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blog di antonio vigilante

Cosa dovrebbe dire un ministro dell'istruzione (e cosa non dirà)

Credevamo che, per qualche accordo interno al governo, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti avesse delegato (non diversamente dal premier Conte) le sue funzioni al ministro dell’Interno, dal quale sono venute, negli ultimi tempi, precise e preziose indicazioni pedagogiche, che vanno dal prendere a sberle i ragazzi al mandarli in caserma per farsi educare dai soldati. Ci sbagliavamo, perché Bussetti qualche idea l’ha. E la comunica al Corriere della Sera. Ecco: “Dobbiamo cambiare impostazione della didattica; usare le nuove tecnologie, insegnare a relazionarsi con i social media, valorizzare il public speaking e il debate, puntare sulle materie Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Il tablet sarà il nuovo quaderno tra pochi anni, possiamo usare meglio investimenti fatti.”

Prima di diventare ministro Bussetti è stato insegnante, e questo è un buon segno, perché con l’aria che tira rischiavamo di trovarci come ministro un generale, ma viene da chiedersi in quale scuola abbia insegnato. Perché un discorso sulle nuove tecnologie forse poteva essere una proposta sensata cinque anni fa: oggi dà l’impressione di una assoluta cecità alla realtà scolastica. Sulle nuove tecnologia c’è stato sui docenti un martellamento prossimo all’indottrinamento, in particolare nell’era renziana, che qualche effetto l’ha ottenuto. LIM, tablet, cellulari, piattaforme di social classroom sono strumenti quotidiani del nostro lavoro. Ci hanno detto che questo avrebbe cambiato radicalmente la scuola. Oggi sappiamo che non è vero, o è vero solo in parte. Non c’è nessuna reale rottura, nessun cambiamento strutturale, nessun miglioramento negli apprendimenti. Non è quella tecnologica, la rivoluzione che la scuola attende.
C’è un grave errore di valutazione nel ritenere che sia rivoluzionario togliere il quaderno e dare un tablet a studenti che già si relazionano con lo schermo per il resto della loro giornata. E’, se non altro, una diminuzione di esperienza, una riduzione sensoriale, e la scuola dovrebbe moltiplicare le esperienze, non ridurle. Lo dico senza alcun astio anti-tecnologico. Con il computer, il tablet e il cellulare si possono fare in classe molte cose interessanti. Perfino divertenti. Quando invito gli studenti a una partita su Kahoot!, è difficile farli smettere. E spesso vengono a protestare dalla classe vicina, perché il loro divertimento è rumoroso. Ma ci sono altri momenti in cui stiamo bene in classe. Sono le ore che passiamo a discutere seduti in cerchio. Uno fa una domanda, gli altri riflettono e poi provano a rispondere. Poi intervengono gli altri, le idee si raffinano, si intreccia il dialogo. Si giunge a una conclusione o si constata la divergenza. Si rimanda ad una discussione successiva: il dialogo continua. Non sono momenti divertenti, a volte ci può essere anche tensione. Ma sono momenti intensi. Momenti in cui il sapere si fa riflessione, decisione, confronto. E in cui si impara una cosa essenziale per la nostra democrazia: riconoscere l’altro, saper stare in una situazione dialogica. Una cosa che ha poco a che fare con la tecnologia, pochissimo con gli investimenti: basta mettersi in cerchio e parlare. Una rivoluzione dialogica della scuola a costo zero.
Non manca, Bussetti, di richiamare due metodologie che hanno a che fare con la parola: il Debate e il Public Speaking. Il debate consiste nel dividere la classe in due fazioni e farla discutere su uno dei temi che dividono. Vince chi è più bravo. Il public speaking è saper parlare in pubblico. Due metodologie che seguono una logica attivo/passivo, vincente/perdente. Non sorprende che abbiano successo, mentre la Maieutica Reciproca (la metodologia dialogica di cui ho accennato) resta quasi sconosciuta nel paese in cui è nata (e del resto il fatto che sia italiana è un punto a suo sfavore: vuoi togliere ad un ministro o a un dirigente scolastico il piacere di riempirsi la bocca con parole inglesi?).
Mi chiedo che succederebbe se un ministro dell’Interno cominciasse il suo mandato dicendo che occorre che i poliziotti la finiscano di fare i poliziotti come hanno sempre fatto, che si diano una mossa e imparino un po’ come si fa il loro mestiere, magari grazie a qualche nuova tecnologia. Mi chiedo che succederebbe se lo dicesse ai medici un ministro della Salute. E’ normale invece che lo dica un ministro dell’Istruzione. Da molti anni, ormai, i ministri dell’istruzione non fanno che dire questo. Qualsiasi discorso sulla scuola parte da una premessa: i docenti italiani non sanno fare il loro lavoro. E questa narrazione, diffusa nella società, ha una parte tutt’altro che secondaria nei problemi della scuola.
Sogno il giorno in cui un ministro dell’Istruzione, appena insediatosi, dichiari: “Ho fiducia nei docenti italiani, so che sanno fare il loro lavoro. Girerò le scuole italiane per ascoltarli ed imparare da loro e inseme a loro”. Questo, forse, cambierebbe radicalmente la scuola.
Gli Stati Generali, 31 agosto 2018.


Poesia della natura offesa


Seduto su un colle, il poeta si abbandona a considerazioni sull'infinito contemplando una siepe, oppure interroga la luna, che si staglia in un cielo intatto. Ma che accade se, dando uno sguardo alla siepe, vi trova impigliato un sacchetto di plastica, oppure al di là di essa scorge una discarica? Che accade se il suo solitario colloquio con la luna è disturbato dal passaggio di un volo di linea? Non ha che due possibilità. Può fingere di non vedere, rattristandosi magari per la sfortuna di essere nato in tempi in cui la pura contemplazione della natura e del paesaggio è contrastata da elementi cosi prosaici e antiestetici, oppure può fare poesia della siepe e del sacchetto di plastica, della luna e dell'aereo. E questo realismo poetico - perché dire il reale oggi significa dire la discarica non meno del bosco - può prendere provocatoriamente la direzione della ricerca di una nuova bellezza, che nasca dall'incontro della siepe con il sacchetto di plastica (si pensi alla scena del sacchetto di plastica, appunto, nel film American Beauty di Sam Mendes) oppure farsi strumento di denuncia e di cambiamento.
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La caccia è un pericolo per tutti

Non sapevo che fosse cominciata la stagione della caccia. Me lo hanno annunciato, questa mattina alle sette, le fucilate intorno a casa. Abito in una delle ultime case di un borgo sui colli senesi, in una via che si inoltra nella campagna, che la gente del luogo chiama "strada dei caprioli": non è infrequente che un capriolo ti attraversi la strada. Quando vi portavo la mia cagna bisognava fare attenzione, perché l'istinto la portava ad inseguirli ed a perdersi con loro nei campi. La mia cagna, che non c'è più da quasi un anno, era una meticcia che aveva molto del segugio. Era stata abbandonata da un cacciatore perché poco abile. Il giorno prima che morisse le abbiamo fatto dei raggi: aveva - chissà da quanto - dei pallini nella gola, residuo di una fucilata.
Nel pomeriggio c'è stato un acquazzone, ora è tornato il sole. E sono tornate le fucilate.
Mentre loro sparano, io rifletto un po'. Lascio da parte ogni considerazione sugli animali. Credo che gli animali abbiano diritto alla vita, e che ucciderli per divertimento sia un atroce insulto alla vita, ma non è di questo che voglio parlare ora. Mi interrogo sul rischio che la caccia rappresenta per le persone e sulle contraddizioni singolari di questo paese. Non è difficile trovare dati sulla pericolosità della caccia. L'ultima stagione venatoria ha fatto 84 feriti e 30 morti. Dei morti, dieci erano persone estranee alla caccia. Dieci persone che hanno perso la vita perché altre persone volevano divertirsi andando in giro a sparare. Tra i morti c'è anche un minore. Ed è il dato sui minori il più agghiacciante: tra il 2007 e il 20015 sono stati uccisi dai cacciatori undici minori. Undici. Undici vite di bambini e adolescenti stroncate.
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Cosa dovrebbe dire un ministro dell'istruzione (e cosa non dirà)

Credevamo che, per qualche accordo interno al governo, il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti avesse delegato (non diversamente dal premier Conte) le sue funzioni al ministro dell'Interno, dal quale sono venute, negli ultimi tempi, precise e preziose indicazioni pedagogiche, che vanno dal prendere a sberle i ragazzi al mandarli in caserma per farsi educare dai soldati. Ci sbagliavamo, perché Bussetti qualche idea l'ha. E la comunica al Corriere della Sera. Ecco: "Dobbiamo cambiare impostazione della didattica; usare le nuove tecnologie, insegnare a relazionarsi con i social media, valorizzare il public speaking e il debate, puntare sulle materie Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Il tablet sarà il nuovo quaderno tra pochi anni, possiamo usare meglio investimenti fatti."
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Ripartiamo dall'ultimo romanzo di Francesca Melandri

Credo che mio nonno fosse un uomo buono. Lo ricordo fragile, alle prese con i nostri quaderni delle elementari, sui quali si affaticava per imparare a leggere e scrivere. Perché mio nonno era analfabeta. Orfano, era cresciuto per strada, fino a quando lo Stato non si era accorto di lui e gli aveva messo una divisa addosso per mandarlo ad uccidere gente che non conosceva in terre di cui non aveva nemmeno mai sentito parlare. Ne tornò con una croce di ferro, una campana indiana e notti piene di incubi, tutte le volte che gli capitava di vedere un film di guerra.
Mio nonno – sì, quell’uomo buono – era fascista e razzista. Esaltava Mussolini e odiava i neri. Gli africani. Non gli indiani: quelli erano buoni. In India era stato prigioniero degli inglesi, credo trattato con umanità sia dagli inglesi che dagli indiani. Diceva che lo Stato gli aveva rubato la giovinezza. Gli sfuggiva che quello Stato che gli aveva rubato la giovinezza era Mussolini.

Ho ripensato spesso a mio nonno leggendo Sangue giusto di Francesca Melandri (Rizzoli). Un romanzo che comincia in un modo che sembra bizzarro, ma che man mano che si procede nella lettura appare plausibile, al punto che ci si chiede perché non ci abbiamo pensato prima. E’ la storia di un giovane etiope che un giorno bussa alla porta di una buona famiglia romana con un annuncio sconcertante: lo straniero in realtà straniero non è, ha il “sangue giusto” italiano. Perché il patriarca della famiglia, Attilio Profeti, ha fatto la guerra in Etiopia, e lì ha avuto una donna, e dalla donna ha avuto un figlio che a sua volta ha avuto un figlio. Come chissà quanti dei nostri nonni.
Il libro è un viaggio nelle due Italie, quella fascista di ieri e quella di oggi, difficile anche da definire. Un viaggio nell’orrore dell’iprite e dei lanciafiamme, ieri, e dei CIE oggi, ma anche e soprattutto un viaggio nell’assurdo, anzi nel grottesco. Grottesca è l’Italia fascista, con il capovolgimento sistematico di tutto ciò che è razionale, sensato, vero, con la menzogna e la mistificazione eretti a sistema, con l’epos ridicolo di un popolo rozzo ed ignorante che ha la pretesa di civilizzarne un altro. Grottesca è l’Italia berlusconiana e post-berlusconiana, l’Italia antimusulmana che però accoglie con tutti gli onori Gheddafi, consentendogli anche di tenere una lezione sul Corano a cinquecento ragazze scelte da una agenzia di escort, con la benedizione di quelli che si abbarbicano al crocifisso per esorcizzare la paura del diverso. Un’Italia che intristisce, e che tuttavia è anche migliore di quella reale: perché nel romanzo un parlamentare forzista ha uno scatto di dignità e si dimette per non dover avallare la posizione di Berlusconi nel caso Ruby. “Nella realtà il 5 aprile 2011, quando al Parlamento italiano fu chiesto di avallare o respingere la tesi difensiva di Silvio Berlusconi sull’episodio della prostituta minorenne, i deputati della maggioranza di governo votarono a favore all’unanimità e nessuno di loro si dimise da parlamentare”, scrive Francesca Melandri in una nota conclusiva. Nessuno scatto di dignità. Nessun segno di speranza.
La guerra in Etiopia è stata rimossa dalla memoria collettiva del paese. C’è stata la guerra, c’è stata il fascismo, ci sono stati i partigiani, ci sono stati gli eccidi dei nazisti. Non ci sono mai stati gli eccidi degli italiani. A Roma c’è ancora una via dell’Amba Aradan, il luogo in cui i soldati italiani hanno compiuto uno dei massacri più feroci e vili, con l’uso di armi chimiche. Una via intitolata ad un crimine di guerra – come se a Berlino ci fosse una via intitolata a Sant’Anna di Stazzema – la dice lunga sulla scelta deliberata di non vedere. Il libro di Simone Belladonna Gas in Etiopia. I crimini rimossi dell’Italia coloniale (Neri Pozza, 2015) è passato inosservato. “I numeri di quell’impresa coloniale sono impressionanti, paragonabili solo a quelli dei francesi in Algeria nel 1954 e degli americani in Vietnam del 1960”, scrive Belladonna. Ma la guerra d’Algeria e quella del Vietnam hanno suscitato in Francia e negli Stati Uniti forti movimenti di opinione, hanno segnato la cultura, l’immaginario, la politica. In Italia nulla.
Ma il rimosso ritorna. Nella persona di Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti, nel romanzo di Melandri; nelle persone cui neghiamo un porto, nella triste realtà di questi giorni. Su Facebook una donna, ieri l’altro, diceva che le donne sulla nave Diciotti andrebbero sterilizzate: e parlava di donne che sono state stuprate in Libia. In un altro commento leggevo che i bambini su quella nave bisognerebbe ucciderli subito, perché poi da grandi diventeranno criminali. I deliri feroci di un popolo che non ha mai fatto i conti con il suo recente passato coloniale, che non ha mai riconosciuto le sue colpe, che non ha mai chiesto perdono a nessuno.
Sangue giusto di Francesca Melandri è un romanzo bellissimo, vero: e dolorosissimo. Un libro che spiega meglio di qualsiasi altro perché siamo al punto in cui siamo. Non sorprende che sia letto ed apprezzato più all’estero che in Italia.
Per favore, leggetelo. Parlatene. Parliamone.

Gli Stati Generali, 26 agosto 2018-



Ripartiamo dall'ultimo romanzo di Francesca Melandri

Credo che mio nonno fosse un uomo buono. Lo ricordo fragile, alle prese con i nostri quaderni delle elementari, sui quali si affaticava per imparare a leggere e scrivere. Perché mio nonno era analfabeta. Orfano, era cresciuto per strada, fino a quando lo Stato non si era accorto di lui e gli aveva messo una divisa addosso per mandarlo ad uccidere gente che non conosceva in terre di cui non aveva nemmeno mai sentito parlare. Ne tornò con una croce di ferro, una campana indiana e notti piene di incubi, tutte le volte che gli capitava di vedere un film di guerra.
Mio nonno - sì, quell'uomo buono - era fascista e razzista. Esaltava Mussolini e odiava i neri. Gli africani. Non gli indiani: quelli erano buoni. In India era stato prigioniero degli inglesi, credo trattato con umanità sia dagli inglesi che dagli indiani. Diceva che lo Stato gli aveva rubato la giovinezza. Gli sfuggiva che quello Stato che gli aveva rubato la giovinezza era Mussolini.
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Il grido della Natura

Con l’associazione radicale antispecista Parte in Causa ho pubblicato Il grido della Natura di John Oswald. Un lavoro che fa parte di uno studio più ampio, che non so quando e se vedrà la luce, sull’etica del non umano nel Settecento.
“Ci cibiamo di carcasse senza rimorso perché gli spasmi mortali della creatura scannata sono lontani dai nostri occhi, perché i suoi lamenti non feriscono le nostre orecchie, perché le sue urla agonizzanti non affondano nella nostra anima: ma se fossimo costretti ad assassinare con le nostre mani gli animali che mangiamo, chi tra noi getterebbe via, con disgusto, il coltello e, piuttosto che macchiarsi le mani assassinando un agnellino, acconsentirebbe a rinunciare per sempre al pasto preferito?”

Il grido della Natura è uscito nel 1791; solo due anni dopo l’autore, lo scozzese John Oswald, morirà combattendo in Francia per difendere gli ideali rivoluzionari. La sua riflessione, influenzata da Rousseau ma anche dalla conoscenza diretta della cultura indiana, anticipa i temi più vivi dell’attuale antispecismo. La rivendicazione dei diritti umani (degli sfruttati, delle donne, dei neri) e la richiesta di un nuovo rispetto verso la vita non umana sono momenti di un unico movimento di liberazione che è anche una riscoperta della nostra natura più autentica.

Il testo di Oswald è accompagnato da un mio ampio saggio introduttivo.

Il libro è già disponibile in ebook e sarà presto disponibile anche in versione cartacea.