Dalla protezione umanitaria al foglio di via

Un mendicante che chiedeva l’elemosina davanti ad un supermercato, a Siena, è stato allontanato con foglio di via. Poiché si tratta del destino di un essere umano, e di un essere umano che presumibilmente ha sofferto molto, vorrei provare ad approfondire la faccenda.
“Chiedeva l’elemosina di fronte al supermercato disturbando i clienti con insistenza, poi ha inveito contro la Polizia di Stato intervenuta. Per questo un nigeriano di 22 anni è stato prima sanzionato per accattonaggio e poi denunciato.”
Questi i fatti, in sintesi, così come forniti dalla Questura di Siena.
Il Regolamento comunale vieta all’articolo 35 di “raccogliere l'elemosina con petulanza, esponendo cartelli, ostentando menomazioni fisiche o con l'impiego di minori e/o animali”. Ora, il ragazzo nigeriano non esponeva cartelli, non ostentava menomazioni e non usava né minori né animali. Anche queste condizioni a dire il vero espongono alla libera interpretazione di chi guarda. Per quale ragione una persona sana può chiedere l’elemosina e una persona con menomazione no? Perché è chiaro che è difficile stabilire se la menomazione c’è o è ostentata. Nel caso specifico, l’aspetto decisivo è la petulanza. E qui la faccenda non è meno arbitraria. Chi stabilisce il livello oltre il quale c’è petulanza? Come si dimostra la petulanza? Ho avuto a che fare diverse volte con quel ragazzo. Non è mai stato petulante con me, né con nessuna delle persone che erano con me. Ho sentito molti amici, in questi giorni. Tutti hanno confermato la mia impressione: quella di un ragazzo che nemmeno chiedeva l’elemosina, stava lì ad aspettare che qualcuno desse qualcosa, a volte aiutando a spingere il carrello. Lo stesso atteggiamento di un ragazzo che ho incontrato per più di un mese tutte le mattina andando al lavoro. Era fermo al lato della strada, con un cappello in mano. In rigoroso silenzio. Naturalmente si vedeva bene che aveva bisogno: ma lui non chiedeva, propriamente, l’elemosina.
A chiedere l’elemosina, e anche vistosamente, è una vecchina a piazza Salimbeni, di cui sembra non interessarsi nessuno: nemmeno i bravi cittadini del circolo Sena Civitas, che aprono una loro lettera aperta al prefetto con la constatazione che “ormai da un paio di anni la presenza di ragazzi di colore che chiedono ‘insistentemente’ l’elemosina per le vie del centro, davanti agli esercizi commerciali della città o presso l’ospedale di Santa Maria Le Scotte, sembra sia divenuta stanziale e sistematica”. Ragazzi di colore: della nostra vecchina nemmeno l’ombra. Abbiamo dunque un regolamento comunale discutibile - perché consente una certa libertà di interpretazione, e la libertà di interpretazione in questa faccende non è una cosa buona - e abbiamo una società civile che chiede che si intervenga contro i “ragazzi di colore”. E dunque gli agenti intervengono. Il ragazzo, stando al comunicato della Questura, li ha offesi e poi, portato in Questura, “ha proseguito con le imprecazioni, urlando e rendendo molto difficoltose le operazioni di identificazione”. Imprecazioni e urla non costituiscono un reato, ma le offese sì: e non sarò io a difendere il ragazzo per questo. Mi chiedo però se il foglio di via – il divieto di ritorno a Siena per tre anni – sia una sanzione adeguata al suo comportamento. Il foglio di via è regolato dal Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 / 2011, meglio noto come Codice delle leggi antimafia. Compare all’articolo 2 come misura di sicurezza per persone che rientrino in una di queste tre categorie: “a) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi; b) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose; c) coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l'integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica”.
Il ragazzo nigeriano che chiede l’elemosina, in modo petulante o meno, rientra in una di queste tre categorie? Il suo è un traffico delittuoso? Mette a rischio l’integrità fisica o morale dei minorenni o la tranquillità pubblica? Pare di no. Immaginiamo davanti al supermercato non il nostro “ragazzo di colore”, ma una prostituta. Anzi, una prostituta che con modi scandalosi adeschi i clienti davanti a tutti. Immaginiamo che gli agenti intervengano e che il Questore le dia il foglio di via. Bene: in un caso del genere la Cassazione ha stabilito che il foglio di via era ingiustificato, perché la legge “pone come presupposto dell’ordine di allontanamento non un qualsivoglia comportamento ‘pericoloso per la sicurezza pubblica’ (nozione che aprirebbe il varco a forme incontrollabili di discrezionalità)”, ma una precisa “condotta pericolosa” che rientri in una delle tre categorie indicate dalla legge (Corte di Cassazione, sezione I Penale, sentenza 17 dicembre 2014-8 gennaio 2015, n. 302). Se non rientra in nessuna di quelle tre categorie e non costituisce “condotta pericolosa” la prostituzione, sia pure con atteggiamenti “adescatori e scandalosi” (questa era l’accusa nei confronti della donna), può costituire “condotta pericolosa” il semplice chiedere la questua, sia pure con petulanza? E’ lecito dubitarne.
Consideriamo un ultimo punto. Il comunicato della Questura ci informa che “il giovane nigeriano era regolare sul territorio nazionale, in possesso di permesso di soggiorno per motivi umanitari”. Dunque non un clandestino. Una persona cui una commissione ha riconosciuto il diritto di ricevere protezione dal nostro Stato per ragioni umanitarie, in base alla Costituzione e al diritto internazionale. Perché un nigeriano riceve protezione umanitaria? Le ragioni possono essere diverse. Può essere, ad esempio, che si tratti di un cristiano in fuga da Boko Haram. L’ultimo attacco del gruppo jihadista nel nord-est della Nigeria c’è stato solo qualche giorno fa: sessanta case bruciate. Una notizia che in Italia non esiste, perché per i giornali italiani non esiste l’Africa. Figuriamoci ora un ragazzo che sia sopravvissuto a questo attentato. Capisce che al prossimo non avrà la stessa fortuna, che deve scappare. Riesce ad arrivare in Italia, riesce perfino ad ottenere la protezione umanitaria. Ce l’ha fatta, pensa. Ma è allora che comincia la beffa. Ottenuto il permesso di soggiorno, viene abbandonato a sé stesso. Potrebbe andare nel Foggiano e diventare un lavoratore-schiavo nelle campagne, portare soldi ai caporali e cercare di non morire nell’incendio del ghetto di lamiere e legno in cui sarà costretto a vivere, nel pieno della civiltà occidentale. Chiedere l’elemosina può essere una buona alternativa. Ma lui, ecco, è petulante. O così pare. E allora al diavolo Boko Haram, al diavolo la protezione umanitaria, al diavolo lui. Prendiamo il birillo nero e spostiamolo. Dove? Affari suoi. Vada a petulare altrove. Ce la stava facendo, ma era sono l’inizio di un gioco crudele che lo porterà ad essere sempre più solo, sempre più disperato, sempre più criminalizzato. E sempre più tentato dalla lotta per la sopravvivenza. Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 13 agosto 2017.

A scuola con la mindfulness


E' uscito il mio ultimo libro: A scuola con la mindfulness. Riflessioni ed esercizi per portare l'Educazione Basata sulla Consapevolezza nella scuola italiana, Terra Nuova. Parte da qui:

La violenza esiste. Ognuno di noi l’ha vissuta sulla sua pelle, in una forma o nell’altra, l’ha vista, sentita, subita, o toccata attraverso il racconto, l’immagine, il suono. Ognuno di noi l’ha esercitata, in una forma o nell’altra. Siamo nella violenza. Da secoli costruiamo inferni per noi e per gli altri. Perché? La presenza della violenza mi interroga, mi inquieta, mi indigna. Perché si violenta, si uccide, si degrada l’altro? Perché si riduce un essere vivente a cosa? Perché si crea il nemico e lo si massacra?
Non ho risposte certe, ma solo ipotesi. Può essere che la specie umana sia violenta per natura, che la violenza sia radicata nelle nostre non troppo lontane origini animali, può essere che siamo, in fondo, predatori specializzati nel predare all’interno della nostra stessa specie. Può essere che la violenza sia legata a certe organizzazioni socio-economiche, che nasca con la divisione della proprietà, e che sia destinata a finire con la fine della proprietà. Può essere che la violenza sia il portato di alcune visioni culturali, che spingono all’odio del nemico, al fanatismo, all’esaltazione. E può essere che siano vere tutte queste ipotesi insieme.
Una cosa è certa, però, perché può verificarla ognuno. Il processo che porta ad odiare, violentare, uccidere, nasce dentro di noi. Nessuno sfugge, almeno per qualche tempo, al suo inferno interiore: paura, rabbia, vergogna, odio, rancore, voglia di vendetta. E’ da questo inferno interiore che nasce l’inferno esteriore della violenza. E questo inferno interiore non è una cosa che, semplicemente, accade. Possiamo farci qualcosa. Possiamo osservarlo, diventarne consapevoli, analizzarlo; e per questa via uscirne, essere altro dal nostro inferno.
Probabilmente avremo una società meno violenta quando le risorse saranno distribuite in modo equo, quando il potere sarà di tutti, quando non ci saranno più religioni che incitano all’odio. Ma la mia possibilità di intervenire su queste cose è molto limitata. Quello che posso fare, come individuo, è investigare l’inferno dentro di me e cercare le vie migliori per uscirne; e come insegnante ed educatore, aiutare i miei studenti a fare lo stesso.
E’ per questo che medito. Ed è per questo che scrivo questo libro.

Prima gli italiani! Anzi: prima i Rom!

La notizia che una famiglia di Rom ha occupato a Porto Cervo una lussuosa villa la cui proprietà riconducibile a Formigoni (ma i giornali parlano senz'altro di "villa di Formigoni") mette in serio imbarazzo salviniani e populisti d'ogni genere. Da una parte i Rom, dall'altra Formigoni, rappresentante dell'odiata casta politica. Chi odiare di preferenza? Verrebbe quasi da preferire i Rom, questa volta, tanto più che la motivazione dei genitori - "Anche i nostri figli hanno diritto a una vacanza al mare" - è di quelle che mettono tenerezza. Ma i Rom sono Rom, e l'odio nei loro confronti è radicato, tenace, fortissimo.
Una soluzione che salva capra e cavoli è la domanda: come mai in questo caso hanno sgomberato rapidamente, mentre quando occupano la casa di un poveraccio non si riesce a mandarli via nemmeno con le bombe? Con questa domanda il populista manifesta la massima antipatia verso i Rom senza cedere di un millimetro nel suo odio verso Formigoni. Se qualcuno poi gli chiedesse come e quando dei Rom, che in genere si vedono negato il diritto alla casa popolare, hanno abusivamente occupato la casa di un poveraccio, il populista salviniano si illuminerebbe come chi si trova a ricevere un inaspettato assist. Ve la ricordate la faccenda di Avezzano? Ah, c'è da fremere di indignazione a distanza di più di un anno. Una povera famiglia di italiani, lui muratori e lei casalinga, che si allontana un po' da casa e al ritorno, orribile a dirsi, la trova occupata da una famiglia. E quale famiglia! Rom! All'epoca (era il marzo del 2016) Salvini si precipitò di corsa in difesa degli espropriati, e un leghista locale, tale Paolo Arrigoni, annunciò che era disposto a dargli man forte con una ruspa. Una ruspa vera. "E’ inimmaginabile che una famiglia con tre figli finisca per strada a causa dell’ennesima truffa messa in atto dai rom. Ormai è sufficiente assentarsi per qualche ora che si rischia di perdere casa, di perdere tutto. Rom, immigrati clandestini, finti profughi, quand’è che il governo finalmente inizierà a tutelare i cittadini italiani e non questi parassiti senza scrupoli e pronti a tutto?", aveva dichiarato indignato ai giornali.
Rom, immigrati clandestini, profughi (ovviamente finti) da un lato, cittadini italiani dall'altro. Ma le cose non stavano proprio così.
Come è noto a chiunque conosca un po' la realtà rom, ossia quasi a nessuno, in Rom sono stanziati in Abruzzo fin dal Quattrocento. Centinaia di anni. Sono italiani esattamente come tutti gli altri. Italiani con cittadinanza italiana. Italiani con tutti i diritti dei cittadini italiani, compreso il diritto alla casa.
E' chiaro che il salvinianesimo si trova di fronte ad un problema di non poco conto. "Prima gli italiani", gridano salviniani e populisti (compresi molti pentastellati). Dopo la crisi delle grandi narrazioni, per molti italiani è questo l'unico slogan pseudo-politico praticabile. Ed è uno slogan che non contiene, propriamente, la rivendicazione di un qualche primato morale e civile del popolo italiano. Sono inutili complicazioni intellettualistiche, roba d'altri tempi, quando si soppesava il contributo dei popoli: una faccenda che richiede uno sforzo di riflessione e di confronto che non si può chiedere all'italiano medio. Ma per quanto semplice semplice, lo slogan un qualche sforzo intellettuale lo richiede. Almeno quello di rispondere alla domanda: chi sono gli italiani? Chi siamo noi che diciamo di essere prima? La faccenda sembra facile, ma non lo è. Perché, ecco, nel caso di Avezzano, sono proprio i Rom che, in pieno spirito salviniano, avrebbero potuto dire: prima noi, che siamo italiani. E quando Salvini è andato ad Avezzano, non hanno mancato di dirglielo. "Quella che stava nella casa è di origine marocchina sposata a un italiano. Abbiamo più diritto noi che siamo italiani da sette generazioni." Ora, stando al salvinianesimo, avrebbero perfettamente ragione. Da una parte abbiamo una famiglia composta da una marocchina e un italiano, da un'altra una famiglia di italiani da sette generazioni. Chi viene prima? Chi è più italiano? Chi è italiano?
Si può rispondere a questa domanda in diversi modi. Si può dire che è italiano chi è nato in Italia. Questo però vuol dire riconoscere lo ius soli, dare la cittadinanza ai bambini figli di stranieri che sono nati in Italia e riconoscere la loro italianità. Una cosa piena di buon senso, ma che Salvini e i populisti rifiutano con sdegno. La seconda risposta è che è italiano chi parla italiano. La lingua come elemento unificante di un popolo. Ma anche questa risposta comporta qualche problema, perché una buona parte di italiani l'italiano non lo parlano affatto. In molte famiglie la lingua principale è il dialetto, ed è spesso un dialetto diversissimo dalla lingua nazionale. E in non poche famiglie è l'unica lingua parlata, e l'italiano, se è compreso, è compreso male e parlato peggio. La terza risposta è che sono italiani quelli, al di là della lingua, che si riconoscono nella cultura e nella identità italiana. E se si chiede cos'è questa identità italiana, viene fuori il crocifisso. Nella discussioni animatissime sull'ipotesi di rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche, la ragione più usata dai populisti è che il crocifisso è un simbolo dell'identità italiana, e come tale non va toccato. Ma è un ragionamento che non sta in piedi. Ci sono italiani cattolici, italiani evangelici, valdesi, buddhisti, atei. E anche quelli che si professano cattolici, il cattolicesimo spesso lo seguono ben poco. Cercare l'identità in un simbolo religioso, in un paese sempre più rapidamente secolarizzato, è una impresa votata al fallimento e al paradosso. E' appena il caso di considerare che il clero cattolico è costituito sempre più da extracomunitari. La quarta risposta è che è italiano chi risiede in Italia, ma non da qualche mese o da qualche anno. Da sempre. Ma sempre, come si sa, è un avverbio che va usato con estrema cautela. Chi può dire che la propria famiglia è in Italia da sempre? La genealogia riserva brutte sorprese. Più ragionevole può essere limitarsi a qualche secolo. Ma anche in questo caso, i Rom abruzzesi possono rivendicare a pieno titolo la loro italianità.
Se non basta la nascita, se non basta la lingua, se non basta l'identità religiosa e non è nemmeno sufficiente essere in Italia da molto, si potrà ricorrere a qualcosa di più impalpabile e al tempo stesso di più solido. Il sangue. La razza. Se si ricorre a una teoria della razza, si può dire che i Rom, anche se parlano italiano, anche se vivono in Italia da secoli, non sono italiani. Sono una razza diversa. In altri termini, il salvinianesimo può uscire dalle sue contraddizioni sono diventando apertamente fascista. E non un fascismo aggiornato, un "fascismo del terzo millennio", ma il fascismo in senso stretto, il fascismo nella sua manifestazione più atroce. Il fascismo della teoria della razza e delle leggi razziali. Una teoria della razza, però, oggi come ieri, colpirebbe gli ebrei. E Salvini non ha nulla contro gli ebrei. Quando la Brigata Ebraica si rifiuta di sfilare al corteo del 25 aprile insieme ad una organizzazione palestinese, Salvini non ha dubbi: "Io sto con la Brigata Ebraica tutta la vita". Lo slogan "Prima gli italiani!" include dunque anche gli ebrei, e la cosa è rassicurante. E dunque nemmeno questa via è praticabile. Chi sono, allora, questi italiani? Da chi è composto il noi salviniano-populista?
La risposta è meno difficile di quel che sembra, ed in fondo non ha molto a che fare con l'italianità in sé. In una società capitalistica, in cui tutto gira intorno al denaro, c'è un solo segno di riconoscimento, un solo criterio per stabilire l'identità e la differenza: il denaro stesso. Il noi populista è costituito da quelli che possiedono una quantità di denaro che li mette in grado di partecipare, in misura maggiore o minore, al benessere capitalistico. I non italiani sono quelli che questo denaro non lo hanno, e cercano di ottenerlo. E così facendo, spaventano chi il denaro lo ha, e credendo che si tratti di un gioco a somma zero, immagina che ogni euro che finirà nelle sue tasche sarà tolto dalle sue. Il noi salviniano è un noi piccolo borghese, abbastanza miserabile, non meno rassicurante del noi fascista. E' il soggetto storico del vero fascismo del terzo millennio, un fascismo pronto ad ogni ferocia per difendere quel benessere da nemici reali o immaginari. Non bisogna lasciarsi ingannare dall'uso strumentale che salviniani e populisti fanno dei poveri italiani, la cui esistenza renderebbe inopportuna, ingiusta, moralmente e politicamente condannabile l'accoglienza del diverso. Il povero italiano - il povero vero non quello della retorica - è una presenza non meno disturbante dello straniero, rappresenta una minaccia non meno reale per la casalinga di Voghera, che in questi tempi grami è sempre lì lì per degenerare nella casalinga di Erba.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 6 luglio 2017.

Donnarumma e la religione della scuola

Fino a qualche giorno fa per me Donnarumma era il personaggio di un dimenticato romanzo di Ottiero Ottieri del 1959. So ora che esiste un altro Donnarumma - per la stragrande maggioranza l'unico Donnarumma - che fa il portiere del Milan. Di lui parlano i giornali perché ha rinunciato a sostenere gli esami di Stato in un istituto paritario per andare ad Ibiza. Scelta che Gramellini ha ieri seriamente bacchettato sulla sua rubrica sul Corriere della Sera. Perché indignarsi se un giovane calciatore già milionario rinuncia alla scuola, dice Gramellini, in un paese in cui la scuola è considerata null'altro che uno strumento per trovare lavoro? Il lavoro Donnarumma l'ha già, ed è un lavoro che gli fa guadagnare milioni. "Magari tra qualche tempo cambierà idea e colmerà la lacuna, perché le cose iniziate è sempre meglio portarle a termine, anche solo per una questione di carattere. Oppure no, e in tal caso resterà iscritto per tutta la vita al club dei ricchi ignoranti, in Italia così frequentato che non correrà mai il rischio di soffrire di solitudine", conclude amaramente Gramellini.
Ha ragione, Gramellini, la scuola è considerata in Italia da molti un modo per trovare lavoro ed affermarsi professionalmente. Ma non solo oggi, né solo da qualche anno. Non è un segno della decadenza attuale dell'istituzione. Già la Scuola di Barbiana nella Lettera a una professoressa denunciava che per studiare volentieri nelle nostre scuole "bisognerebbe essere già arrivisti a dodici anni". Ed era il 1967. Piuttosto il fatto, che è sotto gli occhi di tutti, che un laureato, anzi un dottore di ricerca possono tirare avanti con contratti a termine, borse, assegni di ricerche e supplenze, in una condizione di precarietà che sfiora la miseria, permette oggi di cercare un senso diverso del fare scuola. E non sono del resto i docenti spesso precari fino a quaranta, cinquant'anni ed oltre? Quale affermazione sociale possono vantare i docenti stessi?
Se non è un modo per trovare lavoro, cos'è - cosa deve essere - la scuola? "Un luogo di evoluzione culturale e umana", scrive Gramellini. Una belle definizione, ma non priva di problemi. Che cos'è esattamente l'evoluzione culturale e umana? Cos'è la cultura? Quale cultura? Sono le questioni con le quali ha a che fare quella disciplina infelice che è la pedagogia. Che mette in evidenza, ad esempio, come non esista la cultura, ma le culture, e come la scuola scelga una cultura esistente e ne faccia la cultura, l'unica sola, l'unica possibile, con un arbitrio che è inevitabilmente violento. E cosa vuol dire evoluzione umana? Chi è umanamente più evoluto? Chi può dirlo? La scuola accarezza l'ideale dell'intellettuale, della persona che ha a che fare con i libri, con molti libri, e che grazie ai libri diventa sempre più raffinata. Don Milani considerava questo un ideale borghese, e dunque individualistico, e contrapponeva ad esso l'umanità intesa come servizio, come partecipazione fattiva alla vita della comunità; ed a questo, più che a formare intellettuali occhialuti, dovrebbe servire la scuola.
Il dibattito, come si dice, è aperto. Una cosa però dovrebbe essere chiara: cosa non è la scuola. Cosa non deve essere.
La scuola come la intendiamo, come la facciamo oggi è nata con la modernità. La giustifica un ragionamento molto semplice e apparentemente molto condivisibile di Comenio, uno dei massimi pedagogisti di ogni tempo. Si diventa esseri umani in senso pieno solo attraverso l'educazione; può accadere, però, che un bambino abbia la sfortuna di avere dei genitori che, per ignoranza o per mancanza di tempo o di disposizione, non sono in grado di dargli un'educazione adeguata; occorre dunque che tutti i bambini, ricchi o poveri, abbiano la possibilità di andare a scuola, dove riceveranno dallo Stato quella educazione che consentirà loro di diventare pienamente umani.
Questo sillogismo così comprensibile, così moderno, ha però un lato oscuro. Se affidiamo allo Stato il compito di formare pienamente gli esseri umani, secondo quella concezione del potere che Foucault chiamerà biopotere, gli diamo anche la possibilità e il diritto di stabilire cosa e come deve essere un essere umano. Quando educhiamo qualcuno, lo facciamo secondo un ideale umano. Ma chi stabilisce questo ideale? Chi stabilisce come deve essere, da adulto, la persona che stiamo educando? Chi stabilisce che dovrà avere, ad esempio, sviluppatissime competenze intellettuali e nessuna competenza manuale o professionale? Lo stabilisce il potere. Lo stabilisce lo Stato.
Lo Stato ha il potere, attraverso la scuola, di stabilire come dev'essere un essere umano. Ha il potere di progettarlo secondo questo ideale. E, soprattutto, ha il potere di stabilire, di certificare addirittura il grado di umanità raggiunto con un sistema di riconoscimento sociale: i diplomi. La scuola si presenta esattamente come una chiesa, al di fuori della quale non c'è salvezza. Chi la percorre fino in fondo, chi ottiene la laurea, ha realizzato pienamente la sua umanità, chi invece è uscito dal sistema prima del tempo, o ne è stato espulso, è un essere umano parzialmente realizzato. E' uno che si e perso. E' un dannato. Extra Scholam nulla salus.
E' questa religione della scuola l'implicito del ragionamento di Gramellini. Un ragazzo si afferma professionalmente indipendentemente dalla scuola. E questa è una offesa alla istituzione, vuol dire che qualcuno può salvarsi anche al di fuori della chiesa-scuola. Ma, avverte Gramellini, è una salvezza solo fittizia. Arrivano i soldi, ma non arriva l'umanità: il calciatore, se non colmerà la lacuna, resterà a vita iscritto al club degli ignoranti. E questo per essersi sottratto, sostanzialmente, ad un rituale vuoto: perché possiamo immaginare cosa sarebbe stato l'esame di Stato di un calciatore famoso, che per ovvie ragioni ha avuto ben poca possibilità di studiare, in un istituto paritario, con tanto di giornalisti e fotografi. Il protagonista del romanzo di Ottieri è un uomo che si trova a svolgere un lavoro delicato. E' stato mandato a fare la selezione del personale per assumere operai in una fabbrica. La disoccupazione è tanta, le domande sono migliaia, i posti disponibili poche centinaia. E l'uomo ascolta e seleziona. Arriva un giorno questo Donnarumma. Si presenta e dice che vuole lavorare. Come tutti. L'uomo gli chiede se ha fatto domanda. E Donnarumma: "Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io no debbo fare nessuna domanda. Qui si viene per faticare, non per scrivere". Anche quest'altro Donnarumma avrebbe suscitato l'indignazione di Gramellini, se negli anni Cinquanta ci fosse stato un Gramellini. Lo avrebbe iscritto d'ufficio al club dei poveri ignoranti, come oggi ha iscritto il nuovo Donnarumma, più fortunato, al club dei ricchi ignoranti. La scuola ha una funzione non diversa da quella del selezionatore di Ottieri. Lì la scelta è tra chi lavorerà in fabbrica e chi no, che in una città con enorme disoccupazione significa, sostanzialmente, tra chi si salverà e chi no. La selezione che opera la scuola, o che pretende di operare, è tra chi è entrato a pieno diritti nella corrente della comune umanità e chi ne è rimasto escluso. "Non abbiamo potuto salvarlo", dirà sconsolato il docente commentando la bocciatura di uno studente. Salvarlo. Come se quell'atto significasse una caduta in qualche inferno. Come se fuori da scuola non ci fosse nessuna possibilità di esperienza, di informazione, di conoscenza, di crescita intellettuale ed umana. Come se l'unico modo di diventare uomini e donne fosse, davvero, star seduti in un banco ad aspettare che suoni la campanella.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 6 luglio 2017.

Don Milani, il papa e la lotta di classe

Nel marzo del 1960, durante la traslazione della tomba di Alessandro Manzoni, accadde un mezzo miracolo: la tomba apparve apparve stranamente illuminata, anzi sprigionante luce. Fu un mezzo miracolo, e non un miracolo completo, perché qualcuno ebbe il buon senso di far notare che si trattava del riflesso di un raggio solare sulla teca di cristallo, e qualche altro ebbe il buon senso di ascoltarlo. Ciò non impedì, com'è naturale in Italia, che da più parti si invocasse la beatificazione dello scrittore. Chiedendo all'amico giornalista Giorgio Pecorini di procurargli una foto del corpo mummificato dello scrittore, che incuriosiva i ragazzi di Barbiana, don Lorenzo Milani ragiona divertito sulle conseguenze della santificazione: "Hai mai pensato che immenso sfalsamento avverrebbe a tutto il romanzo se i gesuiti facessero la follia di santificarne l'autore? Nel giro di pochi decenni i ragazzi costretti fin dall'infanzia a dire le preghierine al Santo Romanziere protettore delle scuole lo vedrebbero sempre in aureola anche quando descrive la peste e non gli crederebbero più una parola. Tragico destino di chi vien dalla Chiesa benedetto e consacrato. Motivo profondo per cui bisogna sempre parlare sboccatamente e ineducatamente e farsi odiare quanto occorre per essere almeno presi sul serio" (1).
Dopo la visita di papa Francesco a Barbiana pare che lo stesso don Milani abbia rischiato questo tragico destino. Con un certo sollievo abbiamo letto le parole del cardinale di Firenze, che dopo la visita ha dichiarato che non ci sarà alcuna beatificazione, e che Barbiana non diventerà un santuario. La visita del papa ha un altro significato. Papa Francesco ha riconosciuto che il modo in cui don Milani è stato prete è stato un buon modo di fare il prete, di realizzare la missione sacerdotale, di mettere in pratica il Vangelo. E' un riconoscimento importante, che lo stesso don Milani aveva chiesto apertamente al suo vescovo, senza successo. Voleva che la Chiesa prendesse atto che la sua vicenda a Barbiana non era un fatto privato, l'avventura di un personaggio stravagante, ma una via del cattolicesimo, una possibilità per la Chiesa. Dopo cinquant'anni papa Francesco riconosce che è così. O quasi. Lo fa arrivando a Barbiana in elicottero, unico tra coloro che sono giunti a Barbiana dal '54 in poi. A Barbiana si saliva e si sale a piedi; al massimo in automobile. Elicotteri mai. Si dirà: una polemica sterile, che non considera la sostanza. Ma qui si tratta proprio della sostanza.
Don Milani è stato tre cose: un prete, un educatore, uno scrittore. Come educatore ha avuto la sorte migliore. La Lettera a una professoressa dopo cinquant'anni è ancora un testo infinitamente più vivo di qualsiasi altro tomo di pedagogia scritto in quegli anni. E' stato frainteso e lo sarà ancora a lungo, ci sarà sempre qualche Paola Mastrocola ad attribuire al Priore catastrofi grammaticali o pedagogiche, ma chiunque voglia capire, capisce: e capisce cose importanti ieri, non meno importanti oggi. Come scrittore don Milani è ancora da scoprire, e la pubblicazione di tutte le opere nei Meridiani Mondadori rappresenta un'occasione importante. A ragione Alberto Melloni scrive, introducendo i due volumi, che la sua scrittura "deve essere trattata con la cura e i crismi riservati a quelle grandi opere - verrebbe da pensare al De Vulgari eloquentia dantesco o al Manzoni stesso - che si sono poste il 'problema' della lingua mentre ne costruivano una e la consegnavano a un destinatario preciso, dotata di codici d'accesso e di filtri rigorosi" (2). Ma don Milani era, e voleva essere, soprattutto un prete. Era educatore, era scrittore, in quanto prete. Si tende a dimenticarlo, perché la scuola che faceva era laica; ma fare scuola laica era il suo modo di essere prete. Di essere prete nel modo più serio e più alto.
Pochi mesi prima di morire scrive ai suoi ragazzi: "Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritti tutto sul suo conto" (3). Questa è la via di Don Milani come prete. Amare Dio amando le persone. Che detta così sembra una cosa ragionevolissima, nulla di cui scandalizzarsi. A far scandalo - e a indicare una via - è quel "più" di troppo. Si ricordino le parole, per molti versi terribili, del Dottore della Chiesa San Giovanni della Croce: "l'affetto per Dio e quello per le creature sono contrari e quindi non possono essere contenuti nella stessa volontà"; e ancora: "tutte le creature sono briciole cadute dalla mensa di Dio. Giustamente quindi, vengono chiamati cani coloro che si vanno pascendo delle creature..." (4). Don Milani sarebbe stato proprio uno di questi cani che si cibano delle briciole cadute dalla mensa di Dio, una immagine che con ogni probabilità gli sarebbe piaciuta. Di più: si direbbe che gli interessino soltanto le briciole, che esse non siano un modo per risalire alla mensa, per partecipare in qualche modo ad essa, ma che siano l'unico cibo possibile, accettabile, desiderato. Detto altrimenti: un Dio che si risolve nelle creature, una fede che diventa prassi di incontro con esse. Ma non qualsiasi creatura. Quelle creature che sono i poveri. Per don Milani essere prete - ossia avere fede, essere cristiano - significava questo: mettersi al servizio dei poveri. Trattare i poveri come Dio stesso. Una fede che si pone agli antipodi della teologia. La fede non è una questione di logos, ma di praxis. Di azione. E' qualcosa da fare con gli altri. Per un non credente e non cristiano come me, una cosa particolarmente interessante di questo modo di concepire la fede è la possibilità di incontro con i non credenti. Se Dio non è nel logos, ma nella praxis, allora ci si può incontrare nella praxis, sia che si sia credenti (o, per dirla con don Milani, che si faccia parte della Ditta) sia che si sia atei.
Ma c'è da aggiungere ancora qualcosa per non fraintendere don Milani. La praxis che realizza la fede non è un generico mettersi al servizio dei poveri, né un mettersi al servizio dei poveri educandoli. La Chiesa fa da tempo entrambe le cose. La novità di don Lorenzo consiste nel fatto che questa prassi è una prassi politica, non un'azione caritatevole. Non è il gesto benevolo con il quale il membro di una istituzione che da secoli giustifica e fonda l'oppressione dei ricchi sui poveri (come vide e denunciò già nel Settecento un altro prete a contatto con i poverissimi, Jean Meslier), ma è il gesto di rottura di un prete che insegna ai poveri che sono oppressi dai ricchi, e che devono liberarsi da questa oppressione combattendo i ricchi. Ecco le parole di don Lorenzo durante un incontro con alcuni direttori didattici: "io baso la scuola sulla lotta di classe. Io non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe. E la scuola funziona perché io faccio soltanto questo discorso". E al direttore didattico che gli fa osservare scandalizzato che quelli sono "concetti marxisti", risponde rivendicando il senso cristiano di quelle parole: "Vi parlo da sacerdote perché oltretutto io sono più prete di voi. Io sono prete, se ve lo dico io, si può dire" (5).
Ma si può dire davvero? E' per confermare questo "si può dire" che don Lorenzo chiedeva un gesto al suo vescovo. Un gesto che non giunse allora, e che sembra essere giunto adesso. Ma è giunto davvero? Ascoltiamo le parole del papa. "Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole". E più oltre: "La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso a dare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta la sua dignità".
No. Don Milani non era questo. Pur con le migliori intenzioni, il papa non riesce a far di meglio che far rientrare don Lorenzo nello schema caritativo. Il Priore s'è preso cura dei poveri realizzando il "volto materno e premuroso" della Chiesa. Siamo a un passo dalla santificazione-addomesticamento. Il papa vola fino a Barbiana per dire che don Milani s'è preso cura dei poveri, mentre da cinquant'anni don Milani attendeva che si dicesse che prendersi cura dei poveri in modo cristiano significa insegnar loro la lotta di classe. Si dirà che la lotta di classe è un ferro vecchio, che quelli erano altri tempi, che la società è cambiata e le classe nemmeno si sa più quali siano. Si dirà che anche i poveri oggi hanno lo smartphone. Si dirà che il comunismo è finito da un pezzo. Si dirà. Mentre l'unica cosa sensata da dire è quella denunciata da Luciano Gallino in una delle sue ultime, lucidissime opere (6): la lotta di classe c'è ancora, ma s'è rovesciata. E' la lotta dei ricchi contro i poveri. E oggi, come ieri, si può stare da una parte o dall'altra. Oppure si può stare da una parte fingendo di stare dall'altra: ad esempio riempendosi la bocca con i poveri dopo essere scesi dal proprio elicottero personale.


(1) Lettere a Giorgio Pecorini del 15 marzo 1960, in Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, Mondadori, Milano 2017, vol. 2, p. 739.
(2) Ivi, vol. 1, p. XII.
(3) Testamento, 1.1.1966, in Lettere di Don Lorenzo Milani, Mondadori, Milano 1988, p. 282.
(4) Giovanni della Croce, Salita del monte Carmelo, I, 6, in Opere, Edizioni OCD, Roma 2001, pp. 32-33.
(5) Don Lorenzo Milani, Tutte le opere, cit., vol. 2, pp. 1165-1166.
(6) L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 1 luglio 2017.

Oë #1-7



1.
O' skuirtë allanutë arravugghiëtë
nda' nassë dë jurnëtë senza solë
ognë cosë më dicë fujëtennë
ognë cosë më dicë ndë fëdannë
puië fujë quannë vujë ma là stëcë
u mëlë ke të frekë ke cë frekë.

2.
Më sugutejë cume nu kënë a nottë.
Tu durmë. Ijë guardë a lamjë, më rëgerë
achiudë l’ucchjë pë cërcà na lucë
e trovë ombrë ke chiagnënë e më guardënë.
Allongë a mënë e t’accarezzë a guancë.
Ndo stëjë? Pëkkë nën stëjë këmmè? Pëkkë
Nën parlë? E’ na fëretë stu sëlenzjë
che u jurnë nën guarescë. E’ na fëretë
rëspërà, ave’ nu nomë, essë qualcunë.
Oë stëcë. U saccë. Stëcë e nun so’ ijë
e so ijë e cë stëkë. Cettë, cettë!

27 giugno, martedì

Gli atti vitali sono terribili. Mangiare, uccidere, scopare. Ma il più terribile di tutti è dormire. Ora ci sono, ora non ci sono più. Io per me stesso non sono una sicurezza. Il mio essere è intermittente. Il mio essere è inaffidabile. Il mio essere ha un vuoto al centro.
Questa intermittenza dell'io è il grande tabù del pensiero, ciò che è sconventiente da pensare, ciò di cui non bisogna parlare (לָמָּה תָמוּת, בְּלֹא עִתֶּךָ.). Dove sei, chi sei, cosa sei quando non ci sei? è la domanda fondamentale.
E' solo attraverso il nihilum, dice Nishitani, che si giunge al vuoto.

24 giugno, sabato

Penseremmo di avere un corpo, se il nostro corpo scomparisse nel nulla per sette, otto, nove ore al giorno? Penseremmo addirittura di essere un corpo? No, direte. Anche perché siamo abituati ad identificarci non con il corpo, ma con quella che una volta si chiamava anima: l'io, la coscienza. Ma la coscienza, ecco, è esattamente quella cosa che scompare per sette, otto, nove ore al giorno. Possiamo dire di avere una coscienza? O addirittura di essere una coscienza?

20 giugno, martedì

Mi siedo a gambe incrociate sul trifoglio, chiudo gli occhi per meditare, ma giusto qualche minuto, poi smetto perché ho voglia di guardare il prato e gli alberi e l'asino e le capre. Un'ape, poi un'altra, poi un'altra ancora, sui fiori di trifoglio. Il pavone mi passa accanto, attraversa un rigagnolo, si avvia verso la sua casetta di legno - placido.
Un idillio perfetto, infranto da un bassotto senza nome - lo chiameremo Scibbolet - che forse spaventato dal verso del pavone scappa sulla strada sterrata. Una ragazza bionda lo guarda, non sa se inseguirlo, poi compaiono due donne e lei dice che è lì, Scibbolet si è avviato da quella parte. Le due donne corrono e dopo qualche minuto tornano con Scibbolet in braccio. Si torna all'idillio. Una quindicina di bambini di quattro o cinque anni si stendono sull'erba, con i loro costumini, poi cominciano a giocare. Si lanciano l'un l'altro palloncini ripieni di acqua. Sono felici, molti ricorderanno questo come uno dei giorni più belli della loro infanzia.
E' perfetto, penso.
Mi correggo: sarebbe perfetto se io non ci fossi.


I Testimoni di Geova, Tolstoj e la Russia di Putin

L'unico commento che ho letto sui social network è quello di un cattolico. "Svegliatevi", seguito da una faccina sorridente. Per il resto, silenzio. Silenzio anche da parte di chi è più sensibile ai diritti civili, di chi quotidianamente si preoccupa di gay, Rom, minoranze di ogni genere. Passa sotto silenzio, come se non ci riguardasse, la notizia che la Corte suprema russa ha messo al bando su tutto il territorio nazionale i Testimoni di Geova. Equiparati ai terroristi in quanto "estremisti", i Testimoni di Geova rischieranno il carcere da sei a dieci anni se continueranno nel loro culto, e i loro beni saranno confiscati. Come sotto il comunismo.
Non sono simpatici, i Testimoni di Geova. Fanno proselitismo in modo fastidioso, bussano alla porta di casa la domenica mattina, ti fermano per strada per parlare di Dio. Credono in cose assurde e lo fanno con una convinzione che sfiora il fanatismo. Credono di seguire la Bibbia in modo meno ipocrita degli altri cristiani, ma si guarderebbero bene dall'uccidere gli omosessuali, come vuole la Bibbia (Levitico, 20, 13). Si vantano di conoscerla, la Bibbia, ma se chiedi loro di Mosè che comanda si uccidere donne e bambini (Numeri, 31, 17) restano confusi, e ti guardano perplessi quando fai notare loro che per Giobbe se avvenisse una calamità che facesse morire in un istante molte persone, Dio "si farebbe beffe della medesima disperazione degli innocenti" (cito dalla Traduzione del Nuovo Mondo, usata dai Testimoni di Geova).
Credono in cose assurde, ho detto; esattamente come i credenti di tutte le religioni. In loro difesa, si può dire che non hanno appoggiato regimi feroci come quello fascista e nazista, non hanno benedetto armi, non hanno brigato per prendere il potere e governare di fatto una nazione, come è avvenuto in Italia ai cattolici con la Democrazia Cristiana, un partito che si è dissolto in una nube di corruzione; né si hanno notizie di terroristi che si fanno saltare in aria urlando "Geova è grande". Sappiamo invece che diecimila Testimoni di Geova sono finiti nei campi di concentramento nazisti, e duemila e cinquecento di loro sono stati uccisi. Sappiamo, ho detto. Ma lo sappiamo davvero?
Cosa c'è dietro questa nuova persecuzione? Come altre confessioni minoritarie cristiane, i Testimoni di Geova si sforzano si praticare la nonviolenza evangelica. A dire il vero, la tradizione cristiana ha abbastanza tempestivamente corretto il Vangelo su questo come su altri punti, giungendo a giustificare la guerra, purché naturalmente si trattasse di guerra "giusta" (e quale non lo è nella percezione di chi la fa?). L'affermazione del cristianesimo deve molto a queste correzioni, alla base delle quali c'è il mutato atteggiamento verso le autorità. "Ogni persona si sottometta alle autorità che le sono superiori. Non esiste infatti autorità se non proviene da Dio; ora le autorità attuali sono stabilite e ordinate da Dio. Di modo che, chi si ribella all'autorità, si contrappone a un ordine stabilito da Dio", scrive Paolo nella Lettera ai Romani (13.1-2). Cito da una traduzione cattolica; i Testimoni di Geova traducono "ogni anima" invece di "ogni persona", e se ne può comprendere la ragione. Fedeli al Vangelo, i Testimoni di Geova rifiutano di prestare servizio militare, ed anche in Italia sono stati i primi (dimenticati) obiettori di coscienza. Interpretando quel passo di Paolo, ritengono che essere cristiani significhi non collaborare con le autorità dello Stato, pur rispettandole formalmente. Noncollaborazione è il termine esatto. Non si tratta per loro di opporsi, di ribellarsi, ma semplicemente di non prendere parte. "Non esercitiamo pressioni politiche, non votiamo a favore di un partito o dei relativi rappresentanti, non ci candidiamo per incarichi governativi e non partecipiamo ad azioni sovversive. Siamo convinti che la Bibbia contenga valide ragioni per prendere questa posizione", scrivono nel loro sito Internet. Alla base di questo atteggiamento c'è la contrapposizione tra i regni e i sistemi politici di questo mondo e il Regno di Dio. E' una posizione che, in ambito cristiano, si pone agli antipodi della teologia della liberazione cattolica, per la quale bisogna impegnarsi affinché la realtà storica, economica e politica incarni i principi evangelici, affinché cioè il Regno di Dio annunciato dal Vangelo diventi realtà effettiva già in questo mondo. Per i Testimoni di Geova ogni impegno politico finisce per tradire la purezza della promessa, che non può realizzarsi che in una dimensione escatologica. Sono idee molto vicine a quelle che espresse un grande russo, Lev Tolstoj, nella sua più importante opera filosofica: Il Regno di Dio è in voi (1893). Con la differenza che Tolstoj dava alla nonviolenza evangelica un significato apertamente eversivo, come leva per rovesciare un sistema di dominio che aveva nella Chiesa ortodossa un tassello fondamentale, e di cui erano vittime le grandi masse contadine con la loro fede ingenua. Per le sue idee Tolstoj fu scomunicato dal Santo Sinodo; una scomunica che non è mai stata revocata, ed è stata anzi confermata nel 2010, in occasione del centenario della morte.
"Dominare vuol dire violentare, violentare vuol dire fare ciò che non vuole colui sul quale è commessa la violenza, e certo ciò che non vorrebbe sopportare colui che la commette; per conseguenza, essere al potere vuol dire fare ad altri ciò che noi non vorremmo che fosse fatto a noi stessi, cioè fare del male", scriveva Tolstoj, sintetizzando in poche efficacissime righe le ragioni del suo anarchismo (Il Regno di Dio è in voi, Bocca, Roma 1894, p. 260). Negare la libertà religiosa è una delle forme più vili di questa violenza sistemica. E il fatto che nella Russia di Putin un cristiano non ortodosso possa finire in carcere per la sua fede dimostra che quel sistema di dominio denunciato dall'autore di Guerra e pace è ancora oggi più solido che mai.
Pubblicato su Gli stati Generali, 21 aprile 2017.

Combattere la violenza educativa, non solo quando si tratta di velo

La faccenda della ragazza originaria del Bangladesh tolta a Bologna ai genitori che l'avevano (o l'avrebbero) rasata a zero perché rifiutava il velo suscita non poco imbarazzo in chi segue, o cerca di seguire, i valori progressisti e liberali, espressione con la quale indico una costellazione di convinzioni che si è venuta formando in Europa, non senza contrasti anche tragici, a partire dall'Umanesimo, e con più decisione dall'epoca illuministica in poi. In questa costellazione rientra il rispetto della diversità etnica e religiosa, che va dalla semplice tolleranza fino al dialogo ed alla contaminazione. Vi rientrano parimenti l'emancipazione femminile, l'uguaglianza e le pari opportunità, ed i diritti delle persone omosessuali. Purtroppo, se questi valori fanno sistema sul piano teorico, non sempre si accordano sul piano pratico. Può succedere che si debba scegliere di difendere un valore al costo di negare l'altro. E' quello che succede appunto in questo caso. Il principio del rispetto della libertà religiosa ci porterebbe a garantire ai musulmani la piena libertà di seguire la loro cultura, ma che succede quando questa libertà porta poi alla violenza sulle donne? La scelta in questo caso cade, il più delle volte, sulla difesa delle donne, anche per una ragione storica: vero è che la difesa della differenza religiosa è un valore progressista, ma è anche vero che la cultura progressista si è costruita combattendo contro le chiese e i valori religiosi.
Nella costellazione dei valori progressisti rientra anche la critica dell'educazione tradizionale, violenta dal punto di vista fisico e psicologico, e la ricerca di un'educazione che metta al centro il bambino con i suoi bisogni. E' un percorso che va da Erasmo e Rousseau e Montessori ed oltre, ma che procede forse in modo più accidentato degli altri percorsi del progressismo. Anche questo valore è in ballo nella vicenda di Bologna. Con quel provvedimento si condanna e si contrasta la violenza educativa, che non può né deve essere tollerata. E tuttavia è lecito avere qualche perplessità.
Da pedagogista antiautoritario, mi occupo da anni dei rapporti tra educazione e violenza. Ne discuto con genitori, insegnanti, educatori. Spesso incontrando una aperta ostilità. Quando faccio notare, ad esempio, che lo schiaffo è una violenza inaccettabile e non ha nulla di educativo, vengo sommerso da critiche di genitori per i quali questi principi educativi sono quelli che hanno portato ad una generazione di ragazzi privi di educazione e rispetto e farà ancora più danni in futuro. Come se in Italia davvero lo schiaffo "educativo" non esistesse più da anni, e come se i bambini e ragazzi norvegesi - paese nel quale le punizioni corporali sui bambini sono vietate con estrema severità (anche lì non senza qualche rischio di discriminazione) - fossero tutti maleducatissimi. Succede non di rado, a scuola, di venire a conoscenza di violenze subite dagli studenti nel loro ambiente familiare. Violenze fisiche, come i pestaggi anche pesanti, ma anche psicologiche, come i genitori che decidono di non far venire più a scuola la figlia di cui hanno scoperto l'omosessualità. Non sono situazioni ipotetiche, ma casi reali. Queste ed altre violenze in ambito scolastico vengono spesso trattate con un atteggiamento protettivo nei confronti delle famiglie. E' molto difficile che un caso di violenza su un minore venga portato a conoscenza delle forze dell'ordine, se la famiglia nella quale il fatto è avvenuto è una famiglia borghese, appartenente ad un ambiente rispettabile. Penso di poter dire che accade in casi rarissimi. Molto più frequente è che ad essere segnalate siano violenze avvenute in famiglie povere o marginali o in famiglie straniere. Esiste una doppia morale, che porta a considerare gravi e inaccettabili fatti di violenza accaduti in alcuni ambienti, e tollerabili o da trattare con particolare tatto casi riguardanti famiglie perbene o presunte tali.
E' un'ottima cosa se si combatte e si rifiuta ogni forma di violenza educativa. Si sia conseguenti, però: discutiamo di violenza educativa; condanniamo lo schiaffo "educativo"; condanniamo tutte le forme di violenza su bambini ed adolescenti; interroghiamoci sulla legittimità di tutte le forme di costrizione che esercitiamo su di loro. Mettiamo al centro della discussione pubblica tutte le forme di violenza che esercitiamo in nome dell'educazione. Se non lo facciamo - se non ci interroghiamo sulla violenza nostra, insieme alla violenza dell'altro - la nostra è penosa, pericolosa ipocrisia.

8 marzo, mercoledì

Per qualche ora ho provato a rientrare in Facebook. Nel giro di pochi minuti sono stato risucchiato in un vortice di imbecillità.
Mi è finita sotto mano la foto di Capitini alla marcia della pace, con il cartello "Unità con tutti per sempre". No, Aldo. Il tuo paradiso è il mio inferno. Alla larga da tutti, per sempre. E piuttosto: unità con il Ciò. तत्त्वमसि.

Intervista a Vice

In seguito al suicidio di un sedicenne, tragica conseguenza di un controllo antidroga, un mio articolo dello scorso anno contro i controlli antidroga a scuola ha ripreso a circolare sui social network fin quasi a diventare virale. Sono stato invitato a parlarne in una nota trasmissione televisiva - invito che ho declinato - ed in qualche trasmissione radiofonica. Ho accettato invece un'intervistra a Vice Italia. Eccola.

Facebook come asocial network

Ho chiuso il mio profilo Facebook e ne ho aperto uno nuovo, con nuove regole. Troppo faticoso sarebbe stato cancellare tutte le amicizie o pseudo-amicizie. Ho preferito ripartire da zero. Il mio nuovo profilo funziona così: i post sono pubblici e chi vuole può seguire gli aggiornamenti, proprio come un blog; nessuno però può chiedermi l'amicizia.
Molto mi ha fatto riflettere, tra l'altro, il comportamento socialmente miserabile di una scrittrice abbastanza nota che ha avuto con me una discussione sul mio profilo. Cosa da ordinaria amministrazione; ma ne è seguito un post sul suo, di profilo, con il quale senza nominarmi riportava le mie affermazioni distorcendole apertamente e sostanzialmente incitando i suoi lettori al linciaggio. Cosa che è puntualmente avvenuta.
Io provengo da una condizione di asocialità completa; vorrei poter dire felice, ma felice non era; e tuttavia ne ero in qualche modo soddisfatto. Ma mi sono imposto di uscirne, e di spingermi anche nella sfera pubblica. Per questo ho aperto, ormai più di quindici anni fa, il mio primo blog, e per questo ho contribuito alle fortune di Zuckerberg. Ma, perdonatemi, davvero non ce la faccio. Il misto di meschinità, di piccineria, di stupidità, di violenza mimetica delle situazioni sociali, e ancor di più delle situazioni sociali virtuali, non lo reggo.
Ho visto che in questi ultimi giorni è diventato virale, come si dice, un mio articolo dello scorso anno sui controlli antidroga a scuola. Su una pagina Facebook ha più di novemila like. Altri siti e pagine riprendono l'articolo senza citare la fonte, tutti dicono che è stato scritto adesso, qualcuno dice che è una lettera, qualcuno dice che sono una professoressa. La7 mi invita a parlarne in una trasmissione che non conosco. Qualcuno mi copre di insulti pubblicamente, qualche altro privatamente, qualcuno mi segnala alle forze dell'ordine e all'ufficio scolastico.
Fate come vi pare. Vivete le vostre passioni, accapigliatevi, fatevi adorare dai vostri seguaci. Ma alla larga da me.

Conviene davvero delegittimare gli insegnanti?

Come pedagogista, mi succede abbastanza spesso di discutere con qualche genitore convinto che lo schiaffo sia uno strumento educativo accettabile o addirittura indispensabile. L'argomento che in diversi paesi del mondo, e non certo tra i meno civili, schiaffeggiare un bambino è un reato, senza che questo divieto provochi disastri educativi, non sembra colpirli particolarmente. Così come non serve a molto osservare che un adulto non può essere preso a schiaffi a scopi educativi o rieducativi nemmeno se ha ucciso dieci persone, mentre un bambino può essere schiaffeggiato anche solo per aver versato una tazza di latte.
Il corpo del bambino in Italia è privo, si direbbe, di quella sacralità che appartiene nella nostra società al corpo umano in generale. A differenza dell'adulto, un bambino può essere toccato, sollevato, spostato, strattonato, picchiato senza che si abbia l'impressione, con questo, di compiere un abuso. Ma le cose non stanno proprio così, e per convincersene è sufficiente considerare qualche caso di cronaca. Buon ultimo, quello riguardante l'Asilo Monumento di Siena.
La retorica della guerra ha disseminato l'Italia di monumenti ai caduti, spesso non proprio sobri. Con più buon senso, anche non con miglior gusto, a Siena si decise di ricordare i caduti della Grande Guerra con un asilo: l'Asilo Monumento, appunto, che con il suo portico austero si affaccia sui giardini della Lizza. Una delle più solide istituzioni educative della città, che negli ultimi giorni si è trovata al centro di un mezzo scandalo di provincia. "Bimbi senza vestiti all'asilo", titolava La Nazione; e Il Giornale: "I bimbi costretti a spogliarsi e spalmarsi di schiuma". E' successo che i bambini sono stati coinvolti in un progetto di esplorazione corporea e sensoriale pienamente in linea con le Indicazioni Nazionali del Ministero, approvato dal Coordinamento pedagogico e condiviso dalle stesse famiglie. Ma questo non basta. Corpo, emozioni, sensi: ce n'è abbastanza per scandalizzare i benpensanti e farne un caso politico. E poco importa che questo significhi mettere alla gogna, insinuando le cose peggiori, dei professionisti che fanno con passione il loro lavoro. "Farabutti, delinquenti e pedofili" li apostrofa nei commenti sul sito del Giornale il signor Mostardellis, mentre il signor gianky53 le definisce "maestre sporcaccione". La pacata riflessione dell'Italia 2.0.
Qualche tempo fa ho scritto sul mio profilo Facebook che il giorno seguente avrei iniziato le mie lezioni in quarta su "Sesso e genere". Mi contattò dopo qualche ora una giornalista: voleva un'intervista. Me ne meravigliai. Cosa c'era da intervistare? Insegno antropologia, sesso e genere è tra gli argomenti di routine. E' un po' come intervistare un docente di italiano sul fatto che spiegherà Petrarca, le dico. Ma non è convinta. C'è polemica su qualche bacheca, dice; e aggiunge: la gente deve sapere. Vedo poi che in effetti è già partito il linciaggio sulla bacheca di un locale politicante leghista, salito tempo fa agli onori della cronaca nazionale per una battuta sessista ai danni di Selvaggia Lucarelli. E gli insulti sono pesanti.
Trovo apprezzabile e rincuorante la reazione del sindaco di Siena, Valentini, che ha scritto: "Non posso permettere che le nostre maestre vengano denigrate e tantomeno che i genitori vengano sbeffeggiati per la loro presunta dabbenaggine o, peggio, per la loro complicità. Ne va di mezzo la credibilità e l’autorevolezza di un intero sistema scolastico, messo in pratica con grande professionalità e passione dai nostri insegnanti e condiviso con le famiglie". E' questo il punto. Si sta delegittimando l'intero sistema scolastico ed educativo. Ma perché accade? Ho detto che molti genitori considerano accettabile lo schiaffo educativo. Non ho trovato, però, un solo genitore che ritenga accettabile il ricorso allo schiaffo da parte degli insegnanti dei figli. Anzi: i genitori che con più vigore difendono il diritto di schiaffeggiare i loro bambini sono spesso quelli più accaniti nell'attaccare gli insegnanti quando hanno l'impressione che abbiano mancato di rispetto ai figli. Naturalmente non c'è molta logica, in questo. Se lo schiaffo è un metodo educativo accettabile o efficace, allora è giusto che lo usino anche i maestri. La contraddizione mette in luce un fenomeno che spiega anche, mi pare, la tentazione irresistibile di diffamare maestri e professori.
Con gli anni il numero di figli che una coppia mette al mondo si è drasticamente ridotto. Ora sono molti i figli unici, e raramente si va oltre i due figli. Questo fenomeno va di pari passo con un mutamento nella percezione del ruolo genitoriale. L'aspetto positivo di questo cambiamento è la maggiore responsabilità e consapevolezza educativa dei genitori. L'aspetto negativo è un senso di possesso esclusivo ed escludente che molti genitori hanno nei confronti dei figli. Un amore unico, che non ammette condivisioni, e che in qualche caso può sfociare nel suo opposto. Il bambino può essere schiaffeggiato dal genitore e non dall'insegnante perché il bambino è cosa del genitore: ha diritti su di lui che non ha l'insegnante. E poca importa che questi diritti si risolvano, dunque, nel diritto di esercitare violenza. Sminuire qualsiasi altra figura educativa è un modo per presentarsi, agli occhi dei bambini, come uniche figure di riferimento. Il genitore del terzo millennio è geloso come il Dio biblico, e non tollera un altro accanto ed oltre sé.
Non è questo il caso dell'Asilo Monumento di Siena, che si è smontato perché i genitori hanno difeso fermamente le maestre. Ma dà da pensare che dei politicanti abbiano montato un caso politico su una cosa del genere. Se lo fanno, è perché sanno che il tema "insegnanti che fanno cose strane ai nostri figli" è di quelli che indignano e mobilitano. E dai quali è possibile aspettarsi un ritorno politico. Ma a quale prezzo?
L'educazione è sempre stata una impresa di tutta la comunità. Se diventa affare della famiglia, se il ruolo educativo della comunità viene sminuito, può accadere di smarrire il vincolo sociale stesso, e di trovarci di fronte ad una pseudo-società che non è che l'aggregato di famiglie autoreferenziali, monadi sociali senza porte né finestre, che si guardano l'un l'altra con sospetto. E' una dinamica sociale che ha già qualche anno e di cui sono avvertibili i primi effetti. Se si chiede ad un quindicenne di oggi quale è il suo valore più importante, è molto probabile che risponda che è la famiglia. Una cosa che non sarebbe mai venuta in mente ad un quindicenne degli anni Ottanta. Si dirà: non è una cosa negativa. Certo. Ma se si approfondisce viene fuori dell'altro. Viene fuori che la famiglia è percepita come un ambiente rassicurante e protettivo apertamente contrapposto al mondo di fuori, infido e pericoloso. La società stessa fa paura, e la famiglia è un nido nel quale cercare conforto. La crisi di progettualità politica degli adolescenti e dei giovani, uno dei tratti più facilmente constatabili nella generazione dei Millennials, è una conseguenza di questa chiusura. Si può agire sulla società solo insieme ad altri, ma per agire insieme ad altri bisogna avere fiducia, essere positivamente aperti agli altri, esser mossi dalla convinzione ottimistica che sia possibile cercare insieme ciò che è bene e ciò che è giusto. Ma questo è sempre più difficile per ragazzi che crescono in una società nella quale le figure e le istituzioni che erano un punto di riferimento tradizionale sono in crisi (una crisi in alcuni casi vistosa: si pensi al mondo politico ed alla Chiesa), e gli adulti che si occupano della loro educazione sembrano impegnati a delegittimarsi a vicenda.
C'è, a dire il vero, un'eccezione. Si può agire politicamente (nel senso di occupare la sfera pubblica: ma la politica è altra cosa) senza fiducia se a spingere verso l'azione è l'odio, l'indignazione cieca e sciocca, l'agitazione populistica. Ed è probabilmente per questo che i politicanti non si fanno scrupolo di delegittimare chi ogni giorno cerca di far accadere quella cosa delicata e difficile che è l'educazione.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 4 febbraio 2017.

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