La pace di Piero


Guardate questa foto. Seduti sull’erba ci sono, tra gli altri, tre pregiudicati. Il primo è l’uomo al centro, seduto in una posa giovanile che gli suscita un visibile imbarazzo. Si chiama Aldo Capitini. Durante il fascismo è finito in galera per antifascismo. Con Guido Calogero è stato il teorico del movimento liberalsocialista, ma è noto soprattutto come colui che ha introdotto in Italia la nonviolenza. Per la polizia politica, che lo ha sorvegliato per tutta la vita, è un misantropo. La sua filosofia sostiene che per portare nella nostra vita l’infinito – quell’infinito che la religione chiama Dio – non abbiamo che un modo: amare infinitamente. Amare infinitamente l’altro essere umano, il tu, ma anche l’animale, anche la pianta. In politica, sostiene che il potere non dovrebbe essere di alcuni, ma di tutti. La democrazia dei partiti non è sufficiente. Occorre una democrazia reale, effettiva, piena, che dia ad ognuno il potere di decidere, di scegliere, di partecipare in modo consapevole e concreto alla gestione della cosa pubblica. La chiama omnicrazia. 
L’uomo con gli occhiali alla sua sinistra è Danilo Dolci. Per i magistrati italiani, un “individuo con spiccata attitudine a delinquere”. Aldo e Danilo si sono conosciuti nel 1952. Danilo viveva allora in un piccolo e poverissimo paese della Sicilia, Trappeto. Aveva ventisette anni, e si era trasferito lì per aiutare la gente a migliorare. Un giorno lo chiamano perché un neonato sta male. La madre non mangia da giorni, non può allattarlo. Corre a comprare del latte in polvere, ma quando torna il bambino è morto. Di fame. Decide, allora, di fare un gesto clamoroso. Digiuna. Si rifiuta di mangiare per protesta. Non mangerà fino a quando la Regione Sicilia non farà qualcosa per aiutare quei disperati. Lo prendono per matto, pensano che sia una sceneggiata che finirà dopo due giorni, ma lui va avanti. Giorno dopo giorno. Diventa evidente che si sta lasciando morire. E la Regione cede: fa quello che avrebbe dovuto fare molto prima; lo fa perché costretta da quella che un po’ retoricamente potremmo chiamare la forza della nonviolenza. In galera Danilo ci finisce nel ’56, per aver organizzato lo sciopero alla rovescia di Partinico. Per chiedere lavoro, aveva portato i disoccupati del paese a lavorare, in segno di protesta, in una trazzera, una strada di campagna abbandonata. Era prontamente intervenuta la polizia. Danilo e gli altri naturalmente non avevano opposto alcuna resistenza, ma l’affronto era sufficiente per portarlo all’Ucciardone con le manette ai polsi.
Alla destra di Aldo c’è un giovane con la camicia scura. E’ Pietro (o meglio: Piero) Pinna. Anche lui ha visto la galera. Quando gli è giunta la chiamata per il servizio militare, si è rifiutato. Era il 1948, l’Italia era appena uscita dalla guerra. Piero sa che per uscire davvero dalla guerra bisogna non prepararsi alla prossima guerra. Disobbedisce, e viene punito. La condanna è a diciotto mesi di carcere complessivi. 
Piero, che è morto ieri l’altro, 13 aprile, è stato il principale collaboratore di Capitini, una presenza fondamentale per la creazione della Marcia Perugia-Assisi, per il Movimento Nonviolento, da Capitini fondato nel 1961, e per la rivista Azione Nonviolenta, di cui è stato il direttore responsabile fino alla sua morte. Nel ’60 Piero raggiunge Danilo per aiutarlo nella sua opera in Sicilia; e così Danilo ne parla in una lettera ad Aldo: “gli vogliamo già un grandissimo bene: è proprio limpido, di cristallo, di grande valore, come me lo avevi descritto”. Ed è questo, in effetti, l’aggettivo che ti veniva in mente, quando lo ascoltavi parlare: limpido. Ed un altro: umile. Non era un intellettuale, non seguiva teorie, non era uso a raffinare le sue armi dialettiche. Seguiva una intuizione morale semplice, ma potente. Era guidato dall’idea di ciò che è giusto, e vi restava fedele con una coerenza incrollabile. Ma senza fanatismo, seguendo quella che Aldo chiamava “logica dell’aggiunta”: io faccio così perché lo ritengo giusto; se qualcuno è persuaso come me, mi segua pure, ma non cerco di imporre a nessuno questa mia persuasione. 
Aldo aveva una sua idea, tanto bella quanto difficile. Diceva che esiste una cosa che si chiama compresenza. O meglio: la pensava, ma la sua esistenza – il modo della sua esistenza – andava pensata in un certo modo, che costituiva l’aspetto più difficile e più affascinante del suo pensiero. Per spiegarla, è bene lasciare la parola a lui. “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire – scrive in un suo testo autobiografico – che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità aperta per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro ‘puro dopo’ la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata compresenza”. Compresenza che vuol dire, anche e soprattutto, che i morti non sono andati, non sono esseri ormai ridotti e nulla, e non sono nemmeno anime salve in un paradiso come altra dimensione, ma sono presenze ancora operanti in noi, accanto a noi. Presenze che possiamo avvertire quando siamo in un valore: la bellezza, la verità, la giustizia. 
Quando lo conobbi, Piero mi fece uno scherzo bonario. Mi lesse un passo di un libro di Capitini. Mi chiese se ero d’accordo con quello che scriveva l’autore. Io ci pensai un po’, poi risposi che ero d’accordo solo in parte. Lui scoppiò a ridere. Quel passo l’avevo scritto io. Era un passo che riguardava la compresenza. Confesso che l’idea, che è anche e soprattutto una pratica, non cessa di inquietarmi. Non so cedere, non so abbandonarla. Ma so una cosa. Se penso ora a Piero, se penso ad Aldo, se penso a Danilo; e ancora: se penso a Fulvio Cesare Manara e Nanni Salio, che sono scomparsi di recente, o ancora a Lanfranco Mencaroni ed Alex Langer, ed a tanti altri; se penso a loro, mi capita realmente di sentire la loro presenza, qui ed accanto, operante. Mi succede di avvertirli come una forza che continua ad agire nella coscienza, ed attraverso la coscienza si fa storia. Li avverto come nessi ancora vivi, radici che danno linfa vitale. Voci che parlano ancora, e che mi aiutano a sentirmi meno solo. A fare della mia esistenza una cosa corale, per usare un aggettivo che Aldo amava molto. 
Nella serie di fumetti Las puertitas del Sr. López, degli argentini Carlos Trillo e Horacio Altuna, López è un impiegato non troppo diverso dal nostro Fantozzi, vessato dai superiori ed incapace di ribellarsi; buono, ma di una bontà debole, rinunciataria. Ma c’è una cosa che lo salva. Quando non ne può più, il signor López apre una porta – spesso quella del bagno – e si ritrova in un altro mondo. Un mondo meraviglioso, perfetto, in cui tutto è bello, vero, autentico. Il mondo in cui vorremmo, dovremmo vivere. Alla fine di ogni striscia ritorna alla realtà, ma con dentro un po’ della luce di quel mondo altro. Mi capita di pensare la presenza (e ora dovrei dire: compresenza) di Piero, Aldo, Danilo, Fulvio, Nanni e molti altri come una simile uscita di sicurezza. Una porta che si apre su un’altra Italia. Un’Italia che abbiamo perso, che abbiamo lasciato scivolare ai margini, dando il potere a mafiosi, corruttori, violenti, ma che tuttavia non ci lascia, continua a starci accanto, come una possibilità di liberazione, una via d’uscita possibile, praticabile. Basta che quella porta sia anche solo leggermente socchiusa, per sperare. Per sapere che c’è un’alternativa. L’importante è non lasciare che si chiuda. Lavorare affinché resti almeno un po’ aperta: che vuol dire, fuori di metafora, mantenere la memoria, e continuare in ciò che è giusto, per usare le ultime parole di Alex Langer.

Pubblicato su Gli Stati Generali.

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