L'equivoco dello schiaffo educativo

Foto di Tina Modotti
E' triste, nel paese che ha dato i natali a Maria Montessori, dover scrivere ancora oggi un articolo per confutare l'opinione che gli schiaffi possano essere educativi. E' triste ma necessario, poiché si tratta di una convinzione ancora ben salda e diffusa, come lo è la pratica corrispondente. Ho avuto modo di constatare che è una convinzione diffusa anche tra i giovani, ed in particolare tra quei giovani che, per gli studi intrapresi, si troveranno con ogni probabilità a lavorare in futuro nel sociale ed in campo educativo.
Vorrei provare a spiegare per quale motivo ritengo che questa convinzione sia una bestialità pedagogica, e che la pratica corrispondente sia una violenza inaccettabile.
Faccio notare, per cominciare, che nessun soggetto può essere preso a schiaffi impunemente. Una donna non può essere presa a schiaffi da marito, un lavoratore non può essere preso a schiaffi dal suo superiore, un cliente importuno non può essere preso a schiaffi dal commesso, e così via. Nemmeno il giudice, dopo aver letto la sentenza, può prendere a schiaffi l'imputato, e lo stesso vale per le guardie carcerarie. Perché una persona condannata, poniamo, per omicidio non può essere presa a schiaffi, mentre un bambino che ha mangiato di nascosto la cioccolata sì? Perché nella nostra società il detenuto resta, nonostante la condanna, un essere umano dotato di dignità; il bambino no. Il bambino è un essere umano a metà, per così dire; per quanto sia grande l'amore che affermiamo di provare per lui, non siamo disposti a riconoscergli piena umanità e piena dignità. Altrimenti mai ci sogneremmo di prenderlo a schiaffi.

Si dirà: ma il bambino non è, appunto, un uomo; non ha ancora sviluppato le sue capacità. E questo è un motivo per negargli dignità? Seguendo questa logica, bisognerebbe dunque prendere a schiaffi i portatori di handicap, le persone con ritardo mentale, i malati, i vecchi ormai spenti. Invece pensiamo il contrario: qualsiasi atto di violenza verso questi soggetti viene considerato particolarmente grave proprio perché si tratta di soggetti deboli. Perché non vale lo stesso con i bambini?
Nel caso dei bambini, la violenza ha l'alibi dell'educazione. Bisogna a questo punto chiedersi cos'è educazione. Senza farla troppo lunga, possiamo con ragionevole approssimazione dire che educare vuol dire aiutare un bambino a crescere ed a diventare una persona completa (impresa che non giunge mai ad una sua conclusione, perché nessuno può dirsi davvero persona completa). Ora, chi schiaffeggia un bambino è guidato da questa concezione dell'educazione? Lo dubito. Per chi usa lo schiaffo come risorsa pedagogica educare è evidentemente una cosa diversa: fare in modo che il proprio figlio faccia quello che lui vuole, che ubbidisca, che non dia fastidio, che si lasci guidare dall'esterno. Tutto questo ha naturalmente ben poco a che fare con l'educazione intesa nel suo senso più pieno. Un bambino che non dà fastidio, che ubbidisce ai genitori, che si lascia guidare non è un bambino educato. Può essere, al contrario, un bambino infelice, incapace di esprimere i suoi bisogni, inibito; un bambino che diventerà un adulto conformista, una persona priva di originalità ed incapace di scelte autonome.
Lo schiaffo rivela dunque un tragico equivoco di fondo riguardante l'educazione. Perché vi sia educazione occorre una disposizione preliminare: la capacità di mettersi dalla parte del bambino, di ascoltarne e rispettarne i bisogni. Il bambino deve venire prima, sempre. Se l'adulto mette prima sé stesso - i suoi bisogni, la sue esigenze - non c'è educazione.
Che succede ad un bambino che riceve uno schiaffo? Succede quello che succede a chiunque abbia subito una violenza. Succede che sviluppa sentimenti negativi - rabbia, rancore, odio - verso chi gli ha fatto violenza. Può anche succedere - ed è anche peggio - che sviluppi sentimenti negativi verso sé stesso. Che pensi, cioè, di meritare di essere preso a schiaffi. Il bambino pensa che i genitori siano buoni, e dunque se lo picchiano dev'essere sbagliato lui. Ognuno può facilmente immaginare come crescerà un bambino che abbia una simile condizione. Può anche succedere - e succede quando gli schiaffi sono tanti - che il bambino diventi semplicemente indifferente agli schiaffi. Un bambino cresciuto così si indurisce, assorbe i colpi come un bravo pugile e sfida il genitore ad alzare l'asticella della violenza. E' una spirale distruttiva dalla quale tutti escono disumanizzati.
Lo schiaffo non è mai, soltanto, una violenza fisica. Uno stesso schiaffo può suscitare un pianto inconsolabile o un sorriso, se dato con l'intenzione di punire o per scherzo. Ciò che conta non è dunque l'atto in sé - fermo restando che uno schiaffo forte fa male quale che ne sia l'intenzione -, ma il contesto, il senso. Uno schiaffo è una forma di umiliazione: un modo per porre il bambino in una posizione di inferiorità all'interno di una relazione di che fanno male quanto lo schiaffo fisico. Così come doloroso - particolarmente doloroso - è l'affetto condizionato. Il far sentire al bambino che gli si vuole bene solo a condizione che si comporti come i genitori vogliono; che l'affetto non è una cosa sicura, su cui contare sempre, ma qualcosa che può venire a mancare se si comporta male.

Editoriale per Stato Quotidiano.

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9 commenti

  1. E le sculacciate?

    Io concordo sul fatto che la violenza non sia uno strumento educativo. Tuttavia in alcuni casi il dolore lo è.
    Se hai figli, sai che talvolta il bambino non ascolta l'amorevole spiegazione del genitore, pur se spiegata in modo semplice, fantasioso o giocoso.
    A quel punto, "non toccare i fornelli!" diventa un'ordine perentorio. Il dolore, sia esso fisico (dello schiaffo) o morale (della privazione di un gioco o di una seria sgridata) diventa uno strumento temporaneo per minimizzare i danni fisici che il bambino può causare a sé stesso e ad altri.

    E d'altro canto, quando il bambino pretende, fuori dal momento di gioco, di porsi egli stesso al di sopra del genitore (cosa tutt'altro che rara, specialmente in bambini molto intelligenti) e lo sfida a ristabilire "l'ordine costituito", dubito che la scelta più educativa sia permettergli di ottenere il suo scopo.

    Non si tratta, in questo contesto, di negare dignità al bambino, si tratta di "condurlo fuori", oltre i limiti della sua inesperienza.

    Detto questo, è chiaro applicare la violenza (fisica o morale) come strumento di controllo del bambino è diseducativo. Mia figlia non deve essere limitata dalla mia volontà o vincolata alla realizzazione dei miei desideri.

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  2. Io distinguo due cose: allevamento ed educazione. Allevamento è tutto ciò che si fa per la cura fisica del bambino, compresa la salvaguardia della sua integrità; educazione è la cura del suo sviluppo personale.
    Ora, io posso anche dover intervenire in maniera decisa su un bambino. Se vedo che sta attraversando la strada mentre arriva un'automobile, io posso strattonarlo e portarlo via con la forza. In questo caso però non ho fatto nulla che abbia a che fare con l'educazione: è allevamento, piuttosto. Per il suo bene posso costringerlo con la forza - per fare un altro esempio - a prendere una medicina. Anche in questo caso si tratta si un gesto che si situa al di qua dell'educazione.

    La mia idea è che i rapporti autenticamente educativi siano rapporti orizzontali, simmetrici. Ossia: rapporti in cui nessuno comanda e nessuno è comandato. La situazione di cui parli - quando il figlio si pone al di sopra del genitore - è in effetti diseducativa non meno di quella contraria. Non penso, però, che per ristabilire l'equilibrio sia necessario ricorrere alla violenza fisica. L'adulto ha tutti gli strumenti per impedire al figlio di ridurlo all'obbedienza. E' chiaro che se un bambino di, poniamo, dieci anni, fa i capricci fino al punto di piangere per ore, strapparsi i capelli, aggredire il genitore e distruggere la casa, vuol dire che sono stati fatti molti errori in passato: e non sarà uno schiaffo - ma nemmeno cento - a rimettere le cose a posto.

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    1. Buona distinzione, sebbene talvolta sia piuttosto sfumata, quando devi insegnare l'autoconservazione.

      Un'insegnamento importante (che per esempio io, da orfano, non ho ricevuto) consiste nel rispettare e pretendere sia il rispetto che l'espletamento delle responsabilità connesse ai differenti ruoli. Il messaggio da veicolare, in questo caso è "non assumersi e non pretendere l'assunzione delle responsabilità connesse ad un certo ruolo o persino cercare di scavalcarle è estremamente pericoloso". Uno schiaffo (non troppo doloroso) morale o fisico ad un bambino, può fargli cogliere rapidamente questo concetto. Esempio: "Sono io, il papà, che deve decidere se comprare questo giocattolo o no.".

      Purtroppo, non è sufficiente: è necessaria una spiegazione del perché bisogna rispettare le responsabilità altrui ed anzi pretendere che tali responsabilità siano assunte pienamente, che chi deve ne risponda. Spiegazione che purtroppo è molto più complessa di quanto un bimbo abbia voglia di ascoltare. Esempio: "Se ti comprassi tutti i giochi che ti piacciono, sprecheremmo un sacco di soldi utili per cose più importanti."

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    2. Non penso. I concetti che lo schiaffo veicola sono principalmente due. Il primo è: "Io sono il più forte". Il secondo è: "Usare la forza è una cosa giusta".
      Se un bambino vuole un giocattolo e l'adulto non può o non vuole comprarglielo, può semplicemente non comprarglielo. Non c'è bisogno né di schiaffi né di troppe spiegazioni.
      A margine: il fatto che un bambino chieda dei giocattoli è già il risultato di un certo intervento degli adulti. Per un bambino giocattolo è tutto ciò che può manipolare, e soprattutto gli oggetti degli adulti. Diceva Zavalloni, mi pare, che il vero negozio di giocattoli per bambini è la ferramenta.

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    3. Puoi approfondire la nota a margine? Mi sembra interessante ma non l'ho capita.

      Comunque, in effetti, il pericolo che il bambino interpreti lo schiaffo in questo modo c'è.
      Però, talvolta, semplicemente "non fare" non è un'opzione.
      Esempio: "Non mi voglio lavare i denti!" alla mattina prima di andare a scuola.

      Detto questo, non intendo giustificare la violenza come metodo. Le sculacciate sono una soluzione veramente estrema in casa mia, e gli schiaffi ancora di più. Però, per quanto mi sforzi di trovare alternative, in certe situazioni non vedo una soluzione migliore.

      Ma sono felicissimo se puoi suggerirmi qualche alternativa concreta, perché odio arrivare a dare uno schiaffo a mia figlia.

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    4. Certo. Io ritengo che il giocattolo, così come è comunemente inteso, non sia affatto un bisogno del bambino. Il bambino ha bisogno di giocare, e per giocare qualsiasi cosa va bene. E' l'adulto che ritiene che questo bisogno debba essere soddisfatto dal giocattolo, vale a dire da un bene dell'industria. Questo naturalmente vale per i bambini più piccoli. Una volta che siano stati esposti alla televisione - che ha la funzione di creare nuovi bisogni - il discorso cambia.

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  3. Giacomo ci sono mille modi per non arrivarci, solo sono più lunghi e difficili. Non vuole lavarsi i denti...noi abbiamo guardato insieme una puntata del "corpo umano" in cui spiegavano bene cosa succede ai denti se non vengono lavati.
    Vuole un giocattolo ogni volta che si esce. E' normalissimo, io gli spiego che non è possibile, che noi lavoriamo, a volte lo accetta, altre punta i piedi, ma non è necessario arrivare alla violenza, anche perché non è risolutiva, giusto?

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  4. @Ale: giusto.

    Per entrambi: temo di apparire come un violento... vi assicuro che non lo sono! :-)

    Tuttavia, quello che intendevo dire è che se mia figlia non vuole lavare i denti ed entra in quella modalità di "sfida", non vedo un modo migliore di uno schiaffo per spiegarle rapidamente che bisogna avere ottime ragioni per mettere in discussione l'autorità altrui.

    Ovviamente però le fornisco anche momenti in cui mettere in discussione la mia autorità è giusto ed importante.

    Cerco di farle comprendere che da un lato l'autorità va rispettata quando esercita le proprie responsabilità correttamente (ed in questo caso non posso permetterle di vincere la sfida), dall'altro ci sono situazioni in cui l'autorità sbaglia e va corretta (per esempio se sono io a fare un pasticcio o compiere un errore).

    Non puoi guardare una puntata di esplorando il corpo umano se devi entrare a scuola per le 9. Lo puoi fare dopo, per spiegarle il perché hai dovuto imporle la tua volontà.

    Ma detto questo, io odio usare il dolore come strumento educativo. Quindi davvero sono aperto ad alternative.

    Una la posso proprorre io stesso, e per fortuna funziona quasi sempre: cambiare contesto. Quando mia figlia assume quegli atteggiamenti che porterebbero ad una contrapposizione di ruoli, cerco di cambiare il contesto (con una battuta su un'altro argomento alla mamma, o con una faccia buffa o cose del genere). La bimba perde di vista la propria sfida e si può riprendere con la vita consueta.

    Purtroppo, a volte non basta proprio.

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  5. Se tua figlia ti sfida, e tu la schiaffeggi, la cosa che imparerà è che le autorità non si possono sfidare (se non quando le autorità stesse decidono che le si può sfidare). Per molte persone questo messaggio è buono e giusto. Per me non lo è.
    Se un bambino non vuole lavare i denti può essere che abbia buone ragioni per non farlo, o che non abbia capito ancora da sé l'importanza di lavare i denti. Non sono sicuro che sia una cosa buona costringere i bambini a fare quotidianamente una serie di cose di cui non comprendono il senso e l'importanza, solo perché l'ha detto un'autorità. Continueranno a farlo anche da adulti, finché scopriranno - forse - che la loro vita non ha senso.
    Lo stesso discorso vale per la scuola. Se preferisce guardare un documentario alla tv piuttosto che andare a scuola, evidentemente pensa che quel documentario sia più utile della scuola. Lo si può naturalmente costringere - ma non mi pare che in questo caso sia necessario lo schiaffo -, ma il lavoro è ancora tutto da fare: far comprendere al bambino l'importanza e il senso di andare a scuola.

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