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blog di antonio vigilante

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Le buddhanate di Fabrizio Rondolino

Il pāli è la lingua affine al sanscrito nella quale è scritto il Canone buddhista più antico (il Tipitaka). E’ una lingua apparentemente più semplice del sanscrito, se non altro perché non si presenta nella complessa (ma bellissima) scrittura devanagari, e tuttavia è una lingua difficile, che richiede anni di studio intenso per essere padroneggiata. Il Dhammapada è uno dei testi buddhisti più importanti e belli, una raccolta di insegnamenti che racchiudono il cuore dell’insegnamento buddhista con passi di grande intensità e forte suggestione; ed è scritto in lingua pāli.
Ora, mettiamo che un editore – un grande editore – voglia fare una edizione del Dhammapada. A chi affiderà la traduzione? A un sanscritista di fama? A qualche giovane studioso da valorizzare? Macché. A Fabrizio Rondolino. Che di pāli non sa una sola parola, ma compare spesso in televisione. A lui la Mondadori affida la traduzione e la cura della nuova edizione del Dhammapada nella collana Oscar. Nella introduzione seraficamente premette: “Questa nuova edizione ‘traduce’ altre traduzioni inglesi, italiane, francesi e tedesche”. Come il buon Vincenzo Monti, “traduttor de’ traduttor” (così lo coglionò Ugo Foscolo); con la differenza che Monti tradusse in endecasillabi.



Le buddhanate di Fabrizio Rondolino

Il pāli è la lingua affine al sanscrito nella quale è scritto il Canone buddhista più antico (il Tipitaka). E' una lingua apparentemente più semplice del sanscrito, se non altro perché non si presenta nella complessa (ma bellissima) scrittura devanagari, e tuttavia è una lingua difficile, che richiede anni di studio intenso per essere padroneggiata. Il Dhammapada è uno dei testi buddhisti più importanti e belli, una raccolta di insegnamenti che racchiudono il cuore dell'insegnamento buddhista con passi di grande intensità e forte suggestione; ed è scritto in lingua pāli.
Ora, mettiamo che un editore - un grande editore - voglia fare una edizione del Dhammapada. A chi affiderà la traduzione? A un sanscritista di fama? A qualche giovane studioso da valorizzare? Macché. A Fabrizio Rondolino. Che di pāli non sa una sola parola, ma compare spesso in televisione. A lui la Mondadori affida la traduzione e la cura della nuova edizione del Dhammapada nella collana Oscar. Nella introduzione seraficamente premette: "Questa nuova edizione 'traduce' altre traduzioni inglesi, italiane, francesi e tedesche". Come il buon Vincenzo Monti, "traduttor de' traduttor" (così lo coglionò Ugo Foscolo); con la differenza che Monti tradusse in endecasillabi. Non c'è nemmeno un minimo di apparato critico, indispensabile per un testo così lontano nello spazio e nel tempo. Di questi due punti di debolezza Rondolino cerca di fare punti forza con deprimente sfacciataggine: la traduzione, dice, intende "offrire un testo semplice, scritto in lingua corrente, piacevole e immediatamente comprensibile" (e se non è immediatamente comprensibile che si fa?), e non ci sono note perché "la traduzione, per dir così, incorpora anche una sorta di commento rendendolo superfluo". Cioè: Rondolino al tempo stesso traduce (dai traduttori) e commenta, ma il lettore non ha il diritto di sapere cosa è del testo originale e cosa di Rondolino. Gli viene servito un pastone nel quale non si sa bene cosa è originale e cosa aggiunto, con la promessa che sarà però un pastone gradevole. Che di questi tempi è la cosa essenziale.
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