Sul terrore di Dio

Impacchettando i libri per il trasloco, vien fuori una vecchia edizione Newton Compton della Nascita della tragedia di Nietzsche, ormai rovinata dall'umidità. Nell'antiporta la mia firma, ancora con le maiuscole (dall'età di diciassette anni firmo con le iniziali minuscole) e la data: 1988. Sedici anni.
Nell'ultima pagina trovo una annotazione sicuramente posteriore, che per quello che riesco a ricordare rientra nel progetto post-adolescenziale di un libro che doveva intitolarsi Sul terrore di Dio. Eccola.

Più profondo d'ogni rito e d'ogni preghiera, più prossimo all'essenza del reale d'ogni contemplazione, è quello sguardo sconsolato sul maestoso dolore degli enti che si concreta nel presentimento d'un Dio capriccioso e terribile. Io non sono, qui, il padrone dell'Essere; io non sono che un ospite, uno che deve prendere congedo; mi fanno compagnia il dolore e la gioia, la fuga e la mancanza: così parla l'uomo che vive e soffre in sé quel momento originario della religione che chiamo "terrore di Dio". L'uomo religioso è l'antitesi dell'uomo dell'età della tecnica: se quest'ultimo pensa alla realtà come producibilità, fa dipendere da sé la natura e le cose, orgoglioso della sua capacità di dare ordine a tutto, l'altro, il sofferente Giobbe, conosce i propri limiti, osserva lo scorrere degli eventi con calma e rassegnazione, conosce il Dio che non domina e travaglia.

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