Attraversamenti

Blog di Antonio Vigilante

Quale vittoria?

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 12.

Nel film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman il cavaliere Antonius Block, reduce dalle crociate, incontra la morte che lo attende in riva al mare.
“E’ già da molto che ti cammino affianco.”
“Me ne ero accorto.”
“Sei pronto?”
No, Block nonè pronto, e del resto chi davvero lo è? E sfida la morte a scacchi. Non la rappresentano i quadri e le leggende come una giocatrice di scacchi? E’ vero, ammette la morte, coem è vero che non ha mai perso una partita. “Forse anche la morte può commettere un errore”, replica il cavaliere. E comincia la partita.


Lo scassinatore

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 11.

Quando ero piccolo, le bambine giocavano alla campana. Tracciavano con il gesso dei segni a terra e poi saltavano, ora a gambe divaricate, ora a gambe unite. Non ho mai capito il segreto di quel gioco, mi limitavo ad apprezzarne il lato estetico, la simmetria di quei salti, l’allegria di quell’andare e venire tra linee geometriche. Ora quel gioco sembra essere scomparso, e per rintracciarne le regole dovrei interrogare la memoria di qualche mia coetanea. Impresa inutile, perché la conoscenza delle regole non illustrerebbe affatto il mistero di quella gioia infantile, così come la sezione di un cadavere non ha nulla da dirci del mistero della vita.


Le viscere del Buddha

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 10.

Abbiamo lasciato il Buddha al Parco delle gazzelle. E’ il suo momento di maggior gloria: raggiunto il Risveglio, si presenta al mondo e mette in moto la ruota del Dharma, dando inizio alla nuova era della liberazione per tutti gli esseri. L’iconografia buddhista ama rappresentare il Buddha circondato da una luce che ne indica l’eccellenza spirituale. E’ uno degli orpelli con i quali la tradizione ha ritenuto necessario ornare la dignità dell’uomo e farne una figura quasi divina, ma c’è motivo di credere che quel giorno il Buddha, nel pieno della sua govinezza e con la quieta pienezza che gli veniva dalla visione del mondo appena conquistata, avesse realmente un suo certo splendore.
Facciamo ora un passo in avanti di cinquant’anni. Il Buddha ha ottant’anni. La sua dottrina ha avuto successo, la sua figura è nota e venerata, la sua comunità, il Sangha, è numerosa e potente. Eppure il Budha sembra non solo stanco, ma anche amareggiato. Probabilmente sognava di creare una comunità di persone nobili, al di sopra delle macchie umane, purificate dalla sua dottrina, menbtre si è ritrovato circondato e seguito da una comunità umana, troppo umana, nella quale non mancano le risse, gli oci, le meschinità. Sa che ha poco da vivere ed è preoccupato per quello che accadrà dopo la sua morte a quella comunità, che ama nonostante la meschinità. Molti sostengono che Gesù non volesse davvero fondare una chiesa; non si può dire lo stesso del Buddha. La comunità è il veicolo della dottrina, cui affida le sue sorti dopo la morte.


Al mercato, con le mani aperte

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 9.

Avrai notato una contraddizione in quello che ho scritto fino ad ora. Nella introduzione ho detto che credo nell’individuo e nella sua libertà; poi però ti ho mostrato come per il buddhismo l’individuo sia una illusione, e comprenderlo costituisca la via principale per ottenere la liberazione. Come stanno dunque le cose? Nelle ultime pagine c’è la risposta a questa domanda (per quanto domande simili possano avere davvero una risposta); ma vediamo meglio.
Nel buddhismo cinese e giapponese – il chan e lo zen – il cammino verso il risveglio viene illustrato con una storia per immagini. Dieci immagini, per la precisione: le cosiddette icone del bufalo.
Nella prima immagine vediamo un giovane uomo che cammina tra fiumi e monti, con un’aria smarrita. Nella seconda lo evdiamo più sicuro: ha trovato le tracce del bufalo. Perché il nostro giovane sta cercando un bufalo. Nella terza immagine vede il bufalo e si mette a rincorrerlo; nella quarta lo ha raggiunto e catturato, con una fune legata al collo.


Il carro

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 8.

Uno dei primi occidentali convertiti al buddhismo fu, con ogni probabilità, il re greco Menandro, che ha governato il regno indo-greco (fra l’India e il Pakistan) intorno al secondo secolo avanti Cristo. I buddhisti lo ricordano con il nome Milinda, e il libro che raccoglie i dialoghi tra lui e il saggio buddhista Nagasena, il Milindapañha, è uno dei testi più venerati del buddhismo antico.
Questo Nagasena era uno che la sapeva lunga. Quando il re gli chiede come si chiama, lui risponde: “Nagasena, ma è soltanto un nome, perché qui non è presente nessun individuo”. La cosa sconcerta il re, come sconcerterebbe oggi qualsiasi occidentale. Da secoli siamo abituati a pensare l’essere umano come un insieme di un elemento spirituale, l’anima, e un elemento materiale, il corpo. Da qualche tempo sappiamo che le cose sono più complesse, che quella che chiamiamo anima è una funzione del nostro cervello, e che il corpo non è un abito esteriore, ma parte integrante di quello che siamo. Ma, anche quando non crediamo all’anima, siamo convinti di essere individui in un mondo di individui. Io sono io, non te; e tu non sei me. “Io sono io” è la prima di tutte le nostre certezze.


Il vaso magico

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 7.

Secondo una tradizione che risale a san Girolamo, il poeta e filosofo latino Lucrezio morì suicida all’età di quarantaquattro anni, dopo essere impazzito a causa di un filtro d’amore. Girolamo non è una fonte attendibile: come cristiano, è interessato a mostrare la fragilità di un filosofo pagano; ma leggendo il poema di Lucrezio, il De Rerum Natura, colpisce la sensibilità profonda per il dolore umano e la visione disincantata – dolorosamente disincantata – dell’esistenza.
All’inizio dell’ultimo libro del poema, il sesto, Lucrezio parla della nostra infelicità. Anche se abbiamo i beni sufficienti per vivere come desideriamo, anche se abbiamo lodi e onori e siamo potenti, dice, tuttavia soffriamo. C’è in noi qualcosa di cupo, un’ansia che ci tormenta a ci scava dentro e non ci lascia un attimo di pace. Il problema è che noi siamo fatti male. Siamo, dice, come un vaso un po’ forato e un po’ sporco di qualcosa di sgradevole. Se ci versi dentro qualcosa – anche il vino più pregiato – in gran parte va perso, e quel che viene trattenuto si corrompe e diviene sgradevole (Libro VI, vv. 9-23).


Havel havalim

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 6.

Il sole non è ancora sorto. Qualche gioca luce attesta l’esistenza del paese, di là dalla valle; ma la valle è ancora immersa nell’oscurità. Fa freddo. Torno nel mio studio, con un brivido. Eccolo, il mio strudio: alle pareti le care immagini della dea Saraswati e del dio Shiva, in un angolo la mia chitarra, sulla scrivania i libri ammassati uno sull’altro, in un angolo una statua di legno che raffigura un uccello che imbecca il suo pulcino. Questo è il mio mondo, lì sicuro, disponibile, solido: sono pronto per cominciare la mia giornata.
So, a dire il vero, che tutte queste cose esistono solo nella mia mente. I recettori della retina atytraverso il nervo ottico portano le informazioni alle aree posteriori del cervello, che elaborano le immagini nelle quali ora sono immerso. Quello che vedo dipende dunque da due cose: il mio occhio e il mio cervello. Se le aree del cervello che elaborano le immagini fossero danneggiate, non vedrei nulla. E non vedrei nulla se fossero danneggiati i miei occhi.


Io, anzi no

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 5.

Può essere che le ultime pagine ti siano sembrate ben strane. Abbandonare l'io? Smettere di dire io? Cosa vuol dire? Posso smettere di essere io?
Sì, è sconcertante. Io sono io fin dalla nascita, e io è stata una delle prime parole che ho imparato. Mi hanno insegnato il mio nome e il mio cognome, e da allora queste due parole mi accompagnano. Da quando ho imparato a scrivere, a queste due parole si accompagna un segno: la mia firma. E questo segno lo scrivo quasi ogni giorno da qualche parte. Io, Antonio Vigilante, dichiaro quanto segue, o mi impegno a, o chiedo di. Tutta la società, a pensarci bene, si basa su questo. Io dichiaro qualcosa, e mi assumo la responsabilità di quello che dichiaro. Che succederebbe se dicessi che no, quell'io, quell'Antonio Vigilante che ha dichiarato quella cosa, in realtà non esiste? Crollerebbe tutto.


Tarkus

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 4.

Un uomo è stato colpito da una freccia. Possiamo immaginarcelo in una foresta, preso in un'imboscata. A un certo punto ha sentito qualcosa muoversi dietro tra alberi, poi il sibilo della freccia: e in un attimo si è trovato a terra. Il nostro uomo ha due compagni con lui, forse sono gli unici sopravvissuti ad una battaglia: perché ce li figuriamo come soldati. E può essere che sia per questo che l'uomo, pur essendo ferito, chiede ai compagni: chi mi ha colpito? come si chiamava? che aspetto aveva? I compagni non possono saperlo, se non abbandonandolo e mettendosi ad inseguire l'assalitore.
La storia dell'uomo ferito dalla freccia è una delle storie più efficaci raccontate dal Buddha: poiché il Buddha era un filosofo raffinatissimo, ma sapeva anche raccontare storie per quelli che hanno bisogno di storie. La faccenda dell'uomo e della freccia va al centro del buddhismo.
Avrai capito che l'uomo ferito è ognuno di noi, e che la ferita non è altro che il dolore che proviamo. Ora, quando hai una freccia nel corpo, la cosa più saggia è toglierla subito; chiedere chi è stato a scagliarla è sciocco, inutile e pericoloso. Mentre si indaga, la ferita si allarga, incancrenisce, e il corpo si dissangua. E' per questo che il Buddha restava in silenzio quando gli facevano domande su cose troppo grandi. Esiste l'anima? Esiste Dio? C'è un creatore del mondo? E' come chiedere chi ha scagliato la freccia. Mentre la freccia va estratta, e la ferita curata.


Psicoterapia

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 3.

Dopo aver raggiunto il risveglio, il Buddha si mette in cammino per cercare gli asceti che lo accompagnavano prima che decidesse di proseguire la sua ricerca da solo. Li trova nel Parco delle gazzelle, presso l'attuale Benares, e tiene loro un discorso con il quale comincia la storia del buddhismo (non a caso il sutra che lo riporta si intitola Discorso della messa in moto della ruota del Dhamma).
Comincia parlando loro della verità del dolore, la verità che ha scoperto uscendo dalla reggia paterna. Le sue parole ci aiutano a comprendere la sua visione della sofferenza e della condizione umana. Dice che dolore è: la nascita, la vecchiaia, la malattia, la morte; unirsi con quello che ci dispiace ed essere separati da ciò che ci piace; non ottenere quello che desideriamo. Alcune di queste cose hanno a che fare con il corpo, altre con la mente; alcune possono riferirsi sia al corpo che alla mente. Se abbiamo fame e non c'è cibo, il disagio riguarda il non ottenere quello che desideriamo, ed è un disagio fisico; se invece aspiriamo ad una promozione sul lavoro, e questa non arriva, il disagio ha un carattere mentale. Se abbiamo una malattia, soffriamo fisicamente; se perdiamo la persona che amiamo, la sofferenza è mentale.


Il male

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 2.

Il buddhismo, come probabilmente ogni religione, se non ogni filosofia, parte dal male. Il problema del male attraversa tutta la Bibbia, fin dal primo libro: la Genesi. Il mito di Adamo ed Eva cerca di rispondere a una delle domande più angosciose per un credente: Se c'è Dio, perché esiste il male? Un'altra domanda che tormentava gli ebrei era: Se c'è Dio, ed è buono e giusto, perché gli uomini buoni soffrono ed i malvagi vivono ricchi e felici? Il libro biblico che impone con forza, anzi con violenza questa domanda è quello di Giobbe. E' la storia di un uomo giusto e timorato di Dio che all'improvviso si trova a perdere tutto: la moglie e i figli, le ricchezze, la salute. Si tratta di una brutta scommessa di Dio con Satana, ma lui non lo sa. Quello che sa è che lui, che teme Dio, si trova disperato, povero, solo: nudo. Gli amici vanno a trovarlo e cercano di convincerlo che se si trova in quello stato è perché ha fatto qualcosa di male: perché Dio è giusto, e punisce chi fa il male. Giobbe protesta la sua innocenza, poi di fronte all'insistenza degli amici si lascia andare a terribili bestemmie. Dio è un essere terribile che, quando una tragedia fa morire molte persone, se la ride della disgrazia degli innocenti, e lascia le nazioni in mano ai malvagi (Giobbe 9, 23-24). La cosa interessante, o sconcertante, di questo libro è che alla fine Dio stesso interviene, e finisce per dare ragione a Giobbe. Si scaglia contro uno degli amici di Giobbe: "La mia ira si è accesa contro di te ed i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette, come ha fatto il mio servo Giobbe" (Giobbe 42, 7). Ma Giobbe ha detto cose che alle orecchie dei credenti suonano come bestemmie.


Una storia

La luna nell'acqua. Una mappa per perdersi nel Dharma del Buddha, cap. 1.

Il cristianesimo comincia con una storia: la storia di Gesù, detto il Cristo, il Figlio di Dio che è venuto sulla terra ed è morto sulla croce per la salvezza dell'umanità. Essere cristiani vuol dire credere in questa storia che va al di là della storia. Non è sufficiente credere nell'insegnamento di Gesù o mettere in pratica la sua morale. Occorre credere che Gesù è il Figlio di Dio, e che è venuto per la nostra salvezza.
Anche il buddhismo comincia con una storia. E' la storia di Siddharta Gautama, l'uomo che diventò il Buddha, ossia il Risvegliato. Ma c'è una differenza: il buddhismo prescinde dalla storia del Buddha. Se qualcuno dimostrasse che il Buddha non è mai esistito, per il buddhismo non cambierebbe molto. Un buddhista non crede nel Buddha, un buddhista cerca di mettere in pratica il suo insegnamento. O meglio: cerca di diventare un Buddha.
E tuttavia non è male, per conoscere il buddhismo, partire dalla storia del Buddha. Si chiamava, ho detto, Siddhartha Gautama, e nacque a Lumbini, nel Nepal meridionale, 566 anni prima della nascita del Cristo. Era figlio del re Suddhodana, appartenente alla casta dei guerrieri, e di sua moglie Maya, che lo aveva concepito sognando di essere penetrata nel fianco da un elefante bianco. Siddhartha nacque all'improvviso, mentre Maya era in viaggio per raggiungere la casa dei genitori. La madre lo partorì appoggiandosi ad un albero, senza alcun dolore. Ma morì improvvisamente sette giorni dopo, affidando il bambino alla sorella Prajapati.