Attraversamenti

Blog di Antonio Vigilante

Poesia della natura offesa


Seduto su un colle, il poeta si abbandona a considerazioni sull'infinito contemplando una siepe, oppure interroga la luna, che si staglia in un cielo intatto. Ma che accade se, dando uno sguardo alla siepe, vi trova impigliato un sacchetto di plastica, oppure al di là di essa scorge una discarica? Che accade se il suo solitario colloquio con la luna è disturbato dal passaggio di un volo di linea? Non ha che due possibilità. Può fingere di non vedere, rattristandosi magari per la sfortuna di essere nato in tempi in cui la pura contemplazione della natura e del paesaggio è contrastata da elementi cosi prosaici e antiestetici, oppure può fare poesia della siepe e del sacchetto di plastica, della luna e dell'aereo. E questo realismo poetico - perché dire il reale oggi significa dire la discarica non meno del bosco - può prendere provocatoriamente la direzione della ricerca di una nuova bellezza, che nasca dall'incontro della siepe con il sacchetto di plastica (si pensi alla scena del sacchetto di plastica, appunto, nel film American Beauty di Sam Mendes) oppure farsi strumento di denuncia e di cambiamento.


La caccia è un pericolo per tutti

Non sapevo che fosse cominciata la stagione della caccia. Me lo hanno annunciato, questa mattina alle sette, le fucilate intorno a casa. Abito in una delle ultime case di un borgo sui colli senesi, in una via che si inoltra nella campagna, che la gente del luogo chiama "strada dei caprioli": non è infrequente che un capriolo ti attraversi la strada. Quando vi portavo la mia cagna bisognava fare attenzione, perché l'istinto la portava ad inseguirli ed a perdersi con loro nei campi. La mia cagna, che non c'è più da quasi un anno, era una meticcia che aveva molto del segugio. Era stata abbandonata da un cacciatore perché poco abile. Il giorno prima che morisse le abbiamo fatto dei raggi: aveva - chissà da quanto - dei pallini nella gola, residuo di una fucilata.
Nel pomeriggio c'è stato un acquazzone, ora è tornato il sole. E sono tornate le fucilate.
Mentre loro sparano, io rifletto un po'. Lascio da parte ogni considerazione sugli animali. Credo che gli animali abbiano diritto alla vita, e che ucciderli per divertimento sia un atroce insulto alla vita, ma non è di questo che voglio parlare ora. Mi interrogo sul rischio che la caccia rappresenta per le persone e sulle contraddizioni singolari di questo paese. Non è difficile trovare dati sulla pericolosità della caccia. L'ultima stagione venatoria ha fatto 84 feriti e 30 morti. Dei morti, dieci erano persone estranee alla caccia. Dieci persone che hanno perso la vita perché altre persone volevano divertirsi andando in giro a sparare. Tra i morti c'è anche un minore. Ed è il dato sui minori il più agghiacciante: tra il 2007 e il 20015 sono stati uccisi dai cacciatori undici minori. Undici. Undici vite di bambini e adolescenti stroncate.


Cosa dovrebbe dire un ministro dell'istruzione (e cosa non dirà)

Credevamo che, per qualche accordo interno al governo, il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti avesse delegato (non diversamente dal premier Conte) le sue funzioni al ministro dell'Interno, dal quale sono venute, negli ultimi tempi, precise e preziose indicazioni pedagogiche, che vanno dal prendere a sberle i ragazzi al mandarli in caserma per farsi educare dai soldati. Ci sbagliavamo, perché Bussetti qualche idea l'ha. E la comunica al Corriere della Sera. Ecco: "Dobbiamo cambiare impostazione della didattica; usare le nuove tecnologie, insegnare a relazionarsi con i social media, valorizzare il public speaking e il debate, puntare sulle materie Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Il tablet sarà il nuovo quaderno tra pochi anni, possiamo usare meglio investimenti fatti."


Ripartiamo dall'ultimo romanzo di Francesca Melandri

Credo che mio nonno fosse un uomo buono. Lo ricordo fragile, alle prese con i nostri quaderni delle elementari, sui quali si affaticava per imparare a leggere e scrivere. Perché mio nonno era analfabeta. Orfano, era cresciuto per strada, fino a quando lo Stato non si era accorto di lui e gli aveva messo una divisa addosso per mandarlo ad uccidere gente che non conosceva in terre di cui non aveva nemmeno mai sentito parlare. Ne tornò con una croce di ferro, una campana indiana e notti piene di incubi, tutte le volte che gli capitava di vedere un film di guerra.
Mio nonno - sì, quell'uomo buono - era fascista e razzista. Esaltava Mussolini e odiava i neri. Gli africani. Non gli indiani: quelli erano buoni. In India era stato prigioniero degli inglesi, credo trattato con umanità sia dagli inglesi che dagli indiani. Diceva che lo Stato gli aveva rubato la giovinezza. Gli sfuggiva che quello Stato che gli aveva rubato la giovinezza era Mussolini.


Il grido della Natura

Con l'associazione radicale antispecista Parte in Causa ho pubblicato Il grido della Natura di John Oswald. Un lavoro che fa parte di uno studio più ampio, che non so quando e se vedrà la luce, sull'etica del non umano nel Settecento.

“Ci cibiamo di carcasse senza rimorso perché gli spasmi mortali della creatura scannata sono lontani dai nostri occhi, perché i suoi lamenti non feriscono le nostre orecchie, perché le sue urla agonizzanti non affondano nella nostra anima: ma se fossimo costretti ad assassinare con le nostre mani gli animali che mangiamo, chi tra noi getterebbe via, con disgusto, il coltello e, piuttosto che macchiarsi le mani assassinando un agnellino, acconsentirebbe a rinunciare per sempre al pasto preferito?”

Il grido della Natura è uscito nel 1791; solo due anni dopo l’autore, lo scozzese John Oswald, morirà combattendo in Francia per difendere gli ideali rivoluzionari. La sua riflessione, influenzata da Rousseau ma anche dalla conoscenza diretta della cultura indiana, anticipa i temi più vivi dell’attuale antispecismo. La rivendicazione dei diritti umani (degli sfruttati, delle donne, dei neri) e la richiesta di un nuovo rispetto verso la vita non umana sono momenti di un unico movimento di liberazione che è anche una riscoperta della nostra natura più autentica.

Il testo di Oswald è accompagnato da un mio ampio saggio introduttivo.

Il libro è già disponibile in ebook e sarà presto disponibile anche in versione cartacea.


Dio vuole che Salvini sia ministro

Molti cattolici sono scandalizzati dalla ostentazione del Vangelo e del rosario da parte di Salvini. Per chi considera il cristianesimo, anche nella sua versione cattolica, la religione che sta dalla parte degli ultimi, dei poveri e degli emarginati, si tratta di una strumentalizzazione che tradisce l’essenza del messaggio evangelico. Ma è davvero così? Il cristianesimo, anche nella sua versione cattolica, è la religione dell’amore? Chi lo crede sembra aver dimenticato che fin dalla sua affermazione politica, nel quarto secolo dopo Cristo, il cristianesimo ha praticato la soppressione sistematica di chiunque venisse percepito come avversario, a cominciare dai pagani, uccisi barbaramente (come Ipazia) mentre i loro templi venivano demoliti con uno zelo iconoclasta che nei nostri tempi appartiene solo allo Stato Islamico. La storia dell’Europa cristiana è attraversata da una scia di sangue che, con la scoperta dell’America, ha attraversato l’oceano.
Una cosa indubbiamente affascinante delle religioni, e segnatamente della religione cristiana, è che ognuno può trovarvi quello che vuole. Il pacifista vi trova la pace e l’amore, il guerrafondaio l’odio, la conquista e lo sterminio; l’anarchico la ribellione all’autorità, l’autoritario al contrario l’obbedienza e la gerarchia, e così via. Si spiega così come dal tronco della Bibbia e del Vangelo siano sorti rami così diversi: il pacifismo degli anabattisti e dei quaccheri ma anche le crociate, l’Inquisizione, il suprematismo bianco. Bisogna purtroppo osservare anche che il pacifismo è una posizione minoritaria e fortemente contrastata dalle maggiori confessioni cristiane, fino a tempi molto recenti (si pensi al processo contro don Milani).


Quale vittoria?

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 12.

Nel film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman il cavaliere Antonius Block, reduce dalle crociate, incontra la morte che lo attende in riva al mare.
“E’ già da molto che ti cammino affianco.”
“Me ne ero accorto.”
“Sei pronto?”
No, Block nonè pronto, e del resto chi davvero lo è? E sfida la morte a scacchi. Non la rappresentano i quadri e le leggende come una giocatrice di scacchi? E’ vero, ammette la morte, coem è vero che non ha mai perso una partita. “Forse anche la morte può commettere un errore”, replica il cavaliere. E comincia la partita.


Lo scassinatore

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 11.

Quando ero piccolo, le bambine giocavano alla campana. Tracciavano con il gesso dei segni a terra e poi saltavano, ora a gambe divaricate, ora a gambe unite. Non ho mai capito il segreto di quel gioco, mi limitavo ad apprezzarne il lato estetico, la simmetria di quei salti, l’allegria di quell’andare e venire tra linee geometriche. Ora quel gioco sembra essere scomparso, e per rintracciarne le regole dovrei interrogare la memoria di qualche mia coetanea. Impresa inutile, perché la conoscenza delle regole non illustrerebbe affatto il mistero di quella gioia infantile, così come la sezione di un cadavere non ha nulla da dirci del mistero della vita.


Le viscere del Buddha

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 10.

Abbiamo lasciato il Buddha al Parco delle gazzelle. E’ il suo momento di maggior gloria: raggiunto il Risveglio, si presenta al mondo e mette in moto la ruota del Dharma, dando inizio alla nuova era della liberazione per tutti gli esseri. L’iconografia buddhista ama rappresentare il Buddha circondato da una luce che ne indica l’eccellenza spirituale. E’ uno degli orpelli con i quali la tradizione ha ritenuto necessario ornare la dignità dell’uomo e farne una figura quasi divina, ma c’è motivo di credere che quel giorno il Buddha, nel pieno della sua govinezza e con la quieta pienezza che gli veniva dalla visione del mondo appena conquistata, avesse realmente un suo certo splendore.
Facciamo ora un passo in avanti di cinquant’anni. Il Buddha ha ottant’anni. La sua dottrina ha avuto successo, la sua figura è nota e venerata, la sua comunità, il Sangha, è numerosa e potente. Eppure il Budha sembra non solo stanco, ma anche amareggiato. Probabilmente sognava di creare una comunità di persone nobili, al di sopra delle macchie umane, purificate dalla sua dottrina, menbtre si è ritrovato circondato e seguito da una comunità umana, troppo umana, nella quale non mancano le risse, gli oci, le meschinità. Sa che ha poco da vivere ed è preoccupato per quello che accadrà dopo la sua morte a quella comunità, che ama nonostante la meschinità. Molti sostengono che Gesù non volesse davvero fondare una chiesa; non si può dire lo stesso del Buddha. La comunità è il veicolo della dottrina, cui affida le sue sorti dopo la morte.


Al mercato, con le mani aperte

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 9.

Avrai notato una contraddizione in quello che ho scritto fino ad ora. Nella introduzione ho detto che credo nell’individuo e nella sua libertà; poi però ti ho mostrato come per il buddhismo l’individuo sia una illusione, e comprenderlo costituisca la via principale per ottenere la liberazione. Come stanno dunque le cose? Nelle ultime pagine c’è la risposta a questa domanda (per quanto domande simili possano avere davvero una risposta); ma vediamo meglio.
Nel buddhismo cinese e giapponese – il chan e lo zen – il cammino verso il risveglio viene illustrato con una storia per immagini. Dieci immagini, per la precisione: le cosiddette icone del bufalo.
Nella prima immagine vediamo un giovane uomo che cammina tra fiumi e monti, con un’aria smarrita. Nella seconda lo evdiamo più sicuro: ha trovato le tracce del bufalo. Perché il nostro giovane sta cercando un bufalo. Nella terza immagine vede il bufalo e si mette a rincorrerlo; nella quarta lo ha raggiunto e catturato, con una fune legata al collo.


Il carro

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 8.

Uno dei primi occidentali convertiti al buddhismo fu, con ogni probabilità, il re greco Menandro, che ha governato il regno indo-greco (fra l’India e il Pakistan) intorno al secondo secolo avanti Cristo. I buddhisti lo ricordano con il nome Milinda, e il libro che raccoglie i dialoghi tra lui e il saggio buddhista Nagasena, il Milindapañha, è uno dei testi più venerati del buddhismo antico.
Questo Nagasena era uno che la sapeva lunga. Quando il re gli chiede come si chiama, lui risponde: “Nagasena, ma è soltanto un nome, perché qui non è presente nessun individuo”. La cosa sconcerta il re, come sconcerterebbe oggi qualsiasi occidentale. Da secoli siamo abituati a pensare l’essere umano come un insieme di un elemento spirituale, l’anima, e un elemento materiale, il corpo. Da qualche tempo sappiamo che le cose sono più complesse, che quella che chiamiamo anima è una funzione del nostro cervello, e che il corpo non è un abito esteriore, ma parte integrante di quello che siamo. Ma, anche quando non crediamo all’anima, siamo convinti di essere individui in un mondo di individui. Io sono io, non te; e tu non sei me. “Io sono io” è la prima di tutte le nostre certezze.


Il vaso magico

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 7.

Secondo una tradizione che risale a san Girolamo, il poeta e filosofo latino Lucrezio morì suicida all’età di quarantaquattro anni, dopo essere impazzito a causa di un filtro d’amore. Girolamo non è una fonte attendibile: come cristiano, è interessato a mostrare la fragilità di un filosofo pagano; ma leggendo il poema di Lucrezio, il De Rerum Natura, colpisce la sensibilità profonda per il dolore umano e la visione disincantata – dolorosamente disincantata – dell’esistenza.
All’inizio dell’ultimo libro del poema, il sesto, Lucrezio parla della nostra infelicità. Anche se abbiamo i beni sufficienti per vivere come desideriamo, anche se abbiamo lodi e onori e siamo potenti, dice, tuttavia soffriamo. C’è in noi qualcosa di cupo, un’ansia che ci tormenta a ci scava dentro e non ci lascia un attimo di pace. Il problema è che noi siamo fatti male. Siamo, dice, come un vaso un po’ forato e un po’ sporco di qualcosa di sgradevole. Se ci versi dentro qualcosa – anche il vino più pregiato – in gran parte va perso, e quel che viene trattenuto si corrompe e diviene sgradevole (Libro VI, vv. 9-23).