Breve storia della Cucina di Stato

Pare che tutto sia cominciato con le riflessioni di Comistocle, gran filosofo di corte ai tempi del re Pekkar, della settima dinastia. Riflettendo sulla natura umana, Comistocle era giunto alla conclusione che per diventare pienamente uomini e donne, in buona salute e felici, è indispensabile mangiare bene. Aveva osservato non pochi bambini che, per colpa di una alimentazione errata, avevano sviluppato diverse deformità, mancanze intellettive, turbe caratteriali. Consultandosi con i medici di corte, era giunto ad elaborare la dieta perfetta o quasi, quella che avrebbe consentito a chiunque di sviluppare il proprio corpo e la propria mente nel modo migliore. Per una strana coincidenza, questa dieta corrispondeva quasi del tutto con la dieta della stessa corte; o, per meglio dire, con ciò che mangiava lo stesso Comistocle. Ma era una dieta diversissima dalla dieta della maggior parte della gente. Comistocle convinse dunque il re Pekkar che sarebbe stato un crimine consentire ai sudditi di continuare a mangiare i loro cibi scadenti, compromettendo non solo la loro salute, ma anche e soprattutto quella dei loro figli. Chiese dunque, ed ottenne, un decreto del re con il quale si stabiliva che da quel momento la dieta dei sudditi sarebbe diventata faccenda dello Stato. Tutti avrebbero potuto mangiare gratis alle mense del re. Anzi: tutti avrebbero dovuto farlo. E avrebbero mangiato, nelle mense del re, gli stessi cibi di Comistocle.
La cosa a Comistocle ed al re ed a tutta la corte pareva un gran bell'atto di finaltropia. Un gesto generoso che i posteri avrebbero ricordato con gratitudine. Ma accadde una cosa non prevista. Per quanto gratuite, le mense reali venivano disertate. Ai sudditi non piaceva il cibo di Comistocle, benché fosse infinitamente migliore di quello delle loro povere mense. Preferivano nutrirsi di castagne e pane nero. Presto fu necessario un nuovo bando per ribadire che mangiare alle mense pubbliche era un preciso dovere dei sudditi. Nemmeno questo bastò. Le mense si riempirono solo quando il re si decise a ricorrere all'esercito. Famiglie intere venivano prelevate e portate di forza alle mense. Le quali avevano, ormai, le grate alle finestre, e le porte erano sbarrate. Fino a quando era tempo di mangiare, nessuno poteva uscire.
Anche così, i sudditi continuarono a protestare. Molti si rifiutavano di mangiare, molti altri vomitavano subito dopo aver mangiato. Particolarmente penosa era la situazione dei cuochi reali che, dopo aver studiato per anni la cucina più raffinata, si sentivano ora terribilmente umiliati. I cibi preparati con tanta passione, tanta competenza, tanto studio, erano rifiutati come se fossero stati velenosi. Perché i sudditi li assaggiassero, occorreva ricorrere alla minaccia.
Una situazione così penosa si protrasse per secoli e secoli. Stranamente, i sudditi non si adeguarono mai alla dieta di Comistocle. Continuarono a sognare le loro castagne col pane nero, assaggiando qualcosa nella mensa reale solo sotto minaccia, e il più delle volte risputandolo via. I cuochi cominciarono presto a far porzioni più piccole, per disturbare il meno possibile, e fingevano di non vedere quando qualche suddito, invece di ingoiare, buttava in qualche sacca il cibo così amorevolmente offerto. Gli uni e gli altri erano scontenti, e le mense furono per secoli tra i posti più infelici del regno. Eppure i re, uno dopo l'altro, continuarono a considerare la mensa reale indispensabile, irrinunciabile, meritoria. Il ragionamento di Comistocle era solido, capace di resistere ad ogni smentita dell'esperienza.
Fu verso la nona dinastia che accadde qualcosa. Venne fuori un cuoco popolare, un tipo strano che cucinava castagne col pane, ma in modo più raffinato, e si mise a contestare apertamente la mensa reale. Scrisse un libro intitolato Lettera a un Cuoco di Stato in cui sosteneva che non è affatto vero che la dieta comistoclea è migliore, che anche la dieta dei sudditi, caparbiamente mantenuta nei secoli nonostante l'opposizione dei governanti, aveva le sue virtù, e che i sudditi si sarebbero sentiti estranei, quasi prigionieri nelle mense di Stato - che continuavano ad avere le grate alle finestre - se alla dieta comistoclea non fosse stata aggiunta almeno qualche castagna e qualche fetta di pane nero. Altre voci si aggiunsero alle sue. Un tale si spinse fino ad affermare che meglio sarebbe stato chiudere senz'altro le mense statali, visto che nessuno vi mangiava nulla. La reazione comune fu di sdegno. Nessuno poteva considerare seriamente la proposta di cancellare una istituzione così benefica.
Ma il disagio dei sudditi, dopo secoli di cucina di Stato, era oggettivo: e crescente. Che fare? Ci si accordò tacitamente di diminuire ancora le porzioni. Oggi, dodicesima dinastia, la mensa di Stato continua ad essere una istituzione centrale nella politica dei successori di Pekkar, ed il successori di Comistocle continuano a sostenere la solidità delle ragioni del loro illustre antenato. Ma i sudditi non mangiano, e se non fosse per quel po' di pane e castagne che riescono a buttare giù di nascosto appena usciti dalla mensa, si direbbe che siano a rischio di morire di fame. Io che scrivo queste righe, alla periferia del Regno, mi chiedo come mai ciò accada. Sommessamente, avanzo una mia ipotesi, e la affido a questa pagina nella speranza che, quando la leggerete, sarà al di là del confine. Ecco, sospetto che non si tratti in realtà di dieta, che la salute dei sudditi c'entri poco. Sospetto che da secoli la gente venga chiusa a mangiare la dieta comistoclea in mense con le sbarre alla finestra perché è così che si impara cos'è il potere.
Ora che ve l'ho detto, è bene che vada. In fretta.
Valete.

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