Attraversamenti

Blog di Antonio Vigilante

I migranti e il silenzio della politica

Fa sorridere (amaramente) l'ingenuità mostrata dai lavoratori migranti che il 6 maggio manifestavano a Foggia per la dignità e i diritti: in uno dei loro cartelli si rivolgevano al sindaco Landella per chiedergli giustizia per il giovane gambiano morto nell'incendio della sua baracca di legno e lamiera. Avranno pensato che il sindaco è, come tale, il capo di una comunità, ed il capo di una comunità non può disinteressarsi delle violazioni dei diritti elementari che accadono nella sua città. Da Landella, naturalmente, solo silenzio. Ma null'altro che silenzio giunge anche dal principale sfidante di Landella, Pippo Cavaliere. Guardo e riguardo la sua pagina Facebook, che in campagna elettorale è per ogni candidato ormai il principale strumento di propaganda, ma nulla. Non una sola parola, non un link. Per il candidato di sinistra alle elezioni la manifestazione di centinaia di migranti semplicemente non è mai avvenuta. Né mi pare che altri si siano espressi.
Posso comprenderli. L'Italia è ormai un paese in cui il razzismo ha messo solide radici, e Foggia è anche più razzista della media italiana, benché abbia un numero di migranti decisamente inferiore alle città del centro-nord. Sotto elezioni è meglio non compromettersi con questa gente, si rischia di perdere voti. Ma a non compromettersi si rischia qualcosa di peggio: di vincere, ma di non differenziarsi affatto dall'avversario. Di essere diventati di destra, nel tentativo di sconfiggere la destra.


Il fenomeno Soccio

Conobbi Pasquale Soccio a metà degli anni Novanta. Mi portò da lui Franco Marasca, con la sua guida che aveva per me qualcosa di misterioso: l'utilitaria faticava, sbandava, a momenti urtava qualcosa, ma riusciva sempre in qualche modo a giungere a destinazione senza danni. Premise: "E' un burbero benefico". Mi parve piuttosto un San Girolamo, quest'uomo scavato dagli anni, cieco, ascetico, seduto ieraticamente nel suo studio dominato da un enorme tavolo ingombro di libri. Ad una parete un quadro di Giuseppe Ar che lo ritraeva da giovane. Mi sottopose a un fuoco di fila di domande; solo dopo compresi che si trattava di un esame, e che l'avevo passato. Soccio aveva bisogno di qualcuno che gli leggesse libri e giornali, che parlasse un po' con lui e lo aiutasse a scrivere un libro di filosofia cui pareva tenere molto. Io ero alla ricerca d'un lavoro. E la paga non era granché, ma quando sei disoccupato - e io lo ero - guadagnare qualcosa è meglio che non guadagnare nulla.
Per un po', dunque, ho fatto questo di lavoro - fino a quando la vecchiaia ha avuto la meglio, e l'ha ricacciato nella natia San Marco in Lamis, affidato alle premure della famiglia ed al calore di quello che fu il grembo materno. L'ho visto letteralmente rimpicciolirsi, farsi quasi bimbo nella sua culla, prima della liberazione.


Cattivo gusto e dinamiche di classe

Vien quasi da difenderlo Feltri (e vi giuro: stavo per scrivere "il povero Feltri"). Fa una battuta si sfuggita, e vien giù il finimondo. E' un po', a dire il vero, come se di un genovese avesse detto che "è generoso, nonostante sia genovese". A torto o a ragione, i foggiani non hanno fama di buon gusto nel vestire. Nella sua Ballata delle prugne secche Pulsatilla - la foggiana Valeria di Napoli - ricordava che "a Pisa, pacchiano si dice foggiano". Spero ora che aver ricordato questa cosa non scateni una lotta contro i pisani e nuovi strali contro Pulsatilla, che da questo punto di vista ha già dato.
Vestono bene i foggiani? La questione è indecidibile, dal momento che nessuno ha il criterio oggettivo del buon gusto. Certo i negozi di alta moda non mancano, e certo sono parecchio frequentati. Ma c'è anche il mercato del venerdì, e al mercato del venerdì ci sono anche i banchi dei vestiti usati. Veste male chi compra cose usate? Ne dubito. Ci si può vestire benissimo anche spendendo poco: il buon gusto, fortunatamente, prescinde dal denaro. Ma temo che quelli che frequentano i negozi del centro non la pensino allo stesso modo. Ci sono, a Foggia, una quantità di termini offensivi per indicare una carta fascia della popolazione locale. Zanniërë, ad esempio. Non saprei dirne l'origine, credo che venga da zanne, ad indicare una qualche caratteristica animalesca del soggetto. Altri termini esprimono un certo pregiudizio antiantropologico: Mao Mao, ad esempio, o Cheyennë. Dalle parti di Foggia le tribù africane o indiane d'America non sono troppo apprezzate. Il foggiano elegante che reagisce con sdegno quando Feltri fa una battuta di sfuggita sui foggiani che vestono male non mancherà di mostrare disprezzo per 'u zanniërë che gli passa accanto nella fatica quotidiana dello struscio per il corso, quasi usurpasse uno spazio buono, nel quale una borghesia volenterosa tenta di dare un tono alla città. Perché di questo si tratta, alla fine. Sempre. Dietro ogni pregiudizio ci sono dinamiche di classe. Il cattivo gusto è sempre quello dei poveri. I ricchi possono mettersi in testa anche un cappello a forma di merda (magari un po' largo: "a cacata di vacca", si dice a Foggia): tutti apprezzeranno l'originalità e lo stile. Foggiano è sinonimo di pacchiano perché Foggia, a dispetto della borghesia volenterosa di cui s'è detto, è nella percezione comune una città proletaria. Perfino un po' sottoproletaria.


Le buddhanate di Fabrizio Rondolino

Il pāli è la lingua affine al sanscrito nella quale è scritto il Canone buddhista più antico (il Tipitaka). E' una lingua apparentemente più semplice del sanscrito, se non altro perché non si presenta nella complessa (ma bellissima) scrittura devanagari, e tuttavia è una lingua difficile, che richiede anni di studio intenso per essere padroneggiata. Il Dhammapada è uno dei testi buddhisti più importanti e belli, una raccolta di insegnamenti che racchiudono il cuore dell'insegnamento buddhista con passi di grande intensità e forte suggestione; ed è scritto in lingua pāli.
Ora, mettiamo che un editore - un grande editore - voglia fare una edizione del Dhammapada. A chi affiderà la traduzione? A un sanscritista di fama? A qualche giovane studioso da valorizzare? Macché. A Fabrizio Rondolino. Che di pāli non sa una sola parola, ma compare spesso in televisione. A lui la Mondadori affida la traduzione e la cura della nuova edizione del Dhammapada nella collana Oscar. Nella introduzione seraficamente premette: "Questa nuova edizione 'traduce' altre traduzioni inglesi, italiane, francesi e tedesche". Come il buon Vincenzo Monti, "traduttor de' traduttor" (così lo coglionò Ugo Foscolo); con la differenza che Monti tradusse in endecasillabi. Non c'è nemmeno un minimo di apparato critico, indispensabile per un testo così lontano nello spazio e nel tempo. Di questi due punti di debolezza Rondolino cerca di fare punti forza con deprimente sfacciataggine: la traduzione, dice, intende "offrire un testo semplice, scritto in lingua corrente, piacevole e immediatamente comprensibile" (e se non è immediatamente comprensibile che si fa?), e non ci sono note perché "la traduzione, per dir così, incorpora anche una sorta di commento rendendolo superfluo". Cioè: Rondolino al tempo stesso traduce (dai traduttori) e commenta, ma il lettore non ha il diritto di sapere cosa è del testo originale e cosa di Rondolino. Gli viene servito un pastone nel quale non si sa bene cosa è originale e cosa aggiunto, con la promessa che sarà però un pastone gradevole. Che di questi tempi è la cosa essenziale.


Famiglia

A voler essere proprio pignoli, la parola famiglia fa schifo. Deriva da famulus, schiavo. Era l'insieme degli schiavi che vivevano sotto la direzione di un pater familias. Spero che i sostenitori della famiglia tradizionale non vogliano riportare restaurare anche la schiavitù (al di là di quella dei lavoratori africani nelle nostre campagne, intendo). Non mi meraviglierei troppo.


Scuola: la laicità difficile

Qualche mese fa ha fatto discutere la scelta del preside di un istituto comprensivo di Porto Tolle, nel cattolicissimo Veneto, di non consentire al vescovo di Chioggia di far visita alla sua scuola. L'argomento del dirigente era semplice: la scuola pubblica e statale è laica. La semplicità, sensatezza, evidenza dell'argomento naturalmente non sono state sufficienti ad evitare le polemiche, per lo più politiche: per certe forze conservatrici notizie del genere sono manna dal cielo.
Non si è fatto troppi problemi invece il dirigente dell'istituto "Ungaretti-Madre Teresa" di Manfredonia, che sulla homepage del sito pubblicizza con grande enfasi la visita di monsignor Moscone, nuovo vescovo della Diocesi. "Un pieno di emozioni questa mattina per alunni, docenti, personale e genitori", si legge. E le foto fanno quasi tenerezza: sembrano uscite dagli anni Cinquanta, quando il Paese era fervidamente, unanimemente cattolico, i pochi anticonformisti, come i coniugi Bellandi di Prato - che si erano permessi di sposarsi solo civilmente - venivano pubblicamente umiliati e Dio, Patria e Famiglia era uno slogan che non faceva sorridere. Se non fosse per gli smartphone che spuntano qua e là, le foto sarebbero perfettamente vintage: il vescovo dall'aria bonaria, il preside compiaciuto, lo stemma episcopale in bella mostra, e soprattutto loro, i bambini. Col grembiulino azzurro, le bandierine, le mani sollevate per accompagnare chissà quale canto.


Cristianesimo: che farsene ormai?


Fa un certo effetto leggere Risorse del cristianesimo. Ma senza passare per la via della fede di François Jullien (Ponte alle Grazie). Jullien (nella foto) non è solo uno dei massimi pensatori europei; è uno dei pochissimi che riesca a pensare oltre l'Europa, grazie alle sue competenze di sinologo. In quest'opera si occupa, dunque, di cristianesimo. E comincia così: "Vi chiederete perché mi occupi oggi proprio di questo – ovvero, del 'cristianesimo'. Che cosa farsene, ormai?". E poco oltre aggiunge: "Finito il tempo del suo dominio e poi quello della sua denuncia, e oggi nel tempo della sua marginalizzazione, occorre infatti tracciare il bilancio di quel che il cristianesimo ha fatto avvenire nel pensiero". Non voglio discutere, qui, le risorse che Jullien scopre nel cristianesimo e crede di poter riprendere anche senza la fede; dirò solo che sono risorse che con ogni probabilità sorprenderebbero buona parte dei credenti. Mi interessa soffermarmi sull'incipit, sul punto di partenza del suo discorso. Dunque: il cristianesimo è giunto al momento dei bilanci? E' qualcosa di cui possiamo quasi ormai parlare al passato? Il punto di osservazione italiano è diverso, naturalmente, da quello francese. Lì una società multiculturale ed uno Stato rigorosamente laico, qui una laicità solo formale, quotidianamente immiserita dai crocifissi nelle scuole e nei tribunali, dall'insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica, da una classe politica da sempre subalterna alla Chiesa, eccetera. E tuttavia anche da noi l'incrinatura è evidente. La Chiesa cattolica ricorda un po' una donna che un tempo era stata apprezzata, ma che non ha saputo affrontare il passare degli anni; e non ha saputo farlo, proprio perché ha cercato di restare al passo con i tempi. Come una donna non più giovane che ricorra a vistosi interventi di chirurgia plastica, la Chiesa ha cercato di scollarsi di dosso una lunga tradizione di dolorismo, le madonne con gli stiletti nel cuore, gli atti di dolore e di pentimento, s'è convertita alle chitarre e al giovanilismo, e cerca disperatamente di presentarsi come la religione della gioia e della positività. Papa Francesco è perfetto da questo punto di vista: il degno rappresentante in terra del Buddy Christ del film Dogma di Kevin Smith. Il messaggio un tempo era: sei un peccatore, senza il nostro aiuto finirai all'Inferno. Oggi è: Dio ti ama, è morto per te, per la tua felicità e salvezza! Come non ricambiare un dono così generoso? L'ingratitudine è l'argomento principale dell'evangelizzazione postmoderna. Ma non funziona granché.


Quelli che non la bevono

La parola apota fu creata all'inizio degli anni Venti da Prezzolini per indicare "quelli che non se la bevono", una categoria di uomini in grado di sottrarsi al gioco delle contrapposizioni e considerare le cose con distacco, cercando la verità oltre le passioni di parte. La parola non ha avuto grande successo; l'idea ne ha avuto fin troppo. L'Italia di oggi è il paese degli apoti. Nessuno vuole berla; nessuno vuole lasciar intendere di essere ingenuo. Come una vera epidemia si diffonde nella società il sospetto: dietro tutto dev'esserci dell'altro. Bisogna sospettare, sospettare sempre.
Corruptio optimi pessima, dicevano gli antichi. Non c'è nulla di peggio della corruzione delle cose migliori. L'apotismo attuale è la corruzione di una cosa tanto importante quanto poco diffusa: il pensiero critico. Che è pensiero, appunto: e dunque una cosa difficile. Esige lo studio, l'informazione, la considerazione attenta delle ragioni e dei torti. In una società complessa, sono davvero pochi quelli che possono vantare una capacità critica nei campi diversi che rientrano nella sfera politica: l'economia, l'istruzione, la politica estera eccetera. L'impresa è talmente disperata che si finisce per gettare la spugna. E cercare scorciatoie. Una è quella di sempre: gli stereotipi, gli slogan, la semplificazione isterica della realtà. La strategia sottocognitiva che genera il leghismo salviniano, la politica del rancore, dell'odio, del capro espiatorio. L'altra (che alla prima spesso conduce) è il sospetto come sistema di vita. L'abbiamo visto all'opera l'altro giorno, in occasione della Giornata mondiale del clima. Migliaia di giovani che in tutto il mondo manifestano per difendere il pianeta al seguito di una ragazzina di sedici anni? Ma a chi vogliono darla a bere? Davvero si può essere così ingenui? Davvero una ragazzina può sfidare i potenti della terra? Ci dev'essere dietro qualcosa. Un sito pieno zeppo di pubblicità assicura che si tratta di una trovata pubblicitaria. E che non può avere alcun interesse per l'ambiente, dal momento che è una ragazzina con Asperger, ed è noto che chi ha l'Asperger non è in grado di provare empatia.


Essere rizomi

Green Book di Peter Parrelly è un film gradevole, ma poco più; certo non passerà alla storia del cinema. C'è una scena, però, che resta. Il film racconta (e romanza) la storia vera di un musicista nero, Don Shirley, che nell'America degli anni Sessanta decide di fare una tournée negli stati del sud. Per farlo ha bisogno di un autista che sia anche in grado di occuparsi della sua incolumità fisica, e lo trova in Tony Vallelonga, un buttafuori italiano non proprio onestissimo e un po' razzista. C'è questa scena, dunque, in cui l'autista italiano rivendica il suo essere nero, più nero del musicista nero. Perché lui, Tony, è un proletario, è cresciuto nel Bronx, vive la vita difficile di chi è escluso, mentre l'altro sì, è nero, ma è ricco, abita una casa lussuosa, ha una vita di successo. Shirley allora scende dalla macchina, offeso. E poi si sfoga. No, la sua condizione non è quella di un privilegiato. E' un nero che non è amato dai neri, perché privilegiato; è un pianista classico che non può suonare musica classica, perché non gli è consentito (è musica da bianchi), ed è costretto a fare la musica che piace ai bianchi per sentirsi colti; ed è omosessuale. La sua condizione è quella di chi non è più e non è ancora, per usare un'espressione del filosofo iraniano Dariush Shayegan. Non è più nero e non è ancora bianco. Abita uno spazio intermedio, ed è un abitare difficile.


Sesso: quel divieto di parlarne in cui cresce la violenza

Ieri sera mi sono masturbato guardando un video porno. Se me ne uscissi con questa confessione durante una cena tra amici, le reazioni andrebbero dal sorriso imbarazzato allo sdegno; e probabilmente qualche amicizia ne uscirebbe compromessa. Se lo scrivessi sul mio profilo Facebook, molti mi accuserebbero - è successo per molto meno - di indegnità morale, chiedendo il mio urgente allontanamento da scuola. E se iniziassi così un articolo, come sto facendo ora, molti si chiederebbero dove voglio andare a parare.
E' convinzione condivisa da coloro che a vario titolo si occupano di società - sociologi, psicologi, educatori - che ci siamo felicemente lasciati alle spalle la repressione sessuale, e che siamo in una società perfino ipersessualizzata. "Uomini e donne ora ricercano il piacere sessuale fine a se stesso, rinunciando persino agli orpelli convenzionali prescritti dal sentimentalismo", scriveva Christopher Lasch ne La cultura del narcisismo. Era il 1979. In Italia si inaugurava la stagione delle commedie sexy ed ogni città poteva vantare almeno un cinema a luci rosse. Oggi un sito come Pornhub può vantare più di trentatré miliardi di visite all'anno. Ma la liberazione sessuale si è arenata di fronte ad un ultimo tabù: la confessione.


Le radici culturali dell'abbandono scolastico

Poco dopo aver letto l'articolo di Valerio Camporesi sul difficile problema dell'abbandono scolastico mi è capitata sotto mano una intervista al filosofo Umberto Galimberti che meriterebbe di essere discussa punto per punto. Mi limiterò qui a considerare la seguente affermazione, che mi sembra un buon punto di partenza per parlare di abbandono scolastico: "Per me fino a 18 anni bisogna tenere una scuola dell’obbligo, inevitabilmente. E i ragazzi vanno in qualche modo sedotti… sedotti con la cultura. Allora vanno a scuola volentieri."
Dunque: la cultura e la seduzione. La scuola ha la cultura, che per un filosofo come Galimberti è evidentemente qualcosa di straordinario, e tuttavia non basta da sola, ha bisogno di essere resa piacevole e interessante: l'esempio è quello della Commedia letta da Benigni. Ma la scuola ha la cultura? No. La scuola ha una cultura. I programmi scolastici, o per meglio dire le programmazioni dei singoli docenti, offrono agli studenti una fetta di cultura, dalla quale restano escluse molte cose. Restano esclusi molti aspetti della cultura occidentale che non rientrano nel canone occidentale, così come resta esclusa praticamente tutta la cultura orientale, africana, sudamericana. Ma resta esclusa, soprattutto, la cultura delle classi subalterne. La cultura scolastica rappresenta una parte significativa della cultura in cui si riconoscono le classi alte della società italiana: una cultura lodevolissima, fatta di straordinari capolavori letterari, filosofici, artistici, ma che non è la cultura, non ha, di fatto, un valore universale, non è una casa comune degli italiani. Si dirà che è compito della scuola far sì che lo diventi. Può essere. Ma intanto non tutti gli studenti che entrano a scuola si ritrovano in quella dimora culturale: alcuni perché appartenenti a classi subalterne, altri perché stranieri, altri ancora per entrambe le ragioni.


Bataille l'indù

"Le credenze degli Indù e dei buddisti (sic) attribuiscono un'anima agli animali...".
Questa perla si trova ne L'esperienza interiore di Bataille (tr. it., Dedalo, Bari 2002, p. 277 nota). Un libro nel quale il filosofo francese si propone di fare "un viaggio ai limiti dell'umano possibile" (p. 34), ma riesce a raggiungere - oltrepassandoli, perfino - soltanto i limiti della pazienza del lettore.
Non gli si può negare qualche onestà. Dopo aver sproloquiato per pagine e pagine sullo yoga, scrive con candore:

Ma in fondo, so ben poco dell'India... I pochi criteri cui mi attengo - più di distacco che di consenso - si legano alla mia ignoranza. Non ho esitazioni su due punti: i libri degli Indù sono, se non pesanti, dispersivi, questi Indù hanno, in Europa, amici che non mi piacciono (p. 49).

Se si concorda, almeno in parte, sugli amici che non piacciono (ah, Filippani Ronconi!), non si può fare a meno di notare che, se è vero che i libri Indù (quali?) sono pesanti e dispersivi, Bataille ha scritto un libro Indù. Più di uno, a dire il vero.