probabilmente da un soggiorno a Napoli di Michail Bakunin. La tesi dell'autrice è che in questo periodo Palladino ha già maturato la sua visione politica radicale, sotto l'influenza dell'anarchico russo, e che la frequentazione dei repubblicani è finalizzata ad orientarli verso posizioni più radicali. Una tesi che attribuisce al giovane Palladino una certa sicurezza ed un notevole carisma, che non appare improbabile se si considerano le capacità che mostrerà con il tempo. Nel 1871, in un caffè di Napoli, il ventinovenne Palladino incontra il diciannovenne Errico Malatesta, allora studente di medicina, ed anche sotto la spinta del clamore suscitato dagli eventi internazionali - è l'anno della Comune di Parigi - ne favorisce il passaggio dal repubblicanesimo all'anarchismo. Nello stesso periodo incontra Carlo Cafiero, anche lui avvocato pugliese (di Barletta), mandato in Italia da Marx ed Engels per consolidare l'Internazionale: poco dopo il loro incontro anch'egli si converte alla causa dell'anarchismo, prendendo le distanze dal socialismo autoritario. In una lettera Palladino scrive con un certo orgoglio: "Affrontandolo apertamente, presi ad oppugnare i suoi principi. Egli era in buona fede, e non tardammo ad intenderci; così dopo varii giorni di discussione accettò i principi della scuola anarchica". 
Allo stesso anno risale il carteggio con Engels, nei cui confronti Palladino assume una posizione dura, per nulla in soggezione, di protesta per la Conferenza di Londra, nella quale scorge, parlando anche a nome dei suo gruppo napoletano, un colpo di mano in senso autoritario allo scopo di emarginare la componente anarchica del movimento. L'esperienza della Comune dà impulso all'attività ed alla passione di Palladino, che traduce in italiano Parigi ceduta di Gustave Flourens premettendo una introduzione che termina con un inno all'eguaglianza, unico principio che può "riassorbire la borghesia nel popolo, riformar l'individuo coll'educazione, procurare ad ognuno il vero bene, che consiste non nella rapina, ma nel compimento di tutt'i doveri, nel godimento di tutt'i diritti del cittadino; creare infine un nuovo mondo, una giovine Europa diversa dall'antica". 
Non sarà sfuggito al lettore il riferimento ai doveri, corretto subito con quello ai diritti. In questo periodo si consuma il distacco definitivo tra mazziniani ed anarchici, in seguito ad una dura presa di posizione del patriota italiano riguardo la Comune di Parigi. L'abolizione dello Stato e della proprietà individuale, il rigetto del principio di autorità e l'ateismo e materialismo di Bakunin lo fanno inorridire, così come agli anarchici la sua fede in una religione del popolo appare ingenua e tutto sommato reazionaria. Palladino è tra le figure di riferimento in Italia per l'anarchico russo, impegnato ora in un ampio lavoro internazionale per compattare le fila dell'anarchismo e, in Italia, per convertire all'anarchismo i repubblicani delusi. Il giovane avvocato pugliese è, l'anno seguente, tra gli artefici della Federazione Operaia Napoletana, insieme a Cafiero e Malatesta, ed è probabilmente tra i membri dell'Alleanza segreta, un'avanguardia di rivoluzionari fedelissimi all'anarchico russo. 
Ma è in questo periodo che, pur essendo diventato ormai un punto di riferimento del movimento anarchico a livello nazionale ed internazionale, Palladino si rintana nella sua Cagnano Varano, dove prende moglie. Una scelta che suscita il malcontento dei compagni, che vanno a trovarlo nel paesino garganico e lo trovano sempre meno attivo. Al Congresso di Firenze, nel quale si discute la presa di distanza degli anarchici italiani dal collettivismo bakuniniano, Palladino mancherà, giustificando la cosa con la mancanza di soldi, che appare più un pretesto che una ragione. Continua a lavorare e lottare, finisce in galera (nel 1878, in occasione della visita del re Umberto e della regina Margherita a Foggia, accusato di complicità in un presunto attentato), partecipa al dibattito con la passione di sempre, prendendo ad esempio posizione contro Andrea Costa, che si è convertito al socialismo autoritario, organizza il movimento anarchico a livello locale, costantemente sorvegliato dalla polizia, ma la sua voce è sempre più debole. Fino a quando abbandona del tutto la militanza, forse anche per la necessità di evitare disagi alla famiglia (ha otto figli). Passa gli ultimi anni a Cagnano, occupandosi si apicultura e leggendo i classici. Muore nel 1896, ancora giovane, in circostanze misteriose: assassinato a colpi di ascia, ucciso da un uomo che probabilmente aveva disturbi mentali. 
L'anarchismo di Palladino nasce dalla constatazione delle terribili disuguaglianze di una società divisa non tanto in ceti quanto, per usare il suo linguaggio, in vere e proprie caste. Una società in cui il lavoratore è ridotto in schiavitù mentre il possidente vive tra mille godimenti. Una società in cui le stesse possibilità di ascesa sociale sono estremamente limitate. Quali possibilità ha il proletario di conquistare un impiego, quando il borghese ha dalla sua "la raccomandazione, l'intrigo, la cabala; mentre lo spostato non raccoglie che il ripudio e il vilipendio?" . Alla base dell'anarchismo ci sono in genere due cose: o il senso dell'individualità e della libertà, o il senso della giustizia. In Palladino prevale quest'ultimo. E' il disgusto suscitato in lui da quella società postunitaria nella quale le differenze tra il ricco e il povero, tra il borghese e il proletario, tra i signori e signorotti e i cafoni sono ancora profondissime, e resteranno tali ancora per qualche decennio, fino al boom economico della fine degli anni Cinquanta. Dopo il quale è nata quella società di massa che ha omologato le classi sociali e diffuso anche tra i lavoratori un certo benessere, senza però che le disuguaglianze sociali siano state realmente superate. Le ricchezze, sia a livello nazionale che, ancor più, a livello globale, sono concentrate nelle mani di poche persone; e se a livello nazionale il lavoro è sempre più precarizzato, a livello globale il sistema capitalistico si mostra fondato, oggi come ieri, sulla vera e propria schiavitù. Se ieri indignava la condizione dei contadini nelle terre garganiche, oggi indigna la condizione, in quelle stesse terre, dei lavoratori africani, fratelli nello sfruttamento dei lavoratori del Bangladesh, dell'India, della Cina. 
Per Palladino il passaggio ad una società di uguali sarà possibile grazie all'azione di una avanguardia militante, ma avverrà soprattutto con l'opposizione delle masse, e sarà pertanto una rivoluzione incruenta, perché sarà sufficiente la forza del numero a mettere a tacere i possidenti. Un ruolo importante l'anarchico foggiano attribuisce all'istruzione, che dovrà superare la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, offrendo una formazione integrale. E' un tema che riprende da Bakunin, ma che si ritrova anche, in quegli anni, nella riflessione e nell'azione di Lev Tolstoj, che ha imparato il principio del "lavoro per il pane" dai contadini-filosofi Bondarev e Sjutaev. 
Non è un grande teorico, Palladino. Gli mancano acutezza, profondità di analisi, sistematicità. Ma è appassionato, e la passione gli consente di cogliere l'essenziale. E l'essenziale sono le quattro parole con cui chiude un suo scritto del 1882: "malfattori come siamo, prepariamo per quelli che nasceranno: pane, uguaglianza, libertà, giustizia morale. Ci riusciremo? Un giorno lo registrerà la storia" (p. 338). La storia è andata in un'altra direzione. Capitalismo e comunismo si sono divisi il mondo, poi il primo ha scalzato il secondo. Le caste continuano. Ma la storia non è finita, contrariamente a quello che pensava Samuel Huntington. E non è escluso che alla fine ad aver ragione saranno quei malfattori che reclamavano uguaglianza e libertà per tutti.

Articolo pubblicato sul quotidiano L'Attacco dell'11 febbraio 2016, con il titolo Carmelo Palladino e la memoria corta degli anarchici italiani.

Padre Pio e la religione del selfie


Una teca di vetro. Nella teca il cadavere di un monaco cappuccino, con il volto di cera. Sulla teca molti fiori. Davanti alla teca una donna scatta una foto con il cellulare: un selfie, per la precisione. 
Il monaco è, naturalmente, padre Pio, anzi San Pio. Il contesto è quello del Giubileo Straordinario della Misericordia, proclamato da papa Francesco II con la bolla Misericordiae Vultus, "come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti".

La religione comprende una molteplicità di cose, spesso contraddittorie, che è possibile ordinare in uno spettro che va dal bisogno al desiderio. Il bisogno è mancanza, il desiderio è slancio. Bisogno è mangiare, bere, vestire, avere un tetto. Bisogno è avere un lavoro, riconoscimento sociale, sicurezza. Il desiderio è altro. Per dirla con il Lévinas di Totalità e Infinito: "Al di fuori della fame che può essere soddisfatta, della sete che può essere estinta e dei sensi che possono essere appagati, la metafisica desidera l'Altro al di là delle soddisfazioni, senza che il corpo possa inventarsi un gesto per diminuire la aspirazione, senza che sia possibile abbozzare una qualche carezza conosciuta o inventarne una nuova". Questo altro del desiderio può assumere forme diverse. Nella mistica, che considero il momento più alto e puro del fenomeno religioso (e che - ma il discorso sarebbe lungo - non implica alcuna fede in Dio), l'altro è l'altro dell'io: la religione è il movimento che spinge l'io oltre sé stesso, in uno slancio che è al tempo stesso terribile e gioioso. Ma l'altro può essere anche l'io dell'altro, e la religione essere amore puro, appassionato, esigente dell'altro, apertura intensa al tu, etica rigorosa. E da questa apertura, che rifiuta la riduzione dell'altro a cosa, nasce l'esigenza di un mondo altro, di una realtà liberata dalla sofferenza, dallo sfruttamento, dall'ingiustizia. Un'etica che si fa al tempo stesso politica ed escatologia.

Il cattolicesimo di Padre Pio è il cattolicesimo del bisogno. Il cattolicesimo dell'uomo e della donna che, di fronte alle difficoltà della vita, avvertono la necessità - facile, semplice - di una figura divina di riferimento, che offra una protezione pronta e sicura. Larga parte del mondo cattolico trae alimento da questo bisogno di rassicurazione. Esiste, nel cattolicesimo, una vera e propria industria della rassicurazione, fatta di polverine di Santa Rita, acque di Lourdes, coroncine benedette, eccetera. Si tratta di un fenomeno che naturalmente confina con la superstizione e con la magia, e che il padrepiismo (o sanpiismo) rappresenta alla perfezione. Il mondo nel quale nasce e si afferma la figura di Padre Pio è un mondo rurale estremamente arretrato, quel mondo contadino pugliese nel quale la figura del santone era ordinaria non meno di quella del parroco, ma al tempo stesso è una figura che sa inserirsi nel mondo e nelle sue logiche anche politiche ed economiche con straordinaria scaltrezza. 

Chi era, davvero, padre Pio? Scelgo solo tre episodi da Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento di Sergio Luzzatto (Einaudi). Primo. 1911-1913. Dopo essere stato ordinato sacerdote, il giovane fra' Pio passa quasi tutto il tempo nella sua casa di Pietrelcina, perché malanni non meglio precisati gli rendono impossibile la vita in convento. E da casa sua scrive lettere ai suoi direttori spirituali, fra' Benedetto e padre Agostino, entrambi di San Marco in Lamis. Lettere nelle quali descrive con trasporto il suo travaglio spirituale, le sue estasi, il suo rapporto personale con Cristo. Ma le lettere sono copiate, per la precisione riprese parola per parola dell'epistolario di Gemma Galgani, una donna di Lucca che aveva ricevuto le stimmate nel 1899, e il cui libro era tra le letture del giovane frate. Due. 15 agosto 1920. San Giovanni Rotondo. Un'automobile esce dal convento dei cappuccini per giungere nella piazza principale del paese. A bordo padre Pio, acclamato dalla folla. Giunto in piazza, il frate benedice la bandiera dei reduci, che nella zona hanno organizzato le prime squadre fasciste. Due mesi dopo, in quella stessa piazza, undici contadini socialisti saranno massacrati dai soldati. All'indomani dell'eccidio, il frate accoglierà con grande cordialità nel suo convento Giuseppe Caradonna, figura di primo piano del nascente fascismo in Capitanata. Tre. 1921. Il Santo Uffizio manda a San Giovanni Rotondo monsignor Raffaele Carlo Rossi, per interrogare il frate. Tra le altre cose, monsignor Rossi gli chiede conto di una certa sostanza da lui ordinata in gran segreto in una farmacia locale, che poteva servire a procurare le stimmate. Il frate si difende sostenendo che intendeva usarla per fare uno scherzo ai confratelli, mischiandola al tabacco in modo da farli starnutire. 

Il profilo che emerge è quello di un fascista un po' imbroglione, privo di qualsiasi spessore umano e culturale, che, a voler essere buoni e prendere per vera la sua deposizione, acquista sostanze pericolose per fare uno scherzo da prete ai suoi confratelli mentre si fa fotografare in pose mistiche con le stimmate in bella evidenza. 

Qualche anno fa sulla facciata della chiesa di San Pietro al Cep, a Foggia, comparve una macchia di umidità. Le macchie di umidità, come le nuvole e le venature del marmo o del legno, hanno questa caratteristica: con un po' di fantasia vi si può scorgere quello che si vuole. Soprattutto la figura tozza di un padre cappuccino. E dunque si gridò al miracolo, come succede. E come succede talmente spesso, anzi, che non varrebbe nemmeno la pena di citare la faccenda, se non fosse che in quel caso dopo qualche giorno partirono già i primi autobus di fedeli, primi segni di un promettente business o, se si preferisce, di una esaltante esperienza di fede. Per fortuna quelle macchie di umidità ebbero il buon senso di scomparire al cambiare del tempo. 

La figura di padre Pio, anzi di San Pio, è una calamita che in modo irresistibile attira il peggio del cattolicesimo: la superstizione, il fanatismo, il miracolismo, l'esteriorità dei riti, la rinuncia al pensiero. E l'affarismo, la furbizia, l'abuso della credulità popolare. Se non vi fosse quest'ultimo aspetto - ma è mai separabile dal resto? - si potrebbe provare qualche indulgenza e vedere in una simile ridicola accozzaglia di assurdità e cattivo gusto una risposta al bisogno umanissimo di protezione. Il padrepiismo è una delle malattie del cattolicesimo. Una malattia che, se la Chiesa avesse buon senso, cercherebbe di contrastare, e che invece alimenta, incoraggia, esalta, inseguendo un facile consenso e successo presso masse sempre più distratte, sempre meno religiose. Resasi conto della difficoltà di una evangelizzazione, la Chiesa sembra perseguire l'obiettivo più abbordabile della padrepiizzazione delle masse. 

"Il cattolicesimo deve alla sua antichità e alla sua avversione per ogni violenta formazione di massa, la quiete e l'estensione che esercitano una fortissima attrazione su molti", scriveva Elias Canetti in Massa e potere (1960). Queste parole, valide quando furono scritte, non sono più vere dopo il pontificato di Giovanni Paolo II, il papa dei raduni oceanici, che prima di allora si erano visti soltanto nei regimi totalitari. E non è un caso che sia stato lui a volere fortemente la santificazione di padre Pio. Il santo di Pietrelcina è la figura-chiave per il passaggio del cattolicesimo dal mondo pre-moderno della società contadina al mondo post-moderno della massa anonima. Espressione architettonica di questo passaggio è il nuovo santuario di San Giovanni Rotondo progettato da Renzo Piano: un non-luogo nel quale è impossibile qualsiasi esperienza che non sia, appunto, quella della immersione in una massa anonima. 

Con il Vaticano II, la Chiesa aveva fatto un tentativo generoso di confronto con la modernità (ed è appena il caso di ricordare l'insofferenza di Giovanni XXIII verso padre Pio). Con Giovanni Paolo II, archiviato il Concilio, la Chiesa si è lanciata nella post-modernità. Tutta o quasi la cultura moderna viene rigettata come relativismo, si condanna la teologia della speranza, si instaura il culto della persona del papa e si esalta la santità di un frate che politicamente offre molte certezze: nessuno troverà mai, nei suoi scritti o nella sua biografia, il minimo appiglio per una interpretazione del cattolicesimo che minacci il buon ordine sociale. 

Torniamo all'immagine da cui siamo partiti. Il selfie è l'espressione dell'attuale narcisismo di massa. In primo piano ci sono io, sullo sfondo tutto il resto: santo compreso. La società dei consumi, che è una società di massa, si regge al tempo stesso sul narcisismo più sfrenato. E' una società che dice io, ed è un dire io sempre più disperato, perché l'io è puntellato dal possesso di cose, più che dalla sostanza viva delle relazioni sociali e spirituali. Un io solo, che più dice io più si smarrisce nella massa, più acquista più perde. In questo contesto economico e culturale, anche la fede - la fede cattolica - diventa narcisismo. "Dio ti ama, ti ama talmente tanto che è morto per te": questo è il messaggio attraverso il quale le parrocchie vendono oggi il prodotto-Dio. Superate le inquietudini del passato, la fede è oggi una cosa semplice: in definitiva una questione di gratitudine. Dio ti ama ed è morto per te, e tu gli giri le spalle? Un gesto insensato, come spegnere la televisione o rifiutare l'offerta prendi tre e paghi due. Padre Pio, alter Christus, è il protagonista di questo cattolicesimo facile, consumistico, narcisistico. Di questo cattolicesimo disperato. 

Lo scorso anno è scomparso, in silenzio ed umiltà come è sempre vissuto, Arturo Paoli, per tutti fratel Arturo. Nei suoi più di cento anni di vita questo uomo straordinario ha fatto la resistenza, ha salvato la vita di molti ebrei durante il fascismo (per questo è stato dichiarato Giusto delle nazioni) e poi, ordinato sacerdote, ha passato tutta la vita accanto ai poveri ed ai lavoratori, non retoricamente, ma faticando e lottando con loro: al porto di Orano, nelle miniere della Sardegna, nei boschi dell'Argentina. Non aveva le stimmate, non faceva miracoli. Metteva semplicemente in pratica il Vangelo. E' lui il rappresentante più autentico e profondo, nel cattolicesimo italiano dell'ultimo secolo, di quella che ho chiamato religione del desiderio. Il suo è un cattolicesimo purissimo, al tempo stesso semplice e raffinato, capace di dialogare con gli umili senza corromperli con il fanatismo e la superstizione, che non stringe la mano ai fascisti ma attacca il potere esigendo giustizia. Ha indicato un'altra via, la via del desiderio. Una via che è, oggi, un sentiero non segnato sulla mappa, lungo il quale è sempre più raro che qualcuno si avventuri.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali.