25 agosto, giovedì

Siedo sul balcone. Davanti ho la valle, di là dalla valle il paese. Quasi tutte le case sono spente, qualcuna ancora s'aggrappa all'ultima luce. Non un solo cane abbaia, nulla parla. Dietro le case il cielo. Due stelle verticali, una rosseggia, l'altra è fredda. Altre stelle sparse a caso. Respirano, ansimano.
Mentre la cagna che vive con noi raspava nei cespugli, prima, ho pensato a me vecchio. Alla vita che ti fa man mano più solo, più sopravvissuto. E poi uccide anche te.
Guardo le stelle  con il peso di questa condanna: della solitudine, della morte. Sento la mano fredda della notte che mi attraversa da parte a parte, e so che vivere è lasciarsi abitare dal nulla. 
Quando anche questa casa non sarà più, avrò dentro questo balcone sul cielo, sulle stelle, sul nulla.  

Le donne viennesi e il burkini

Se volessimo individuare il momento - il tempo e il luogo - più alto della civiltà europea contemporanea, pochi luoghi potrebbero sembrare più adatti della Vienna dell'inizio del secolo scorso. E' il tempo e il luogo della psicoanalisi di Sigmund Freud, della grande musica di Brahms, Mahler, Schoenberg, della grande scrittura di Hofmannstahl e Kraus, della grande pittura di Klimt e della Secessione viennese. Una civiltà raffinatissima, razionale, ottimistica. Una civiltà che come poche altre, nella storia, tiene in conto il teatro, la scrittura, l'arte, la musica.
Ora, leggiamo nell'autobiografia di Stefan Zweig, uno dei grandi figli di quella civiltà, questo passo che riguarda le donne viennesi di quegli anni:

Che le ragazze anche nella più calda estate giocassero al tennis con abiti corti o peggio a braccia nude, sarebbe stato considerato scandaloso, e se una signora ben educata incrociava i piedi in società, ne erano offesi i buoni costumi, perché avrebbero potuto apparire sotto l'orlo della veste i suoi malleoli. Persino agli elementi naturali, al sole, all'acqua e all'aria, non era lecito sfiorare la pelle nuda delle donne. Esse nuotavano a fatica con pesanti costumi, coperte dal collo al tallone, e nei collegi e nei conventi le ragazze, perché dimenticassero di avere un corpo, dovevano persino fare il bagno in lunghi camici bianchi. Non è leggenda né esagerazione che morissero allora in tarda età donne del cui corpo, all'infuori del marito, dell'ostetrico e di chi ne lavava la salma, non erano mai stati veduti neppure le spalle o i ginocchi. (S. Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 1954)

Prima di giudicare la civiltà altrui dagli abiti indossati dalle donne, sarebbe cosa buona ricordare che era questa la condizione femminile in uno dei momenti più alti della cultura e civiltà europea. Non per rivendicare quella condizione, ma per riflettere sul fatto che, per quanto la cosa possa sembrarci strana, in alcuni contesti sociali e culturali uomini e donne - anche colti, razionali, evoluti  - possono trovare assolutamente normale che una donna faccia il bagno interamente coperta. E quando smettono di considerarlo normale, non è spesso perché la cultura ha aperto loro la mente, ma perché i cambiamenti economici hanno travolto le vecchie forme di vita.

La dimostrazione dell'esistenza di Dio


Guarda questa pietra. Ad essere precisi, dovrei dire pietruzza. Sassolino, a voler essere buoni. Certo non sasso: sasso è eccessivo. Eppure il biglietto che l'accompagna la chiama senz'altro sasso. Ed a ragione. Perché questa pietruzza o sassolino non è una pietruzza qualsiasi. Leggi bene. E' un "Sasso della grotta ove si rifugiò in Egitto la Sacra Famiglia". Vogliamo negargli lo status di sasso? Giammai: tanto più che questo mirabile reperto, che si trova oggi in una teca a palazzo Pfanner, a Lucca, dimostra l'esistenza di Dio. 
Chiudi gli occhi e seguimi. Siamo in Egitto, siamo in una grotta. Ecco qui Giuseppe e Maria. Sì, Giuseppe ha il mantello e il bastone e Maria è bionda con gli occhi azzurri ed il manto immacolato. E' giovane, mentre Giuseppe mostra il triplo dei suoi anni. Poi c'è il bambino, anzi il Bambino, anche lui, anzi Lui, biondo con gli occhi azzurri e paffutello anzi che no. Dunque Giuseppe e Maria sono in questa grotta con Gesù. Che fanno? Direi che Maria sta cucinando, se la cosa non sembrasse blasfema. Cucinava, Maria? Certo la sacra famiglia (la Sacra Famiglia) mangiava, ed essendo poveri certo non avevano la cuoca. Ma non si può escludere che scendesse qualche angelo a sbrigare la faccenda, o che le pietanze comparissero miracolosamente sulla tavola. Dunque Maria non cucinava, pregava ardentemente Dio o leggeva qualche libro rilegato in marocchino, magari le bozze in anticipo del Vangelo di Luca. Giuseppe invece lavora: a lui lavorare era concesso, è perfino il protettore dei falegnami. Era lì, allora, a piallare una tavola di legno. Finché la pace della grotta viene turbata da un urlo. E' Giuseppe. All'urlo non segue una bestemmia, perché Giuseppe è San Giuseppe e non bestemmia. La Madonna lo guarda con sguardo interrogativo, epperò pieno di amore - di un amore, sia chiaro, privo di qualsiasi concupiscenza, sia perché Maria è vergine (è Vergine) e non pensa a queste cose, sia perché Giuseppe va per la cinquantina e non è quello che si dice un bell'uomo. Si guarda i poveri sandali, Giuseppe, e ne estrae una pietruzza. Poi la mostra a Maria, sorridendo. Maria risponde al sorriso, pacificata. Giuseppe riprende il lavoro, non prima però di aver preso un biglietto, di avervi scritto "Sasso della grotta ove si rifugiò la Sacra Famiglia" e di averlo riposto in un canto della grotta, pensando già a quando, secoli dopo, il sassolino, promosso a sasso, sarebbe diventato una preziosa reliquia, dimostrazione infallibile dell'esistenza di Dio. 
E veniamo alla dimostrazione. 
Alcuni malnati sostengono che Dio non è. Se Dio non è, il mondo non è stato creato, ma ha cause meramente fisiche. Se Dio non è, le specie animali non sono state create da Dio; la vita è nata grazie a processi chimico-fisici, e le specie si sono evolute secondo le ben note leggi della selezione naturale. La vita si è sviluppata in forme sempre più intelligenti, fino a giungere all'essere umano, l'essere più evoluto ed intelligente di tutti, il risultato di milioni di anni di selezione. 
Ora, se così fosse, se cioè davvero la specie umana fosse il risultato di una evoluzione di milioni di anni, non si spiegherebbe la spaventosa idiozia di chi crede che quella pietruzza possa provenire dalla grotta egiziana della Sacra Famiglia. Se una pietruzza del genere esiste - accompagnata da quel biglietto, voglio dire - è perché l'essere umano è radicalmente, disperatamente, irrimediabilmente idiota. Sia chiaro: non è, quella pietruzza, l'unica dimostrazione. Basterebbe prendere un pezzo qualsiasi della storia sacra per dimostrare lo stesso assunto. Il fatto che un coacervo di idiozie ed assurdità come il cristianesimo abbia ormai duemila anni dimostra abbondantemente l'idiozia umana. Se non vi basta, aprite a caso un libro di storia. O un giornale.
Dunque: l'essere umano è idiota. Scemo, se preferite. Coglione, se gradite questa sfumatura. Questa coglionaggine è incompatibile con la selezione naturale. Non è credibile che la natura in milione di anni abbia selezionato una specie di coglioni. Logica vuole che le cose siano andate diversamente. E precisamente, come racconta la Bibbia. Un essere umano così idiota non può che essere l'opera di un Dio quale è quello (Quello) che compare nella Bibbia. Un Dio bizzoso, rissoso, umorale, illogico, violento. Un degno padre (Padre) di un tale figlio. 
Dio è, perché un essere umano così idiota non può che venire da lì (da Lì). E quella pietruzza, seu sasso, ce lo dimostra in modo inconfutabile.

Raca!

Sono finiti i lavori per l'autostrada Ss77 "Val di Chienti" che va da Foligno a Civitanova. E bisogna inaugurarla. Il vescovo di Foligno è già pronto con i ferri del mestiere, quando Renzi lo gela: niente benedizione religiosa. Mi costa davvero molta fatica riconoscere qualche merito a Renzi, ma in Italia quando un politico dice no a un vescovo c'è sempre da aprire una bottiglia di spumante, magari d'annata. Ci resta male, il vescovo - che si chiama Gualtiero Sigismondi - e piagnucola. Lui che con ogni probabilità nella sua vita non ha toccato non dico una zappa, ma una chiave a brugola, ha anche l'improntitudine di parlare del "sudore della fronte di chi l'ha realizzata", l'autostrada, manco fosse stato lì, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto ad asciugarlo, quel sudore. Ma se le parole sconclusionate del vescovo di Foligno fanno sorridere, si ride alla grande leggendo quelle a supporto del vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi. Il quale si lancia in una distinzione tra la visione della benedizione che ha il mondo laicista, "teologicamente ignorante", e quella cattolica, e chiude con: "Che Dio ci salvi dai cretini, in particolare dai cretini che hanno potere".
Ora, quale appartenente al mondo laicista, o più banalmente come persona che non appartiene alla setta cristiana, dovrei essere anch'io teologicamente ignorante, ma non lo sono fino al punto di ignorare quel passo del Vangelo secondo Matteo in cui Gesù, o chi per lui, dice:

Voi avete udito che fu detto agli antichi: "Non uccidere: chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale"; ma io vi dico: "chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: 'Raca' sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: 'Pazzo!' sarà condannato alla geenna del fuoco."
Raca. E che vuol dire raca? Lo lascio dire a San Girolamo, il traduttore della Vulgata:

Hoc verbum proprie Hebraeorum est: RACA enim dicitur κενὸς, id est, inanis aut vacuus: quem nos possumus vulgara iniuria, absque cerebro, nuncupare.
In altri termini, raca vuol dire cretino.  Ci sarebbe, a dire il vero, da notare che cretino propriamente deriva da cristiano, ma dubito che il monsignore volesse dare a Renzi del cristiano. Cretino sta proprio per inanisvacuus. Ora, ci sarebbe da prendere questo monsignore e portarlo al tribunale, giusto per mettere in pratica una volta tanto in Vangelo, ma i giudici hanno già il loro bel da fare: e una risata è più che sufficiente per questo pastore di pecore cristiane e "studioso" che non ha troppa memoria del Vangelo.

Allahu Akbar

Allahu Akbar. Nel mio studio su Gandhi ho cercato di mostrare l'importanza che nel suo pensiero ha l'idea di Dio come Daridranarayana: Dio come povero. E' il rovesciamento di quella idea di Dio che, in campo hinduista, si trova nella Bhagavad-Gita, libro che pure Bapu considerava fondamentale per la sua formazione spirituale, etica e politica. Dio è povero, è debole, è umile. Dio è negli intoccabili, che non a caso Bapu chiamava harijan, figli di Dio. Dio non è grande, Dio è piccolo. Dio è nelle cose piccole, e credere in Dio significa prendersi cura delle cose piccole. L'idea non è una creazione di Gandhi: l'ho trovata in Vivekananda, un pensatore che andrebbe riscoperto, ma forse si potrebbe risalire più indietro. Dio è grande: su questa convinzione si regge tutta l'arte occidentale; senza questa convinzione non avremmo il duomo di Monreale, Santa Maria Novella, San Pietro: eccetera. Dio è grande, e dunque bisogna onorarlo con la grande architettura, con la grande arte, con la grande musica. Ma Dio è grande vuol dire anche glorificare la potenza, la violenza, l'imposizione. Il Dio grande è sempre, anche, il Signore degli eserciti della Bibbia, il Dio assassino che guida i massacri e le crociate. Bisognerebbe cominciare a pensare che Dio è piccolo e sta nei piccoli. E che le pratiche religiose sono pratiche di attenzione e di cura verso ciò che è piccolo, debole, indifeso.

Razzismo: cosa può fare la scuola


La tragedia di Fermo è una tragedia annunciata. Da anni stiamo assistendo ad una sistematica azione di imbarbarimento della vita pubblica da parte di politici, giornalisti, opinionisti, che ha reso pubblicamente tollerabile ciò che altrove susciterebbe scandalo: il dileggio pubblico, il discorso di odio, la violenza verbale verso il diverso; una violenza che è inevitabilmente premessa alla violenza fisica. Un segnale inquietante sono stati gli insulti reiterati al ministro Kyenge. Il fatto che un persona nera, e per di più donna, facesse parte del governo ha fatto venire allo scoperto quel misto di crassa ignoranza, razzismo e fascismo di cui è composto buona parte del fondo - propriamente: la feccia - della sottocultura italiana. Quel che è disperante, è la difficoltà di contrastare il razzismo montante. E' noto il bassissimo livello culturale degli italiani, l'incapacità della maggioranza della popolazione di orientarsi nel mondo in cui vive (secondo l'indagine PIAAC dell'OCSE meno di terzo degli italiani hanno le conoscenze e le competenze necessarie per vivere in una società complessa). Un cittadino ignorante è un elettore ignorante, e un elettore ignorante elegge una classe di politici rozzi, che manipolano le paure popolari, che alimentano il razzismo, che affrontano problemi complessi ricorrendo a misere semplificazioni. Un circolo vizioso che è difficilissimo spezzare. 
Da insegnante, mi chiedo cosa può fare la scuola. Provo a dare qualche risposta, con la consapevolezza che non esistono soluzioni semplici, perché la scuola stessa - e questo fa parte del processo di imbarbarimento cui ho accennato - è sempre più indebolita, depotenziata, delegittimata, ridotta a logiche di mercato che nulla hanno a che vedere con l'educazione e la formazione critica dei cittadini. 
In primo luogo, la scuola può evitare di essere razzista essa stessa. L'accusa di classismo, rivolta alla scuola italiana, risale almeno alla Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana. Ed è una accusa tutt'altro che ideologica, che coglie un fatto oggettivo. Basta entrare in un qualsiasi liceo o in un qualsiasi istituto professionale. L'affermazione che i licei sono scuole esclusivamente borghesi può forse essere discussa: troverete sempre il figlio di operaio che ha fatto il classico o lo scientifico ed è lì a dimostravi che non è così. Ma è piuttosto improbabile il contrario: l'istruzione professionale e quella tecnica sono prevalentemente riservate ai ceti economicamente svantaggiati, a quello che una volta si chiamava proletariato. Secondo il rapporto ISTAT La scuola e le attività educative (2012). "I risultati scolastici sono correlati all’estrazione sociale della famiglia di origine: quelli meno soddisfacenti si riscontrano più di frequente nelle famiglie in cui la persona di riferimento è operaio (il 41,3% ha conseguito il giudizio “sufficiente”), lavoratore in proprio o in cerca di occupazione (37% in entrambi i casi)". Ora, questi dati si incrociano in modo eloquente con quelli riguardanti gli studenti stranieri. Secondo il rapporto del MIUR Alunni con cittadinanza non italiana. Tra difficoltà e successi, relativo al 2013/2014, solo il 3,8% degli studenti nati all'estero sceglie il Liceo classico, contro un 39,5 % che sceglie un professionale e il 38,1% che sceglie un istituto tecnico. Nel sistema scolastico italiano gli stranieri si collocano dove si collocano i proletari. In quella fetta di sistema scolastico che fin dall'inizio è stata pensata per formare il braccio della società, non la mente né la classe dirigente. Benché questo suo classismo sia stato denunciato da tempo, la scuola italiana non riesce ad uscirne. 
Non è, bisogna dire, tutta colpa sua. Molto conta la percezione sociale dell'istituzione scolastica, dell'importanza dello studio, la propensione ai lavori intellettuali, l'influenza della famiglia e delle sue aspirazioni. Ma è innegabile che c'entri anche il lavoro di orientamento dei docenti. Chi scrive negli anni Ottanta, alla fine della scuola media, fu orientato verso l'istituto professionale, nonostante una chiara, evidentissima propensione per gli studi umanistici. Era difficile, a quei tempi, pensare un percorso diverso per il figlio di un operaio. La mia esperienza di docente mi porta a ritenere che a distanza di qualche decennio queste dinamiche classiste siano ancora ben radicate in molti contesti. 
Non si può dire che le scuole non facciano il possibile per accogliere gli studenti stranieri. Spesso, a dire il vero, fanno anche l'impossibile, con le scarse risorse di cui dispongono: ma non è detto che si muovano nella direzione giusta. Molto spesso, l'unica preoccupazione è quella di mettere lo studente in grado di conoscere la lingua italiana. In molte scuole occuparsi degli stranieri vuol dire esclusivamente organizzare corsi di italiano per stranieri. Se lo studente è particolarmente in difficoltà, gli si può mettere la nuova etichetta di BES, alunno con bisogni educativi speciali, e gli si offre un comodo salvacondotto, che a dire il vero permette anche ai docenti di rilassarsi un po'. Cosa manca? Manca la differenza. E' un percorso a senso unico, che porterà lo studente a italianizzarsi, nella migliore delle ipotesi, ma senza che la scuola abbia preso nulla da lui, dalla sua cultura, dalla sua identità. Manca lo scambio. Non è detto naturalmente che accada sempre. Non mancano esperienze di integrazione reale, non mancano forme di scambio e di arricchimento. Ma mi pare che la visione dominante, nonostante le decine di volumi di pedagogia interculturale che finiscono ogni anno sugli scaffali delle librerie, sia quella. Il crocifisso alle pareti è il simbolo di una anacronistica chiusura identitaria, l'ora di religione costringe fuori dall'aula gli studenti musulmani o comunque non cristiani, mentre un'ora di storia delle religioni aconfessionale o di etica civica potrebbe essere occasione di confronto e di scambio tra culture.
La chiusura della scuola italiana non è solo confessionale. Più in generale, è semplice miopia provincialistica. Si può uscire dal sistema scolastico italiano senza aver mai sentito nemmeno nominare capolavori della letteratura universale come il Mahabharata, ignorare tutto della straordinaria cultura cinese, non sentirsi minimamente ignoranti se non si sa chi è Murasaki Shikibu. Nella scuola italiana si studia la cultura italiana e un po' della cultura europea, tutto il resto non interessa. Il messaggio implicito è che tutto ciò che non è italiano o europeo è ignoranza e barbarie.
E veniamo al punto decisivo: lo sciovinismo. Uno sciovinismo soft, sia chiaro, non siamo mica ai tempi del fascismo. Ma innegabile. A scuola si entra gradualmente, dolcemente nella rassicurante narrazione degli italiani "brava gente", più portati per fare l'amore che per la guerra, il popolo che ha civilizzato l'Europa e il mondo con Dante e Petrarca, Leonardo e Lorenzo il Magnifico. Non si mancherà di vantare la grandezza della cultura europea di un Erasmo o di un Comenio. Lo studente sarà un po' confuso quando si ritroverà di fronte all'olocausto, che fortunatamente riceve a scuola tutta l'attenzione che merita, e che è un pozzo di barbarie aperto nel bel mezzo dell'Europa; ma nessuno gli parlerà - o gli parlerà con i toni necessari: non come si spiega un paragrafetto del libro di storia - del terribile genocidio compiuto dai belgi in Congo, o delle atrocità del colonialismo italiano, della vergogna dello schiavismo, della violenza e della distruzione che l'Europa ha portato nel mondo in nome della civilizzazione.
Uscire da questa narrazione è il meglio che la scuola possa fare per combattere il razzismo. La visione scolastica, che se ne sia consapevoli o meno, è ancora quella dell'uomo bianco, e segnatamente del borghese bianco. La scuola può con assoluta buona fede affermare i principi della solidarietà, della fratellanza, dell'umanesimo, trasmettendo al contempo una visione che esclude o pone ai margini della civiltà tutto ciò che è fuori dall'Europa, così come può ignorare o minimizzare il grido delle vittime di ieri e di oggi, quando sono vittime del lato oscuro dell'occidente. e' giunto il momento di fare i conti con la nostra ombra, con il nostro passato violento, guardare coraggiosamente nei nostri limiti: del resto, è quanto ha fatto la migliore cultura europea del Novecento, dolorosamente consapevole dell'intreccio di grandezza e miseria che caratterizza la storia del nostro continente. Ma non si tratta solo del passato. Una delle accuse che gli studenti rivolgono più frequentemente alla scuola è quella di non metterli in grado di leggere il presente. Ed hanno le loro ragioni. Ci si difende ripetendo il mantra che studiare il passato è indispensabile per capire il presente. Che è vero, ci mancherebbe: ma non sufficiente. Per capire quello che accade in Medio Oriente fa sicuramente bene conoscere la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, ma occorre anche conoscere la storia della formazione dello stato di Israele, la storia recente dell'Iran, con il colpo di stato del '53, e le guerre contro l'Iraq, e così via. Un lavoro che si fa sporadicamente, magari a ridosso dell'ennesima strage, e che dovrebbe essere invece costante, organico, centrale. Ogni giorno bisognerebbe analizzare quello che accade a livello internazionale, indagarne le cause, ascoltare più voci, anche leggendo più giornali. Ogni giorno in classe bisognerebbe sfogliare Le Monde, il New York Times, il China Daily, il Times of India. Costruirsi, ogni giorno, uno sguardo ampio, generoso, capace di apertura critica, di analisi profonda, di valutazione imparziale. Un difficile lavoro politico - ma insegnare è sempre un lavoro politico - per superare l'Italietta ignorante che legge la società complessa del terzo millennio con la profondità delle cartoline africane dell'Italia fascista.   

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali l'8 luglio 2016.

Luca Volontè e la fiducia nel genere umano

La prima volta che ho sentito nominare Luca Volontè è stato otto anni fa. Mia sorella aveva partorito un bambino, Davide, con una gravissima malattia genetica, la sindrome di Potter. Una malattia che non dà scampo. I medici avevano chiesto ai genitori l'autorizzazione per sottoporlo a dialisi, loro si erano presi un giorno di tempo per documentarsi - nulla sapevano della sindrome di Potter - e il medico si era rivolto al tribunale per far togliere loro la potestà genitoriale ed ottenere il ricovero senza il loro consenso. La cosa aveva suscitato un comprensibile dibattito, con toni qua e là accesi. Ognuno, come succede, diceva la sua. Qualcuno era a favore, qualcuno contro. Poi arrivò Volontè. Già il titolo del suo articolo (su Liberal: ma oggi si fatica a trovarne tracce in rete) la diceva lunga sui toni: L'incredibile cinismo di quei genitori di Foggia. C'è questo bambino, dice, che è nato senza reni e che "vuole scalare il mondo". E' una sciocchezzuola, basta un trapianto, ed ecco che no, il povero Davide non può vivere, perché i genitori vogliono farlo fuori. "I genitori vogliono consegnarlo invece alla morte, interrompere le cure e lasciarlo morire... lui che vuole vivere". E poi amplia lo sguardo: il pasticciaccio brutto di questi due genitori che vogliono uccidere il figlio sacrificandolo al "dio consumistico della perfezione" non è che la manifestazione della crisi morale dell'Europa, dovuta, naturalmente, all'abbandono dei buoni principi cristiani. E in pieno delirio evocava l'eugenetica, Binding e Hoche, il nazismo, per concludere poi: "Siamo proprio sicuri di aver fatto bene a vietare la caccia agli stregoni?".
L'articolo delirante di uno che tocca temi delicatissimi senza nessuna cognizione di causa. L'articolo crudele di una persona che addita al pubblico disprezzo una coppia di genitori che stanno soffrendo per un figlio destinato a morire, nonostante tutte le polemiche, nonostante tutti i sacrosanti principi cattolici. L'articolo di uno pseudo-intellettuale figlio di Comunione e Liberazione pronto a passare come un carro armato su una tragedia privata per i suoi scopi polemici. Ma era solo un articolo dei tanti. Era intervenuto, per dire, anche sul caso Welby, il nostro Volontè - "se lui ritiene di voler dare un taglio alla propria vita può suicidarsi con l'aiuto della moglie, ma questo non ha niente a che fare con la legalizzazione dell'eutanasia che è un omicidio sul quale la nostra cultura giuridica non può essere d'accordo " - e dopo la sua morte aveva chiesto l'arresto del medico che lo aveva aiutato a liberarsi dal suo incubo quotidiano. Chiamato in giudizio per diffamazione, la fece franca grazie all'immunità parlamentare. Quando si dice assumersi la responsabilità delle proprie idee.
Ora, la mia fiducia nel genere umano mi porta a credere - a sforzarmi di credere - che in ciascuno di noi ci sia qualcosa di buono, magari ben nascosto. Perfino in Luca Volontè. Avevo letto con sincera speranza il suo interesse per un paese lontano come l'Azerbaijan. "Parte dall'Azerbaijan l'integrazione nel mondo musulmano", scriveva recentemente, riferendo di un riunione della Alleanza delle Civiltà - una iniziativa delle Nazioni Unite voluta da Zapatero per favorire il dialogo tra mondo occidentale e mondo islamico. Che bello, pensavo, Volontè s'è convertito! Volontè è diventato democratico e aperto! Volontè riferisce addirittura - lui - del lavoro della riunione per contrastare crimini d'odio e hate speech. Tutto è bene quel che finisce bene.
Ma mi ero illuso, forse. E' di oggi la notizia che il nostro ex onorevole è indagato dalla magistratura con l'accusa di aver intascato dal governo dell'Azerbaijan una tangente di più di due milioni di euro. Soldi che sarebbero serviti ad orientare il voto del Consiglio d'Europa sul rapporto Strasser sugli 85 prigionieri politici dell'Azerbaijan, che fu bocciato grazie al voto determinante dei rappresentanti del gruppo Popolari-Cristiano Democratici, di cui il nostro era presidente. Un uomo politico di un paese che prende soldi per fare gli interessi di un altro paese. Un venduto, un traditore. Questa l'accusa.
Ma io, ripeto, ho una fiducia caparbia nel genere umano, e sono sicuro che il nostro Volontè è innocente, perseguitato da giudici che non capiscono e non rispettano la sua conversione ed il suo sincero impegno per il dialogo tra civilità.
Se poi così non fosse, sono sicuro che saprà riabilitarsi. Magari dietro le sbarre di una prigione.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 25 giugno 2016.

Quando la BIbbia insegna l'odio

Meno di un mese fa, il 28 maggio scorso, il parroco di Decimoputzu (Cagliari), don Massimiliano Pusceddu, ha tenuto una omelia che ha fatto e fa discutere. Ecco la sintesi del suo discorso nel titolo del Fatto quotidiano: "'Gli omosessuali meritano la morte'. L'omelia del parroco contro le unioni civili". Parole che indignano: ho letto sui social network commenti di fuoco, e non pochi chiedono che il parroco venga incriminato. Certo, si tratta di hate speech, ed appare ancora meno tollerabile all'indomani della strage di Orlando. Ma c'è un particolare che a molti sfugge: le parole incriminate sono una citazione di San Paolo. Ecco esattamente cosa ha detto il parroco:
Noi abbiamo la Parola di Dio, la Bibbia è la Parola di Dio, no? E allora dalla Parola di Dio dobbiamo partire perché non devono essere parole nostre, ma dobbiamo predicare quello che è scritto qui, questa è la Parola del Signore e che noi siamo chiamati a predicare. Allora cosa dice la Parola di Dio? Voglio leggervi solo un passo della Lettera di San Paolo apostolo ai Romani, perché secondo me questo passo vale più di tante prediche fatte e che si possono fare, ma è un passo molto chiaro per leggere questi tempi che stiamo vivendo oggi, questo passo di San Paolo è un passo profetico. Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani, siamo al capitolo primo, vi leggo direttamente dal versetto 26: "Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami, infatti le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura, similmente anche i maschi lasciando il rapporto naturale per la femmina si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri commettendo atti ignominiosi, maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la persecuzione dovuta al loro cambiamento. E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata, ed essi hanno commesso azioni indegne. Sono colmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, pieni di invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità. Diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore e senza misericordia, e pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa".

Si tratta di un passo iniziale della Lettera ai Romani, un testo fondamentale per il cristianesimo, denso di profondità dottrinale e di spiritualità, fonte di ispirazione per i più raffinati teologi (è appena il caso di ricordare L'Epistola ai Romani di Karl Barth, uno dei capolavori della teologia del Novecento). Ma si tratta anche, come si vede dal testo citato dal parroco, di un testo intriso di violenza, in particolare contro i pagani, di cui parla quel passo. Una violenza verbale che, passato qualche tempo e conquistato il potere, diventerà violenza reale. I pagani sono stati perseguitati dai cristiani con una violenza non inferiore a quella subita dagli stessi cristiani; il loro culto è stato proibito, i templi demoliti con uno zelo non troppo diverso da quello dei fanatici attuali del cosiddetto Stato Islamico. La figura di Ipazia, la filosofa e matematica pagana squartata da una folla cristiana, è il simbolo tragico di queste violenze sulle quali cala ancora un velo pesante e difficile da scostare.
La maldestra omelia del parroco - davvero "l'ultimo dei sacerdoti", secondo la sua definizione che mi sento di condividere - solleva un problema reale: quello della violenza nella Bibbia. Il prete ha citato San Paolo. Avrebbe potuto citare il Levitico: "Chiunque abbia giaciuto con un uomo come si giace con una donna, hanno compiuto tutti e due un'abominazione; siano messi a morte" (20, 13). E, già che c'era, avrebbe potuto continuare a leggere la Parola di Dio. "Chiunque commetta adulterio con una donna sposata, chiunque commetta adulterio con la donna del suo prossimo, siano messi a morte l'adultero e l'adultera" (20, 8). L'elenco delle persone da mettere a morte è abbastanza lungo: c'è anche chi, preso da incontenibile passione, faccia l'amore con la sua donna mentre lei ha le mestruazioni. Messi a morte entrambi, lui e lei.
Mettere in pratica la Parola di Dio oggi significa riempire le nostre strade e le nostre piazze di lapidazioni: qui un'adultera, lì una strega, lì un quindicenne che ha maledetto suo padre o sua madre (anche per questo è prevista la pena di morte). Non credo che l'ultimo dei sacerdoti voglia davvero questo, né credo che lo vogliano quelli che ascoltavano la sua omelia contro gli omosessuali senza battere ciglio. Come tutti, il parroco usa la Bibbia fin quando gli fa comodo, prende quello che è utile ad alimentare i suoi pregiudizi, le sue fobie, le sue piccinerie, e ignora il resto. I cattolici vivono in questa ambiguità. E' evidente che la Bibbia dice molte cose inaccettabili. Non parlo di inaccettabilità per la ragione; parlo di inaccettabilità morale. La Parola di Dio, qua e là sublime, qualche volta dice cose che offendono profondamente la nostra sensibilità morale. I cattolici e i cristiani in generale si difendono dicendo che per la sensibilità dell'epoca quelle parole così dure, quelle leggi feroci rappresentavano comunque un progresso. Una giustificazione molto discutibile, per diverse ragioni. Perché il popolo ebraico, guidato da Dio, è talmente rozzo da progredire attraverso l'omicidio, anzi lo sterminio, mentre dall'altra parte del mondo gli indiani, con buddhismo e jainismo, affermano il valore della stessa vita animale? Si prenda Mosè. Nel libro dei Numeri si arrabbia di brutto con i comandanti del suo esercito, che hanno appena sterminato i madianiti, uccidendo tutti gli uomini, bruciando le città, razziando cose ed animali e riducendo in schiavitù le donne e i bambini. Che hanno fatto di male? Non hanno ucciso le donne e i bambini. E sentite Mosè: "Ora uccidete ogni maschio tra i bambini e ogni donna che si sia unita con un uomo. Tutte le ragazze che non si siano unite con un uomo le lascerete vivere per voi" (31, 17). Non è difficile immaginare cosa significasse lasciar vivere per loro le bambine, perché di bambine si tratta. C'è una sola definizione per chi in guerra comanda di massacrare delle donne e dei bambini: criminale di guerra. Ma questo criminale di guerra è, al tempo stesso, l'uomo di Dio che ha guidato il popolo ebraico verso la terra promessa.e il passo dimostra che c'era, in quella situazione, chi aveva una sensibilità morale migliore di quella dell'uomo di Dio, pur nella ferocia. Nessuna pedagogia divina, dunque.
Mi pare che la violenza della Bibbia sia uno dei nodi che il cattolicesimo deve affrontare oggi. Anni fa fece rumore la presa di posizione di Enrico Peyretti, tra i protagonisti dalla nonviolenza italiana e del cattolicesimo di base, che sul Foglio ("Mensile di alcuni cristiani torinesi") parlò apertamente di dissociazione morale dai passi violenti della Bibbia. Ma fu un rumore - non un vero scandalo - che durò poco, e poi si spense. E il problema resta. La Bibbia è scomoda non solo per la violenza che la abita, ma anche perché rischia facilmente di ritorcersi contro chi la usa per i propri scopi. Prendiamo questo parroco, ultimo dei sacerdoti. Cita la Lettera ai Romani per attaccare gli omosessuali, accomunati agli antichi pagani. Bene. Ma andiamo indietro di qualche riga, nel testo di San Paolo. Leggiamo: "Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili" (1, 22-23). Sono sempre i pagani, colpevoli questa volta di idolatria, di venerare statue invece del Dio vivente. Ora, l'ultimo dei sacerdoti parla avendo alle spalle ben due statue: una madonna con bambino ed un angelo. Molto probabilmente San Paolo, se avesse assistito alla scena, si sarebbe arrabbiato di brutto, ed avrebbe associato il nostro ultimo dei sacerdoti alla brutta genia pagana contro la quale si scaglia. Sfogliamo ancora a ritroso la Bibbia. Prendiamo il Vangelo di Matteo, 23, 1-14:
Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.

Dunque: non fatevi chiamare maestri, non fatevi chiamare padre. Il nostro parroco di Decimoputzu, pur essendo l'ultimo dei sacerdoti, ha il diritto di essere chiamato don. E don viene da dominus: signore. Per quanto sia l'ultimo, non manca di farsi chiamare signore. Fa parte di una organizzazione nella quale molti si fanno chiamare padre ed il cui capo ha l'appellativo di papa, che vuol dire appunto padre. Una organizzazione i cui rappresentanti più potenti vestono in modo sgargiante, perfino bizzarro, sono molto ricchi e potenti, e reclamano i posti d'onore in tutte le manifestazioni pubbliche. C'è qualcuno davvero così distratto da non accorgersi che è esattamente della Chiesa che sta parlando Gesù in questo passo? Basta davvero il rituale ipocritamente umile della lavanda dei piedi per credere che la Chiesa sia qualcosa di diverso dalla struttura sacerdotale dei farisei? La descrizione è talmente precisa, da inquietare un non credente: si ha l'impressione che quell'uomo sapesse davvero cosa sarebbe successo, quale struttura di potere sarebbe stata edificata sulla sua croce. Ora, se il nostro ultimo dei sacerdoti volesse prendere sul serio la Bibbia, piuttosto che prendersela con gli omosessuali dovrebbe smetterla di farsi chiamare don, togliersi di dosso gli abiti sgargianti che tanto impressionano la gente, uscire da una struttura sacerdotale che pontifica sul bene e sul male ben sicura nel suo benessere economico e nei suoi privilegi, e magari trovarsi un lavoro.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 13 giugno 2016.


Perché dico no al bonus per i docenti

Sul Corriere della Sera di ieri Attilio Oliva scrive: "C'è ormai evidenza empirica da tante indagini internazionali che, a parità di contesti ambientali e socioeconomici, scuole simili danno risultati molto diversi: evidentemente la variabile che fa la differenza è la qualità professionale di chi la dirige e di chi vi insegna. Ciò significa che migliorare la selezione degli insegnanti e dei presidi dovrebbe essere l'obiettivo primario, ma fino ad oggi sostanzialmente trascurato" (1). Chi è Attilio Oliva? Presidente della associazione TreeLLLe, di cui è cofondatore insieme a gente Fedele Confalonieri e Marco Tronchetti Provera, viene da Confindustria, di cui è stato presidente della Commissione Scuola dal '96 al 2000. TreeLLLe è una associazione - una lobby, dice qualcuno - che rappresenta il punto di vista del mercato sulla scuola; ed è una voce che, sui decisori politici, conta oggi più di quella degli insegnanti. Si sta facendo la scuola che vuole la Confindustria, non la scuola che vogliono i docenti, gli studenti, i genitori. E' inevitabile che chi viene da Confindustria e ragiona con le logiche del mercato voglia portare queste logiche anche nella scuola. C'è da chiedersi però se questa logiche non rischino semplicemente di distruggere la scuola, di farne nulla più che un'appendice del mercato, una istituzione che socializzi al mondo economico, rinunciando definitivamente alle sue pretese di formazione integrale.
I Decreti Delegati del '74 hanno portato nella scuola italiana una logica importantissima: quella della collegialità. La logica della collaborazione, del confronto, della gestione comune della scuola. Quello che sta accadendo oggi è lo smantellamento di questa logica democratica. Il collegio dei docenti, organo di gestione democratica e condivisa della scuola, viene sempre più svuotato e privato di poteri, che vanno invece al preside; ed i docenti vengono messi l'uno contro l'altro, divisi in bravi e meno bravi, in docenti da premiare e docenti da umiliare pubblicamente.
Secondo la logica di Confindustria il bonus dovrebbe sortire l'effetto di attirare verso la professione docente i migliori. Gli effetti saranno probabilmente opposti. I docenti della scuola italiana di oggi sono, con ogni probabilità, i migliori di sempre. Prima bastava la laurea, per insegnare; oggi raramente è sufficiente. Chi arriva ad avere una cattedra ha quasi sempre, oltre alla laurea, corsi di perfezionamento, specializzazioni, a volte perfino il dottorato di ricerca. Molti hanno fatto due anni di SSIS, al Scuola di specializzazione per l'insegnamento. Per la prima volta i docenti della scuola italiana si trovano ad affrontare la sfida dell'individualizzazione dell'insegnamento: devono fare una didattica diversa per lo studente con il sostegno, per lo studente dislessico, per chi ha un bisogno educativo speciale. Può essere che non lo facciano benissimo, ma lo fanno. Si trovano ad affrontare una sfida difficile con strumenti anche strutturali spesso assolutamente insufficienti. Eppure i docenti hanno uno status di gran lunga inferiore a quello di un tempo, sono sempre più figure socialmente irrilevanti, il loro sapere e le loro competenze sono ogni giorno messi in discussione, e spesso proprio dalla classe politica. Invece di riconoscere la qualità del lavoro del docente, si progetta di aumentare il suo orario lavorativo. Si dice che i docenti lavorano poco. Nessuno però si sogna di contestare l'orario di lavoro di un medico o, per restare nel campo dell'istruzione, di un docente universitario. Se diciotto ore di insegnamento sembrano poche, è perché non si è consapevoli del carattere qualitativo, altamente professionale, del lavoro del docente. E se nella società non è diffusa questa consapevolezza, non sarà certo una mancetta distribuita a qua e là a migliorare le cose. Cominci la classe politica, piuttosto, ad affermare pubblicamente il valore del lavoro dei docenti. Si dica ad una società che ci crede sempre meno che il lavoro educativo e culturale rappresenta la base di una autentica democrazia: e si agisca di conseguenza. Si faccia sfilare in prima fila, nel giorno della festa della Repubblica, non l'esercito - una istituzione di cui una democrazia può fare a meno, come dimostra il Costa Rica - ma la scuola: un esercito festante di bambini e di maestri, piuttosto della tristezza di divise e carri armati. Restituiamo agli insegnanti il rispetto che meritano: che vuol dire anche da loro la possibilità ed il diritto di stabilire da sé, da protagonisti, cosa dev'essere una buona scuola, non farlo decidere ai manager di Confindustria. Quello che sfugge a chi pensa di migliorare la scuola premiando i migliori è che una scuola è un sistema. Io entro in una classe nella quale entrano, ogni giorno, altri docenti; una classe che sta in una scuola in cui ci sono altre classe in cui entrano altri docenti. La qualità del mio insegnamento nella mia classe non è il risultato soltanto della mia preparazione, della mia passione, della mia volontà di lavorare bene. E' il risultato di quello che fanno gli altri docenti nella mia classe, di quello che fanno gli altri docenti nelle altre classi, di quello che fa il preside. E ancora: di quello che è stato fatto in passato. Ci sono scuole in cui anche il migliore dei docenti possibili avrebbe enormi difficoltà ad insegnare. Sono scuole nelle quali si sono attivati, da anni, circoli viziosi: livellamento in basso, rinuncia alla qualità, abbassamento delle richieste per attirare gli studenti ed aumentare le iscrizioni. Ci sono invece scuole in cui anche l'insegnante meno preparato o meno appassionato riesce a dare il meglio, perché sostenuto da un sistema che funziona, dal lavoro collegiale, da circoli virtuosi, da dinamiche positive.
Quale impatto avrà la distribuzione dei bonus sul sistema-scuola? Nella visione della Confindustria, dovrebbe attivare un processo di competizione virtuosa. E' molto probabile che accada il contrario. Le scuole sistematicamente disfunzionali si riconoscono per il riconoscimento che da sempre viene dato a docenti privi di reali qualità professionali, ma abili nel gestire le relazioni sociali e vicini alla presidenza. Queste persone, che da anni gestiscono funzioni strumentali, commissioni, ruoli di responsabilità, hanno da sempre un guadagno accessorio cui si aggiungeranno, ora, i soldi del bonus. Gli altri resteranno a guardare, scuotendo il capo: come sempre. Nelle scuole che funzionano il bonus sarà anche più dannoso. Una scuola che funziona, funziona perché è una comunità. Funziona perché si lavora, e bene, insieme. Funziona perché non si ragiona in termini di migliori e di peggiori, ma di valorizzazione di tutti. Cosa può fare il docente Tizio, cosa può dare alla scuola il docente Caio? Ognuno offre alla scuola quello che può, e la scuola si arricchisce grazie a questa differenza. Il bonus giunge ora a dire che questa comunità è fatta di docenti bravi e di docenti meno bravi. Crea un primo e un secondo livello, anche nella percezione degli studenti e delle famiglie. Esalta gli uni ed umilia gli altri. Spezza la comunità ed innesca le dinamiche individualistiche e disfunzionali delle scuole peggiori.
Più che distribuire mancette, il governo farebbe bene a valorizzare il lavoro dei docenti occupandosi della loro retribuzione generale e del contratto, che è fermo da anni. Ma non solo. Si sta selezionando in questi giorni la nuova classe docente. Un lavoro delicatissimo, cruciale per avere, domani, una scuola valida. Ma chi seleziona, oggi, i nuovi docenti? Il bando per la scelta dei commissari indicava alcuni titoli di preferenza, come l'abilitazione all'insegnamento universitario. Bene: gente preparata per scegliere i nuovi docenti. Ma quanto sarà pagato un commissario con un profilo professionale così alto? Meno di due euro all'ora. Molto meno di una colf e di un venditore di caldarroste. E per giunta non potrà usufruire dell'esonero dall'insegnamento. Chi sta dunque selezionando i nuovi docenti? Chi pensa che il suo lavoro e la sua professionalità valgano meno di due euro all'ora. Traete voi le conclusioni. C'è un modo semplice per sfuggire a queste logiche individualistiche e competitive: rinunciare al bonus. Non intascarlo. Dichiarare collegialmente, prima che venga fatta l'attribuzione, che chiunque sia individuato come destinatario del bonus rinuncerà ai soldi e li metterà a disposizione della scuola. Si costituirà così un fondo cassa che potrà essere usato in diversi modi: per acquistare materiale didattico, per dare una borsa di studio agli studenti in difficoltà, per finanziare progetti degli studenti. O, magari, per sostenere economicamente i docenti che sceglieranno di scioperare. In questo modo un provvedimento che ha lo scopo evidente di dividere una classe di lavoratori sortirà l'effetto contrario di rafforzarla e di renderla più compatta.

(1) A. Oliva, Bonus ai docenti. Assegnarli bene migliora la scuola, "Corriere della Sera", 1 giugno 2016, p. 27.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 2 giugno 2016.

La pace di Piero


Guardate questa foto. Seduti sull’erba ci sono, tra gli altri, tre pregiudicati. Il primo è l’uomo al centro, seduto in una posa giovanile che gli suscita un visibile imbarazzo. Si chiama Aldo Capitini. Durante il fascismo è finito in galera per antifascismo. Con Guido Calogero è stato il teorico del movimento liberalsocialista, ma è noto soprattutto come colui che ha introdotto in Italia la nonviolenza. Per la polizia politica, che lo ha sorvegliato per tutta la vita, è un misantropo. La sua filosofia sostiene che per portare nella nostra vita l’infinito – quell’infinito che la religione chiama Dio – non abbiamo che un modo: amare infinitamente. Amare infinitamente l’altro essere umano, il tu, ma anche l’animale, anche la pianta. In politica, sostiene che il potere non dovrebbe essere di alcuni, ma di tutti. La democrazia dei partiti non è sufficiente. Occorre una democrazia reale, effettiva, piena, che dia ad ognuno il potere di decidere, di scegliere, di partecipare in modo consapevole e concreto alla gestione della cosa pubblica. La chiama omnicrazia. 
L’uomo con gli occhiali alla sua sinistra è Danilo Dolci. Per i magistrati italiani, un “individuo con spiccata attitudine a delinquere”. Aldo e Danilo si sono conosciuti nel 1952. Danilo viveva allora in un piccolo e poverissimo paese della Sicilia, Trappeto. Aveva ventisette anni, e si era trasferito lì per aiutare la gente a migliorare. Un giorno lo chiamano perché un neonato sta male. La madre non mangia da giorni, non può allattarlo. Corre a comprare del latte in polvere, ma quando torna il bambino è morto. Di fame. Decide, allora, di fare un gesto clamoroso. Digiuna. Si rifiuta di mangiare per protesta. Non mangerà fino a quando la Regione Sicilia non farà qualcosa per aiutare quei disperati. Lo prendono per matto, pensano che sia una sceneggiata che finirà dopo due giorni, ma lui va avanti. Giorno dopo giorno. Diventa evidente che si sta lasciando morire. E la Regione cede: fa quello che avrebbe dovuto fare molto prima; lo fa perché costretta da quella che un po’ retoricamente potremmo chiamare la forza della nonviolenza. In galera Danilo ci finisce nel ’56, per aver organizzato lo sciopero alla rovescia di Partinico. Per chiedere lavoro, aveva portato i disoccupati del paese a lavorare, in segno di protesta, in una trazzera, una strada di campagna abbandonata. Era prontamente intervenuta la polizia. Danilo e gli altri naturalmente non avevano opposto alcuna resistenza, ma l’affronto era sufficiente per portarlo all’Ucciardone con le manette ai polsi.
Alla destra di Aldo c’è un giovane con la camicia scura. E’ Pietro (o meglio: Piero) Pinna. Anche lui ha visto la galera. Quando gli è giunta la chiamata per il servizio militare, si è rifiutato. Era il 1948, l’Italia era appena uscita dalla guerra. Piero sa che per uscire davvero dalla guerra bisogna non prepararsi alla prossima guerra. Disobbedisce, e viene punito. La condanna è a diciotto mesi di carcere complessivi. 
Piero, che è morto ieri l’altro, 13 aprile, è stato il principale collaboratore di Capitini, una presenza fondamentale per la creazione della Marcia Perugia-Assisi, per il Movimento Nonviolento, da Capitini fondato nel 1961, e per la rivista Azione Nonviolenta, di cui è stato il direttore responsabile fino alla sua morte. Nel ’60 Piero raggiunge Danilo per aiutarlo nella sua opera in Sicilia; e così Danilo ne parla in una lettera ad Aldo: “gli vogliamo già un grandissimo bene: è proprio limpido, di cristallo, di grande valore, come me lo avevi descritto”. Ed è questo, in effetti, l’aggettivo che ti veniva in mente, quando lo ascoltavi parlare: limpido. Ed un altro: umile. Non era un intellettuale, non seguiva teorie, non era uso a raffinare le sue armi dialettiche. Seguiva una intuizione morale semplice, ma potente. Era guidato dall’idea di ciò che è giusto, e vi restava fedele con una coerenza incrollabile. Ma senza fanatismo, seguendo quella che Aldo chiamava “logica dell’aggiunta”: io faccio così perché lo ritengo giusto; se qualcuno è persuaso come me, mi segua pure, ma non cerco di imporre a nessuno questa mia persuasione. 
Aldo aveva una sua idea, tanto bella quanto difficile. Diceva che esiste una cosa che si chiama compresenza. O meglio: la pensava, ma la sua esistenza – il modo della sua esistenza – andava pensata in un certo modo, che costituiva l’aspetto più difficile e più affascinante del suo pensiero. Per spiegarla, è bene lasciare la parola a lui. “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire – scrive in un suo testo autobiografico – che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità aperta per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro ‘puro dopo’ la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata compresenza”. Compresenza che vuol dire, anche e soprattutto, che i morti non sono andati, non sono esseri ormai ridotti e nulla, e non sono nemmeno anime salve in un paradiso come altra dimensione, ma sono presenze ancora operanti in noi, accanto a noi. Presenze che possiamo avvertire quando siamo in un valore: la bellezza, la verità, la giustizia. 
Quando lo conobbi, Piero mi fece uno scherzo bonario. Mi lesse un passo di un libro di Capitini. Mi chiese se ero d’accordo con quello che scriveva l’autore. Io ci pensai un po’, poi risposi che ero d’accordo solo in parte. Lui scoppiò a ridere. Quel passo l’avevo scritto io. Era un passo che riguardava la compresenza. Confesso che l’idea, che è anche e soprattutto una pratica, non cessa di inquietarmi. Non so cedere, non so abbandonarla. Ma so una cosa. Se penso ora a Piero, se penso ad Aldo, se penso a Danilo; e ancora: se penso a Fulvio Cesare Manara e Nanni Salio, che sono scomparsi di recente, o ancora a Lanfranco Mencaroni ed Alex Langer, ed a tanti altri; se penso a loro, mi capita realmente di sentire la loro presenza, qui ed accanto, operante. Mi succede di avvertirli come una forza che continua ad agire nella coscienza, ed attraverso la coscienza si fa storia. Li avverto come nessi ancora vivi, radici che danno linfa vitale. Voci che parlano ancora, e che mi aiutano a sentirmi meno solo. A fare della mia esistenza una cosa corale, per usare un aggettivo che Aldo amava molto. 
Nella serie di fumetti Las puertitas del Sr. López, degli argentini Carlos Trillo e Horacio Altuna, López è un impiegato non troppo diverso dal nostro Fantozzi, vessato dai superiori ed incapace di ribellarsi; buono, ma di una bontà debole, rinunciataria. Ma c’è una cosa che lo salva. Quando non ne può più, il signor López apre una porta – spesso quella del bagno – e si ritrova in un altro mondo. Un mondo meraviglioso, perfetto, in cui tutto è bello, vero, autentico. Il mondo in cui vorremmo, dovremmo vivere. Alla fine di ogni striscia ritorna alla realtà, ma con dentro un po’ della luce di quel mondo altro. Mi capita di pensare la presenza (e ora dovrei dire: compresenza) di Piero, Aldo, Danilo, Fulvio, Nanni e molti altri come una simile uscita di sicurezza. Una porta che si apre su un’altra Italia. Un’Italia che abbiamo perso, che abbiamo lasciato scivolare ai margini, dando il potere a mafiosi, corruttori, violenti, ma che tuttavia non ci lascia, continua a starci accanto, come una possibilità di liberazione, una via d’uscita possibile, praticabile. Basta che quella porta sia anche solo leggermente socchiusa, per sperare. Per sapere che c’è un’alternativa. L’importante è non lasciare che si chiuda. Lavorare affinché resti almeno un po’ aperta: che vuol dire, fuori di metafora, mantenere la memoria, e continuare in ciò che è giusto, per usare le ultime parole di Alex Langer.

Pubblicato su Gli Stati Generali.

La cultura della repressione

Questa mattina le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nella mia classe quinta, mentre stavamo parlando di Martin Heidegger. Irruzione è un termine forte, ma esatto in questo caso: nessuno ha bussato e chiesto il permesso. Hanno svolto un controllo antidroga facendo passare tra i banchi un pastore tedesco, poi sono andati via. A mani vuote, come si dice. Non è la prima volta che succede, naturalmente, anche se è la prima volta che succede a me. E’ successo, qualche giorno fa, al liceo Virgilio di Roma, e la cosa è finita sui quotidiani nazionali, perché il Virgilio è un liceo molto ben frequentato. E’ successo qualche giorno prima al Laura Bassi di Bologna, anche lì con molte polemiche. E’ successo e succede quotidianamente in decine di istituti tecnici e professionali, che fanno poco notizia perché non sono così ben frequentati come il liceo Virgilio di Roma. E due anni fa, a Terni, un docente è stato sospeso dall’insegnamento per essersi opposto all’ingresso delle forze dell’ordine in classe. 
Quelli che sono favorevoli a queste incursioni ragionano come segue: spacciare è un reato, e il reato è un male, e va perseguito; se uno è a posto, nulla ha da temere. Diamo per buono questo ragionamento, ed esaminiamone le conseguenze. Se è così, allora è cosa buona e giusta che le forze dell’ordine facciano irruzione nelle abitazioni private. Sarebbe un modo efficacissimo per combattere il crimine. Controlli a tappeto, a sorpresa, nelle case di tutti. Poliziotti, carabinieri, cani antidroga. In qualsiasi momento aspettatevi che qualcuno bussi alla vostra porta. Che un cane fiuti tra le vostre cose. Se siete a posto, non avete nulla da temere. E perché non estendere i controlli anche nei luoghi di culto? Sì, lo so, molti di voi stanno pensando alle moschee: e la cosa a molti non dispiacerebbe. Ma io penso alle chiese. Immaginate un’irruzione delle forze dell’ordine in una chiesa, durante un rito. I cani tra i banchi che annusano. Cinque minuti e tutto è finito. Se qualcuno ha della droga, lo si porta via. E amen, come si dice. Non vi piace l’idea? Perché? Perché nel primo caso si tratta di un luogo privato, nel secondo caso si tratta di un luogo sacro, direte. E la scuola che luogo è? Io che vi insegno, la considero al tempo stesso un luogo privato – una casa – ed un luogo sacro. Il più sacro dei luoghi, perché è quello in cui si formano gli uomini e le donne di domani. Ma, direte, la scuola è un luogo dello Stato, ed è bene che le forze dell’ordine dello Stato controllino un luogo dello Stato. E’ cosa loro, per così dire. Bene, concedo anche questo. Ed anche in questo caso, vediamo le conseguenze. Il Parlamento è un luogo dello Stato. E’ il luogo più importante dello Stato. E’ lo Stato. Che succederebbe se delle forze facessero irruzione in Parlamento con cani antidroga? Sarebbe una cosa sensatissima, perché in Parlamento si fanno leggi che riguardano la vita di tutti, ed è assolutamente vitale per la salute della nostra democrazia ed il futuro dello Stato che chi fa le leggi sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Eppure se succedesse una cosa del genere, sarebbe un grande scandalo politico. Perché? Per lesa maestà. Perché è umiliante per un senatore essere perquisito, annusato. Sospettato di essere un drogato, o peggio uno spacciatore. 
E veniamo al dunque. Quando io vengo a casa tua – perché la scuola è la casa degli studenti – e ti sottopongo a perquisizione, io ti sto dando diversi messaggi. Il primo è che ti considero una persona poco raccomandabile. Non è una questione personale: può essere che tu sia a posto, ma è poco raccomandabile la categoria cui appartieni. Il fatto stesso che si facciano controlli antidroga è una conseguenza dell’infimo status degli adolescenti nella nostra società. E’ risaputo che l’alcol fa in Italia diverse migliaia di morti e causa tragedie terribili. Eppure la vendita di questa sostanza stupefacente pericolosissima è consentita. Lo Stato consente la vendita di alcolici, per giunta con il suo monopolio, mentre i Comuni promuovono apertamente il consumo di vino ed altri alcolici con apposite manifestazioni locali. Il consumo di alcolici è consentito perché è cosa da adulti. E’ una abitudine diffusa tra persone perbene, stimabili, con un buono status sociale. La droga, che fa meno morti dell’alcol, è invece roba da adolescenti, da ragazzetti, da soggetti con uno status marginale: dei minus habentes. E’ significativo che il consumo e lo spaccio di hashish e marijuana siano perseguiti con molto più zelo del consumo e dello spaccio di cocaina, una sostanza molto diffusa tra soggetti dotati di uno status anche considerevole, come professionisti e politici. Non è la sostanza stupefacente il problema. Se così fosse, l’alcol sarebbe proibito. Il problema è chi consuma, non cosa consuma. 
Il secondo messaggio è che la scuola è un posto in cui non ti puoi sentire come a casa. Per quanto ti stimi poco, non verrei mai a perquisirti a casa, a meno che non abbia un mandato. Ma a scuola sì. A scuola ti tengo d’occhio. Rispondendo alle polemiche dei genitori per i controlli antidroga al liceo Laura Bassi di Bologna, il procuratore aggiunto Valter Giovannini ha dichiarato:”trova ancora spazio l’arcaico convincimento ideologico che l’università e più in generale gli istituti scolastici godano di una sorta di extraterritorialità“. Nessuna extraterritorialità. Non siete a casa vostra, siete in un posto in cui possiamo entrare e uscire quando vogliamo. Possiamo perquisirvi, possiamo farvi annusare dai nostri cani. Siete sotto il nostro controllo. Del resto, non sono gli adolescenti di continuo sotto il controllo dei professori? Non sono di continuo osservati, richiamati, sanzionati se non si comportano come si deve? Ecco dunque il poliziotto ed il carabiniere che vengono a ribadire il concetto, nel caso in cui non fosse abbastanza chiaro. La scuola è un luogo in cui siete controllati e controllabili, perquisiti e perquisibili. Non è una casa della cultura e dell’educazione, come qualcuno potrebbe dire retoricamente. Non ha nulla di sacro. E’ una istituzione che raccoglie – concentra – dei minus habentes, e non è escluso che concentrarli per controllarli sia il suo scopo principale. E’ un messaggio rivolto a tutti, ma forse c’è un terzo messaggio rivolto ad alcuni. Può essere una coincidenza, ma in molte delle scuole, anzi delle classi perquisite c’erano studenti appartenenti ai collettivi studenteschi. 
Se non è solo una coincidenza, allora il terzo messaggio è questo: vi controlliamo tutti, ma in particolare teniamo d’occhio voi che fate politica, voi dei collettivi, voi che vi definite comunisti o anarchici; rientrate nei ranghi, che è meglio per voi. E lei, professore, torni pure a parlare di Martin Heidegger. Non è successo niente.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali.

Nell'Egitto di al-Sisi la libertà di pensiero si paga con il carcere



Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco. Quando tutto è pronto per il sacrificio – Isacco ha portato anche sulle sue spalle la legna che sarebbe servita per il suo olocausto – e la mano del padre sta per scannare il figlio, Dio interviene. “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che rispetti Dio e non mi hai risparmiato il tuo figliuolo, l’unico tuo!” (Genesi, 22, 12). E per non restare privo d’un sacrificio, Dio fa comparire un ariete, che viene sacrificato al posto del ragazzo. Per ricordare questo episodio biblico, non dei più luminosi, ogni anno si celebra nel mondo musulmano la “festa del sacrificio”, Id Al-Adha. Si prende un animale, lo si sgozza e lo si lascia dissanguare, a maggior gloria di Dio. Può essere un montone o una pecora, una mucca, un cammello. “Milioni di innocenti creature saranno condotte al più orribile massacro compiuto da esseri umani per dieci secoli e mezzo. Un massacro che si ripete ogni anno a causa dell’incubo di un uomo giusto riguardo al suo bravo figlio”, ha scritto sul suo profilo Facebook ad ottobre dello scorso anno la scrittrice egiziana Fatima Naoot. E per queste parole il 28 gennaio è stata condannata a tre anni di carcere con l’accusa di aver disprezzato l’Islam, di aver diffuso odio settario e di aver attentato alla pace pubblica. 
Fatima Naoot, già candidata al parlamento, è poetessa e scrittrice, traduttrice (ha tradotto tra l’altro Virginia Woolf) e giornalista, nota per le sue prese di posizione in favore delle minoranze del paese, come quella copta. Durante il processo non ha negato di aver scritto quel post, ma ha rigettato l’accusa di aver voluto offendere l’Islam, sostenendo che la religione è solo un pretesto per giustificare il gusto di uccidere animali. La poetessa è stata condannata in base all’articolo 98 del Codice Penale egiziano, che così recita: “Chiunque sfrutti la religione per promuovere ideologie estremiste attraverso la parola, gli scritti o in altro modo, con il fine di fomentare la sedizione, di denigrare o disprezzare qualsiasi religione divina o i suoi aderenti, sarà punito con il carcere da sei mesi a cinque anni, o al pagamento di una multa di almeno 500 sterline egiziane”. Una norma che ha lo scopo di combattere il fondamentalismo e lo hate speech religioso, e che nell’Egitto di oggi – l’Egitto nel quale un giornalista coraggioso come Giulio Regeni viene ucciso dopo essere stato orribilmente torturato – finisce invece per colpire la semplice espressione di opinioni non conformiste. 
Intervistata il 30 gennaio dall’emittente egiziana CBC TV, la scrittrice ha dichiarato che la legge contro la blasfemia, che doveva servire a proteggere i cristiani dagli attacchi dei fondamentalisti islamici, è diventata un cappio al collo per gli stessi cristiani e per gli intellettuali progressisti. Ed ha aggiunto: “Lo Stato sta combattendo i terroristi, ma non il terrorismo. Il terrorismo è una ideologia. Il mio imprigionamento è terrorismo. L’imprigionamento di Islam Behery è terrorismo. L’imprigionamento di chiunque esprima la propria opinione è terrorismo”. 
Islam Behery, citato da Naoot, sta scontando la pena di un anno di carcere nella prigione di Tora in base allo stesso articolo del Codice penale. Studioso dell’Islam con una laurea all’università di Wales, Behery conduceva un programma televisivo di grande successo presso il canale televisivo Al Kahera Wal Nas, ripreso sul suo canale YouTube, nel quale parlava di un Islam purificato dai suoi aspetti violenti. Gli hadith, le narrazioni dei fatti e dei detti di Muhammad che costituiscono la seconda fonte dell’Islam dopo il Corano, parlano di un Profeta che sposa una bambina ed ha rapporti sessuali con lei. Che pensare di un uomo di Dio che compie un crimine del genere? Come conciliare questo crimine con l’altezza morale che il Profeta mostra in molti passi del Corano? Per Behery bisogna porre in questione l’attendibilità degli hadith, se si vuole liberare l’Islam dai suoi aspetti oppressivi e violenti. Se non si compie questa operazione, sarà inutile la lotta contro contro il Califfato. Ridiscutere l’autorità degli hadith vuol dire estirpare la radice del fondamentalismo. Una posizione coraggiosa, che ha suscitato le ire di Al-Azhar, l’Università del Cairo che rappresenta la più importante autorità culturale del mondo sunnita, che ha chiesto ed ottenuto la sospensione del programma di Behery. Il processo invece è stato avviato in seguito alla denuncia di un semplice cittadino. Dopo la condanna, l’intellettuale egiziano ha commentato ironicamente: “Molte grazie al presidente Abdel-Fattah El-Sisi ed alla sua rivoluzione religiosa… Sono grato per la libertà di espressione in Egitto”.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 28 febbraio 2016.

Carmelo Palladino, l'anarchico dimenticato

"Se c'è una cosa che va riconosciuta agli anarchici - scrive Maurizio Maggiani nel Romanzo della una nazione - è la memoria lunga. Tengono una memoria perfino tignosa di ogni cosa". E' vero, in generale. In qualche caso, anche questa memoria lunga ha qualche falla. Carmelo Palladino, ad esempio. Nelle storie del movimento anarchico italiano il suo nome appare di sfuggita, e nel Dizionario biografico degli anarchici italiani (BFS, Pisa 2003-2004, 2 voll.) manca del tutto. Va un po' meglio se si considera la cosiddetta storia locale. Di lui si ricorda Michele Magno, storico, sindacalista e deputato comunista di Manfredonia, nel suo libro La Capitanata dalla transumanza al capitalismo agrario (1975), attuando anche un primo importante sondaggio negli archivi. 
A togliere il nome e la figura di Palladino dall'oblio giunge ora un libro completo e rigoroso di Leonarda Crisetti, studiosa di Cagnano Varano, il suo stesso paese garganico: Non più caste. Carmelo Palladino e la Prima Internazionale, FrancoAngeli, Milano 20015 (con prefazione di Giampietro Berti e Postfazione di Michele Presutto).
Tutta la vita di Palladino si svolge tra due dimensioni: quella nazionale, anzi internazionale dell'impegno anarchico, sempre in prima fila, e quello locale del paesino garganico e del ripiegamento negli affetti personali. E sarà quest'ultima, infine, a prevalere.
Fatti gli studi di legge a Napoli, il giovane Palladino svolge la pratica forense con Luigi Zuppetta, noto giurista e parlamentare repubblicano. Nel 1868, ad appena ventisei anni, è già vicino, pur con qualche riserva, al gruppo repubblicano napoletano "Libertà e Giustizia", nato probabilmente da un soggiorno a Napoli di Michail Bakunin. La tesi dell'autrice è che in questo periodo Palladino ha già maturato la sua visione politica radicale, sotto l'influenza dell'anarchico russo, e che la frequentazione dei repubblicani è finalizzata ad orientarli verso posizioni più radicali. Una tesi che attribuisce al giovane Palladino una certa sicurezza ed un notevole carisma, che non appare improbabile se si considerano le capacità che mostrerà con il tempo. Nel 1871, in un caffè di Napoli, il ventinovenne Palladino incontra il diciannovenne Errico Malatesta, allora studente di medicina, ed anche sotto la spinta del clamore suscitato dagli eventi internazionali - è l'anno della Comune di Parigi - ne favorisce il passaggio dal repubblicanesimo all'anarchismo. Nello stesso periodo incontra Carlo Cafiero, anche lui avvocato pugliese (di Barletta), mandato in Italia da Marx ed Engels per consolidare l'Internazionale: poco dopo il loro incontro anch'egli si converte alla causa dell'anarchismo, prendendo le distanze dal socialismo autoritario. In una lettera Palladino scrive con un certo orgoglio: "Affrontandolo apertamente, presi ad oppugnare i suoi principi. Egli era in buona fede, e non tardammo ad intenderci; così dopo varii giorni di discussione accettò i principi della scuola anarchica". 
Allo stesso anno risale il carteggio con Engels, nei cui confronti Palladino assume una posizione dura, per nulla in soggezione, di protesta per la Conferenza di Londra, nella quale scorge, parlando anche a nome dei suo gruppo napoletano, un colpo di mano in senso autoritario allo scopo di emarginare la componente anarchica del movimento. L'esperienza della Comune dà impulso all'attività ed alla passione di Palladino, che traduce in italiano Parigi ceduta di Gustave Flourens premettendo una introduzione che termina con un inno all'eguaglianza, unico principio che può "riassorbire la borghesia nel popolo, riformar l'individuo coll'educazione, procurare ad ognuno il vero bene, che consiste non nella rapina, ma nel compimento di tutt'i doveri, nel godimento di tutt'i diritti del cittadino; creare infine un nuovo mondo, una giovine Europa diversa dall'antica". 
Non sarà sfuggito al lettore il riferimento ai doveri, corretto subito con quello ai diritti. In questo periodo si consuma il distacco definitivo tra mazziniani ed anarchici, in seguito ad una dura presa di posizione del patriota italiano riguardo la Comune di Parigi. L'abolizione dello Stato e della proprietà individuale, il rigetto del principio di autorità e l'ateismo e materialismo di Bakunin lo fanno inorridire, così come agli anarchici la sua fede in una religione del popolo appare ingenua e tutto sommato reazionaria. Palladino è tra le figure di riferimento in Italia per l'anarchico russo, impegnato ora in un ampio lavoro internazionale per compattare le fila dell'anarchismo e, in Italia, per convertire all'anarchismo i repubblicani delusi. Il giovane avvocato pugliese è, l'anno seguente, tra gli artefici della Federazione Operaia Napoletana, insieme a Cafiero e Malatesta, ed è probabilmente tra i membri dell'Alleanza segreta, un'avanguardia di rivoluzionari fedelissimi all'anarchico russo. 
Ma è in questo periodo che, pur essendo diventato ormai un punto di riferimento del movimento anarchico a livello nazionale ed internazionale, Palladino si rintana nella sua Cagnano Varano, dove prende moglie. Una scelta che suscita il malcontento dei compagni, che vanno a trovarlo nel paesino garganico e lo trovano sempre meno attivo. Al Congresso di Firenze, nel quale si discute la presa di distanza degli anarchici italiani dal collettivismo bakuniniano, Palladino mancherà, giustificando la cosa con la mancanza di soldi, che appare più un pretesto che una ragione. Continua a lavorare e lottare, finisce in galera (nel 1878, in occasione della visita del re Umberto e della regina Margherita a Foggia, accusato di complicità in un presunto attentato), partecipa al dibattito con la passione di sempre, prendendo ad esempio posizione contro Andrea Costa, che si è convertito al socialismo autoritario, organizza il movimento anarchico a livello locale, costantemente sorvegliato dalla polizia, ma la sua voce è sempre più debole. Fino a quando abbandona del tutto la militanza, forse anche per la necessità di evitare disagi alla famiglia (ha otto figli). Passa gli ultimi anni a Cagnano, occupandosi si apicultura e leggendo i classici. Muore nel 1896, ancora giovane, in circostanze misteriose: assassinato a colpi di ascia, ucciso da un uomo che probabilmente aveva disturbi mentali. 
L'anarchismo di Palladino nasce dalla constatazione delle terribili disuguaglianze di una società divisa non tanto in ceti quanto, per usare il suo linguaggio, in vere e proprie caste. Una società in cui il lavoratore è ridotto in schiavitù mentre il possidente vive tra mille godimenti. Una società in cui le stesse possibilità di ascesa sociale sono estremamente limitate. Quali possibilità ha il proletario di conquistare un impiego, quando il borghese ha dalla sua "la raccomandazione, l'intrigo, la cabala; mentre lo spostato non raccoglie che il ripudio e il vilipendio?" . Alla base dell'anarchismo ci sono in genere due cose: o il senso dell'individualità e della libertà, o il senso della giustizia. In Palladino prevale quest'ultimo. E' il disgusto suscitato in lui da quella società postunitaria nella quale le differenze tra il ricco e il povero, tra il borghese e il proletario, tra i signori e signorotti e i cafoni sono ancora profondissime, e resteranno tali ancora per qualche decennio, fino al boom economico della fine degli anni Cinquanta. Dopo il quale è nata quella società di massa che ha omologato le classi sociali e diffuso anche tra i lavoratori un certo benessere, senza però che le disuguaglianze sociali siano state realmente superate. Le ricchezze, sia a livello nazionale che, ancor più, a livello globale, sono concentrate nelle mani di poche persone; e se a livello nazionale il lavoro è sempre più precarizzato, a livello globale il sistema capitalistico si mostra fondato, oggi come ieri, sulla vera e propria schiavitù. Se ieri indignava la condizione dei contadini nelle terre garganiche, oggi indigna la condizione, in quelle stesse terre, dei lavoratori africani, fratelli nello sfruttamento dei lavoratori del Bangladesh, dell'India, della Cina. 
Per Palladino il passaggio ad una società di uguali sarà possibile grazie all'azione di una avanguardia militante, ma avverrà soprattutto con l'opposizione delle masse, e sarà pertanto una rivoluzione incruenta, perché sarà sufficiente la forza del numero a mettere a tacere i possidenti. Un ruolo importante l'anarchico foggiano attribuisce all'istruzione, che dovrà superare la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, offrendo una formazione integrale. E' un tema che riprende da Bakunin, ma che si ritrova anche, in quegli anni, nella riflessione e nell'azione di Lev Tolstoj, che ha imparato il principio del "lavoro per il pane" dai contadini-filosofi Bondarev e Sjutaev. 
Non è un grande teorico, Palladino. Gli mancano acutezza, profondità di analisi, sistematicità. Ma è appassionato, e la passione gli consente di cogliere l'essenziale. E l'essenziale sono le quattro parole con cui chiude un suo scritto del 1882: "malfattori come siamo, prepariamo per quelli che nasceranno: pane, uguaglianza, libertà, giustizia morale. Ci riusciremo? Un giorno lo registrerà la storia" (p. 338). La storia è andata in un'altra direzione. Capitalismo e comunismo si sono divisi il mondo, poi il primo ha scalzato il secondo. Le caste continuano. Ma la storia non è finita, contrariamente a quello che pensava Samuel Huntington. E non è escluso che alla fine ad aver ragione saranno quei malfattori che reclamavano uguaglianza e libertà per tutti.

Articolo pubblicato sul quotidiano L'Attacco dell'11 febbraio 2016, con il titolo Carmelo Palladino e la memoria corta degli anarchici italiani.

Padre Pio e la religione del selfie


Una teca di vetro. Nella teca il cadavere di un monaco cappuccino, con il volto di cera. Sulla teca molti fiori. Davanti alla teca una donna scatta una foto con il cellulare: un selfie, per la precisione. 
Il monaco è, naturalmente, padre Pio, anzi San Pio. Il contesto è quello del Giubileo Straordinario della Misericordia, proclamato da papa Francesco II con la bolla Misericordiae Vultus, "come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti".

La religione comprende una molteplicità di cose, spesso contraddittorie, che è possibile ordinare in uno spettro che va dal bisogno al desiderio. Il bisogno è mancanza, il desiderio è slancio. Bisogno è mangiare, bere, vestire, avere un tetto. Bisogno è avere un lavoro, riconoscimento sociale, sicurezza. Il desiderio è altro. Per dirla con il Lévinas di Totalità e Infinito: "Al di fuori della fame che può essere soddisfatta, della sete che può essere estinta e dei sensi che possono essere appagati, la metafisica desidera l'Altro al di là delle soddisfazioni, senza che il corpo possa inventarsi un gesto per diminuire la aspirazione, senza che sia possibile abbozzare una qualche carezza conosciuta o inventarne una nuova". Questo altro del desiderio può assumere forme diverse. Nella mistica, che considero il momento più alto e puro del fenomeno religioso (e che - ma il discorso sarebbe lungo - non implica alcuna fede in Dio), l'altro è l'altro dell'io: la religione è il movimento che spinge l'io oltre sé stesso, in uno slancio che è al tempo stesso terribile e gioioso. Ma l'altro può essere anche l'io dell'altro, e la religione essere amore puro, appassionato, esigente dell'altro, apertura intensa al tu, etica rigorosa. E da questa apertura, che rifiuta la riduzione dell'altro a cosa, nasce l'esigenza di un mondo altro, di una realtà liberata dalla sofferenza, dallo sfruttamento, dall'ingiustizia. Un'etica che si fa al tempo stesso politica ed escatologia.

Il cattolicesimo di Padre Pio è il cattolicesimo del bisogno. Il cattolicesimo dell'uomo e della donna che, di fronte alle difficoltà della vita, avvertono la necessità - facile, semplice - di una figura divina di riferimento, che offra una protezione pronta e sicura. Larga parte del mondo cattolico trae alimento da questo bisogno di rassicurazione. Esiste, nel cattolicesimo, una vera e propria industria della rassicurazione, fatta di polverine di Santa Rita, acque di Lourdes, coroncine benedette, eccetera. Si tratta di un fenomeno che naturalmente confina con la superstizione e con la magia, e che il padrepiismo (o sanpiismo) rappresenta alla perfezione. Il mondo nel quale nasce e si afferma la figura di Padre Pio è un mondo rurale estremamente arretrato, quel mondo contadino pugliese nel quale la figura del santone era ordinaria non meno di quella del parroco, ma al tempo stesso è una figura che sa inserirsi nel mondo e nelle sue logiche anche politiche ed economiche con straordinaria scaltrezza. 

Chi era, davvero, padre Pio? Scelgo solo tre episodi da Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento di Sergio Luzzatto (Einaudi). Primo. 1911-1913. Dopo essere stato ordinato sacerdote, il giovane fra' Pio passa quasi tutto il tempo nella sua casa di Pietrelcina, perché malanni non meglio precisati gli rendono impossibile la vita in convento. E da casa sua scrive lettere ai suoi direttori spirituali, fra' Benedetto e padre Agostino, entrambi di San Marco in Lamis. Lettere nelle quali descrive con trasporto il suo travaglio spirituale, le sue estasi, il suo rapporto personale con Cristo. Ma le lettere sono copiate, per la precisione riprese parola per parola dell'epistolario di Gemma Galgani, una donna di Lucca che aveva ricevuto le stimmate nel 1899, e il cui libro era tra le letture del giovane frate. Due. 15 agosto 1920. San Giovanni Rotondo. Un'automobile esce dal convento dei cappuccini per giungere nella piazza principale del paese. A bordo padre Pio, acclamato dalla folla. Giunto in piazza, il frate benedice la bandiera dei reduci, che nella zona hanno organizzato le prime squadre fasciste. Due mesi dopo, in quella stessa piazza, undici contadini socialisti saranno massacrati dai soldati. All'indomani dell'eccidio, il frate accoglierà con grande cordialità nel suo convento Giuseppe Caradonna, figura di primo piano del nascente fascismo in Capitanata. Tre. 1921. Il Santo Uffizio manda a San Giovanni Rotondo monsignor Raffaele Carlo Rossi, per interrogare il frate. Tra le altre cose, monsignor Rossi gli chiede conto di una certa sostanza da lui ordinata in gran segreto in una farmacia locale, che poteva servire a procurare le stimmate. Il frate si difende sostenendo che intendeva usarla per fare uno scherzo ai confratelli, mischiandola al tabacco in modo da farli starnutire. 

Il profilo che emerge è quello di un fascista un po' imbroglione, privo di qualsiasi spessore umano e culturale, che, a voler essere buoni e prendere per vera la sua deposizione, acquista sostanze pericolose per fare uno scherzo da prete ai suoi confratelli mentre si fa fotografare in pose mistiche con le stimmate in bella evidenza. 

Qualche anno fa sulla facciata della chiesa di San Pietro al Cep, a Foggia, comparve una macchia di umidità. Le macchie di umidità, come le nuvole e le venature del marmo o del legno, hanno questa caratteristica: con un po' di fantasia vi si può scorgere quello che si vuole. Soprattutto la figura tozza di un padre cappuccino. E dunque si gridò al miracolo, come succede. E come succede talmente spesso, anzi, che non varrebbe nemmeno la pena di citare la faccenda, se non fosse che in quel caso dopo qualche giorno partirono già i primi autobus di fedeli, primi segni di un promettente business o, se si preferisce, di una esaltante esperienza di fede. Per fortuna quelle macchie di umidità ebbero il buon senso di scomparire al cambiare del tempo. 

La figura di padre Pio, anzi di San Pio, è una calamita che in modo irresistibile attira il peggio del cattolicesimo: la superstizione, il fanatismo, il miracolismo, l'esteriorità dei riti, la rinuncia al pensiero. E l'affarismo, la furbizia, l'abuso della credulità popolare. Se non vi fosse quest'ultimo aspetto - ma è mai separabile dal resto? - si potrebbe provare qualche indulgenza e vedere in una simile ridicola accozzaglia di assurdità e cattivo gusto una risposta al bisogno umanissimo di protezione. Il padrepiismo è una delle malattie del cattolicesimo. Una malattia che, se la Chiesa avesse buon senso, cercherebbe di contrastare, e che invece alimenta, incoraggia, esalta, inseguendo un facile consenso e successo presso masse sempre più distratte, sempre meno religiose. Resasi conto della difficoltà di una evangelizzazione, la Chiesa sembra perseguire l'obiettivo più abbordabile della padrepiizzazione delle masse. 

"Il cattolicesimo deve alla sua antichità e alla sua avversione per ogni violenta formazione di massa, la quiete e l'estensione che esercitano una fortissima attrazione su molti", scriveva Elias Canetti in Massa e potere (1960). Queste parole, valide quando furono scritte, non sono più vere dopo il pontificato di Giovanni Paolo II, il papa dei raduni oceanici, che prima di allora si erano visti soltanto nei regimi totalitari. E non è un caso che sia stato lui a volere fortemente la santificazione di padre Pio. Il santo di Pietrelcina è la figura-chiave per il passaggio del cattolicesimo dal mondo pre-moderno della società contadina al mondo post-moderno della massa anonima. Espressione architettonica di questo passaggio è il nuovo santuario di San Giovanni Rotondo progettato da Renzo Piano: un non-luogo nel quale è impossibile qualsiasi esperienza che non sia, appunto, quella della immersione in una massa anonima. 

Con il Vaticano II, la Chiesa aveva fatto un tentativo generoso di confronto con la modernità (ed è appena il caso di ricordare l'insofferenza di Giovanni XXIII verso padre Pio). Con Giovanni Paolo II, archiviato il Concilio, la Chiesa si è lanciata nella post-modernità. Tutta o quasi la cultura moderna viene rigettata come relativismo, si condanna la teologia della speranza, si instaura il culto della persona del papa e si esalta la santità di un frate che politicamente offre molte certezze: nessuno troverà mai, nei suoi scritti o nella sua biografia, il minimo appiglio per una interpretazione del cattolicesimo che minacci il buon ordine sociale. 

Torniamo all'immagine da cui siamo partiti. Il selfie è l'espressione dell'attuale narcisismo di massa. In primo piano ci sono io, sullo sfondo tutto il resto: santo compreso. La società dei consumi, che è una società di massa, si regge al tempo stesso sul narcisismo più sfrenato. E' una società che dice io, ed è un dire io sempre più disperato, perché l'io è puntellato dal possesso di cose, più che dalla sostanza viva delle relazioni sociali e spirituali. Un io solo, che più dice io più si smarrisce nella massa, più acquista più perde. In questo contesto economico e culturale, anche la fede - la fede cattolica - diventa narcisismo. "Dio ti ama, ti ama talmente tanto che è morto per te": questo è il messaggio attraverso il quale le parrocchie vendono oggi il prodotto-Dio. Superate le inquietudini del passato, la fede è oggi una cosa semplice: in definitiva una questione di gratitudine. Dio ti ama ed è morto per te, e tu gli giri le spalle? Un gesto insensato, come spegnere la televisione o rifiutare l'offerta prendi tre e paghi due. Padre Pio, alter Christus, è il protagonista di questo cattolicesimo facile, consumistico, narcisistico. Di questo cattolicesimo disperato. 

Lo scorso anno è scomparso, in silenzio ed umiltà come è sempre vissuto, Arturo Paoli, per tutti fratel Arturo. Nei suoi più di cento anni di vita questo uomo straordinario ha fatto la resistenza, ha salvato la vita di molti ebrei durante il fascismo (per questo è stato dichiarato Giusto delle nazioni) e poi, ordinato sacerdote, ha passato tutta la vita accanto ai poveri ed ai lavoratori, non retoricamente, ma faticando e lottando con loro: al porto di Orano, nelle miniere della Sardegna, nei boschi dell'Argentina. Non aveva le stimmate, non faceva miracoli. Metteva semplicemente in pratica il Vangelo. E' lui il rappresentante più autentico e profondo, nel cattolicesimo italiano dell'ultimo secolo, di quella che ho chiamato religione del desiderio. Il suo è un cattolicesimo purissimo, al tempo stesso semplice e raffinato, capace di dialogare con gli umili senza corromperli con il fanatismo e la superstizione, che non stringe la mano ai fascisti ma attacca il potere esigendo giustizia. Ha indicato un'altra via, la via del desiderio. Una via che è, oggi, un sentiero non segnato sulla mappa, lungo il quale è sempre più raro che qualcuno si avventuri.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali.

L'insegnante come intellettuale trasformativo



"Un po' per gioco, un po' per curiosità ricognitiva", Piero Bevilacqua ha buttato giù sul manifesto di ieri, 28 gennaio, una lista di intellettuali italiani uniti dal comune denominatore della "critica alla cultura neoliberistica, alle sue strategie e alle sue pratiche". E' una lista che, come tutte le liste, fa discutere, sia per le presenze che, soprattutto, per le assenze. Io, ad esempio, vi trovo - e ne sono felice - Marco Maurizi, che considero uno dei più interessanti filosofi italiani, ma non vi trovo Marco Rovelli, uno dei punti di riferimento nel nostro paese per una cultura alternativa al neoliberismo. Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio soffermarmi, invece, sui territori che Bevilacqua ha segnato sulla sua provvisoria cartografia. Gli studiosi mappati appartengono a sette categorie: economisti; filosofi; giuristi; sociologi, politologi, antropologi; architetti, geografi, urbanisti; letterati; scienziati; storici. Bevilacqua premette che l'elenco è incompleto, perché " mancano artisti, editori, giornalisti, uomini di cinema e di teatro, personalità di spicco fuori dall’accademia". Solo? Non manca qualcos'altro?

Una volta si pensava - a sinistra - che il cambiamento sociale passasse anche, se non principalmente, attraverso la scuola e l'educazione. O, magari, attraverso la critica della scuola e dell'educazione, considerati strumenti in mano alle classi dominanti per riprodurre sé stesse e la loro cultura e giustificare, di fatto, le disuguaglianze sociali. C'è una scena di Centochiodi, di Ermanno Olmi, in cui il protagonista, un professore di filosofia della religione che ha dato di matto, crocifiggendo degli incunaboli della biblioteca universitaria, viene interrogato in Questura. "Fa parte di qualche organizzazione sovversiva o terroristica?", gli chiedono. E lui risponde: "Ho fatto parte del corpo insegnanti". A questo punto, nella piccola sala d'essai in cui vidi il film alla sua uscita, nel 2007, partì una risata irrefrenabile. Che la scuola sia una organizzazione terroristica, che gli insegnanti siano dei sovversivi, fa ridere. Fa ridere tanto. E fa ridere gli stessi docenti: perché quel piccolo cinema era frequentato soprattutto da docenti.

Non c'è figura che appaia più lontana dal rivoluzionario, o anche soltanto dal dissenziente, del professore seduto alla sua cattedra. O anche del professore universitario di pedagogia. Non è dunque per protestare per l'assenza di educatori, pedagogisti, docenti nella mappa di Bevilacqua, che scrivo questo articolo. Lo scrivo per riflettere sul fatto che una tale assenza è, oggi, giustificata. 

Negli ultimi anni la scuola italiana è stata investita da interventi che sono andati tutti nelle direzione di renderla sempre più funzionale al sistema economico ed alle sue logiche. La legge 107 è solo l'ultimo atto. La classe docente non è riuscita ad opporsi a questa azione dall'alto, e non vi è riuscita anche perché, nella mia analisi, è mancata e manca una visione della scuola realmente alternativa a quella imposta dall'alto, che non sia la sola difesa di quello che c'era prima. E' mancata e manca una chiara visione del senso politico del lavoro scolastico. Non mancano le parole d'ordine, ma si fa fatica ad individuare pratiche che corrispondano ad esse. Si vuole smantellare la scuola pubblica perché essa forma il pensiero critico, si dice. Ma in che modo, esattamente, si educa al pensiero critico nella scuola italiana? Con quali metodi? L'impressione è che per i più il pensiero critico sia una cosa che scaturisce magicamente dal contatto con alcune discipline, segnatamente quelle umanistiche. Si studia il greco, si studia la filosofia, e si sviluppa il pensiero critico. Una sciocchezza, naturalmente. Si sviluppa il pensiero critico dialogando, argomentando, appassionandosi, confrontandosi con gli altri, sporgendosi sulla scena pubblica: tutte cose che appaiono improbabili nella scuola cattedra-banco-lezione. 

Sto leggendo in questi giorni due libri, non proprio recentissimi. Il primo è Teaching to Transgress. Education as the Practice of Freedom di bell hooks (Routledge, 1994). L'autrice è una nota femminista nera americana, che ha vissuto la segregazione razziale in una scuola pubblica del Kentucky. La sua tesi è che l'insegnamento può e deve essere una pratica di liberazione, un'azione politica contro i limiti razziali, culturali, sessisti della società. Ma può esserlo solo se si ripensa a fondo la stessa relazione educativa, che è la base del lavoro scolastico. La classe può diventare un luogo interessante, perfino eccitante, se ognuno in essa ascolta la voce dell'altro e ne riconosce la presenza. Ordinariamente a scuola si chiede al solo studente di parlare di sé, della sua vita, della sua famiglia, mentre il docente resta umanamente inarrivabile, celato dalla maschera del suo ruolo. In una relazione educativa ispirata ad una pedagogia impegnata i professori smettono di essere "all-knowing, silent interrogators", per assumere in prima persona il rischio che chiedono agli studenti: il rischio della narrazione di sé. 

L'altro libro è Teachers as Intellectuals: Toward a Critical Pedagogy of Learning di Henry Giroux (Praeger, 1988). Ancora quasi sconosciuto in Italia (sono a conoscenza di un suo solo libro tradotto in Italiano), Giroux è forse il maggior pedagogista statunitense, e le sue idee hanno suscitato e suscitano un ampio dibattito nel suo ed in altri paesi (il suo nome non potrebbe mancare, in una ipotetica cartografia americana della resistenza intellettuale al neoliberalismo). Reagendo alla teoria di Bourdieu e Passeron, secondo la quale la scuola è funzionale alla conservazione dello status quo ed alla riproduzione della cultura delle classi dominanti e della disuguaglianza sociale, Giroux presenta l'idea della scuola come "sfera pubblica democratica" nella quale si prepara una democrazia autentica. Cosa che non si può fare se non ripensando a fondo la scuola, a partire dallo stesso setting dell'aula, che ostacola l'autentico senso di comunità e favorisce l'ethos capitalistico della competizione. Gli insegnanti, sostiene Giroux, devono diventare intellettuali trasformativi, nel senso che lavorano politicamente per trasformare una società diseguale in una democrazia effettiva, attraverso l'empowerment degli studenti. 

Non amo molto il termine intellettuale, che implica quella contrapposizione tra intellettualità e manualità che considero uno degli impliciti culturali della nostra società che occorre combattere; ma non mi dispiace questa idea dell'insegnante come intellettuale - perché di fatto il lavoro dell'insegnante non ha nulla di manuale, benché spesso sia molto artigianale - che lavora per la trasformazione: e non solo la trasformazione dell'individuo, ma anche quella della società e della cultura. 

Tanto bell hooks quanto Henry Giroux risentono profondamente dell'insegnamento di Paulo Freire, il pedagogista brasiliano che, con un metodo profondamente innovativo, riuscì ad alfabetizzare in poco tempo i proletari di Angicos. In Freire l'alfabetizzazione andava di pari passo con la coscientizzazione, con la consapevolezza dell'oppressione e dell'ingiustizia sociale, che precede e fonda il cambiamento rivoluzionario. Ma risentono anche, in misura non minore, del nostro Gramsci e della sua teoria dell'egemonia, evocata dall'articolo di Bevilacqua. Esiste in America, sia al nord che al sud, una corrente di pedagogia critica ancora estremamente vivace, che anima il dibattito pubblico e la lotta politica. Qualche giorno fa ho parlato con un amico - Paolo Vittoria, napoletano che insegna filosofia dell'educazione all'università di Rio de Janeiro - del suo lavoro politico-educativo degli ultimi tempi: assemblee e riunioni nelle università e nei centri sociali con studenti, contadini, gruppi di indigeni. Un fermento straordinario, appena pensabile per chi osserva dall'Italia, pur in un periodo di grande difficoltà e di confusione politica per un paese che non ha meno contraddizioni del nostro. 

In Italia c'è stato un fermento simile nel secolo scorso, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Più di un ventennio  di analisi, di critiche appassionate, di denunce, di sperimentazioni, di tentativi, anche di errori, ispirati da un unico slancio: quello di attuare una democrazia reale, qualcosa di più alto della partitocrazia democristiana, con i suoi inquietanti risvolti criminali (mafia, stragi di stato, corruzione). Di tutto quel fermento, di quelle sperimentazioni, di quel lavoro del pensiero sembra essere rimasta solo la pallida e patetica evocazione di un don Milani sempre meno compreso, sempre più ridotto a figurina buona per tutte le stagioni. 

Ho parlato di lavoro politico-educativo. L'obiezione che mi sento spesso fare, quando parlo della mia idea di educazione e di insegnamento, è che io voglio far politica, e questo non va bene. Una simile obiezione fecero a bell hooks i docenti dell'Oberlin College (il primo college americano che ha accettato studenti neri), quando parlò loro della sua formazione freiriana. E la sua risposta fu che "no education is politically neutral". E' naturale. Educare ed insegnare vuol dire lavorare per un certo tipo di società, ossia fare un lavoro politico. Chi non si è mai posto il problema di quale società favorisce con il suo modo di insegnare, è semplicemente un docente non pienamente consapevole del suo ruolo. O meglio, uno che lascia che il senso politico del suo lavoro sia stabilito da altri. Ma nell'accusa di fare politica c'è dell'altro. C'è il sospetto che io voglia fare una politica che può piacere ad alcuni e dispiacere ad altri: una politica di parte. Lo è, in effetti: fare politica vuol dire sempre stare da una parte. 

Ma è una parte che è legittimata dalla stessa Costituzione. E' una parte che vuole realizzare in modo pieno, e non retorico, i valori costituzionali: la democrazia, la partecipazione politica, l'uguaglianza, le opportunità per tutti, il superamento di ogni discriminazione. E' una parte che consiste nel prendere semplicemente sul serio la democrazia. E prenderla sul serio non vuol dire lavorare, in modo spesso retorico, per una educazione alla democrazia, ma fare in modo che la democrazia sia presente già qui ed ora, nel presente del lavoro scolastico: educare nella democrazia. Che vuol dire costituire la classe come quella "sfera pubblica democratica" di cui parla Giroux. In che modo - con quali pratiche, metodi, strumenti concettuali - ciò si possa fare, dovrebbe essere il principale problema di cui discutere per pensare la scuola. 

E' diffusa la convinzione che l'innovazione della scuola possa e debba passare attraverso l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Per quanto sia tutt'altro che contrario alla tecnologia, la mia impressione è che sia un modo relativamente semplice per eludere il problema del cambiamento. Riempire le aule di lavagne interattive e di tablet non comporta alcun reale progresso, se non diventano strumenti per il confronto, la ricerca e la discussione comune. La democrazia esige la presa di parola: si entra in una comunità democratica nel momento in cui si esprime una propria idea, si discute l'idea di un altro, si cerca insieme una terza idea. Se la tecnologia favorisce questa presa di parola, allora la tecnologia è una buona cosa; se la ostacola, è una cosa non buona. La tecnologizzazione della scuola e dell'insegnamento sta costringendo molti docenti a sforzi notevoli per acquisite sia le competenze informatiche di base - che molti ancora non hanno - sia per applicare quelle competenze alla didattica. Il rischio è che tutto questo sforzo per così dire tecnico faccia passare in secondo piano o occulti la questione politica decisiva: insegnare perché? per cosa?

Nell'immagine: Henry Giroux.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali.

Printfriendly