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blog di antonio vigilante

Palio: il dialogo necessario


Siena ama i cavalli. E’ l’argomento ricorrente, in questi giorni in cui la città è tornata al centro delle polemiche per la morte di un cavallo durante il palio straordinario. Siena ama i cavalli: e dunque li protegge; e se qualcuno muore, è stata una fatalità. E’ lecito avere qualche dubbio, nel caso dell’ultimo palio, riascoltando quanto detto dal sindaco De Mossi in una intervista subito dopo la fine della gara. “Non fa mai piacere vedere un cavallo che cade però direi che il fatto che il lotto fosse di sette cavalli nuovi e quindi un po’ meno esperti della pista un pochino ha creato un po’ questa specie di palio all’antica, cioè con tanti cavalli scossi che era tantissimo che non vedevamo. E’ un po’ la cifra del palio, è una pista che necessita di un adattamento”, diceva De Mossi. Ma se sai che la pista necessita di adattamento, e mandi in pista dei cavalli che invece non hanno avuto il tempo di adattarsi, puoi aspettarti che qualche cavallo si faccia male, che qualche cavallo magari muoia.
Dopo la morte del cavallo della Giraffa (morte inattesa, perché il comunicato del Comune della sera del palio non lasciava affatto presagire un esito simile) il sindaco sul suo profilo Facebook ha risposto come segue alle polemiche: “Il dispiacere è di tutta la città che ama i cavalli e li rispetta, e non accetta provocazioni da chiunque abbia solo l’interesse a farsi pubblicità, non conoscendo la nostra cultura, tradizione, rispetto e cura dei cavalli.”

“Non fa piacere”, “il dispiacere”. La città è dispiaciuta, perché ama i cavalli. Non si fatica a crederlo. Ma il dispiacere è la mancanza di piacere – e certo sarebbe ben grave se una città intera si rallegrasse e provasse piacere per la morte di un cavallo -, non dolore. Non sono sicuro che De Mossi sappia interpretare i sentimenti della città. In molti la vista di un cavallo che si lancia a fortissima velocità contro una curva e si spezza una gamba suscita qualcosa di diverso dal semplice dispiacere. Suscita ribrezzo, scandalo, dolore. E no, non si tratta di “presunti” animalisti. Si tratta di animalisti veri, ma anche di molta gente senza etichette, cui la violenza sugli animali fa orrore (e per fortuna di gente così ce n’è ancora molta). E molti di questi sono senesi. Contradaioli nei quali la morte di Raol ha suscitato non meno dolore che negli animalisti. Con l’aggiunta di una ancora più dolorosa dissonanza cognitiva, perché quel fatto terribile è in contrasto con molte cose cui attribuiscono il massimo valore: la tradizione, l’identità, la festa collettiva. Un dramma psicologico-culturale che la rozza difesa del sindaco non riesce e cogliere. Nelle sue parole sembra esserci un altro processo psicologico: la proiezione. Perché ritenere che chi critica il palio sia mosso da bassi interessi non è solo una forma particolarmente puerile di processo alle intenzioni; è una uscita surreale, dopo un palio straordinario che, nella lettura di molti, è stato anche, se non principalmente, una audace mossa politica.
C’è poi, nelle sue parole, quella che potremmo chiamare la mistica della senesità. Chi critica il palio non conosce la storia e le tradizioni di Siena, è uno che semplicemente non può capire. C’è del vero in questa affermazione, come c’è molta verità nell’affermazione che Siena ama i cavalli. Siena ha una struttura sociale diversa da qualsiasi altra città italiana, ha nelle contrade una ricchezza straordinaria, che difende con le unghie e con i denti. Ma la vita delle contrade gira intorno al palio. Se si abolisse il palio, come qualcuno auspica, Siena non esisterebbe più, semplicemente. Quando si vive in un sistema sociale e culturale diverso dagli altri, tuttavia, si rischia di non essere compresi dagli altri, ma anche di non comprendere gli altri. Siena è una città unica, ma è anche una città italiana, per la quale valgono le leggi comuni. Compreso l’articolo 544-quater del Codice Penale: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque organizza o promuove spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni e con la multa da 3.000 a. 15.000 euro”. O come l’articolo 588, che stabilisce che la rissa è reato, senza fare sottili distinzioni antropologiche tra la rissa vera e propria e i fronteggiamenti tra contradaioli.
Che fare? Ieri il Consorzio di Tutela del Palio ha diramato il seguente comunicato: “Il Consorzio di Tutela del Palio, riguardo alle polemiche seguite all’incidente che ha coinvolto il cavallo Raol raccomanda a tutti i contradaioli di non rispondere a titolo personale a comunicati o post sui social. Comune e Consorzio sono all’opera per gestire l’esplosione mediatica sull’accaduto. Nelle prossime ore è plausibile un ulteriore massiccia intensificazione di commenti. Si invita a segnalare al Consorzio ogni nuovo servizio, articolo o post. La mail per segnalare: info@ctps.it. Aggiungere nella mail il nome di chi lo ha pubblicato e in quale social è stato trovato. Il Consorzio garantisce la tutela al cittadino che segnala.”
Ora, è evidente che gli scambi di insulti sui social non portano nulla di buono, ma questa chiusura dai toni non troppo vagamente minacciosi non è una grande alternativa. L’alternativa è il dialogo. Un dialogo che è possibile solo se c’è un riconoscimento reciproco. Non ci sono da un lato persone sanguinare che si divertono a torturare e uccidere cavalli e dall’altra pseudo-animalisti che attaccano il palio solo per visibilità. Il principio del valore della vita animale, che è per gli animalisti ed antispecisti una ragione di vita, è valido anche per i senesi, segnatamente per quanto riguarda i cavalli. Per questo il dialogo è possibile, oltre che necessario.

Nella foto: i cavalli prima del palio del 20 ottobre. Foto di Antonio Vigilante.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 23 ottobre 2018.



L'ENI, l'Africa e noi

African Metropolis è la grande mostra che il MAXXI  di Roma dedica alla nuova arte africana. Un evento in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e con la partnership dell'Eni, che all'interno della mostra ha creato un suo spazio espositivo, DATAFRICA, con installazioni che presentano semplici dati sul continente, senza alcuna immagine. Un percorso interattivo tra cifre, mappe, diagrammi, che è accompagnato da una narrazione tranquillizzante. Nella pagina del sito dell'Eni dedicata all'evento è messa in bella mostra una citazione tratta dal Corriere della Sera: "Da parecchi anni noi investiamo in 14 Paesi africani, dall’Angola alla Nigeria passando per Congo e Mozambico, con l’obiettivo di affiancare all’attività estrattiva programmi di sostegno delle economie e delle comunità locali: centrali elettriche, impianti eolici, solare fotovoltaico per dare energia alle famiglie e alle imprese di vari Paesi. Ma anche investimenti in agricoltura e in riforestazione."  A parlare è l'amministratore delegato Claudio Descalzi. Una narrazione che l'ENI ha, naturalmente, i mezzi economici per diffondere sulla stampa, compreso l'acquisto di un vistoso spazio pubblicitario sulla presente testata. Ma è una narrazione vera?

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Palio: il dialogo necessario


Siena ama i cavalli. E' l'argomento ricorrente, in questi giorni in cui la città è tornata al centro delle polemiche per la morte di un cavallo durante il palio straordinario. Siena ama i cavalli: e dunque li protegge; e se qualcuno muore, è stata una fatalità. E' lecito avere qualche dubbio, nel caso dell'ultimo palio, riascoltando quanto detto dal sindaco De Mossi in una intervista subito dopo la fine della gara. "Non fa mai piacere vedere un cavallo che cade però direi che il fatto che il lotto fosse di sette cavalli nuovi e quindi un po' meno esperti della pista un pochino ha creato un po' questa specie di palio all'antica, cioè con tanti cavalli scossi che era tantissimo che non vedevamo. E' un po' la cifra del palio, è una pista che necessita di un adattamento", diceva De Mossi. Ma se sai che la pista necessita di adattamento, e mandi in pista dei cavalli che invece non hanno avuto il tempo di adattarsi, puoi aspettarti che qualche cavallo si faccia male, che qualche cavallo magari muoia.
Dopo la morte del cavallo della Giraffa (morte inattesa, perché il comunicato del Comune della sera del palio non lasciava affatto presagire un esito simile) il sindaco sul suo profilo Facebook ha risposto come segue alle polemiche: "Il dispiacere è di tutta la città che ama i cavalli e li rispetta, e non accetta provocazioni da chiunque abbia solo l’interesse a farsi pubblicità, non conoscendo la nostra cultura, tradizione, rispetto e cura dei cavalli."
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Assaporare il disgusto

Chandra Livia Candiani è tra le voci più importanti della poesia italiana, ma è anche una praticante del dharma del Buddha e traduttrice di testi buddhisti. Il suo ultimo libro - Il silenzio è cosa viva. L'arte della meditazione (Einaudi) - mette insieme le due cose: non è (o meglio: non è tanto) un manuale o una introduzione alla meditazione, ma è un libro sulla poesia della meditazione. Ce n'è bisogno, in un tempo in cui l'antica meditazione vipassana diventa mindfulness, una faccenda di medici e psicologi, una tecnica che promette benessere e successo. Una trasformazione nella quale vanno perse molte cose, a cominciare dal fine stesso della pratica; e la poesia è tra queste. Non sorprende che uno dei più grandi maestri viventi del dharma del Buddha, Thich Nhat Hanh, sia anche un grande poeta. Perché la poesia è attenzione, e la meditazione è attenzione. Chi pratica la meditazione, se lo fa nel senso più autentico, sta facendo poesia. Una poesia quotidiana, che concresce con il suo stesso respiro.
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La capotreno e il rispetto delle regole

E’ l’eroe, anzi l’eroina del giorno la capotreno che in Sardegna ha costretto a scendere dal treno alcuni passeggeri stranieri sprovvisti di biglietto. Il ministro Salvini ha postato il video sul suo profilo Twitter commentando soddisfatto: “Questo non lo vedrete nei tigì, facciamo girare! Onore a questa capotreno che, in Sardegna, fa scendere un gruppo di scrocconi. Il clima è cambiato, #tolleranzazero con i furbetti, anche con un uso massiccio delle Forze dell’ordine. Se vuoi viaggiare, PAGHI come tutti i cittadini perbene!”.
Guardiamo il video. “Alzati subito! Alzati subito! Alzati!”, dice la donna a una passeggera dalla pelle nera. Poi si rivolge ad altri cinque passeggeri, anch’essi neri, tra cui un bambino: “Anche voi, forza. I signori non perdono tempo per voi”. Un uomo ha difficoltà di deambulazione. La donna commenta: “Non me ne frega niente della tua gamba, sei giovane e te ne vai a lavorare e ti paghi un biglietto”. Quando sono nel corridoio, pronti a scendere, si sente ancora la voce della donna, rivolta ad altri passeggeri sull’altro lato della carrozza: “Eh, forza eh, scendere anche voi due col bambino. Meglio eh. Scendi, scendi. Dai il buon esempio a tuo figlio. Sei venuta in Italia? Gli dai il buon esempio”. E poi, quando già stanno scendendo: “”Ti tiro giù a calci in culo”.

“Se hai dubbi chiediti: sarei contento di essere trattato così?”, si legge nel Codice etico di Trenitalia. Dal momento che sì, ho dubbi, la domanda me la pongo: mi piacerebbe essere trattato così, se fossi su un treno senza biglietto? E la risposta è: no. Per niente.
Non mi piacerebbe, per cominciare proprio dalle base, che il personale di bordo mi si rivolgesse dandomi del tu. In Italia tra persone adulte che non si conoscono ci si dà del lei; il tu viene rivolto dagli adulti ai bambini o agli adolescenti. Se non ho pagato il biglietto ho sbagliato, senza alcun dubbio. Ma non c’è errore che possa giustificare la mancanza di rispetto di chi deve solo applicare la legge.
Non mi piacerebbe che mi si minacciasse di prendermi a calci in culo. Per la legge italiana è un reato, ed un reato anche abbastanza grave.
Non mi risulta, poi, che la pena(le) prevista per chi non ha pagato il biglietto sia l’allontanamento dal treno. Le Condizioni Generali di Trasporto di Trenitalia prevedono che in caso di controllo il viaggiatore sprovvisto di titolo di viaggio venga “regolarizzato con il pagamento dell’importo dovuto e l’applicazione di importi aggiuntivi”. Solo “in caso di mancata identificazione del viaggiatore, viene chiesto dal personale di bordo l’intervento delle competenti autorità e può non essere consentita la prosecuzione del viaggio”. In questo caso i trenta viaggiatori (secondo la quantificazione della stessa capotreno nel video) sono stati identificati? Erano tutti senza documenti? Pare improbabile. E’ molto più probabile che siano stati costretti a scendere dal treno (senza la minima resistenza da parte loro) per non aver pagato il biglietto, e non per essere sprovvisti di documenti. Ma se così fosse, la cosa costituirebbe un abuso gravissimo. Per un comportamento simile un capotreno veneto è stato condannato per tentata violenza privata.
Non mi piacerebbe nemmeno dover subire la morale. Non siamo, per fortuna, in uno Stato etico. Chi deve applicare la legge è bene che la applichi, ma nessuno, nemmeno un giudice, ha il diritto di fare la morale a chicchessia. Nessuno ha il diritto di fare pubbliche valutazioni moralistiche sul mio conto, e meno che mai di farle davanti a mio figlio. Devo pagare il biglietto, se non l’ho pagato: non devo rendere conto del mio lavoro, delle mie scelte di vita, del mio essere in Italia, dell’educazione che intendo dare a mio figlio.
Né mi piacerebbe che la mia umiliazione venisse ripresa con un cellulare, mostrata a milioni di persone attraverso i social network e rilanciata con soddisfazione da un ministro. 
Ritenere che il mancato rispetto delle regole sia ragione sufficiente per il mancato rispetto dell’essere umano è una china pericolosissima, che ha a monte un capotreno giustiziere e a valle un ragazzo pestato a morte.
[Gli Stati Generali, 15 ottobre 2018]


La capotreno e il rispetto delle regole

E' l'eroe, anzi l'eroina del giorno la capotreno che in Sardegna ha costretto a scendere dal treno alcuni passeggeri stranieri sprovvisti di biglietto. Il ministro Salvini ha postato il video sul suo profilo Twitter commentando soddisfatto: "Questo non lo vedrete nei tigì, facciamo girare! Onore a questa capotreno che, in Sardegna, fa scendere un gruppo di scrocconi. Il clima è cambiato, #tolleranzazero con i furbetti, anche con un uso massiccio delle Forze dell'ordine. Se vuoi viaggiare, PAGHI come tutti i cittadini perbene!".

Guardiamo il video. "Alzati subito! Alzati subito! Alzati!", dice la donna a una passeggera dalla pelle nera. Poi si rivolge ad altri cinque passeggeri, anch'essi neri, tra cui un bambino: "Anche voi, forza. I signori non perdono tempo per voi". Un uomo ha difficoltà di deambulazione. La donna commenta: "Non me ne frega niente della tua gamba, sei giovane e te ne vai a lavorare e ti paghi un biglietto". Quando sono nel corridoio, pronti a scendere, si sente ancora la voce della donna, rivolta ad altri passeggeri sull'altro lato della carrozza: "Eh, forza eh, scendere anche voi due col bambino. Meglio eh. Scendi, scendi. Dai il buon esempio a tuo figlio. Sei venuta in Italia? Gli dai il buon esempio". E poi, quando già stanno scendendo: ""Ti tiro giù a calci in culo".
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Georges Lapassade, ancora

Quando ho cominciato a insegnare, ormai vent’anni fa, non avevo molti libri nel mio bagaglio leggero di giovane docente. L’università mi aveva formato soprattutto sulla fenomenologia, l’ermeneutica e il personalismo, ma nessuna di queste teorie mi persuadeva. Presa la laurea, ho cominciato da zero o quasi il lavoro di farmi una cultura filosofica e pedagogica adeguata al mio sentire; un lavoro che non è ancora finito.
Tra i pochi libri che portavo idealmente con me, il giorno in cui per la prima volta ho messo piede in un’aula scolastica, c’era L’analisi istituzionale di Georges Lapassade. Avevo incontrato le idee e la prassi di Lapassade durante uno dei lavori tentati alla ricerca di una mia via: pedagogista in una cooperativa educativa. Una cooperativa che era seguita da Lapassade e ne adoperava il metodo dell’autogestione: ragazzini anche molto piccoli (di quelli che si definiscono difficili) erano chiamati alla gestione condivisa della comunità educativa. La prima volta che misi piede come docente in un’aula scolastica lo feci con quel modello educativo, e ben presto sperimentai quanto l’istituzione scolastica sia chiusa non tanto alla sperimentazione in sé, quanto a sperimentazioni che ne mettano in discussione realmente, e non solo retoricamente, i rapporti di potere.

Lapassade è stato uno dei protagonisti più vivaci, anche se non tra i più noti, del Sessantotto. E chi ha provato a portarne a scuola la pratica sa quanto sia superficiale, sciocca, storicamente arbitraria la diffusa analisi che attribuisce i mali attuali della scuola italiana a una presunta influenza nefasta del Sessantotto. A distanza di cinquant’anni c’è da interrogarsi piuttosto su quanta istanze pedagogiche del Sessantotto rappresentino ancora una sfida per la scuola; quanto, cioè, autori come Lapassade siano ancora attuali. Per questo risulta prezioso un libro come Educazione e pedagogia autogestionaria. Una ricerca su Georges Lapassade di Carla Gueli (Sensibili alle foglie, Roma 2018). Un libro che nasce appunto dalla necessità e dall’urgenza di affrontare il nonsenso quotidiano della scuola, interrogando dal di dentro l’istituzione attraverso la voce delle persone che la costituiscono quotidianamente. Si parla molto, a scuola, di educazione al pensiero critico, ma pare che l’istituzione stessa sia escluda da questa analisi critica: non accade mai, o quasi, che studenti e docenti si fermino ad analizzare il senso, l’origine, la direzione, la natura e la struttura, i fini evidenti e quelli latenti dell’istituzione scolastica. Non è difficile comprenderne le ragioni. Chi analizza criticamente la scuola giunge ben presto alla questione del potere. E se si critica il potere scolastico, l’istituzione crolla. O si trasforma profondamente. In uno dei suoi libri più potenti, L’entrée dans la vie (1963), tradotto in italiano con il titolo Il mito dell’adulto, Lapassade mette in discussione uno dei capisaldi della concezione pedagogico-scolastica. Gli adulti hanno il diritto/dovere di educare i giovani, e di farlo con un giusto ricorso all’autorità ed alla disciplina, perché rappresentano l’umano giunto a compiutezza. Ma ciò che caratterizza la specie umana, osserva Lapassade, è una costante incompiutezza, l’essere sempre in formazione, senza che si possa individuare un momento in cui il processo è compiuto e l’educazione ha raggiunto la sua fine. Si tratta di tesi che all’epoca risultavano fortemente provocatorie e lo sono per molti versi anche oggi, ma in fondo, ricorda Gueli, anticipano quella esigenza di una educazione permanente che oggi è universalmente riconosciuta. Senza che se ne traggano, però, tutte le conclusioni pedagogiche, perché se anche l’adulto è in formazione, allora scompare la distinzione netta tra insegnante e alunno, e bisogna parlare piuttosto di una comunità di soggetti in formazione. Che è ciò che Lapassade cercava con la pratica dell’autogestione, che rappresenta anche un modo per riscoprire la relazione umana oltre il sistema burocratico. “Il solo modo di proteggersi dalla relazione umana è di sopprimerla, non bisogna che l’altro continui ad essere l’origine di una relazione, bisogna che egli non ne costituisca più che il termine”, scriveva ne L’analisi istituzionale (Istituto Editoriale Internazionale, Milano 1974, p. 126). Lo avvertono ogni giorno gli studenti: ciò che chiedono più di ogni altra cosa è una relazione umana reale. Quello che ottengono, quotidianamente, è un sistema relazionale freddo, con ruoli rigidi, nel quale l’ossessione per le regole, la disciplina, il controllo si esprime in forme che altrove sarebbero bizzarre: un problema relazionale è risolto non con un confronto umano, magari anche acceso, ma con il ricorso al testo scritto del rapporto disciplinare. Un sistema che ha conseguenze anche sull’apprendimento, poiché l’apprendimento reale è sempre un fatto sociale, nasce dal confronto, dalla discussione e ricerca comune, non dalla serialità dello studio individuale, in competizione con l’altro, centrato sul protocollo lezione-manuale-interrogazione.
Pensatore rivoluzionario, Lapassade non si accontenta di mezze soluzioni. Seguendo Sartre, interpreta il passaggio dal gruppo alla istituzione come caratterizzato dal giuramento, che rende stabile il gruppo e gli garantisce il futuro, ma solo a costo di una fase di terrore, che è dunque all’inizio dell’istituzione. Non è sufficiente qualche intervento per democratizzare l’istituzione: occorre che i gruppi la analizzino criticamente e ne ribaltino la struttura, smettendo di esserne gestiti e passando alla autogestione. Una azione che, afferma, “sarà sempre, almeno in parte, allo stato di progetto, perché la rivoluzione non sarà mai definitivamente compiuta” (p. 67, citazione da Processo all’Università, del 1969). In questa proposta le istanze libertarie esistenti da tempo nella pedagogia europea e nordamericana, da Freinet a Rogers, da Neill a Illich, sono espresse con la piena consapevolezza del significato politico di una rivoluzione pedagogico-istituzionale, ed è qui la loro forza, ma anche la loro debolezza, nel momento in cui la società smarrisce lo slancio rivoluzionario.
Rileggere oggi Lapassade può sembrare impresa disperata, se si considera la spoliticizzazione attuale degli studenti, la loro scarsa propensione a discutere ruoli, poteri, dinamiche sociali, il ripiegamento sul privato; se si considera, ancora, il disorientamento degli stessi docenti, sempre più in difficoltà, anzi in imbarazzo in una istituzione che, non più attraversata da fremiti rivoluzionari, appare poco credibile anche come strumento della conservazione sociale. E’ invece un atto di speranza. E di ribellione. Attingendo a Lapassade a più in generale alla pedagogia istituzionale, scrive Gueli concludendo il suo libro, “si potrebbe forse trovare un terreno fertile per coltivare una nuova possibilità creativa e immaginifica, per elaborare modelli educativi resistenti a quelli del mercato, per immaginare i luoghi educativi come comunità dinamiche di ricerca e sperimentazione. Potrebbero forse così generarsi esplorazioni collettive generatrici di forme di educazione volte a costruire una rinnovata, benchè incompiuta, umanità” (p. 101). Resistenza è, qui, la parola chiave. Non è il tempo della rivoluzione, è il tempo della resistenza. E in campo educativo vuol dire non dimenticare che un’alternativa è possibile. Realizzabile? Si vedrà. Ma intanto importa sapere che è necessaria.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 28 settembre 2018.