Educare è come togliere la polvere

Questo articolo inaugura la mia rubrica Educazione e libertà, nel sito Il bambino naturale.

Foto di Ruth Fremson/The New York Times
La conta dei frutti delle azioni nel mondo evanes­cente è una di quelle opere che si situano felicemente all’incrocio tra culture e civiltà diverse: nel caso specifico quella musulmana e quella buddhista del Tibet.
Sull’autore, Khache Phalu (Phalu il kashmiro), nulle sono le notizie certe e molte le congetture: c’è chi vuole che si tratti del quinto o del sesto Dalai Lama, chi di un ricco mercante musulmano amico del Panchen Lama, chi del Panchen Lama stesso. Quello che è certo è che l’autore di quel trattatello che ancora oggi i tibetani venerano come un indispensabile manuale di saggezza popolare conosceva bene la letteratura del sufismo islamico, ed in particolare la mistica di Sa’di.
Nel libretto c’è una sezione dedicata all’educazione che, come il resto del libro, è piena di un buon senso tutt’altro che superficiale. Tra le altre, mi ha colpito questa sentenza: “Finché non vengano rip­ulite dalla terra da cui sono emerse, non puoi sapere se una pietra è preziosa né se una las­tra di met­allo levi­gato è uno spec­chio” (trad. G. Magi).
La pietra è, naturalmente, il bambino. Phalu il kashmiro ci dice che non dovremmo mai dare giudizi affrettati sui bambini o sugli adolescenti, poiché non possiamo sapere cosa c’è davvero sotto la polvere. Quello che verrà fuori non lo sa nessuno. Il bambino che oggi appare indolente, capriccioso, incapace di mantenere un impegno, irresponsabile, potrà diventare un adulto rigoroso, serio, profondo. Ma potrà diventarlo solo se gli adulti lo aiuteranno, e per poterlo aiutare gli adulti – i suoi educatori – dovranno avere la capacità di vedere in lui l’oltre, il più, il diverso.

La cosiddetta educazione è in gran parte questo: togliere la polvere. C’è una parola che ha meno successo di educazione, ma che andrebbe forse riscoperta: erudizione. In genere si intende con erudizione una cultura molto vasta, ma non accompagnata da una visione originale e critica. Etimologicamente, però, la parola indica altro: erudire è togliere la rozzezza, raffinare. Togliere, appunto, la polvere. Mi sembra che questo termine corrisponda meglio al lavoro negativo che, a mio avviso, deve fare l’educatore. Non modellare, ma creare le condizioni affinché ciò che è più prezioso possa venir fuori.
Secondo il buddhismo ognuno di noi possiede una natura positiva e luminosa: la natura-Buddha, la capacità di amore, di compassione, di gioia condivisa, di comprensione profonda. Come la pietra di Phalu il kashmiro, la natura-Buddha può essere sepolta sotto molta polvere, sì che nulla della sua brillantezza traspaia; ma c’è sempre, non è mai ricacciata tanto in fondo da non poter tornare a brillare.
Educare vuol dire aiutare qualcuno a ritrovare la sua natura-Buddha, liberandosi dall’immondizia che lo opprime. E’ una impresa che non spetta solo agli educatori per professione o per ruolo. Ogni incontro può essere per noi una occasione di conversione. E’ per questo che il buddhismo parla dell’importanza della giusta parola: le parole che diciamo – se diciamo parole amorevoli e prive di negatività – possono essere per l’altro l’inizio di una conversione.
Per quanto suggestiva, l’immagine dell’educazione come ripulitura e dirozzamento può essere tuttavia fuorviante, poiché conferma un pregiudizio negativo sull’infanzia, che è alla base di ogni educazione violenta. Secondo quella immagine, il bambino è una pietra ancora sporca, l’adulto è una pietra ripulita, che splende. Considerando quel che sono i bambini e quel che sono gli adulti, possiamo dire che è così? Mi pare di no.
E allora è forse più corretto dire che l’educazione consiste nell’azione con la quale cerchiamo di impedire che cada troppa polvere su quella pietra preziosa che è un bambino. Di evitare che la vita lo allontani dalla sua natura luminosa, che l’esempio degli adulti gli faccia smarrire per strada la leggerezza e la profonda poesia con la quale si rivolge agli animali dando loro del tu.


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