Attraversamenti

In piedi quando entra il docente?

Se fosse vero che, come dice il Corriere della Sera, "la maggioranza dei professori è d'accordo", sarebbe davvero preoccupante. Ma è già abbastanza preoccupante che a quasi centocinquant'anni dalla nascita di Maria Montessori, e nel suo paese (che tuttavia non l'ha mai amata troppo), si discuta di questo. Il tema è: alzarsi in piedi all'ingresso dei docenti. Se ne discute, sulle colonne del Corriere, partendo dal cestino lanciato contro una prof in una scuola: che è come discutere di giornalismo partendo da Vittorio Feltri. Del resto, la rappresentazione degli adolescenti come orde di scalmanati, restii ad ogni tentativi di incivilimento, con il cervello in pappa per troppo uso di Internet e telefonini, è il punto di partenza di una parte significativa dei ragionamenti attuali sulla scuola e l'educazione. Una rappresentazione denigratoria delle nuove generazioni che è vecchia quanto il mondo, ma è assolutamente inutile farlo notare.


Il Piccolo Principe & io


Presso l'editore Il Poligrafo di Padova è uscito il libro Ancora una volta Piccolo Principe. L'essenziale diventa "visibile" agli occhi di Maria Alessandra Soleti, di cui ho avuto il piacere di scrivere la presentazione. Eccone qualche pagina:

In principio era Kipling. Ci sarebbe questa frase in una ipotetica (ed evitabile) storia del mio personale rapporto con la lettura, che sarebbe un capitolo rilevante di una mia ancor più evitabile autobiografia. Just So Stories for Little Children, tradotto con Storie proprio così. Mi vedo ancora - ed è uno dei pochi ricordi della mia infanzia - in cartoleria, con mia madre, e quella richiesta insolita: voglio un libro. Quel libro. Un libro grande, cartonato, con molti disegni. Un libro che racconta le storie, strane e divertenti, di come e perché gli animali sono diventati come sono: perché la giraffa ha il collo lungo, perché il cammello ha le gobbe, perché l'elefante ha la proboscide. Eccetera. Solo da adulto avrei scoperto le illustrazioni originali di Kipling, che trovo bellissime. Quell'edizione invece era illustrata da disegni per bambini, che fecero bene il loro lavoro: non mi sarei appassionato alla lettura di quel libro (e forse alla lettura tout court) senza quelle illustrazioni. In principio era il testo, ma anche l'immagine. In principio era l'immagine che porta al testo. Eidos e Logos. Così è stato per me, così è stato per molti. Voi che leggete queste righe starete forse pensando al libro illustrato che è stato fatale per voi, che ha aperto il mondo magico della lettura e della fantasia. Ma sarà ancora così tra vent'anni? I ventenni, i trentenni di domani parleranno di un libro quasi magico, di figure animate dalle parole, di parole animate dalle figure? Può essere. Ma può essere anche che nei loro ricordi ci sia un'app su un tablet. Può essere che a compiere la stessa funzione iniziatica non sia stato un libro di carta, ma un software. Può essere che ricordino immagini animate, completate da suoni, e testi interattivi.


Il turbamento di Maria

A proposito della rappresentazione di Maria. Nella bella mostra su Ambrogio Lorenzetti a Siena, che è possibile visitare fino al 21 gennaio 2018 al museo Santa Maria della Scala di Siena, è esposto tra l'altro questo disegno che proviene da San Galgano [clicca sull'immagine per ingrandirla], dove Lorenzetti ha affrescato la cappella annessa alla rotonda di Montesiepi (quella con la spada nella roccia). La rimozione degli affreschi ha consentito di recuperare il disegno che l'artista aveva fatto sull'arriccio. Ed ecco allora questa singolarissima annunciazione, che naturalmente i committenti rifiutarono. Lorenzetti, autore di raffigurazioni assolutamente canoniche della Vergine, in questo caso ha una intuizione di una modernità sconcertante. Maria non è lieta della novella, non accoglie con letizia l'angelo, ma è una donna spaventata, che si tiene al muro, che vorrebbe fuggire dall'assalto. Una donna che sta per essere violata. Violata da Dio.


Mia nonna e CasaPound

Quest'anno faremo incontrare i nostri studenti con alcuni richiedenti asilo ospitati nel territorio. E' il terzo anno che lo facciamo. Lo facciamo perché riteniamo che sia compito della scuola consentire agli studenti di conoscere la realtà sociale, e poter parlare con dei migranti è un modo per avere conoscenze di prima mano, per così dire, su un fatto sociale importante, al centro del dibattito politico. Per quanto mi riguarda, è una preziosa occasione di approfondimento delle mie discipline: insegno Scienze Umane, e potersi mettere in cerchio con persone provenienti dalla Nigeria, dal Bangladesh e dal Pakistan e confrontare i nostri punti di vista, i valori, le prospettive, è un modo per fare antropologia concreta. Ben prima che se ne accorgessero anche i giornali, abbiamo ascoltato dalla loro bocca - ma i racconti erano a bassa voce, quasi che quel male potesse ancora colpirli, a raccontarlo - dell'inferno libico, quella zona franca nella quale i migranti restano intrappolati anche per anni: e molti vi lasciano la vita.


Il sorriso di Maria?

La banalità quotidiana di papa Francesco su Twitter è la seguente:
Il sorriso semplice e puro di Maria sia fonte di letizia per ognuno di noi davanti alle difficoltà della vita.
Naturalmente noi dell'aspetto di Maria non sappiamo nulla, e nemmeno del suo sorriso. La rappresentazione di Gesù, come è noto, è basata su un falso: la lettera di Publio Lentulo, nella quale si parla di un uomo con i capelli color nocciola, che "nella presenza è il più bell'uomo che si possa immaginare; tutto simile alla madre la quale è la più giovane che si sia mai vista in queste parti". 
La frase di papa Francesco andrebbe dunque modificata così:
Il modo in cui gli artisti rappresentano il sorriso semplice e puro di Maria sia fonte di letizia per ognuno di noi davanti alle difficoltà della vita.
Anche qui, però, c'è qualcosa che non va. Chi conosce un po' di storia dell'arte, sa che in realtà non è così frequente, poi, che gli artisti rappresentino la Madonna sorridente.


Diamo una possibilità di scelta ai bambini

Qualche sera fa osservano, in pizzeria, un gruppo di cinque bambini che occupavano il margine di una tavolata. Ognuno di loro aveva lo smartphone, sul quale stava giocando, ma non isolato dagli altri; si mostravano lo smartphone l'un l'altro, commentando. A un certo punto la bambina più grande del gruppo ha invitato gli altri a mettersi in posa. Ha scattato una foto, poi non soddisfatta del risultato ne ha fatta un'altra, e un'altra ancora. Quando il risultato l'ha convinta, ha mostrato la foto agli altri. Quindi l'ha mandata in rete - su WhatsApp, immagino - e ha atteso i commenti. I bambini sembravano divertirsi molto.
Ho ripensato a questa scena partecipando, a Cesena, a un bel convegno che il Centro di Documentazione Educativa ha dedicato alla figura di Gianfranco Zavalloni, il compianto autore della Pedagogia della lumaca. Educatore, ma anche artista (trovo meravigliosi, per poesia, raffinatezza e semplicità, i suoi disegni), Zavalloni era una di quelle rare persone che mettono in tutto quello che fanno l'impronta di una gioia di vivere in grado di resistere ad ogni offesa della vita. Si parlava, al convegno, delle trasformazioni del gioco e dell'infanzia. Che ne è, oggi, dei giochi che hanno accompagnato l'infanzia per secoli? Chi gioca ancora alla campana, o alla lippa? Lo schermo dello smartphone ha preso il posto della strada, come ambiente ludico.


Il karma di Agamben

1.Karman. Breve trattato sull'azione, la colpa e il gesto di Giorgio Agamben (Bollati Boringhieri) è una delle non frequenti incursioni della filosofia italiana - di uno dei maggiori filosofi italiani, in questo caso - nel pensiero orientale, al di fuori del settore specialistico (e in Italia ancora quasi allo stato nascente) della filosofia comparata ed interculturale. 
Il problema del libro è quello dell'azione responsabile e dunque imputabile; o meglio: del rapporto tra azione e soggettività. Un rapporto che si fissa, nell'etica occidentale, nel concetto di colpa. Ci si può chiedere se sia davvero opportuno mettere in discussione questo nesso, ma qui vorrei soffermarmi sulla lettura del buddhismo da parte di Agamben. 
Come è noto, uno dei problemi più rilevanti del buddhismo dal punto di vista filosofico è la contraddizione tra la negazione dell'esistenza di un sé o anima e la concezione del karma e della rinascita. Se non esiste un sé, cos'è che rinasce? Come è possibile che vi sia continuità tra una vita e un'altra, se non c'è un sé sostanziale? Per Agamben, questa contraddizione apparente nasce da una precisa strategia: "si tratta di spezzare il nesso che lega il dispositivo azione-volontà a un soggetto"; "il soggetto come attore responsabile dell'azione è solo una apparenza dovuta alla nescienza o all'immaginazione (nei termini della nostra ricerca, esso è una finzione prodotta dai dispositivi del diritto e della morale)" (p. 128). 
Non c'è molto altro, oltre queste righe citate; se la prima parte del libro contiene una analisi raffinata dei concetti di causa e colpa in Occidente, la parte finale, dedicata al karman, si sviluppa per passaggi rapidi ed essenziali. Proviamo a ragionare su quelle poche righe.